Ancora una volta, niente viaggio per noi

Non partiamo di nuovo

Giulia, hai già stampato i biglietti? chiese Marco senza staccare gli occhi dal telefono.

Sì, ho stampato tutto. Ho ritrovato il passaporto, comprato il costume, e portato Chiara da mia madre per due settimane. Ho fatto tutto.

Brava.

Marco.

Eh?

Guardami.

Alzò gli occhi. Io stavo in mezzo alla cucina con un nuovo vestito estivo, messo apposta quella sera, tre giorni prima di partire, tanto per sentire che le vacanze erano già cominciate. Perché ci sarebbero state. Perché saremmo partiti.

Sei bella, disse. E abbassò di nuovo lo sguardo sulle notifiche.

Non me la presi. Pensai solo: così viviamo. Vicini, ma come se ognuno abitasse nella propria stanza. E quella vacanza, quei dieci giorni sulla Costiera Amalfitana, lavevo pensata proprio per questo: per uscire dalle nostre stanze e incontrarci nel mezzo. Dove cè il sole, dove non ci sono piatti da lavare, riunioni di scuola, e neppure sua madre con le sue chiamate settimanali.

Sua mamma. Rosa Manzini, sessantotto anni, abita da sola in un bilocale in via Roma, a dieci minuti di macchina da casa nostra. Vedova da dodici anni. Marco, mio marito, figlio unico.

La conoscevo da nove anni. In questi nove anni avevo imparato tante cose. Ad esempio, che la sua frase preferita non voglio intromettermi voleva dire esattamente il contrario. Che se diceva fate come credete, intendeva fate come dico io. Che il suo silenzio al telefono pesa più di molte parole.

Ma quella sera, in piedi in cucina con i biglietti stampati, non pensavo a Rosa Manzini. Pensavo al mare. A come io e Marco avremmo passeggiato sul lungomare, tenendoci per mano, magari ritrovando quel motivo per cui mi ero innamorata di lui.

Il telefono squillò alle dieci in punto.

Marco, disse la voce di sua madre, sentii anche io dallaltro capo della stanza quanto era fievole, spezzata. Ho la pressione alta, centosessanta su cento. Mi gira la testa.

Marco si alzò subito. Lo vidi cambiare espressione.

Mamma, arrivo subito.

Non venire, dai, sei stanco. Faccio da sola.

No, vengo.

Già cercava le chiavi. Io lo osservavo e pensavo: non ora. Proprio ora no, ti prego. Non sarebbe la prima volta, era così spesso: la pressione, le sue pastiglie, sapeva benissimo cosa fare.

Marco, provai.

Giulia, hai sentito. È alta.

Ma ha il misuratore, le medicine. Ha chiamato il medico?

A cosa serve, vado io.

Ormai sono le dieci passate.

E allora?

Non risposi. Lui uscì. Tornò alluna di notte. Si sdraiò accanto a me e si addormentò subito. Io restai lì a fissare il soffitto, col vestito appeso alla sedia, ancora nuovo, ancora inutilizzato.

Mancavano tre giorni alla partenza.

Il giorno dopo Rosa richiamò durante la pausa pranzo.

Giulietta, disse, perché Marco era al lavoro, non voglio disturbarvi. Solo, di a Marco che stanotte sono caduta. Mi sono alzata per bere e sono scivolata. Nulla di serio, mi fa solo male il ginocchio.

Ha chiamato il medico?

Ma per cosa! Solo un livido.

Signora Rosa, se è caduta conviene fare una lastra. Magari cè una microfrattura.

Uff, Giulia. Una lastra, come se potessi uscire di casa così

Dissi tutto a Marco al telefono. Arrivò prima del solito, raccolse in fretta una borsa e disse che portava sua madre al pronto soccorso.

Marco, mancano tre giorni.

Lo so.

È caduta stanotte, ha aspettato il pranzo per avvisare. Non è una vera urgenza.

Giulia, è sola.

Lo è già da dodici anni.

Mi lanciò lo sguardo di chi pensa che hai detto una cosa vergognosa. Sentii salire in me quella vergogna familiare, che avverto ogni volta che dico davvero quello che penso su Rosa Manzini.

Al pronto soccorso non trovarono nulla. Né fratture, né problemi. Il ginocchio era intatto.

