Non lascerò mai il suo appartamento

Non lo darò via, questo appartamento
Perché sei venuta?

Valeria era in piedi sulla soglia, ostinata. Le mani appoggiate allo stipite, come a chiudere non lingresso di una stanza, ma quello di tutta una vita.

Buonasera, Signora Valeria.

Ho chiesto il perché.

Margherita non rispose subito. Guardò il gradino sotto i suoi piedi, il tappeto a motivi blu con bordo bianco che aveva scelto lei, tanti anni prima, al mercato di Porta Palazzo. Era ancora lì, consumato ma mai buttato.

Posso entrare?

La pausa fu lunga. Valeria non si mosse. Poi, infine, si scostò senza dire una parola e se ne andò in cucina. Quel silenzio poteva essere un invito.

Margherita varcò la soglia e chiuse la porta alle sue spalle. Lodore dellatrio era familiare, ma diverso da quello di un tempo. Una volta si sentiva il fumo impregnato della giacca di Gino, che pendeva sempre da quel gancio a sinistra. Ora cera soltanto una vestaglia di flanella e un berretto di lana un po’ sfatto.

In cucina Valeria si muoveva tra pentole e fornelli, anche se non sembrava voler offrire nulla, solo dare qualcosa di fisico alle mani.

Ho visto la luce dalla strada disse Margherita Stavo passando.

Alle dieci di sera?

Lautobus era in ritardo. Ho aspettato alla fermata.

Valeria poggiò il bollitore e si voltò. Guardò Margherita come si osserva chi non si riesce più a credere, ma nemmeno si riesce ad abbandonare del tutto.

Togliti il cappotto, ormai sei dentro.

Margherita appese il cappotto allo stesso gancio di sinistra, sotto la cuffia. Poi, riflettendo, lo spostò a destra.

Si sedettero al tavolo una di fronte allaltra. Valeria versò il tè senza offrirlo, pose la tazza davanti a Margherita senza chiederle nulla, spinse la zuccheriera senza alzare lo sguardo. Tutti i gesti automatici, di quelli che il corpo esegue anche se la mente si ribella: un ospite a tavola è pur sempre un ospite.

Come stai? domandò Margherita.

Come sempre rispose Valeria, stringendo la tazza tra le dita.

Margherita notò le mani, segnate dagli anni, dalle macchie del tempo e dalle giunture sporgenti. Ma in quellistante stringere quella tazza era un gesto più forte di quel come sempre.

Vorrei parlare disse Margherita.

Di che cosa?

Di un po tutto.

Dei documenti, quindi?

Margherita esitò.

Non solo.

Valeria bevve un sorso, poggiando poi la tazza sul tavolo con un rumore leggerissimo, che poteva non significare nulla, o può significare tutto.

Dei documenti parla con il notaio. Ti ho già detto tutto quello che pensavo.

Lo so.

E allora, a che pro ripetere?

Non era una domanda. Margherita non rispose. Bevve anchella, ma il tè era ancora troppo caldo e dovette riappoggiare la tazza.

Fuori, una pioggia fine sospendeva laria dautunno. Il lampione sulla strada dondolava e proiettava ombre incerte sul davanzale.

Margherita conosceva quella cucina come le sue tasche: nel cassetto a sinistra, le corde per chiudere i pacchi e le vecchie pile che Gino non buttava mai, perché magari ancora qualcosa danno. Sotto il lavandino il secchio rosso, tirato fuori solo quando il tubo perde ogni autunno, puntuale. Dietro il frigorifero, la moneta che si era infilata nella fessura anni prima e loro tutti e tre, per mezzora, armati di righello. E Gino rideva, anche Leonardo rideva, e anche lei.

Leonardo. Tre mesi fa.

Ho portato della confettura. Di susine gialle. Sta nel sacchetto vicino alla porta, non so se lhai notata.

Valeria lanciò unocchiata verso lingresso, poi tornò a fissare il tavolo.

Sì, ho visto.

So che ti piace quella di susine.

Mi piaceva. Una pausa. Mi piace.

Cera qualcosa, in quellerrore involontario sul verbo, che colpiva nel profondo. Come se Valeria stessa non sapesse esattamente più in quale tempo viveva.

Margherita pensò che capiva. Anche a lei capitava di parlarne al presente, poi sinterrompeva di colpo, lasciando una pausa che era peggio di qualsiasi parola.

