La responsabilità per il proprio destino
Antonella stava alla finestra dell’aula insegnanti, fissando distrattamente il cortile della scuola. Sul viale sfrecciavano studenti: chi rideva sonoramente, buttando la testa indietro per guardare le nuvole di Bologna, chi gesticolava animatamente in una discussione degna di un consiglio comunale, chi invece camminava con il naso incollato allo smartphone, immerso nel proprio universo virtuale. Da giorni la testa di Antonella era come una moka che non smette mai di salire: i pensieri giravano sempre su se stessi e non riusciva a concentrarsi su nientaltro.
Senza accorgersene, accarezzò il davanzale del finestrone, scacciando una polvere che probabilmente esisteva solo nella sua immaginazione. Nellaria galleggiava quellinconfondibile odore di gesso e libri di testo vetusti: un profumo che la toccava fin dagli anni delle elementari, capace di rispedirla in un attimo al suo passato. Quante volte aveva percorso proprio quei corridoi, facendo echeggiare i suoi tacchetti nuovi fiammanti? Quante volte era rimasta immobile davanti a quella stessa finestra, fantasticando su una vita diversa, vedendosi ora attrice famosa, ora avventuriera impavida, ora scienziata geniale Sogni rimasti tali, spolverati via dalla routine: cattedra di geografia, pile di compiti da correggere, circolo vizioso tra scuola e supermercato.
Antonella, tesoro, sei di nuovo malinconica? domandò una voce. Era Paola, la collega e confidente di sempre. Sempre per colpa di Lorenzo?
Antonella si voltò. Cercò di sorridere, ma quello che le uscì fu unespressione stirata di chi è appena entrato in doccia con le calze.
Ma no, dai, sono solo un po pensierosa, rispose, sforzandosi di fare la spensierata. Ma la voce neanche a pagare le tasse voleva sembrare convinta. Sarà il tempo questafa che si respira in città.
Paola si avvicinò, appoggiandosi al davanzale e puntandole addosso quello sguardo radiografico che non le lasciava scampo: leggeva tra le righe, coglieva turbamenti, paure, scoraggiamento pure quelli che Antonella nascondeva perfino a sé stessa.
Non è il tempo, e lo sai anche tu, rispose morbida. Ormai Lorenzo è grande, decide da solo.
Ecco, appunto, sospirò Antonella, con un misto di amarezza e smarrimento che lasciava poco spazio ai dubbi. Decide da solo. E io che pensavo di sapere meglio di lui cosa gli servisse! Di poterlo proteggere dagli errori che ho fatto anchio
Si voltò in fretta, per non mostrare le lacrime che ormai minacciavano di farsi sentire quelle gocce calde e invadenti che non vedi lora si asciughino in fretta. Nella mente, come su uno schermo, rivedeva la discussione con Lorenzo: quel suo sguardo glaciale e distante, il labbro serrato nel dirle che avrebbe ritirato i documenti dalla facoltà. Lo ritrovava lì, sulla soglia della cucina, alto, con le spalle da rugbista, decisamente non più il bambino che si arrampicava in grembo a chiedere una favola.
Su richiesta esplicita della madre, Lorenzo aveva passato i test alla facoltà di giurisprudenza dellUniversità di Bologna. A spese dello Stato, con una media che faceva venire il mal di pancia a mezzo quartiere. Antonella era fiera come una bandiera: era convinta che la riuscita del figlio fosse soprattutto merito suo. Conversazioni infinite sul futuro sicuro, incoraggiamento quotidiano, sostegno a oltranza. Primo anno chiuso con tutti trenta. I professori si complimentavano per limpegno e il talento. Antonella trasbordava dorgoglio e lo abbracciava di continuo, ripetendo:
Hai visto? Te lavevo detto! Farai carriera come avvocato. È il destino che ti guida!
