Ti aspetterò

Aspetterò

Nicolò, per favore, evitiamo i giri di parole, tagliò corto Giulia. So bene cosa è successo sei mesi fa e

Lo sai?! lui prima sgranò gli occhi, poi sbiancò come una mozzarella.

Giulia, sinceramente, se lo aspettava. La sua reazione non la colse di sorpresa. Ma non le bastava: doveva arrivare fino in fondo alla questione.

*****

Giulia avanzava per le strade di Bologna col viso perso nei pensieri, ignorando il viavai del pomeriggio.

Signorina, perché non ci conosciamo? gridò da vicino al distributore di caffè un ragazzo coi capelli spettinati.

Giulia neanche lo guardò. Gli approcci casuali in strada la annoiavano più della coda in posta.

Vabbé, continua pure a rovinarti la giornata! borbottò, offeso il ragazzo, evidentemente non nuovo ai due di picche.

Lei tirò dritto. Che gliene importava di quel tipo? Aveva già abbastanza per la testa.

Tra due settimane era Capodanno, ma lidea di festeggiare proprio non la solleticava. Primo: non aveva nessuno con cui farlo, visto che viveva a Bologna da poco e nuovi amici manco lombra. Secondo: aveva la testa altrove.

Il lavoro da giornalista alla Gazzetta dellEmilia se lera sudato, era lì da appena tre mesi, ma già le stavano strofinando la porta duscita sulla faccia.

Giulia, siamo una delle testate più rispettate della regione, laveva accolto quella mattina il direttore, Antonio Ferraro. Ci vuole unesclusiva, mica gli articoletti strappalacrime su gatti randagi e cani abbandonati. Non so se sei la persona giusta

Ma dottor Ferraro! Ho fatto le valigie e lasciato il mio paese per lavorare qui da voi, Giulia si morse il labbro per non piangere.

Capisco, però facciamo così: ti concedo unultima chance. Hai due settimane per scrivere qualcosa di interessante, prima di San Silvestro. Altrimenti, addio contratto.

Ho capito, annuì lei, col cuore stretto.

E ora eccola lì, col respiro che si vedeva nellaria gelida, a spremersi le meningi su un articolo che potesse convincere il direttore.

Ma su cosa scrivere? Dove trovare, in due settimane, qualcosa di esclusivo e avvincente? Lei non conosceva ancora quasi nessuno, manco a raccomandazioni stava messa male.

Si fermò al semaforo, in attesa che scattasse il verde pedonale. In testa, solo pensieri sbiaditi e confusi.

Aveva una mezza idea: passare al commissariato, miracolosamente pescare qualche notizia interessante. In genere i poliziotti sono allergici ai giornalisti, ma la speranza, si sa, è lultima a morire.

Al semaforo, Giulia guardò a sinistra, poi a destra come le insegnava la mamma e fece per attraversare contando mentalmente i secondi al verde, ma si arrestò di colpo.

Poco più in là, su un marciapiede ricoperto di nevischio, sedeva un giovane gatto rosso. Nulla di eccezionale: un normalissimo gatto di strada.

Però, i suoi occhi brrr Quei due fari gialli sembravano scavati dalla tristezza. Cera più disperazione che speranza: occhi di chi ha perso ogni senso della vita.

A Giulia sembrò addirittura che il micio, disperato, stesse per farla finita buttandosi sotto una macchina. Stava aspettando solo che le auto ripartissero e

Ma signorina, vogliamo andare o no? sbuffò una donna con la busta della spesa, stringendo un bambino per mano.

Giulia si scostò, lasciando passare la folla, poi tornò verso il gatto. Quel povero rosso, se davvero aveva brutte intenzioni, avrebbe fatto i conti con lei. Non esiste, la vita merita di essere vissuta sempre.

Si avvicinò al micio, che manco si scomponeva. Testa bassa, lo sguardo oltre la città, apatico.

Ciao, peloso! gli sorrise Giulia. Aspetti qualcuno o mediti sulle ingiustizie del traffico urbano?

Silenzio di tomba. Ehi, nemmeno un miao?!

Non una reazione, niente. Un silenzio così, che veniva voglia di piangere. Non dagli occhi: proprio dallanima. Il gatto era lì, immobile, indifferente anche quando lei lo accarezzò sul pelo rossiccio.