Quella sera presi la valigia e iniziai a prepararla. In modo rigoroso, ordinato, come se il gesto bastasse a impedirle di sfaldarsi. Il costume. La crema solare 50, perché sono chiara e mi brucio subito. Un vestito leggero. Il libro che rimando da mesi.

Stai già facendo la valigia? chiese Marco affacciandosi alla porta.

Dopodomani voliamo. Meglio prima.

Sì. Tacque. Mamma oggi era stanca.

Marco.

Eh?

Niente.

Chiusi la valigia. Tirai su la zip. Misi vicino alla porta, per non dimenticare.

Lultima telefonata arrivò il giorno prima del volo. Ero al supermercato, comprando snack da viaggio, quando lessi il messaggio di Marco. Giulia, ambulanza a casa di mamma. Febbre e pressione insieme. Sto andando.

Tra gli scaffali del latte e dello yoghurt, lessi il messaggio almeno cinque volte. Poi risposi: Rientro.

A casa mi sedetti in cucina e aspettai. Marco tornò tardi. Si sedette di fronte, a lungo in silenzio.

Giulia, dobbiamo rimandare il viaggio.

No.

Alzò lo sguardo.

È in ospedale.

Lhanno già dimessa?

No, però

Marco, è sotto controllo. Ci sono i dottori, le infermiere, le cure. Tu non puoi fare di più standole accanto in corridoio.

Ha paura a stare da sola.

Ha SEMPRE paura da sola! sentivo la voce che mi si alzava, ma non riuscivo a fermarla. Ogni volta che programmiamo qualcosa, si sente male. Ricordi Capodanno tre anni fa? Volevamo andare dai miei, ed ecco, il cuoricino. Ricordi il mio compleanno a maggio? Prenotato il ristorante, e lei chiama unora prima: manca il fiato. Marco, sono stanca.

È mia madre.

Lo so, non ti chiedo di lasciarla. Ti chiedo solo di venire con me in vacanza, quella che programmiamo da otto mesi.

Non rispose.

I biglietti li perdiamo, dissi più piano. Lalbergo non rimborsa. Chiara è già da mia madre.

Recupero qualcosa, poi prenderemo altri biglietti.

Marco.

Giulia, non posso fare altro.

Mi alzai. Non sapevo che dire, così andai a letto in silenzio. La valigia stava vicino alla porta, in corridoio, muta e impostata.

La mattina dopo Marco andò in ospedale. Io chiamai lagenzia, poi lalbergo, poi mia madre a spiegare che Chiara sarebbe rimasta ancora qualche giorno.

Che è successo? mi chiese la mamma.

Tua suocera.

Capisco, rispose. E non chiese altro.

Trascorsi tre giorni in un appartamento vuoto. Cucinavo, pulivo, andavo al lavoro e tornavo. Marco arrivava tardi, a volte restava da sua madre. Ci parlavamo poco. Chiedevo di Rosa, rispondeva meglio o normale, io dicevo ok e me ne andavo a dormire.

Al quarto giorno cedetti.

Lui tornò verso le undici. Appena levata la giacca, dissi:

Marco, tua madre finge.

Restò di sasso.

Come?

Lo vedo da tempo. Ogni volta che programmiamo. Quante volte è già successo?

Giulia, adesso è ricoverata per pressione.

La pressione la curi in tre giorni. Lei ci sta da una settimana.

I medici la tengono in osservazione.

Non vuole essere dimessa finché ci sei tu.

Mi fissò, e nei suoi occhi cera qualcosa peggio della rabbia. Qualcosa come la delusione.

Stai parlando di una donna malata.

Sto parlando di una persona che sa come farsi curare.

Come puoi.

Marco, ti dico la verità.

È solo gelosia.

Gelosia?

Sei sempre stata gelosa di mia madre. Lo sente anche lei, per questo non siete mai andate daccordo.

Lo fissai a lungo. Poi dissi:

Forse hai ragione.

E me ne andai in camera.

Ma sapevo che non aveva ragione.

Conobbi Rosa due mesi dopo linizio della mia storia con Marco. Aprì la porta, mi squadrò e disse: Entra, vediamo. Nessun piacere, nessun benvenuta. Solo vediamo.