Lorenzo annuiva, ma nello sguardo aveva laria di chi pensa ai fatti suoi mentre conta le piastrelle sul soffitto. Studiava, sì. Faceva i compiti, passava gli esami brillantemente, ma senza nemmeno un briciolo di quella passione vera che rende le persone creative. Antonella vedeva che mancava la scintilla, ma si raccontava che fosse solo stanchezza temporanea: Il primo anno è sempre così, poi prenderà il ritmo, capirà che è la strada giusta. Solo che il secondo semestre portò meno entusiasmo di una mensa scolastica nel giorno delle polpette.
Quando lestate arrivò, portò con sé un caldo da fantascienza asfalto che sembrava una piastra, le case che trattenevano laria come uno zampone. Antonella si accorse che le mancava il respiro, non solo per lafa, ma per quella tensione sospesa tra lei e Lorenzo. Unelettricità che si caricava ogni giorno di più, in ogni silenzio imbarazzato al pranzo, in ogni risposta evasiva del figlio.
Dopo gli ultimi esami, una sera, Lorenzo tornò a casa con una determinazione da referendum. Lei sistemava nervosamente uninsalata nella ciotola, quando lo vide sulla soglia.
Mamma, ritiro i documenti dalluniversità, dichiarò, senza tremolii.
Come ritiri i documenti? balbettò Antonella, già sentendo la pressione risalirle la fronte come una tartaruga in salita. Ma hai appena finito il primo anno a pieni voti! Io ero così fiera Tutto il condominio lo sa che ho un figlio genio!
Lo so, mamma, si sedette di fronte a lei, lo sguardo fermo come un treno. Ma a me la giurisprudenza non piace. Studio bene solo perché non so fare le cose a metà. Ma non è quello che desidero.
Antonella sentì un misto di rabbia, tristezza e crisi didentità da genitore. Perlomeno accantonò il coltello e si raddrizzò, con il tono di chi legge la sentenza finale del Festival di Sanremo.
Non puoi gettare tutto così! Sei in corso, hai una media perfetta! È assurdo gettare via questa possibilità. Io volevo solo il meglio per te
Ho diciotto anni, mamma. Posso decidere. È la mia vita, il mio futuro. Se sbaglio, sbaglio io.
Sì, hai il diritto, si infervorò Antonella, ma non hai esperienza! Non immagini che futuro si apre con una laurea in legge! Posto fisso, rispetto, uno stipendio sicuro Se i miei genitori mi avessero spinto, forse ora sarei più felice. Invece insegno geografia che nemmeno minteressa, solo per inerzia. Io non voglio che tu ti penta un giorno come me!
Ormai era un lancio di boomerang emozionali: tutto ciò che non le avevano mai detto, lo gettava addosso al ragazzo, come uneredità pesante e fuori moda.
Ma è la mia vita, Lorenzo non si scompose. E i miei errori mi insegneranno più di cento lezioni altrui. Leconomia mi appassiona davvero. Ho già guardato i corsi, parlato con chi studia in facoltà. Sento che è la mia strada.
Antonella si aggrappava con forza alla sedia, le mani strette come aghi di un ricamo. Dentro, una tempesta: ferita perché lui sembrava non apprezzare il suo impegno, paura di un futuro incerto, rabbia per quellostinazione e, faticosamente, una piccola ammissione: forse il ragazzo era già più adulto di quanto lei volesse vedere.
Così mi deludi la voce un po le tremò, mentre trattava di evitare il crollo.
Dovevo scegliere io? sorrise Lorenzo, gentile ma deciso. Devo scegliere io. Prometto che mi prendo la responsabilità. Farò errori, può darsi. Ma almeno avranno il mio marchio, non farò mai la fine del criceto sulla ruota.
Si alzò, le si avvicinò e le strinse una mano sulla spalla con dolcezza.
Voglio provarci, mamma, sussurrò. Magari cadrò. Ma, come mi hai sempre detto, si può sempre ricominciare. Non è proprio questo che mi hai insegnato?
Antonella si concesse di piangere, questa volta lacrime che non doveva nascondere. Vide nel figlio una serenità e una maturità che non aveva mai colto prima. Fu lì che capì, con la forza di un goal al novantesimo, che il figlio ormai era grande. Non aveva più bisogno di una madre-ingegnere, ma di una madre che fosse uno specchio fiducioso.