Ma che ti prende, eh?

Hai mai guardato Hachiko? domandò improvvisamente una signora anziana da un chioschetto di lane e calzettoni.

Sì, e? rispose Giulia.

Beh, questo qui è il nostro Hachiko bolognese. Solo versione felina: lo chiamiamo Gattiko.

Noi?

Io e qualche anima buona che gli porta da mangiare da mesi. Starà qui da sei mesi, sempre in questo punto, aspettando il suo umano che lo ha scaricato.

Sei mesi?! Giulia sgranò gli occhi, sconvolta.

Esatto. Non si sposta mai. Oramai è la mascotte di via Rizzoli, poveretto.

Giulia fumava rabbia per il tipo che lo aveva lasciato lì. “Ma come si fa a mollare così un gatto fedele? Che razza di persona”

Senta, lo adotto io! esclamò lei piena di convinzione, provando a prenderlo in braccio.

Lascia stare rise gentile la nonna. Ci abbiamo già provato in dieci e nessuno ci è riuscito. Neanche io! Lui non vuole saperne di muoversi.

Con rassegnazione la donna sospirò:

O scappa, o si divincola e torna subito qui. Aspetta qualcuno, questo è poco ma sicuro.

Giulia lo fissò. Che pena! Avrebbe voluto portarselo a casa, scaldarlo, riempirlo di pappe. Ma appena tentò di prenderlo, il micio lanciò un sibilo feroce.

Meglio lasciar perdere, se non voleva farsi graffiare.

Te lho detto: niente da fare, ripeté la nonna. Lunica è nutrirlo, così almeno non muore di fame.

Giulia guardò il gatto, con le lacrime agli occhi. Non aveva mai saputo leggere i pensieri dei mici, ma quella volta sentiva che lui da lì non si sarebbe mosso mai.

Aspettava. O il vecchio padrone, o chissà chi.

Senta, non sa cosa successe qui sei mesi fa? domandò Giulia alla nonna.

Non ho visto nulla. So solo che raccontano che un giovane fu investito proprio sulle strisce. Qualcuno dice che prima aveva lasciato lì il micetto, che poi se lè presa la sorte

Ben gli sta allora!

Mah, cara più di così non so. So solo che lambulanza è venuta a portarlo via: se si sia salvato o meno, vai a sapere.

Insomma, allora non è proprio inventata la storia! pensò Giulia, tornando verso casa a mani vuote e con la testa un po meno vuota.

Fece ricerche su internet: cercò notizie di quel famoso incidente sulle strisce in centro.

Poco, pochissimo. Solo una breve nota su un blog locale: il 16 giugno 2024, un giovane uomo ha attraversato col rosso le strisce ed è stato travolto da una Fiat Panda. Il conducente si dice innocente: Non lho proprio visto, è spuntato dal nulla.

Giulia sbuffò. Ma che razza di storia è questa? Correva talmente tanto da buttarsi sotto una macchina?! Dai, non torna Magari pensava che il micino lo seguisse?

Le vennero i brividi. Se era andata davvero così, altro che persona Eppure sentiva che qualcosa non quadrava.

*****

Giulia decise: avrebbe rintracciato quel ragazzo. Primo, la curiosità la divorava. Secondo, voleva guardarlo in faccia per dirgliene quattro.

Racimolare informazioni fu un incubo. Al commissariato niente da fare: Privacy, signorina, qui non si può.

Al massimo si lasciò sfuggire: Lhanno portato al Policlinico SantOrsola, so solo questo.

Fu allora che si ricordò: proprio lì lavorava come infermiera la sua ex compagna di liceo, Elisa. Un colpo di fortuna, per una volta.

Ma Giuli! Quanto tempo!, strillò Elisa per tutto il corridoio, abbracciandola.

Elisa. Non pensavo di rivederti mai più, disse secca Giulia.

Dai, ci sei rimasta ancora male per quella storia con Luca? Scusa, eh Tanto hai scampato un traditore seriale!

Vabbé, lasciamo perdere i tizi del passato. Puoi aiutarmi a trovare uno ricoverato da voi sei mesi fa? Coinvolto in un incidente. Vorrei nome, cognome e indirizzo.

Non dovrei borbottò Elisa.