A tavola mi interrogò come un carabiniere. Chi erano i miei, dove lavoravo, quanto guadagnavo, se avevo casa. Rispondevo serena, ero giovane e credevo fosse normale.

Poi, mentre uscivamo, disse a Marco nellingresso, senza abbassare la voce: È magrolina. E quegli occhi un po agitati.

Marco rise. Anchio. Allora mi sembrava divertente.

Ci sposammo dopo un anno e mezzo. Matrimonio piccolo, non volevamo feste enormi. Rosa sedette a tavola con laria di chi è stato trascinato forzatamente. Al brindisi disse: Marco, sei tutto ciò che ho. Ricordalo, e tanto bastò.

Non lho mai dimenticato.

Chiara nacque due anni dopo. Rosa venne in ospedale con i fiori, guardò la nipote e disse: Non assomiglia a Marco. È tutta tua. Non suonava come un complimento.

Ma di nonna fu brava, va detto. Stava con Chiara, le leggeva storie, la portava al parco. Chiara la chiamava nonna Rosa e le si affezionò subito.

Il problema non era il modo in cui trattava Chiara. Era il modo in cui trattava me. Anzi, come non mi trattava affatto. Era come se non esistessi. Cera Marco, cera Chiara, cera lei. Io solo lo sfondo, la persona che cucina e stira.

Marco, sei dimagrito, diceva. Giulia non ti fa mangiare?

Marco, sembri stanco. Lavori troppo? A casa proprio non ti riposi.

Marco, ti ricordi quelle vacanze al sud con tuo padre? Che bei tempi, senza estero.

Dopo qualche anno non ci facevo più caso. Sentivo e lasciavo passare. Ma a volte, qualcosa pungeva. Come un piccolo amo che fa male a tirare fuori.

Dopo la discussione sulla gelosia, passai giorni a pensare: e se avesse ragione? Forse esagero? Forse lei è solo una donna anziana e sola, e quello che io chiamo manipolazione è la paura di perdere il figlio?

Provai a mettermi nei suoi panni. Mi immaginai alla sua età, sola, senza marito, un unico figlio ormai adulto. Deve essere dura. Magari lansia ti fa trattenere le persone.

Poi ricordai i biglietti per la Costiera Amalfitana. Gli otto mesi di attesa. Chiara già fuori casa. E la chiamata delle dieci di sera.

No, non era solo la paura della solitudine. Era di più.

Rosa fu dimessa dopo dieci giorni. Marco la riportò a casa, le portò le medicine, si fermò a pranzo. Tornò la sera e disse:

Vedi? Tutto bene.

Sono contenta, risposi.

Giulia.

Eh?

Sei arrabbiata.

No.

Lo sei, si vede.

Marco, non sono arrabbiata. Sono solo stanca di fingere che vada tutto bene.

E cosa non va?

Lo guardai. Era in centro cucina, grande, un po ingobbito, con il viso stanco. E mi guardava con occhi sinceri di chi davvero non capisce.

Ecco la questione: lui non capiva. Non perché fosse cattivo. Lui vedeva solo la mamma. Io vedevo uno schema.

Niente, dissi. Vuoi un tè?

Sì, grazie.

Bevemmo il tè. Parlammo di Chiara, di come si trova da mia madre, se sente la nostra mancanza. Marco disse che sabato avremmo potuto riportarla a casa. Annuii.

Prima di addormentarci mi strinse:

Ce la faremo, prometto. In estate ci ritagliamo del tempo.

Non risposi. Non perché non ci credessi. Ma ritagliamo mi suonava come mai.

Lestate arrivò. Marco trovò unofferta last minute, una settimana in Sardegna, economica. Portammo ancora Chiara da mia madre. Io riprendevo la stessa valigia, ci mettevo dentro le cose di sempre.

Stavolta la telefonata non arrivò tre giorni prima, ma quattro ore prima del taxi.

Marco, non capisco cosho. Ho chiamato la guardia medica, la pressione è normale, ma sto male, debolezza, dolore al petto. Forse i nervi.

Descrivi meglio, mamma. Dove fa male?

Qui (ma al telefono non si spiega qui) e poi la schiena, la testa.

Arrivo subito.

Ero accanto a lui e sentii tutta la conversazione. Lo guardavo, già con le chiavi in mano, e dentro di me qualcosa. cedette.