Ho sentito che volevi andare da Tamara, a Parma disse Margherita.

Sì, volevo. Ma non sono ancora andata.

Che aspetti?

Sai, Valeria fece un vago gesto della mano le solite cose.

Margherita la fissò negli occhi. Nessuna delle due aveva realmente impegni. Era lappartamento, che Valeria non voleva lasciare solo. La paura di tornare e trovare il vuoto. O forse, paura più ancora, che Tamara la compatisse, e lei non sapeva reggere la compassione.

Signora Valeria, la voce di Margherita si abbassò, più contenuta, più seria non sono venuta per i documenti. È la verità.

La verità, ripeté Valeria, senza capire se ci credeva davvero o se ripeteva solo le sue parole.

Capisco che ti sei arrabbiata con me.

No, non sono arrabbiata.

Va bene.

Non capisco, piuttosto adesso, nella voce di Valeria, cera qualcosa di vero, uno squarcio involontario Non capisco come si fa così. Sei mesi, e tu hai già come dire, sei andata oltre. Io, io sono ancora qui.

Margherita non provò neppure a correggerla. Non disse non è così come credi, non replicò. Rimase semplicemente seduta.

Ti ho vista, continuò Valeria Lidia, la vicina, ti ha visto anche lei. Eri con qualcuno in un bar, ad agosto. Sulla Via Garibaldi.

Era un collega. Lavoravamo insieme su un progetto.

Un collega di nuovo quelleco.

Sì.

Valeria si alzò e andò alla finestra. Guardava la pioggia e il lampione, voltando le spalle allinterno.

Leonardo ti amava disse. Forse più di quanto tu abbia mai capito.

Lo sapevo.

Non ne sono certa.

Margherita strinse la tazza. Dentro, qualcosa vacillò in lei, come lombra del lampione sul davanzale. Sentì dessere a un passo di dire troppo, e perciò tacque.

Non penso tu sia cattiva disse allora Valeria, sempre voltata Non lo penso. Penso solo che sei ancora giovane, quarantadue anni, tutta la vita davanti. Io ne ho sessantotto. E avevo un figlio. Uno solo.

Lo so.

Non cè più. E tu arrivi con la confettura.

Sarebbe potuta sembrare una cattiveria, se non fosse stata così spietatamente vera. Margherita quasi provò gratitudine, a modo suo, per quella precisione impossibile da spiegare.

Non so come fare altrimenti disse. Non sono brava con le parole. E presentarmi a mani vuote sarebbe stato anche peggio.

Valeria si voltò. La esaminò, attenta.

Hai pianto, prima di salire?

Un po.

Sulle scale?

Eh, sì.

Il viso di Valeria, impercettibilmente, si ammorbidì. Tornò a sedersi.

Siamo due sciocche, dichiarò.

Fu il primo momento della serata davvero libero da sottintesi.

Rimasero in silenzio. La pioggia si era fatta più fitta, ormai vera, forte, riconoscibile.

Raccontami, disse Margherita cosè che ti pesa tanto nel testamento Non lavvocato, tu, di persona.

Valeria la guardò con sorpresa, un accenno fugace, come non si aspettasse che qualcuno potesse voler ascoltare da lei invece che dalle carte.

È questappartamento, disse. Lappartamento di mio figlio. Labbiamo comprato io e Stefano, suo padre, con anni di sacrifici. Otto anni ci sono voluti. Era giovane, Leonardo, volevamo che avesse il suo. Lui visse qui, tu hai vissuto qui: non è che la colpa sia tua. Ma ora, con le carte

Passa a me, secondo il testamento, completò Margherita.

Non eravate sposati.

Abbiamo vissuto insieme sei anni.

Lo so. Ma ho la sensazione che Leonardo avrebbe voluto un altro coinvolgimento per me. Non credo avrebbe voluto lasciarmi fuori così.

Ha scritto lui il testamento, Signora Valeria. Di suo pugno.

Lo so che lha scritto lui. Pausa. Forse aveva ragione. Non lo so più. Allinizio ero arrabbiata. Ora non più. Solo, non capisco.

Cosa?

Perché allora vuoi tenerlo? Hai detto a Lidia, la figlia di Lidia, che magari cambi casa. Che lì, da sola, è troppo. Perché allora non lasci?

