Biancheria con doppio fondo: il segreto nascosto nei cassetti italiani

Intimo a doppio fondo

Chiara, guarda che meraviglia. Lho messo da parte apposta per te.

Chiara osserva la scatola, senza capire cosa dovrebbe trovarci di così bello. Intimo. Usato. Il pizzo sul bordo della coppa è un po smollato, lelastico delle mutandine ormai ondulato qua e là. Bianco latte, un tempo forse elegante. Ora semplicemente di qualcunaltra.

Grazie, Signora Valentina, risponde Chiara.

La voce le esce calma. Si stupisce persino di sé.

È italiano, guarda che te lo dico. Lho comprato ai tempi del sindacato. Preso in fiera. Carissimo. Lho custodito, me lo mettevo solo nelle ricorrenze speciali. Ora lo do a te, che sei giovane e puoi usarlo.

Valentina incrocia le mani sul grembo e la guarda come se le avesse appena passato un cimelio di famiglia. Chiara richiude la scatola. Suo marito, Marco, è seduto accanto a loro e fissa la tovaglia con attenzione.

Marco, dì qualcosa a tua moglie, spiega che non è un regalo qualunque. Lho tenuto da conto apposta.

Mamma, certo, fa lui.

E qui si ferma il suo contributo.

Poi arriva la torta, poi il tè, poi Valentina racconta a lungo della vicina, la Signora Zina, che ha affittato casa alla gente sbagliata e ora non sa come mandarli via. Una storia lunga, con dettagli su amministratori di condominio e vigili di quartiere. Chiara annuisce. La scatola resta sulla mensola allingresso e sembra brillare nel buio, come una cosa su cui è meglio non soffermarsi.

La sera, dopo che Valentina se ne va, Chiara prende la scatola e la nasconde in cima allarmadio, dietro i maglioni invernali. Lontano dagli occhi.

Chiara, chiama Marco dalla cucina. Vuoi il tè?

Sì, risponde lei.

Si siede a tavola e pensa che forse avrebbe dovuto dire qualcosa. Non qualcosa di brutto, solo dire. Ma cosa, e come, non lo sa; questa incertezza le ricorda quellelastico ormai ceduto: sembra reggere, ma in fondo non lo fa più.

La mamma voleva solo farti un piacere, dice Marco, senza distogliere lo sguardo dalla tazza.

Lo so, dice Chiara.

Lei è fatta così. Per lei regalare qualcosa di suo è il massimo rispetto.

Marco, ho capito.

Lui la guarda. Lei accenna un sorriso un po obliquo, che comunque funziona.

Allepoca vivevano ancora insieme ai genitori di lui. Suo suocero, Giovanni, era un uomo tranquillo, lavorava in fabbrica e non si impicciava degli affari di casa; la sera guardava il telegiornale o aggiustava qualcosa in cucina. Valentina, invece, era diversa. Riempiva la casa con la sua presenza, il suo movimento, le sue opinioni. Sapeva esattamente come si fa il ragù, come si stende il bucato, come si parla con il medico della mutua e perché i giovani non sanno risparmiare. Chiara abitava lì già da un anno e mezzo e aveva imparato molte cose. Per esempio, che non bisogna mai lasciare una tazza sporca nel lavello più di venti minuti. E che la parola no in quella casa suonava come una pretesa capricciosa.

Lavorava in uno studio di architettura, disegnava progetti di piccole abitazioni e spesso usciva tardi. Marco lavorava in una ditta edile, spesso fuori cantiere. Valentina era in pensione e gestiva la casa con la precisione di chi lo considera il suo compito principale.

Una settimana dopo il compleanno, Chiara un giorno rientra e trova la loro stanza rivoluzionata. La poltrona ora è sotto la finestra, il comodino dallaltra parte del letto.

Signora Valentina, ha spostato i mobili?

Adesso arriva più luce. Tu leggi sempre qui, lo so.

Sì, leggo. Però vorrei che prima si parlasse se si deve cambiare qualcosa.

Ma dai, Chiaretta, così è meglio. Prova, poi mi ringrazierai.

Chiara rimette tutto a posto in silenzio. Ci vogliono dieci minuti, ma non è una vittoria: Valentina sospira con aria da martire. Aspetta.