Non gridai. Non fu una scenata. Si spezzò e basta.

Marco, dissi, se ora te ne vai, non so cosa succederà tra noi.

Si fermò.

Che vuol dire?

Esattamente quello che ti ho detto.

Minacci?

No. Ti dico la verità. Non ce la faccio più. È già la seconda volta, per non contare le altre. Anchio sono una persona, Marco. Tua moglie. Ho un limite.

Taceva a lungo. Poi disse:

Non posso lasciare mia madre.

Non ti chiedo questo. Ti chiedo di venire in taxi con me.

Lei dice che le fa male dappertutto.

Lo dice ogni volta che stiamo per partire.

Giulia.

Marco.

Rimanemmo nellingresso, fra noi solo la valigia. Quella azzurra, col manico giallo, comprata apposta per questa vacanza lanno prima, rimasta un anno in ripostiglio.

Vai pure, dissi.

Giulia

Vai. Prenderò un taxi da sola.

Allora vai tu?

No. Io non parto.

Presi la valigia e la rimisi via. Mi vestii e uscii di casa.

Camminavo senza meta. Era agosto, la sera calda, la città odorava di asfalto bollente e, chissà come, di tiglio, anche se era ormai tardi per i fiori. Andai avanti per diversi isolati; entrai in un piccolo bar coi tavolini di legno, ordinai un caffè e rimasi a sedere.

Mi chiamò la mia amica Ilaria.

Dove sei? chiese.

In un bar qui vicino. Su via Verdi, credo.

Che succede?

Sempre la stessa storia.

Ancora la suocera?

Ancora.

Taceva. Poi disse:

Giulia, ti dico una cosa che penso da tanto.

Dimmi.

Vivi da nove anni nello stesso problema, sperando che cambi. Ma non cambia. Perché dovrebbe cambiare lui, e non cambia finché tu resti.

Vuoi che me ne vada?

Dico solo che a volte bisogna lasciare che le persone capiscano cosa rischiano di perdere. Non capiscono in altro modo.

Finito il caffè, ne ordinai un altro.

Ilaria, io non sono capace di fare gesti plateali.

Non è plateale. È onesto. Hai detto la verità, non lha ascoltata. A volte il silenzio dice più delle parole.

Rientrai a mezzanotte. Marco era in cucina.

Dove sei stata?

Al bar.

Ti ho chiamata.

Ho visto.

Perché non hai risposto?

Non volevo.

Ci guardammo. Sapevamo tutti e due che qualcosa era cambiato, anche se non sapevamo come.

Mamma sta bene adesso, disse. Solo i nervi, la guardia medica aveva ragione. Ha preso della camomilla e si è riposata.

Bene.

Giulia, scusa.

Di che?

Per esserci andato.

È tuo diritto, Marco.

Ma dovevo

Basta. Non ora.

Andai a dormire. Una settimana dopo mi feci una borsa non la valigia, solo una borsa e andai da mia madre. Ufficialmente, per stare con Chiara. In realtà, avevo bisogno di respirare.

Rimasi lì cinque giorni. Mamma non mi chiese nulla. Preparò da mangiare, mi offrì il tè, accese vecchi film la sera. Chiara saltellava intorno, chiedeva attenzioni e gliele davo con piacere. Tutto semplice: la bambina, i suoi bisogni, il mio affetto.

Marco chiamava ogni giorno. Al terzo giorno chiese:

Torni?

Presto.

Mi stai punendo?

No, Marco. Sto solo riposando.

Dopo sei giorni tornai. Non ci fu nessuna spiegazione. Riprendemmo la quotidianità. Chiara tornò allasilo. Marco andava al lavoro. Io al lavoro. Nei weekend a volte andavamo da Rosa.

Quelle visite le sopportavo a fatica. Mangiai i suoi dolci preparati solo per Marco, ascoltai i suoi racconti sulla vicina e il genero fannullone. A volte anche conversavamo, di Chiara, dellorto. Sapevo che era una donna intelligente, che aveva vissuto lutti e difficoltà. Aveva perso il marito, Giorgio, quando lui aveva cinquantasei anni. Un ictus, improvviso. Capivo quanto ciò lasci un segno.

Ma capire e accettare sono due cose diverse.