Va bene sussurrò, arrendendosi con il cuore in pace più che in guerra. Lì dentro cera una rinuncia, sì, ma anche la prima vera alleanza tra adulti. Fai come senti. Io ti starò vicino comunque.
Quella notte, mentre Lorenzo si chiudeva in camera, Antonella rimase seduta in cucina. Sullinsalata ormai abbandonata pensò che aveva fame, ma di una fame diversa, quella di nuovi inizi, quella di libertà. Fame di sentire di nuovo che scegliere è possibile anche a quarantanni.
Da quella sera qualcosa cambiò, ma non come Antonella temeva. Lorenzo si trasferì nellalloggio universitario vicino a Piazza Verdi, trovò un lavoretto da tutor di matematica per qualche liceale e la chiamava pure più spesso di quanto lei avrebbe immaginato. Racconti di nuove amicizie, prime soddisfazioni, aneddoti buffi di coinquilini che sbagliavano lavatrice o si dimenticavano il sugo sul fuoco. Finalmente, nel suo tono cera leggerezza e voglia di costruire.
Una sera, nel silenzio rumoroso di casa (i fratellini già a letto, il marito impiantato davanti alla Serie A), Antonella aprì il portatile e si mise a leggere dei corsi di laurea in economia. Le mani le tremavano, come se stesse scrivendo un messaggio segreto. Avrebbe mai detto, a quarantatré anni, di informarsi su stage, programmi delle università e carriere alternative? Eppure, più leggeva, più sentiva svegliarsi dentro di sé una sorta di curiosità dimenticata.
Forse aveva sbagliato, forse Lorenzo aveva ragione: limportante era provare fare quello che davvero ti chiama, non quello che sembra più logico. Stare infelici per trentanni, solo per evitare un salto nel vuoto?
Il mattino dopo, dopo mille ripensamenti, diede fondo al coraggio e chiamò Lorenzo.
Pronto? la voce di Lorenzo era un po ovattata dal cellulare, ma inconfondibile.
Sono io, fece Antonella, con un filo di tremore che nemmeno il miglior caffè riusciva a placare. Posso dirti una cosa?
Certo, mamma, parla pure! la voce era dolce, niente spigoli di risentimento, solo voglia di capire.
Volevo solo chiederti scusa, si interruppe, poi affondò nel coraggio. Ho sbagliato. Ho insistito troppo. Non ho guardato cosa desideravi veramente. Perdonami.
Il silenzio che ne seguì fu breve, ma sembrò la pubblicità tra un primo e un secondo tempo.
Grazie, mamma. Dovevo chiedere scusa anchio. Potevo spiegarmi meglio, senza puntare i piedi. Mi dispiace di averti ferita.
Vuoi che ci vediamo? disse, stavolta sentendo lansia scivolargli via di dosso. Ci prendiamo un gelato insieme?
Sì, volentieri. Domani sono libero dopo lezione.
Si ritrovarono in un bar vicino alle Due Torri. Antonella scelse un tavolo vicino alla vetrina e ordinò tè caldo e una fetta di torta cioccolato-e-amarene, chè a Lorenzo, fin da piccolo, solo quella. Quando lui arrivò, Antonella notò le nuove linee del viso, uno sguardo più rilassato e nonostante la barba incolta da universitario quel sorriso da bambino che conosceva bene.
Ciao, mamma, accolse lei, sedendosi.
Ciao, tesoro sono contenta che tu sia venuto, rispose Antonella, sentendo la voce più leggera. Lo sai? Forse hai ragione. Forse bisogna cercarsi la propria strada, anche a costo di sbattere la fronte. Io insegno geografia da una vita, ma forse avrei dovuto provarci anchio. Ora sarà tardi.
Lorenzo la fissò con occhi sinceri. Alla luce morbida filtrata dai vetri il volto di Antonella pareva più fragile, segnato dalla fatica ma anche dalla voglia improvvisa di vivere. Lui si accorse, per la prima volta, che stava diventando grande anche la sua mamma.