Chiara ne parla con Marco. Lui ascolta.

Mamma, perché hai spostato le cose in camera loro?

Volevo solo aiutare.

Si arrangiano da soli, va bene così.

Marco, mica lho fatto con cattiveria!

Mamma.

Va bene, va bene, non dico più nulla.

Ma non tace. Sospira. Più forte delle parole.

Chiara nota che dopo certi dialoghi le diventa difficile stare in spazi comuni. In cucina sbriga tutto alla svelta. Nellingresso passa veloce. In soggiorno appare solo se chiamata. Piccoli cambiamenti nelle abitudini, ma che diventano routine. Si stringe, poco a poco, come una maglia lavata male.

A marzo, Valentina entra nella loro stanza senza bussare. Chiara è seduta sul letto a sistemare pratiche di lavoro. La suocera spalanca larmadio: cerca un suo vecchio golfino, messo lì per sbaglio. Trova la maglia, e la scatola.

Ah, vedo che lhai nascosta bene. Non ti piaceva?

Chiara fatica a trovare le parole.

Lho solo messa via.

È intimo italiano, Chiara. Oggi non se ne trova più così.

Signora Valentina, posso decidere io cosa tenere e dove, nellarmadio?

Nemmeno lei si aspettava di parlare. Lo dice piano, senza alzare la voce, ma c’è qualcosa di diverso nel tono. Valentina la guarda un attimo, poi prende il golfino e se ne va.

A pranzo si parla del tempo. Delle piogge in arrivo. Delle patate rincarate al supermercato. Chiara finisce la minestra e pensa che il confine tra privato e famiglia non sono pareti né serrature, ma qualcosa che va spiegato ogni volta, perché cè chi semplicemente non lo vede. Non cattiveria. Solo che non esiste, per loro.

La sera la bussa la vicina, la Signora Nina. Ha poco più di sessantanni, vive sola di fronte, ogni tanto viene a chiedere zucchero o qualche uovo in prestito per il fine settimana. Chiara apre la porta. Nina mostra un vasetto di marmellata.

Chiaretta, ho fatto la marmellata di prugne. Me ne è venuta troppa. Ne vuoi un po?

Ben volentieri, si accomodi.

Nina entra, guarda attorno, posa il vasetto.

Ti vedo un po giù oggi.

Un po stanca.

Mh

Restano in cucina. Valentina è uscita a fare la spesa. Giovanni dorme in salotto. Chiara versa il tè e, senza aspettarselo, racconta tutto. Del regalo, dellarmadio, della poltrona, di quanto sia difficile dire qualcosa e sentirsi rispondere sempre volevo fare il meglio.

Nina ascolta. Non interrompe. Poi gira il tè col cucchiaino, anche se non ha messo zucchero.

Vedi, Chiara, con certi tipi di persone, litigare non serve. Non sentono il litigio. Sentono solo i fatti. Non la chiacchiera, la realtà.

Cioè?

Così: non spiegare a parole che ti pesa. Fai qualcosa che non può non vedere. Ma senza fari accesi, senza offese. Che ci rifletta da sola.

Chiara guarda il vasetto. Prugne scure, quasi nere. È bello a vedersi.

Intende

Intendo che la risposta giusta, a volte, non sono parole. Tutto qui.

Nina se ne va. Chiara resta a lungo in cucina. Si alza, prende la scatola dallarmadio e la posa sul tavolo.

Apre il coperchio, per la prima volta la osserva davvero. Tre pezzi. Un reggiseno, due paia di mutandine. Il pizzo era stato di qualità, si sente ancora dalla trama, da come i fili corrono sul bordo. Solo che è vecchio. E usato. E di unaltra.

Chiara riflette a lungo. Poi va in dispensa, trova un pezzo di lino comprato a mercato anni fa e mai usato. Ago, filo, un sacchettino di lavanda che teneva per gli armadi. Torna in cucina e si mette al lavoro.

Smonta il reggiseno con cura, stende il pizzo. Ne ricava un sacchetto profumato, cucito fitto. Allinterno mette la lavanda, un po di menta secca dalla cucina. Poi cuce, a mano e con filo spesso, sul lato tre lettere: V.V. Iniziali. Un po storte, ma piene di vita.

