16 giugno
Cesare, sono ancora viva.
Mi sono avvicinata piano, lasciandomi accarezzare dallacqua tiepida. Promettimi una cosa: non seppellirmi prima del tempo, ho sussurrato, mentre i colori del tramonto si riflettevano sul mare di Sorrento.
Cesare, guarda che meraviglia! ho esclamato con entusiasmo. La mia pelle abbronzata vibrava di energia sotto il sole italiano e i miei capelli castani, schiariti dai raggi, danzavano nel vento. Ho aperto le braccia, come per abbracciare il Mediterraneo infinito. Lo sapevo, questo mese sarà il più bello della nostra vita!
Accanto a me, sulla sabbia chiarissima, Cesare si è sistemato il cappello di paglia e mi ha rivolto un sorriso caloroso. Nel suo sguardo, però, si nascondeva unombra di preoccupazione. Non poteva scrollarsi di dosso lidea che questa potesse essere lultima occasione per riscoprire la felicità che credevamo perduta.
Sì, Alessandra, sarà davvero il più bello. Tu hai sempre ragione, ha risposto sforzandosi di mostrarsi leggero.
Ma le parole del medico, due mesi fa, pesavano ancora su di noi: Carcinoma avanzato, due o tre mesi al massimo. È per questo che siamo arrivati qui, sulla costa sorrentina. Non volevo arrendermi davanti alla malattia. Ho scelto di vivere davvero.
Dai, tuffiamoci! ho detto brillando negli occhi e gli ho preso la mano. Dai Cesare, non abbatterti! Ti ricordi quando da ragazzi saltavamo nel Tevere a casa della nonna? Avevi paura che la corrente si portasse via il costume!
Cesare ha riso, e per un momento la pesantezza si è sciolta. Sapevo come strapparlo alla malinconia.
Non avevo paura, ero solo prudente, ha scherzato lui. E va bene, tuffiamoci, ma se uno squalo mi mangia, sarà solo colpa tua!
Ridendo come due ragazzini, ci siamo buttati nellacqua salata. Ho giocato tra le onde, lui mi osservava senza riuscire a distogliere lo sguardo; sentivo la sua inquietudine, ma anche tutto lamore che provava per me. Perdere una persona così ti sembra impossibile eppure terribile.
Lamore ti tiene a galla, anche quando pare che il tempo stesso sia contro di te.
La nostra storia è iniziata in terza superiore, in un piccolo paese della campagna umbra. Mi sono trasferita lì dalla vicina Foligno e, sin dal primo giorno di scuola, mi sono sentita un po fuori posto ma anche incuriosita. Cesare era alto, goffo, spesso con un libro sotto il braccio; mai avrei pensato che avrebbe notato una come me. Ma alla festa di fine anno, lui si è fatto coraggio e mi ha invitata a ballare un lento.
Sei diverso dagli altri, gli avevo detto guardandolo negli occhi. Non provi a fare il bullo.
E tu non hai paura che ti distrugga i piedi aveva ribattuto lui con un sorriso. È stato allora che siamo diventati amici.
Finite le scuole, Cesare si è trasferito a Milano per studiare ingegneria; io, invece, sono andata a Firenze a lettere moderne. Ci scrivevamo lunghe lettere, aspettando con ansia le vacanze per poterci rivedere. La distanza aveva rafforzato i nostri sentimenti. A ventidue anni, appena laureati, ci siamo sposati. La festa è stata semplice, nella sala comunale addobbata con fiori di stoffa. In sottofondo, le canzoni di Lucio Dalla. Eravamo felici; il resto non contava.
Poi la vita è diventata normale, a tratti dura. Un piccolo appartamento in affitto, tanti lavori precari, il sogno di una casa tutta nostra e di aprire una caffetteria. Piccoli litigi su chi dovesse lavare i piatti, chi aveva dimenticato di pagare la bolletta. Una sera, esasperato, Cesare ha urlato:
Forse dovremmo lasciarci!
Mi sono seduta in silenzio, il cuore stretto. Poi ho mormorato:
Ti amo troppo per lasciarti andare. Proviamo a cambiare insieme.
Abbiamo iniziato a dedicare una giornata ogni settimana solo a noi due: niente lavoro, niente cellulari, niente nervosismo. Passeggiavamo, bevevamo una tisana in terrazzo, ci raccontavamo aneddoti delluniversità. E così il nostro amore è rifiorito, come una pianta che rispunta dopo linverno.