Margherita la fissava.

Era quello che pensavo a luglio, quando stavo male. Non so ancora cosa farò.

Se lo vendi iniziò Valeria.

Non ho intenzione di venderlo.

Ma se un giorno cambierai idea… insistette Valeria me lo diresti prima a me, non agli estranei?

Lì Margherita capì. Non era questione di metri quadro, di soldi. Era questo, questo diritto sottile a non sentirsi estranea. Di ricevere la notizia prima di tutti, di tenere un filo con suo figlio attraverso quella donna che aveva vissuto nella sua casa, nella sua cucina, lo aveva conosciuto in modo diverso da una madre, e diverso non vuol dire meno, vuol dire ineluttabile.

Te lo direi a te, per prima. Promesso.

Valeria annuì, secca. Si versò altro tè.

Hai mangiato oggi? chiese.

Stamane.

Solo stamane Si alzò e aprì il frigo. Ho fatto il brodo con i fili dangelo. Lo mangi?

Sì.

Mentre Valeria scaldava la pentola, Margherita la osservava di spalle. Pensava che, in unaltra vita, tutto poteva andare diversamente. Forse sarebbero potute andare insieme a pescare funghi, o festeggiare insieme le feste, chiamarsi per una sciocchezza. Forse no. Forse sarebbero state così comunque, sempre un po lontane, troppo diverse per diventare intime, ma non abbastanza distanti da potersi ignorare.

La minestra era come quelle di casa: carote, cipolle, pasta sottile e un po di prezzemolo. Perfetta nella sua semplicità.

Buona, disse Margherita.

Non esagerare.

È buona davvero.

Valeria mangiava in silenzio. Poi, senza alzare lo sguardo:

Sai che in ospedale ti cercava? Leonardo. Lo sapevi?

Margherita smise di muovere il cucchiaio.

Cosa?

Sei partita in aprile. Dicevi per un congresso. Lui era ricoverato, io andavo spesso, e chiedeva sempre quando tornavi. Io rispondevo non so. Lui diceva, doveva tornare oggi. Poi, domani. Poi, dopo.

Margherita posò il cucchiaio.

Sono tornata subito, appena saputo.

Lo so. Alla fine Valeria la guardò davvero. Non per rimprovero. Solo perché tu lo sappia.

Perché?

Non so. Così qualcuno lo sa, oltre a me.

Era sincera. Margherita sentiva la bocca asciutta, anche dopo il brodo. Bevé dalla tazza: ormai era freddo.

Non mi raccontava mai di avere paura, disse. Pensavo fosse sereno, che vivesse le cose come venivano. Credevo stesse meglio se non stavo sempre lì, a fargli il fiato sul collo.

Non amava la pietà, Leonardo.

Esatto. Per questo pensavo di fare il meglio.

Forse lhai fatto. Forse no. Come si fa a saperlo ormai?

Quel come si fa restò nellaria, silenzioso e pesante.

Margherita aiutò a sparecchiare, anche se non era necessario. Lavavano, asciugavano, i movimenti così consueti da sembrare antichi: nessuna ne parlò, ma forse pensavano lo stesso.

Poi Valeria tirò fuori dal mobile una scatola di biscotti. Non quelli buoni per gli ospiti, quelli secchi, rimasti in fondo alla confezione, comprati alla panetteria sociale tra Corso Italia e via Po.

Lidia dice che dovrei iscrivermi a un circolo, riferì Valeria. Quelle signore pensionate che dipingono ad acquerello, al Centro Civico il giovedì.

E tu, ne hai voglia?

Mah, fa ridere, alla mia età.

Perché?

Boh

È proprio ora che bisogna farlo, disse Margherita. Sul serio.

Valeria la fissò con una smorfia sottile.

Sembri unassistente sociale.

E tu parli come se ne avessi cento di anni.

Ne ho sessantotto.

Non sono cento.

Valeria prese un biscotto, ne mangiò un pezzo.

Sempre indaffarata: Stefano, poi Leonardo, lavoro, e i nipoti dovevano arrivare, ma niente. Non so star ferma. Dipingere acquerelli è star ferma.

Forse dovresti provarci.

Facile a dirsi.

È difficile parlarne, credimi. Anche per me non è semplice.

Valeria la guardava:

Che fai, ti iscrivi anche tu?