Una mutandina la mette da parte, in buono stato. Decide di portarla in un centro di accoglienza poco distante, dove raccolgono vestiario per i bisognosi.

Laltra la rimette in scatola.

Poi accende il laptop e scrive una lettera. Non via email: a mano, su un foglio da stampante. Scrive, cancella, riscrive. Tre tentativi prima di trovare le parole giuste. Non offese, non lamentele. Solo parole.

«Signora Valentina, ho pensato a lungo a come risponderle per il regalo. Lei ci ha messo qualcosa di suo, e lo sento. Ma devo dirle apertamente: non riesco a indossare cose intime che erano di altri. Non perché non apprezzi. Semplicemente sono fatta così. Ho trasformato parte dellintimo in un sacchetto profumato di lavanda. Ora è nellarmadio. Un altro pezzo lo dono a chi ne ha più bisogno. Un altro lo restituisco. Voglio che ci sia sincerità fra noi. Non per litigare, ma per capirci davvero. Chiara».

Alla lettera allega una vecchia fotografia, trovata nellalbum in soggiorno, che le era piaciuta. Valentina era molto giovane, forse ventiquattro anni, in abito leggero accanto a una rete, lo sguardo leggero, qualcosa che adesso si vede di rado.

Il giorno dopo Chiara va in una piccola boutique di biancheria dove sa che lassortimento è ordinato. Sceglie un completo pratico, comodo, cotone ed elastan, senza troppi fronzoli, in una tonalità grigio chiaro. Indovina la taglia, perché ha potuto confrontare. Chiede la confezione regalo.

Mette la busta accanto alla lettera e alla scatola. Il sacchetto a parte, in un piccolo involucro di carta kraft.

Lotto marzo la famiglia si riunisce a tavola. Giovanni ha preparato il minestrone, anche se ancora fa fresco, perché quello e la frittata sono le sue specialità. Marco porta i fiori: tre narcisi, e si imbarazza quando la madre commenta che i narcisi si portano ai funerali. Ma stava solo scherzando, anche se la battuta è un po piatta. Chiara porta una torta alla pasticceria sotto lufficio, millefoglie con crema al latte.

Dopo pranzo, sparecchiato, Chiara si alza.

Signora Valentina, vorrei darLe qualcosa.

Porta la busta, linvolucro di kraft, la scatola. Tutto insieme.

Cosè? domanda Valentina.

È una risposta al Suo regalo. Le ho scritto una lettera.

Marco guarda entrambe come se non sapesse se restare o uscire. Resta.

Valentina apre la lettera, liscia il foglio sul tavolo e legge. Lentamente. Chiara la osserva, aspettandosi offesa, disagio, o quel famoso sospiro che mette a disagio tutta la stanza.

Ma Valentina legge fino in fondo, poi guarda la foto a lungo.

Qui ero mormora, non domandando ma ricordando.

Lho trovata nellalbum, dice Chiara. Era davvero bella.

Ventiquattro anni lì. Con Giovanni al paese dei suoi, accanto alla rete del giardino.

Pausa. Giovanni getta uno sguardo alla foto, annuisce, poi torna al tè.

Chiara, dice finalmente Valentina. Il nome lo scandisce piano, diverso dal solito. Non volevo offenderti.

Lo so.

Quel completo lho curato. Era proprio bello. Speravo ti facesse piacere.

Capisco il Suo pensiero. Solo che non riesco a mettere cose già usate da altri, anche belle. Non è questione di rispetto. È solo come sono fatta io.

Valentina prende il sacchetto e lo annusa. Lavanda e menta. Le iniziali ricamate storte.

Lhai fatto tu?

Io.

Un po storto.

Eh, non sono una sarta, sorride Chiara.

Anche Valentina aggiusta il viso. Non è proprio un sorriso, ma quasi.

Cosè quellaltro pacchetto? fa con il mento.

Per lei. È nuovo. Credo sia comodo.

Valentina lo apre con calma. Dentro il completo di cotone grigio chiaro.

Bel tessuto, commenta toccando, Costoso?

No, buono. Basta.