Non dovresti, ma tra amiche, per recuperare un po di buon karma

Ok, vai tranquilla.

Dopo unora, Giulia aveva fra le mani un foglietto col nome del tipo: Nicolò Mici, indirizzo compreso.

Strano uno che si chiama Mici, ma non ami i gatti pensava, sorridendo amaro.

*****

Bussò a lungo alla porta, nessuna risposta. Ecco, sarà al lavoro. O magari ha cambiato casa dopo sei mesi.

Stava quasi per chiedere ai vicini, quando sentì dei passi dietro di sé.

Un ragazzo dal viso triste, belloccio a modo suo, la guardava perplesso.

Lei è Nicolò Mici? domandò Giulia, le mani sudate.

Sì. E lei chi sarebbe?

Sono Giulia, giornalista della Gazzetta. Dovrei farle giusto due domande.

Lei una giornalista? Ma cosa vuole da me, sono mica un influencer, io? Faccio il sistemista, sto più coi computer che con le persone.

La sua professione non centra niente. Mi regala cinque minuti?

Facciamo così: ho preso dei biscotti, ho il tè pronto. Venga che chiacchieriamo.

Dopo poco, Giulia si trovava seduta attorno al tavolo della sua cucina. Provava una voglia matta di rinfacciargli tutto ma quei suoi occhi sembravano quelli tristi di Gattiko. Coincidenza?

Ecco i biscotti disse Nicolò porgendole tè e dolcetti.

Grazie.

Allora, riparto con la domanda: di cosa vuole parlare? chiese lui.

Secondo lei non lo sa già? gli fece il filo Giulia, pungente.

Lui sirrigidì subito. Colpito e affondato.

Scusi, dovrei capirlo? domandò.

Su, Nicolò, evitiamo i sofismi, sbottò Giulia. So cosa è accaduto sei mesi fa e

Lei sa?! lui dapprima fu sorpreso, poi sembrò quasi impallidire.

Giulia continuò, determinata.

Sì, so tutto! E voglio dirle che è un gran vigliacco. Anzi, pochi sono come lei.

Nicolò si sedette, confuso.

Volevo solo guardarla negli occhi e dirle tutto. Lei ha lasciato un micino da solo per strada e lui la aspetta ancora. Lo capisce? La aspetta! E probabilmente per tutta la vita. E lei qui, tra tè e biscotti, come se niente fosse!

Giulia io mi dispiace, ma non ricordo nulla.

Lei scoppiò a ridere: Ma per favore! Poteva almeno inventarsi una scusa migliore.

No, dico sul serio Ho avuto unamnesia. Posso mostrarle il certificato medico.

Così fu, e tornò con tanto di foglio in mano.

Vede? Diagnosi: amnesia retrograda. Il dottore dice che ho dimenticato tutto di quei giorni. Solo grazie che mi ricordo come mi chiamo

Giulia lesse il foglio, sospirando: Pare non menta.

Quindi, non ricorda di aver avuto un micino?

Un micino? Non ricordo nulla, davvero. Qui in casa non ne ho traccia. Se lavessi avuto, mica sparisce la sabbia o le ciotole.

E sei mesi fa, chi viveva con lei? Qualcuno cera?

Sì, la mia ex, Lucia

Ecco. Bisogna chiedere a lei se cera il gatto!

Impossibile. Mha mollato mentre ero in ospedale. Ha lasciato solo un bigliettino.

Giulia lesse il biglietto e pensò: “Meglio, uno così non si merita una come lei!”.

Però la chiami! Hai il numero?

Sì, ma non so cosa possa dirle.

Chiama. E metti il vivavoce, grazie.

Nicolò compose il numero.

Lucia, ciao sono io.

Nicolò, che vuoi? Ti avevo detto tutto col biglietto: non tornare a farmi la corte!

No, senti, era per altro sono confuso. Ma abbiamo mai avuto un micino in casa?

Oh santo cielo, ma ti sei bevuto il cervello? Un gatto? Mai nella vita! E ci tengo: se prendevi un gatto da strada, io ti lasciavo seduta stante! Te lavevo detto.

Ma che cafona Giulia, esasperata, chiuse la chiamata.

Addirittura! Nicolò rimase perplesso: Vabbé, allora avete sentito: nessun gatto.