No Ma anche a me serve qualcosa. Ho lavoro, amiche, tutto. Torno a casa e non so dove mettermi. Siedo e penso che magari lui apriva la porta con una delle sue battute sceme e tutto si sistemava.

Silenzio.

Eh sì, di scemenze ne diceva, sorrideva Valeria.

Eccome.

Arrivava e diceva: Mamma, da piccolo pensavo che i ghiri fossero ghiaia piccola. Ma che parola è, ghiaia? Do lha sentita?

A me disse che lelefante in mongolo si dice zaan e che fa ridere perché sembra uno che si dà arie.

Valeria rise piano, incredula, come chi non prevede di ridere proprio ora.

Madonna santa, da dove li tirava fuori.

Leggeva tanto.

E come. Dai cinque anni col libro in mano non lo toglievi dal tavolo.

Mi mostrava la foto: in campagna, aveva otto anni, coi libri in mano e tutti gli altri a giocare.

Quella casa me la ricordo. Valeria trasalì, fissando un punto che stava solo nella sua memoria. Stefano lavorava nellorto, sempre. Leonardo leggeva. Mi dicevo: che razza di figlio! Poi ci ho fatto labitudine.

E cosa leggeva, a otto anni?

Romanzi di mare, di capitani. Il mare vero lo vide solo a sedici anni. Rimase lì incantato. Stefano gli chiede: allora, che ne pensi finalmente? E lui risponde: Non è come nei libri. È più piccolo.

Margherita sorrise: conosceva quella storia raccontata da Leonardo in modo diverso. Chissà quale versione fosse quella vera, chissà se ne esisteva una sola.

Parlavamo spesso di Stefano, confidò Margherita. Gli mancava.

Stefano, Stefano Romano, era morto sei anni prima. Leonardo e Margherita non lo avevano mai conosciuto insieme.

Già, rispose solo Valeria. Gli mancava.

Anche a te?

Tutti i giorni. La voce era atona, ma quieta, come chi ha già trovato la sua pace. Ci si abitua. Ma manca. Non è un paradosso.

No. Non lo è annuì Margherita.

Restarono zitte.

Raccontami di lui bambino, chiese infine Margherita. So poco di quel periodo, lui non amava parlarne.

Valeria la fissò.

Perché vuoi saperlo?

Voglio sapere, finché cè qualcuno che può raccontare.

Era un po ruvida, quella frase, e Margherita se ne accorse. Ma decise di lasciarla lì.

Valeria stette zitta un minuto. Poi si alzò e tornò dalla camera con una scatola da scarpe, di quelle che si tengono su in alto.

È la sua roba, spiegò. In settembre lho riorganizzata. Qualcosa lho dato via, qualcosa resta.

Aprì la scatola: quaderni, piccoli giochi di plastica, disegni. Margherita ne prese uno, lo aprì: la calligrafia infantile, storta, meticolosa. Leonardo Romano, Seconda Elementare.

Oddio, sussurrò.

Ecco, fece Valeria. Io dico sempre così.

Sfogliarono insieme. Valeria raccontava, Margherita ascoltava: di quella volta che da piccolo tentò di camminare sulle mani e andò in giro con il bernoccolo per una settimana; la storia del gatto, arrivato di nascosto, malvisto da Stefano, poi diventato di casa, poi sparito da solo ha deciso di vivere dove vuole, è un suo diritto, disse Leonardo, serio. Della perfetta decisione, a quattordici anni, di voler fare linformatico: Così non devo uscire e lavoro in ciabatte.

E veramente lavorava in ciabatte, rise Margherita.

Promessa mantenuta.

Era quasi mezzanotte quando Margherita guardò lorologio.

Devo andare, rischio di perdere lultimo tram.

Resta, disse Valeria, sorpresa lei stessa. Nel divano della camera. Preparo subito.

Mi sembra di disturbare

Disturbi chi?

Margherita la fissò. Valeria guardava altrove, come se la proposta le fosse sfuggita senza controllo.

Va bene, grazie.

Mentre Valeria sistemava i cuscini, Margherita lavava le tazze. Restava ferma davanti al lavandino, dietro la finestra scura, con il riflesso della luce e della sua ombra. Tre mesi fa, questa sera non lavrebbe nemmeno immaginata: la minestra fumante, i quaderni, quel resta pure.