Sai, Chiara, da giovane anchio amavo la biancheria bella. Solo per me. Nessuno la vedeva, ma bastava saperlo. Era la mia coccola.

Un pensiero che sorprende Chiara, la scalda in un punto indefinito tra le clavicole. Non tenerezza. Solo un vero ascolto.

È importante, dice Chiara. Avere qualcosa solo per sé.

Sì. Poi smetti di pensarci. Figli, casa, poi basta.

Ma si può ricominciare a pensarci, mormora Chiara.

Valentina la guarda ancora. Poi rimette via il completo, piega la carta perfetta.

Va bene. Grazie.

Non è il solito grazie del dolce, è altro. Chiara non aggiunge. Alcune cose meglio non chiedersi altro.

Una settimana dopo porta le mutandine al centro daccoglienza. Le deposite nellapposito cassonetto allentrata. Nessuna parola.

Più avanti riandrà lì per altre ragioni e si attarda a parlare con la volontaria.

La scorsa volta ha portato dellintimo, dice quella. Lhanno preso subito.

Sul serio?

Certo. Una signora ha detto che era la sua misura. Succede.

Sulla via di casa Chiara pensa che gli oggetti hanno una loro vita, indipendente dalla nostra. Per qualcuno uno scarto diventa necessità per un altro. Non è saggezza, è la realtà.

Dopo lotto marzo qualcosa inizia a cambiare. Lentamente. Come cambia la luce quando le stagioni si muovono. Ieri sembrava una cosa, oggi già un po diversa, e non sai quando è successo.

Valentina comincia ogni tanto ad avvisare prima di entrare in camera. Non sempre. A volte dimentica. Ma prima mai si annunciava. Ora succede.

Un giorno bussa la porta della cucina prima di entrare, mentre Chiara è lì con dei documenti.

Chiara, sei dentro?

Sì.

Entro a prendere il sale?

Fa un po ridere, visto che vivono insieme. Ma Chiara risponde entra pure e avverte un senso di leggerezza, come una bolla daria nellacqua.

Marco nota il cambiamento. Una sera, a letto, con la casa silenziosa:

Qualcosa hai fatto.

Cosa?

Non so. Ma mamma è diversa. Più tranquilla.

Solo stanca. Marzo è stato pesante.

No. Non è stanchezza. È altro.

Chiara non risponde. Si gira. Piove fitto fuori, il suono è scandito, come numerare pazientemente a voce bassa.

Ad aprile Valentina dà loro le chiavi di riserva dellappartamento. Ci vivevano insieme, quindi erano di tutti, ma il gesto è nuovo, perché fino a poco prima le teneva solo lei in caso di bisogno.

Prendetele, dice, posandole in ingresso. Servono di più a voi.

Chiara prende le chiavi e non aggiunge nulla. A volte conviene accettare un gesto senza rumore, per non spezzarne la magia.

A maggio Marco porta una bella notizia. Lazienda offre loro un piccolo bilocale in zona: un affitto convenzionato, con opzione di rinnovo.

Mamma, forse ci trasferiamo, annuncia a cena.

Valentina tace un attimo. Poi:

È giusto. I giovani devono vivere per conto proprio.

Giovanni annuisce. Annuisce a tutto quello che non lo coinvolge direttamente. È il suo modo di partecipare.

Non ci resti male? chiede Chiara.

Chiara, dice Valentina. Mi dispiacerà solo se poi non venite a trovarmi.

Verremo, assicura Chiara.

E lo pensa davvero. Anche lei ne resta sorpresa.

Traslocano a giugno. Lappartamento è piccolo, soffitti bassi e finestra sul cortile con una vecchia acacia. La mattina lodore entra e fa venir voglia di restare lì a respirare. Chiara compra le tende a fiorellini. Marco porta un tavolino dalla casa dei genitori, sempre inutilizzato. Lo mettono davanti alla finestra.

Bello, dice Marco guardando la stanza.

Sì, va bene, conviene Chiara.

Niente entusiasmo. Una sensazione dagio, come indossare scarpe comode dopo una giornata intera con quelle strette.

Ad agosto Chiara scopre di aspettare un bambino. Resta a lungo in bagno col test in mano, poi esce e lo dice a Marco. Lui prima non ci crede, poi abbraccia Chiara e le mormora qualcosa addosso. Tutto va bene.