Un giorno di ottobre stavo lavando i piatti mentre Marco giocava con Chiara nel soggiorno. Rosa venne accanto a me, prese il canovaccio e iniziò ad asciugare.

Restammo zitte qualche minuto. Poi disse:

Sei arrabbiata con me.

No.

Lo sei. Lo vedo.

Posai il piatto, la guardai.

No, signora Rosa. Sono solo stanca.

Di me?

Della situazione.

Tacque. Finì unaltra tazza, la mise a posto.

So che volevate andare in vacanza, disse. E che ho creato problemi.

Non risposi.

Non l’ho fatto apposta, aggiunse, e in quel tono cera qualcosa di nuovo. Non una giustificazione, qualcosa come una verità.

Quando si sente male chiami il medico, prenda le medicine, chiami Marco se è serio. Ma se non è grave

Ma come faccio a sapere se è grave?

Ci sono i dottori per questo.

Ripose il canovaccio. Non disse altro, uscì dalla cucina. La seguii con gli occhi.

Non mi sentii meglio, ma una piccola porta dentro di me si era leggermente aperta. Non sapevo ancora su cosa.

Linverno passò tranquillo. In primavera Marco accennò di nuovo alle vacanze. Pseudo-cauto, come se camminasse sul ghiaccio.

Pensavo giugno, vicino. Ci proviamo ancora?

Proviamo, dissi.

Faccio parlare mamma prima. Spiego la situazione.

Va bene.

Parlò con lei. Io non ascoltai, ma vidi la faccia dopo: tirata, come chi ha dovuto fare uno sforzo.

E allora?

Ha detto che capisce.

E?

E che spera non succeda nulla.

Tutto qui.

Giulia, non ha promesso di stare male.

Non promette mai.

Giugno arrivò. Comprammo di nuovo i biglietti, stavolta niente crema o costume in anticipo, quasi a non voler portare sfortuna. Chiara di nuovo da mia madre. La valigia lho presa solo la sera prima, e lho lasciata vicino alla porta.

Questa volta la chiamata arrivò la mattina stessa. Non da Rosa. Dallospedale.

Parlo con i familiari di Rosa Manzini?

Marco prese la chiamata. Io lo guardavo.

Sì, sono il figlio. Che succede?

Silenzio.

Quando lhanno portata?

Ancora silenzio.

Arriviamo.

Chiuse il telefono. Mi guardò. E capii prima che parlasse.

Infarto, di notte. È stata trovata dalla vicina stamattina.

Tacqui.

Giulia, questa volta è vero.

Lo so.

Devo andare.

Certo, risposi. Vai.

Uscì. Io guardai la valigia. Poi chiamai la compagnia aerea. Per la terza volta.

In ospedale Rosa fu in terapia intensiva per due giorni. Poi trasferita in corsia. Marco restò lì quasi sempre; a lui portai dei cambi e qualcosa da mangiare. Andai una volta anchio.

Rosa era piccola, pallida, con la flebo, senza lo sguardo fiero di sempre. Giaceva e basta.

Giulia, mi chiamò. La voce era debole, non quella delle sue chiamate.

Come si sente?

Male. Morirò, forse.

Non morirà.

Come fai a saperlo?

I medici dicono che è stabile.

Chiuse gli occhi. Poi li riaprì.

Non mi aspettavo che sarebbe successo davvero. Sul serio.

Non capii subito. Poi sì.

Signora Rosa.

Non serve. So cosa pensi.

Non penso niente.

Pensi. Si voltò verso la finestra. E fai bene.

Restammo in silenzio.

Le serve qualcosa? domandai. Vuole che le porti qualcosa?

No, Marco ha già pensato a tutto.

Mi alzai. Lei mi disse di spalle:

Grazie per essere venuta.

Mi voltai.

Verrò sempre, se serve, risposi. Ed era vero.

Dopo due settimane la dimisero e Marco propose di portarla a casa nostra. Giusto per un po, finché si riprendeva.

Mi aspettavo di oppormi. Di sentire una resistenza dentro. E invece dissi:

Va bene.

Marco rimase sorpreso. Leggermente, ma si notò.

Sei sicura?

No. Ma è giusto. Ha bisogno daiuto.

Prendemmo Rosa il venerdì sera. Entrò in casa con una borsetta, si guardò intorno. Chiara corse da lei.