Ok: ora ti porto in un posto. Andiamo.

*****

Giunte in Piazza Maggiore, Giulia scorse subito quellinconfondibile pelo rosso, il gatto che andava e veniva sul marciapiede. Occhi tristi come sempre.

Anche Nicolò lo vide, un po smarrito.

Siamo qui perché? chiese lui.

Seguimi.

Il gatto, vedendoli, si accucciò di nuovo nella neve.

Questo è lui, il famoso Gattiko, sta aspettando qualcuno da sei mesi.

Ma io non

Fammi un favore: provi ad accarezzarlo? Solo per capire se ti riconosce.

Nicolò si abbassò, accarezzò il pelo folto. Si scostò dimprovviso.

Che è successo?

È stato come prendere la scossa.

Proprio allora il gatto si voltò, lo fissò. Nei suoi occhi una meraviglia incredula.

Forse ti ha riconosciuto, disse Giulia.

Trovato il padrone del gatto? domandò la nonna delle lane alle spalle.

Non so, ma pare di sì, rispose Giulia.

Il micio e Nicolò si fissarono ancora, poi, con un balzo, lui gli saltò in braccio, strofinandosi tra le sue mani.

A Nicolò, intanto, scendeva una lacrima. Non so, ma mi sembra di ricordarlo.

Solo questo?

Delusa, Giulia non sapeva più cosa pensare. Ma proprio allora, davanti al semaforo, un autobus stoppò di botto: dal mezzo scese il conducente.

Altri automobilisti protestavano col clacson, ma lui, ignorando insulti e gestacci, corse verso Nicolò, stringendogli la mano.

Ci conosciamo? farfugliò lui.

No, ma io ti ricordo. Sei tu che sei corso sulle strisce per salvare quel gattino. Ricordi?

No però lui sì, credo

Sei un grande! disse commosso lautista.

Giulia lo implorò di raccontare.

Allora, ascoltate: il micino aveva attraversato il viale, il guidatore dellauto vide il gatto e accelerò voleva proprio investirlo! Ma questo ragazzo si è precipitato, lo ha preso e ha lanciato il gatto sul marciapiede. Lui non ce lha fatta a scappare e lauto lha preso in pieno. Per mesi ho pensato che fossi morto, invece guardati qua. Un miracolo.

Alla fine la verità venne fuori.

Nicolò, scusa se ho pensato male. A volte sentire i pettegolezzi fa più danni che altro. E io insomma, mi dispiace.

Nessun problema, lui sorrise. Limportante è che Gattiko stia bene.

Lo prendi con te?

Ma certo! Se lui viene, lo porto via. Che dici, vieni con me? domandò al gatto.

Lui ovviamente non parlava, ma le fusa e il modo in cui gli saltò in braccio dissero tutto.

*****

E così finì la storia del gatto rosso che aveva aspettato tutta la vita il suo umano: lo trovò. E scelse di stare insieme, qualsiasi cosa succeda.

Giulia chiuse il laptop. Beh, direi che ho fatto un buon lavoro.

Nicolò, vuoi leggere larticolo prima che lo pubblico sui social? lo chiamò dalla cucina.

Nicolò mise Gattiko sullo sgabello, lo accarezzò e sorrise:

Giulia, mancano poche ore a Capodanno. Che ne dici se lo passiamo insieme?

Hai ragione. Ho pensato solo a scrivere larticolo, quasi mi dimenticavo di noi due. Hai bisogno di una mano?

Beh, qualche insalata, le patate, il pollo Dai, apparecchiamo!

Così quella notte, Giulia, Nicolò e Gattiko festeggiarono il Capodanno insieme, con un piatto di tortellini, tante risate e il loro amico a quattro zampe a fare da mascotte. Il miglior capodanno mai vissuto.

Una nuova vita li attendeva, insieme.

E proprio alle 23:59, sulla pagina Facebook della giovane giornalista Giulia Rinaldi apparve il post: Aspetterò.

Larticolo esclusivo non lo fece in tempo a scriverlo per il capo e perse il lavoro, ma

Ma regalò ai lettori una storia vera, tenera, straordinaria.

Dopo le feste, la chiamò il direttore di un importante mensile nazionale. Vuole lavorare da noi?