Dopo una settimana lo comunicano a Valentina, che va a trovarli per la prima volta nella casa nuova. Preavvisa. Porta sottaceti e una torta salata alla verza.

Signora Valentina, volevamo dirle

Già lho capito, taglia Valentina. Hai unaria diversa.

Che aria?

Serena. Lo si vede.

Fa un gesto con la mano che significa tutto e niente.

Sono felice, dice Valentina semplicemente. Né che gioia, né era ora. Solo felice.

Chiara sentiva che era proprio la parola giusta. Non felicità, non finalmente. Solo felice.

A settembre Valentina ha una crisi di pressione. Telefona lei evento di per sé particolare, visto che di solito chiama Giovanni quando cè qualcosa.

Chiara, non mi sento bene.

Cosa succede?

La testa, e una stretta qui

Arrivo subito.

Chiara impiega venti minuti. Trova Valentina a letto, pallida, disorientata. Una debolezza nuova, insolita per la sua personalità di cemento. Le misura la pressione, le dà una pastiglia dalla mensola dei farmaci, chiama il 118 per sicurezza. Intanto si siede e chiacchiera del più e del meno: lacacia fuori, la millefoglie con i mirtilli dietro lufficio, il rubinetto che Marco ha finalmente aggiustato.

Lambulanza arriva, fanno tutti i controlli. Pressione a posto. Solo riposo, meno sale.

Meno sale, ripete Valentina come le avessero chiesto la luna.

Meno sale, conferma Chiara severa.

Il medico va via. Valentina chiede aiuto per sistemare il cuscino. Chiara si piega. In quel momento vede la stoffa sbucare dal colletto, grigia, morbida: il completo nuovo.

Chiara non dice niente. Aggiusta il plaid. Valentina chiude gli occhi.

Riposi, mormora Chiara. Sono di là, se serve.

Poi si affaccia alla finestra. Lì cè il tiglio, già giallo in settembre. Chiara lo guarda. Sente una quiete sottile, senza trionfo né gioia eclatante. Solo pace.

Giovanni compare:

Grazie, Chiaretta, dice.

Non cè di che, signor Giovanni.

Annuisce. Torna di là. Basta così.

A ottobre Valentina viene di nuovo a trovarli. Porta vasetti di marmellata e tre scatole segnate a matita: Riso, Spezie, Varie Tisane.

Ecco, dice. Così in cucina è più facile sistemare le cose.

Chiara prende la scatola del riso, la gira tra le mani.

Grazie. Era proprio quello che volevo fare.

Allora perfetto, Valentina torna calma. Comunque ho chiamato prima di venire.

Sì, ha chiamato, annuisce Chiara. Apprezzo.

Bevono il tè. Valentina assaggia la millefoglie, dice che è troppo dolce, ma ne mangia due fette. Poi estrae il telefono e mostra a Chiara la foto di un vestito visto in catalogo.

Che dici, mi starebbe bene?

Sì. Giusta tonalità.

Davvero pensi?

Davvero.

Parlano daltro, ancora quaranta minuti: la ricetta per i carciofi in salamoia, le vitamine in gravidanza, Giovanni che vuole un televisore nuovo ma quello vecchio ha ancora anni di vita. Chiara ascolta e risponde. Non è fatica, è dialogo. Vita semplice, domestica, di famiglia.

Al momento dei saluti Valentina si ferma sulla porta.

Chiara, ci pensavo: quando nasce la bambina se vuoi posso venire ad aiutare.

Sarà necessario, sorride Chiara.

Allora mi farai sapere.

La chiamerò.

Valentina esce. Marco si affaccia.

Quanto tempo è stata?

Unora e mezza.

Tutto tranquillo?

Sì, tranquillo.

Lo dici davvero o lo dici per dire?

Chiara lo guarda. Lui la osserva con la stessa cautela di chi ha vissuto a lungo col peso dellincomprensione e ora non sa se è finita davvero.

Lo dico sul serio, Marco.

Lui annuisce, sicuro del tono.

A Capodanno il trasloco è ufficiale: la casa in affitto per un anno, ma già pensano a qualcosa di loro, più grande. La piccola nascerà a febbraio, serve spazio vero.