Nonna Rosa! gridò abbracciandola.

Rosa piangeva. Silenziosamente, per la prima volta in nove anni.

I primi giorni furono strani. Cucinavo per lei pasti speciali, senza sale. Marco laccompagnava alle cure. Chiara le raccontava della scuola, stando seduta accanto a lei. Ogni tanto, alla sera, guardavamo la TV tutti insieme.

Mi controllavo. Non mi lasciavo irritare. Se diceva che la minestra era troppo liquida, rispondevo la prossima volta sarà più densa. Se teneva la TV alta, le portavo le cuffie.

Un giorno chiese:

Giulia, perché mi sopporti così?

In che senso?

Così. Senza protestare.

Non la sto sopportando, risposi. È malata, serve aiuto.

Sono sempre stata difficile.

Sì, ammettei. Lonestà a volte ci vuole davvero.

Sorrise, quasi con rispetto.

Non lho fatto apposta. Forse lho fatto non so nemmeno più.

Ero in cucina, fuori Marco era a lavorare e Chiara allasilo. Io bevevo il tè, lei la sua tisana.

Quando è morto Giorgio, iniziò. Capivo che parlava di suo marito, che conoscevo solo in foto, per mesi sono rimasta annientata. Non che non capissi cosa fare, ma non trovavo senso. Marco già alluniversità, la sua vita, io sola.

Devessere stato difficile.

Molto. E allora ho iniziato a trattenere. Hai capito? Trattenere lui. Temevo di perderlo proprio.

Non lha mai perso.

Lho perso. È andato avanti. È naturale, lo capisco. Ma io non ci sono riuscita. Non ho mai saputo lasciar andare e aspettare che tornasse da sé. Ho sempre tirato il filo. Chiamavo, mi ammalavo, piangevo.

La guardai. Lei guardava fuori.

Signora Rosa, dissi piano, lui le vuole bene. È sempre venuto appena chiamava.

Lo so. Ma non ero capace di lasciar venire lui. Lo costringevo, e non è la stessa cosa, Giulia.

Fu la conversazione più vera, in nove anni.

Non la perdonai allistante. Il perdono è un processo, come una ferita che si richiude piano. Non te ne accorgi, e un giorno non fa più male.

Rimase con noi tre mesi. Riprese a camminare, usciva in cortile. A ottobre volle tornare a casa sua. Insistette.

Voglio tornare a casa. Ormai ho ripreso fiato.

Prima di andare si avvicinò a me, più vicina che mai.

Giulia, disse.

Sì.

Andate. Ovunque volevate. Portate Chiara. Mi arrangio.

Dovetti pensare un attimo a cosa rispondere.

Chiederò a Maria, la vicina, di buttare un occhio. È una brava donna, solo un po pettegola.

Non stavamo per partire subito.

Allora pensateci. È ora.

Uscì, indossò la giacca. Chiara la abbracciò a lungo. Le guardavo, la bambina e la donna insieme, e pensavo a quanto la vita fosse strana: a volte serve toccare il fondo per capire davvero qualcosa, magari anche solo per farlo capire agli altri.

Linverno passò tranquillo. Rosa chiamava una volta a settimana, la domenica, parlando con Marco, ogni tanto con Chiara, raramente con me.

Andavamo da lei per le feste. Faceva la crostata, Chiara aiutava. Marco guardava film vecchi in salotto. Talvolta io e lei, in cucina, semplicemente parlavamo. Non di Marco. Ma della vita. Di come lavorava in uno studio tecnico, di una mostra a Milano, di come aveva conosciuto Giorgio a un ballo della fabbrica.

Era una persona interessante, lo avevo sempre intuito. Solo che tra noi cera sempre stato troppo per poterlo vedere.

A febbraio mi chiamò lei per prima, non Marco.

Giulia, andate al mare, mi raccomando. Prenotate per tempo, costa meno.

Signora Rosa

Non interrompere. Dico sul serio. Portate Chiara, il mare le fa bene. Io me la cavo. E Maria viene a trovarmi.

Ci penseremo.

Non troppo a lungo. Lestate vola.

Quella sera Marco chiese:

Ha chiamato mia madre?

Sì.

Cosa voleva?

Di comprare i biglietti in anticipo.