Pensò che con i parenti, dopo un lutto, resta un vuoto che nessun avvocato può risolvere. Un vuoto che richiede solo di esserci, con o senza confettura, seduti in attesa che piano piano si ricomponga in qualcosa di affrontabile.

Non sapeva se si sarebbe davvero ricomposto. Ma sentì che quella sera qualcosa era cambiato.

La camera era la stessa di sempre, dovera già capitato di dormire con Leonardo quando venivano insieme. Lo stesso divano, un po schiacciato da un lato, coperta a quadri che Valeria chiamava marrone ma che era in verità più terracotta. Margherita si distese, guardò il soffitto.

Sulla mensola libri quasi tutti di Stefano, vecchi, il dorso scolorito: Il Gattopardo, Il Giorno della Civetta, volumi di storia. Un libriccino sottile, visibilmente diverso dagli altri. Margherita si alzò, lesse: Lettere da nessun luogo, autore ignoto. Non laveva mai letto. Lo aprì: nella prima pagina una dedica, inconfondibile calligrafia di Leonardo. A mia madre, buon compleanno. Leggi piano. Ti voglio bene.

Margherita chiuse il libro, lo rimise al suo posto. Rimase a fissarlo, nel buio.

Nel silenzio della casa sentiva i passi lenti di Valeria, il cigolio della tavola, lo scroscio leggero del rubinetto: la vita che malgrado tutto, continua, sfida le assenze, e prosegue.

La mattina dopo, Valeria preparò la polenta davena. Margherita entrò in cucina che già le posava davanti la scodella. Di fianco, un bicchiere di succo darancia: una sorpresa. Oltre la finestra, cielo dottobre grigio, i rami ormai spogli.

A che ora hai il lavoro? domandò Valeria.

Alle dieci. Ho tempo.

Lo so che ce la fai, sei vicina. Vai in metro?

Sì.

Terza fermata, mi pare.

Ti ricordi, disse Margherita, stupita.

Leonardo me lo ripeteva.

Margherita assaggiò la polenta. Salata, non dolce, con burro. Così la cucinava sua madre, ma era tanto che non la mangiava così. Era come ritrovare per un attimo una parte della sua infanzia dimenticata.

Voglio mostrarti una cosa disse Valeria Trovatami riordinando, lho tenuta. È sua, dai tempi delluniversità; lui non fece il servizio militare, ma ci andò per esercitazioni e da lì mi aveva scritto. Solo per fartela vedere, non è da tenere, ma perché tu sappia come sapeva scrivere.

Tirò fuori una lettera, tre facciate fitte, scritte in piccolo. Margherita la lesse piano, come suggerito da Leonardo in quella sua dedica.

Leonardo raccontava dellalba umida nella pianura, dei pioppi immersi nella nebbia, e pensava che tutto finisce, si muove, tranne quei pioppi che restano, e di come sia bello che ci sia qualcosa che resta. Scriveva che desiderava solo i dolci della mamma, che gli mancava il silenzio della sua stanza.

Era un altro Leonardo, più giovane, tenero, come non indurito da quello che la vita gli aveva poi dato.

Posso copiarla o fare una foto? Solo per me.

Valeria la guardò.

Tienila tu, disse finalmente. Non mi serve più.

È tua.

Prendila, Margherita.

Margherita ripose la lettera nella busta, la chiuse, la mise in borsa. Avrebbe voluto aggiungere qualcosa, ma non trovò le parole, e le lasciò doverano.

Lavarono i piatti insieme, come la sera prima. Stavolta cera più sintonia, una piccola sincronia nei gesti.

Tu vai davvero da Tamara, disse Margherita Lappartamento non scappa. Ma Tamara secondo me aspetta.

Mi ha chiamato la scorsa settimana. Dice che la trascuro.

Allora vai.

Vedremo.

Signora Valeria

Ho detto, vedremo.

Margherita appese lasciugamano al gancio.

Posso tornare qualche volta? Se non dà fastidio. Ogni tanto.

Valeria chiuse il rubinetto, prese il canovaccio tra le mani, contemplando il lavandino.

Torna, disse infine Farò il brodo.

Con la pasta fina?

Se non preferisci lorzo.

Va bene la pasta fina.

Allora è deciso.

Margherita si vestì. Valeria la accompagnò fino al portone. Margherita indossò il cappotto, prese la borsa, si voltò.

Grazie per la notte.