A dicembre trovano un trilocale con cantina in una zona vicina, luminoso e ristrutturato. Marco ci va tre volte per misurare, parlare con il padrone di casa. Chiara va, guarda la finestra e dice: prendiamola.

Sei sicura?

Luce buona. Soffitti giusti.

Traslocano a gennaio. Gennaio freddo, le scatole portate in cappotto, perché con la giacca non era pratico. Valentina li aiuta in cucina, chiede sempre dove metto? e non muove niente senza chiedere prima. Un piccolo progresso, ma vero.

Qui i bicchieri, indica Chiara la mensola.

Qui? È basso.

Per me va bene.

Fai tu, e li mette dove dice Chiara.

Lotto febbraio nasce la bambina. Parto lungo. Marco aspetta fuori, poi racconta che è stata la giornata più difficile della sua vita, pur non facendo nulla. Chiara stringe la mano dellostetrica e pensa che deve ancora comprare tende per la cameretta. Strano pensiero in quel momento, ma lo tiene stretto finché non passa il dolore.

La chiamano Viola.

Viola è piccola, rossa e rumorosa. Chiara la guarda: non capisce ancora niente, perché il capire viene dopo. Allinizio la tieni e basta.

Valentina arriva in ospedale il giorno dopo. Porta brodo caldo in un thermos e una coperta. Guarda Viola dietro il vetro.

Uguale a Marco, dice.

Tutti lo dicono, fa Chiara.

E va bene così. Meglio al padre.

Poggia un dito sul vetro, come a voler trasmettere qualcosa.

Bella, dice Valentina.

Piano. Senza punto esclamativo.

A casa, Chiara trova una lettera sul tavolo, nel cassetto, con Chiara scritto sopra. La grafia decisa di Valentina.

Chiara la apre. Dentro cè il foglio, piegato in due.

«Chiara. Ti volevo dire una cosa, ci ho pensato tanto e magari poi col tempo me ne dimentico. Non riesco a dirtelo a voce. Mi riesce scrivere. Sei entrata nella nostra famiglia e non sempre ti sono stata giusta. Ho fatto il meglio che sapevo. Non sempre bene. Tu non mi hai mai gridato contro, né offeso. Hai agito in modo diverso. Non lho capito subito. Poi sì. Vorrei che tu sapessi: tu per me non sei una figlia. Una figlia ce lho e vive in unaltra città, tu non la conosci. Tu, Chiara, sei Chiara. Ed è più che abbastanza. Valentina».

Chiara legge una volta. Poi ancora.

Marco arriva dalla cucina con una tazza.

Cosera?

Una lettera di tua mamma.

Qualcosa che non va?

No. Tutto bene.

Richiude la lettera e la mette nel cassetto, fra le cose importanti. Non in bella vista. Lì è il suo posto.

A marzo, per la Festa della Donna, Valentina arriva con una busta. Dentro ci sono due biglietti per una mostra. Non teatro, non cinema, ma una mostra di acquerelli di unartista del loro quartiere.

Sono per noi due? chiede Chiara.

Per voi due, risponde Valentina. Marco non gradisce queste cose. Ma noi sì.

Sì.

Cè anche un biglietto, dice Valentina, abbassando lo sguardo.

Chiara estrae un foglietto: poche parole, senza fronzoli. Se ti va, possiamo parlare. Se non ti va, passeggiamo e stiamo zitte. Per me va bene entrambe.

Chiara legge. Alza gli occhi.

Viola dorme in camera. Marco sistema le stoviglie in cucina, si sente rumore di piatti. Fuori è marzo, la neve si scioglie in fretta, con pudore.

Va bene anche per me, dice Chiara.

Valentina annuisce. Poi si alza, perché dalla camera arriva un vagito. Si dirige subito da Viola senza chiedere permesso. Poi, sulla soglia, si gira.

Posso?

Può, dice Chiara.

Anche questa è una vittoria. Piccola, silenziosa, invisibile dallesterno. Di quelle che non si raccontano a tavola, né si celebrano. Basta saperlo, e chi ti vuole bene lo capisce da solo. Non serve altro.

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