Tacque, poi sorrise. Sinceramente.

Chi lavrebbe mai detto.

Davvero.

Arrivò aprile. Era passato quasi un anno dallinfarto. Parlavamo ormai senza timore delle vacanze. Marco trovò una bella offerta in Salento, piccolo hotel sul mare, colazione inclusa. Guardavo le foto online e pensavo: ci siamo. Finalmente.

Chiara era entusiasta: con i suoi risparmi prese pinne troppo piccole, improponibili, ma le voleva per forza. Le mise sul davanzale e ogni giorno le fissava sognando.

Rosa chiamò come sempre la domenica.

La sera del lunedì chiamò Maria, la vicina.

Pronto, è Marco?

No, sono Giulia, la moglie.

Giulia, disse Maria, con voce bassa, sono passata da Rosa come daccordo per un tè, ma non rispondeva. Avevo la chiave la chiave di emergenza, che mi aveva dato lei. Lho trovata in poltrona. Era silenziosa.

Rimasi in silenzio.

Silenziosa, ripeté lei.

Sì.

I dottori dicono che è stata di notte. Senza fatica, forse nel sonno.

La ringraziai. Chiamai Marco.

Poi chiamai mia madre, chiesi di tenere Chiara per qualche giorno.

Giravo per casa e non sapevo cosa fare. Non in senso pratico: telefonare, organizzare. Ma cosa farci dentro.

Il dolore era vero. Lo capivo. Nonostante tutto, la valigia sempre allingresso, i biglietti persi, le sere vuote. Il dolore era vero, perché lo era anche lei. Con tutti i suoi spigoli, la paura, lamore maldestro.

Marco pianse. Mi sedetti accanto, la mano nella sua. Nessuna parola.

Passarono settimane. Chiara tornò, la vita riprese lentamente la sua routine. Colazione insieme, libri la sera, passeggiate nei fine settimana.

Un mattino, era giugno, Chiara cercava una palla in ripostiglio e trovò la valigia.

Mamma, cosè questo?

Una valigia.

Cosa ci fa lì?

Aspetta.

Aspetta chi?

Guardai la valigia azzurra, col manico giallo. Sempre la stessa.

Noi, dissi. Ci aspetta.

Chiara la trascinò in corridoio e corse via. Io guardavo quella valigia; avvertivo qualcosa dentro di indefinibile.

La sera Marco rientrò, vide la valigia.

Lhai tirata fuori?

Chiara.

Capisco. Rimase in piedi, poi disse: Giulia, ho trovato biglietti per agosto. Salento, lo stesso hotel. Che ne dici?

Pensai tre secondi.

Io, risposi, sono daccordo.

Sicura?

Sicura.

E portiamo Chiara.

Certo.

Annui. Andò in cucina a mettere su il tè. Io restai a guardare la valigia, azzurra, col manico giallo, paziente.

Fuori era giugno, luce dorata e serata calda. Chiara rideva in camera davanti ai cartoni. Il bollitore iniziava a fischiare.

Giulia! chiamò Marco. Zucchero?

No, come sempre!

Sicura? Una volta lo prendevi.

Era tanto tempo fa.

Ah, rispose lui. Chissà quando hai smesso.

Nemmeno io lo ricordo. Da un certo giorno non ho più sentito il bisogno.

Restai ancora un po vicino alla valigia. Poi in cucina, presi la tazza, scaldata tra le mani. Marco sedeva di fronte e guardava fuori. Io guardavo lui.

Siamo persone diverse da quei due che, nove anni fa, erano in corridoio con i biglietti stampati. Non migliori o peggiori. Solo diversi. Con perdite, con discorsi mancati e altri finalmente detti. Con una valigia che aspettava.

Marco, dissi.

Sì?

Niente, davvero.

Davvero?

Sì, davvero. Solo sono contenta che sei qui.

Lui mi guardò. In quel viso cera qualcosa di difficile da nominare. Né gioia né tristezza. Qualcosa a metà.

Pensi che saremo felici? chiese piano. Lì. Al mare.

Stringendo la tazza tra le mani, risposi:

Non lo so. Ma stavolta partiamo.

E pensai che a volte, nella vita, bisogna imparare ad aspettare, parlare e ascoltarsi davvero: solo così, prima o poi, si riparte davvero insieme.

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