Giulia chiese consiglio a Nicolò.

Ma certo! rise lui, e aggiunse che pure lui era stato promosso capo reparto IT.

Chissà, forse chi ama gli animali e rischia il tutto per tutto per loro, un po di fortuna la merita davvero.

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Ti aspetterò
Il vecchietto si alzò a fatica dal letto e, sorreggendosi al muro, andò nella stanza accanto. Alla luce soffusa della lampada notturna, guardò con occhi stanchi la moglie distesa: «Non si muove! Non sarà morta?», si inginocchiò. «Sembra che respiri». Si rialzò e andò lentamente in cucina. Bevve un po’ di kefir, passò in bagno. Poi tornò nella sua stanza. Si sdraiò, ma il sonno non venne: «Io e Lena abbiamo novant’anni. Quanto abbiamo vissuto! Presto moriremo, e non c’è nessuno accanto. La nostra figlia, Natalia, è morta che non aveva nemmeno sessant’anni. Massimo è morto in carcere. C’è la nipote, Oxana, ma vive in Germania da vent’anni. Di noi non si ricorda più. Avrà già dei figli grandi, chissà». Non si accorse di essersi addormentato. Si svegliò al tocco di una mano: – Costantino, sei vivo? – si sentì una debole voce. Aprì gli occhi. Su di lui chinata la moglie. – Cosa c’è, Lena? – Ti vedevo immobile. Mi sono spaventata, ho pensato fossi morto. – Sono ancora qui! Vai a dormire! Si sentirono passi strascicati. Un clic dal cucinino. Elena Ivanovna bevve un bicchiere d’acqua, andò in bagno e tornò nella sua stanza. Si sdraiò, pensierosa: «Così, un giorno mi sveglierò e lui sarà morto. Che farò? O forse morirò prima io? Costantino ha già pensato persino al nostro funerale. Non avrei mai immaginato che si potesse organizzare il proprio funerale! Ma forse è meglio così. Chi ci seppellirà? La nipote si è proprio dimenticata di noi. Solo la vicina, Paola, entra ogni tanto. Ha le chiavi di casa. Il nonno le dà diecimila euro dalla nostra pensione. Lei ci fa la spesa e compra le medicine. E noi dal quarto piano da soli non scendiamo più». Costantino Leonidovich aprì gli occhi. Il sole filtrava dalla finestra. Uscì sul balcone. Vide la cima verde del ciliegio selvatico. Gli spuntò un sorriso: «Ecco, siamo arrivati all’estate!» Andò a chiamare la moglie. Lei era seduta sul letto assorta nei pensieri. – Lena, basta malinconia! Vieni, ti faccio vedere una cosa. – Oh, non ho più forze! – la signora si alzò a fatica – Cos’hai in mente? – Vieni, dai! La sorresse fin sul balcone. – Guarda, il ciliegio è verde! E tu che dicevi: non arriveremo all’estate. Ci siamo arrivati! – Davvero! E il sole splende. Si sedettero sulla panca del balcone. – Ti ricordi quando ti ho invitata al cinema? Eravamo ancora a scuola. Anche quel giorno il ciliegio era tutto verde. – Come dimenticare? Quanti anni sono passati? – Più di settanta… Settantacinque. Rimasero a lungo a ricordare la giovinezza. Tante cose si scordano con l’età – anche cosa hai fatto ieri – ma la giovinezza non si scorda mai. – Oh, ci siamo messi a chiacchierare! – si riscosse la moglie – E non abbiamo nemmeno fatto colazione. – Lena, prepara un buon tè! Basta con queste erbe! – Ma il medico ha detto di no… – Almeno un tè leggero, e un cucchiaino di zucchero. Costantino Leonidovich sorseggiò il tè leggero, gustando un piccolo panino al formaggio e ricordando i tempi in cui la colazione era tè forte, dolce, e magari un bombolone caldo o una pizzetta fritta. La vicina entrò sorridendo: – Come va? – A novant’anni, come vuoi che vada? – rise il nonno. – Se scherzate, tutto bene! Vi serve qualcosa? – Paola, compra un po’ di carne! – chiese Costantino Leonidovich. – Ma la carne non potete mangiarla. – Il pollo sì! – Va bene, vi preparo una minestra con