Cinque anni dopo abbiamo finalmente comprato una casa col giardino e aperto la nostra caffetteria. Poi sono arrivate le gemelle: Elena e Marta, due piccoli uragani che hanno portato una ventata di caos gioioso nella nostra vita. Alessandra, mia moglie, era una madre meravigliosa: dolce e paziente, sempre pronta a inventarsi favole della buonanotte. Spesso mi dicevo: Ma quanto sono fortunato?
Il tempo, però, passava. Le ragazze sono cresciute e sono andate a studiare fuori, lasciando la casa vuota. Per non sentire il vuoto abbiamo deciso di aprire una seconda caffetteria, lavorando a ritmi folli senza mai fermarci. E poi, un pomeriggio, Alessandra è sbiancata ed è crollata davanti alla macchina del caffè.
Ale! Alessandra, svegliati! urlavo, tremando. Quando è arrivata lambulanza sembrava solo stanchezza, così diceva lei: Solo stanca, Cesare. Passerà.
Ma il giorno dopo è svenuta di nuovo. La diagnosi, in ospedale, è arrivata come una sentenza: tumore, irreversibile, massimo due mesi.
A casa, ormai serena, Alessandra ha detto:
Non chiamare le ragazze. Non voglio che mi vedano così. Portami al mare. Era il nostro sogno, ti ricordi? Spiaggia, cocktail, danzare sotto le stelle. Viviamolo ora.
Non ho avuto la forza di oppormi. Avrei fatto di tutto per esaudire il suo ultimo desiderio.
Cesare, dove sei andato? mi ha spruzzato con lacqua, riportandomi bruscamente nel presente. Ehi, lo vedo che vaghi con la testa!
Sono qui, ho sorriso nascondendo le lacrime, immergendomi sotto le onde. Pensavo a ieri, quando mi hai battuto a scala quaranta. Che colpo basso!
Non distrarti! ha riso lei, una risata che si allargava sullacqua. Stasera andiamo in trattoria dove fanno musica dal vivo? Voglio ballare fino a sfinirmi!
Sei sicura? Non sarebbe meglio riposare? ho osato, cauto, ma lei non sopportava allusioni alla malattia.
Sono viva, Cesare, e voglio sentirmi viva! Promettimi che non mi darai già per spacciata. Prometti!
Ti prometto ho mormorato abbracciandola nellacqua, al riparo da tutto.
Il vero senso: Amore e speranza possono cambiare anche il destino più avverso.
Quel mese in Costiera si è trasformato in un sogno. Passeggiate sul lungomare, granite al limone, danze tra le lanterne di un circolo locale. Alessandra rifioriva ogni giorno: pelle dorata, occhi che brillavano. Per un attimo ho pensato che i medici si fossero sbagliati. Forse era un miracolo.
Una sera, sul balconcino dellhotel, mi ha detto:
Non ho paura. Anche se fosse la fine, sono felice. Ho te, le nostre figlie, e questo tramonto. Ho avuto una vita splendida.
Non parlare così, la voce mi tremava. Ballerai ancora alle nozze dei nostri nipoti.
Lei mi ha stretto la mano, sorridendo.
Quando siamo tornati a casa, ha insistito per una nuova visita. Avevo paura di quel momento. Il cuore mi batteva allimpazzata.
Il medico, dopo aver confrontato le analisi, quasi si è sorpreso:
Praticamente un miracolo. Sui nuovi esami, la massa quasi non si vede più. Può succedere, ma è raro. Complimenti, signora Alessandra. Il suo spirito ha fatto la differenza.
Non ci potevo credere. Alessandra piangeva di gioia; ci siamo abbracciati lì, davanti al medico, che ci ha lasciati soli con discrezione.
È stato il mare, mi ha sussurrato nel collo. E la tua dedizione.
Sei sempre stata tu a salvarmi, le ho risposto.
Abbiamo ripreso la nostra routine: la caffetteria, gli amici, la speranza. Alessandra ha continuato le cure ancora per un mese, e la malattia regrediva. Le ragazze sono tornate a casa appena saputo tutto: di nuovo risate e voci in cucina.
La guardavo, grato: Che cieco sono stato da giovane. Lei, come se mi leggesse nel pensiero, mi ha fatto locchiolino:
Dai Cesare, niente musi lunghi. Prepari i tuoi mitici pancake? Non ricordo più il loro sapore!
Li ho fatti, e li abbiamo mangiati insieme sulla veranda, fissando il sole calare sul golfo. Sapevamo che, finché eravamo uniti, nessun temporale avrebbe potuto abbatterci.
Questa è la nostra storia: damore, speranza e forza. Una storia che mi ricorda ogni giorno che, anche nei momenti più bui, la luce e i miracoli possono arrivare.