Ma non è tardi! disse quasi scandalizzato. Con tutta lenergia che hai… Puoi fare corsi, cambiare lavoro, trovare un hobby. Doverti qualcosa che accenda la miccia!
Antonella sorrideva, mescolando il tè, più scettica che convinta.
Ho tre figli, marito, scuola, la spesa… dove trovo tempo anche per me? buttò lì, ma già meno sicura di quanto volesse sembrare.
Ma qualcosa si può inventare! replicò Lorenzo, con lentusiasmo travolgente degli universitari al primo esame. Perché non fai qualche attività extra? Organizza escursioni, racconta le tue avventure, trasforma la geografia in qualcosa che appassiona! Te la ricordi la gita sulle Dolomiti, quando eri studentessa? Me la raccontavi così bene che chiudevo gli occhi e mi sembrava di esserci!
Antonella tenne il cucchiaino sospeso a metà: le tornò in mente lalba vista dalla tenda, lodore dei pini, il fruscio dei torrenti la sensazione, soprattutto, di essere davvero parte del mondo, non una comparsa.
Sì ammise, con tono sognante. Avevo energia da vendere, allora. Fare qualcosa di simile con i ragazzi magari sarebbe bello.
Fallo! Organizziamo qualcosa insieme. Ti aiuto io. Ci informiamo, troviamo delle idee, vedrai che puoi fare tutto. E grazie per avermi ascoltato, mamma, davvero.
Questa volta le lacrime arrivarono ma miste a una gioia tutta nuova, limpida e gentile. Gli prese la mano attraverso il tavolo: forte, calda, solida come non mai.
Scusami ancora, sussurrò. Volevo solo il meglio per te, ma forse era solo quello che avrei voluto per me.
Lo so, rispose lui con affetto. E grazie per tutto quello che hai fatto. Ma adesso magari possiamo sostenere i sogni di entrambi. Tu il tuo club di geografia, io economia. Facciamo squadra?
Il peso di mesi di incomprensioni si sciolse in un sorriso. Antonella sentì che valeva la pena ricominciare:
Daccordo, squadra sia! Ma adesso spiegami un po questa facoltà di economia. Che fate tutto il giorno?
Lorenzo si lanciò in una lezione improvvisata, entusiasmo a mille, e lei scoprì di ascoltarlo per la prima volta davvero: non filtrando dal tu devi, ma spiando direttamente dentro quelluniverso nuovo che il figlio stava costruendo.
Rimasero nel bar fino a tardi, tra tazze di tè, torta e una lunga chiacchierata su viaggi, sogni, posti da vedere, film da recuperare. Antonella realizzò che non è mai già tardi per niente: che anche a quarantanni, la vita può prendere curve nuove e bellissime, se solo si smette di avere paura.
Quando uscirono, il sole stava tramontando dietro San Luca e il cielo si colorava di rosso arancio e rosa pesca. Lorenzo le mise un braccio attorno alle spalle:
Dai, ti accompagno in autobus, propose.
Grazie, amore, rispose Antonella, sentendo una calma nuova che le scaldava il cuore. E domani vado in segreteria a chiedere se posso organizzare un piccolo club escursionistico. Comincerò con una passeggiata in collina. Ai bambini, vedrai, piacerà da matti.
Grande! fece Lorenzo. Ti mando subito dei link per i percorsi: ce nè uno fantastico vicino al Reno e un altro con un laghetto e una cascata niente male. E ho trovato pure un gruppo di appassionati su internet che ogni tanto organizzano uscite. La signora delle Dolomiti, altro che!
Mentre camminavano, Antonella sentì crescere in lei qualcosa di nuovo. Non ansia, non rimpianto, ma speranza. Speranza per loro due, per chi li circondava. Forse cera ancora tempo per tutti per sbagliare, per imparare, per cambiare strada e magari, per una volta, scegliere davvero.