Va bene. Muoviti, che sennò arrivi tardi.

Margherita afferrò la maniglia, poi esitò.

Quel libro di Leonardo, sulla mensola Lhai letto?

Ho cominciato, Valeria fece una pausa. Vado lenta.

Lui ha scritto Leggi piano.

Sì, lho visto. E dopo un istante Voleva bene anche a me, forse.

Margherita fece un cenno, aprì la porta.

A presto.

A presto, disse Valeria.

La porta si chiuse. Margherita rimase per un attimo sul pianerottolo e ascoltò il clic della serratura. Non subito, con qualche indugio, come se Valeria fosse dietro a sentire.

Nella tromba delle scale cera odore di umido e di vernice. Una lampadina tremolava, ma non si spegneva. Margherita scese piano, tenendosi al corrimano.

Fuori, ottobre color piombo e gente che andava al lavoro. Da qualche parte una macchina strombazzava. I piccioni passeggiavano solenni sui marciapiedi. Tutto come sempre, tutto apparentemente indifferente a quella notte, eppure connesso.

In cammino verso la metro, Margherita pensò che la riconciliazione non arriva in un istante: non è un atto, né una decisione. È forse solo questo: una minestra, dei quaderni, una notte su un divano daltri, un asciugamano, una lettera in fondo alla borsa.

Non sapeva cosa sarebbe successo. Non sapeva cosa potessero essere lei e Valeria, in quel nuovo stato senza nome. Non suocera e nuora, non conoscenti, non amiche. Solo due persone unite da una memoria comune, dallamore per lo stesso uomo, ciascuna a modo suo.

La lettera rimaneva nella borsa. Decise che non lavrebbe riletta prima di sera, a casa, con luce buona.

Scese in metropolitana. Le porte si aprirono e richiusero. Il treno partì.

Qualche fermata prima di quella giusta, prese il telefono e scrisse a Valeria un messaggio: Arrivata bene. Grazie per la colazione.

Risposta dopo venti minuti, ormai in ufficio, mentre si cambiava per la riunione:

Prego. Confettura lho messa nella credenza.

Margherita chiuse la chat, tolse il cappotto.

In corridoio, qualcuno rideva forte, senza motivo. Dalla finestra dellufficio si vedeva una fetta di cielo, chiaro e quasi bianco. Forse, pensò Margherita, stasera arriva il sole. Forse no. Ottobre non si può prevedere.

Andò in riunione.

Il venerdì sera, tre giorni dopo, Valeria la chiamò al telefono. Margherita stava scaldando la cena, rispose al terzo squillo.

Vado da Tamara, disse Valeria, niente saluti. Domattina.

Bene, rispose Margherita.

Sto via dieci giorni.

Va bene.

Pausa.

Ti dà fastidio che abbia chiamato?

No. Mi fa piacere.

…Allora nulla.

Saluta Tamara.

Lo farò. Pausa ancora. Margherita.

Sì?

Sulla mensola. Nella stanza dove hai dormito. Prendilo anche tu quel libro, quando e se tornerai. Era di Leonardo. Tienilo tu.

Margherita restò davanti ai fornelli, col cucchiaio in mano. La cena sul punto di bollire.

Daccordo, lo prenderò.

Basta allora, vado a preparare le valigie.

Buon viaggio.

Grazie.

Pausa, quella di chi non sa come colmare i silenzi, e si accorge che a volte dicono tutto.

Arrivederci, disse Valeria.

Arrivederci.

Margherita abbassò la fiamma, appoggiò il cucchiaio. Guardò fuori, nel buio punteggiato dai lampioni.

Da qualche parte, a Parma, Tamara forse già mise a scaldare qualcosa per larrivo. Da qualche parte, sulla mensola, cera il libro con la dedica Leggi piano e Ti voglio bene. Da qualche altra, una credenza di cucina custodiva un vasetto di confettura di susine.

Forse era tutto ciò che resta: non le carte del notaio, né i metri quadri. Solo questo: confettura in uno scaffale estraneo. Una lettera in una busta. Una frase lanciata a sproposito che però, proprio per questo, arriva dove deve arrivare.

Margherita prese il cucchiaio e mescolò la minestra.

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four × two =

Non lascerò mai il suo appartamento
Mio marito mi ha lasciata. La suocera lo scopre e viene a trovarmi.