i tagliolini! – Paola, prendimi qualcosa per il cuore, – chiese la vecchietta. – Elena Ivanovna, ve l’ho presa da poco! – È già finita. – Chiamo il dottore? – Non serve. Paola sparecchiò, lavò i piatti e uscì. – Lena, andiamo sul balcone a prendere il sole, – propose il marito. – Andiamo! Meglio dell’afa di dentro. Tornò la vicina. – Vi mancava proprio il sole, eh? – Che bello qui, Paola! – sorrise Elena Ivanovna. – Vi porto la pappa qui fuori, poi inizio la zuppa per pranzo. – È proprio una brava donna, – disse il nonno. – Che faremmo senza di lei? – E tu le dai solo diecimila euro al mese. – Ma Lena, le abbiamo lasciato la casa e il notaio ha già confermato. – Lei mica lo sa. Restarono così sul balcone fino a pranzo. Per pranzo: brodo di pollo, buonissimo, con carne a pezzetti e patate schiacciate. – Era la stessa minestra che facevo a Natalia e Massimo da piccoli, – ricordò Elena Ivanovna. – E ora, in vecchiaia, ce la devono fare altri, – sospirò il marito. – Vedi, Costantino, è il destino. Moriremo insieme, e nessuno piangerà per noi. – Basta, Lena, non pensiamoci! Andiamo a riposare! – Costantino, non a caso dicono: “Vecchio, bambino due volte”. Anche noi: zuppa passata, pennichella, merenda pomeridiana. Costantino Leonidovich dormì appena e si alzò, inquieto. Forse cambiava il tempo? Andò in cucina. Sul tavolo due bicchieri di succo, preparati con cura da Paola. Li prese e andò dalla moglie. Lei guardava pensierosa fuori dalla finestra: – Lena, perché sei triste? – sorrise il marito, – Bevi il succo! Lei prese un sorso: – Neanche tu riesci a dormire? – Colpa del tempo, la pressione sale. – Anch’io da stamattina mi sento male… Sento che mi resta poco da vivere. Mi raccomando, fammi un bel funerale. – Lena, non dire sciocchezze. Come farò senza di te? – Uno dei due, prima o poi, se ne andrà. – Basta, andiamo sul balcone! Restarono lì fino a sera. Paola portò le frittelle di ricotta. Mangiarono e poi si misero a guardare la TV, come ogni sera. I film nuovi non li capivano più troppo bene; meglio i vecchi film e i cartoni russi. Stasera guardarono un solo cartone. Elena Ivanovna si alzò dal divano: – Vado a dormire. Oggi mi sento stanca. – Allora vengo anch’io. – Fammi guardare bene! – chiese all’improvviso la moglie. – Perché? – Solo per guardarti. Si guardarono a lungo negli occhi. Forse pensavano ai tempi in cui erano giovani e tutto era ancora possibile. – Ti accompagno fino al letto. Elena Ivanovna prese il marito sottobraccio e andarono piano piano. Lui la coprì con cura, poi tornò nella sua stanza. Aveva un gran peso sul cuore. Non riuscì a dormire. Gli sembrava di non aver dormito affatto. Ma le cifre dell’orologio segnavano le due del mattino. Si alzò e andò in camera della moglie. Lei era distesa con gli occhi aperti, fissava il soffitto: – Lena! Le prese la mano. Era fredda. – Lena, che succede? Le-e-na! All’improvviso mancò il fiato anche a lui. Con fatica tornò nella sua stanza. Prese i documenti pronti, li posò sul tavolo. Tornò dalla moglie. La guardò a lungo. Poi si sdraiò accanto a lei e chiuse gli occhi. Vide la sua Lena, giovane e bella come settantacinque anni prima. Lei andava verso una luce lontana. Lui la rincorse, la prese per mano… Al mattino Paola entrò nella camera. Erano lì, abbracciati. Sui loro volti due identici sorrisi sereni. Ripresasi, la donna chiamò il 118. Il medico li guardò e scosse la testa, stupito: – Sono morti insieme. Si vede che si sono tanto amati. Li portarono via. Paola si lasciò cadere sulla sedia vicino al tavolo. E lì vide il contratto per il funerale… e il testamento a suo nome. Appoggiò la testa sulle mani e pianse.