Verso una vita migliore
Yuri stava davanti a un chiosco di sigarette. Il ragazzo aveva tirato su il cappuccio, cercando di proteggere le orecchie dal vento tagliente di febbraio. Quel vento urlava tra i cavi elettrici, spingeva alle spalle, sollevava la polvere sotto i piedi. Yuri si stringeva nelle spalle, strofinava le mani screpolate e arrossate, con le unghie tutte rosicchiate.
La nonna Rosa lo sgridava sempre per quelle mani malandate, “da forzato,” come diceva lei.
Yu, sei un ragazzo educato! Studi, mica scarichi casse al mercato! Smettila di morderti le unghie, capito?! Basta, ho detto! Altrimenti te le strofino con laglio!
Rosa spesso era arrabbiata ormai, da quando la mamma di Yuri, Irina, aveva divorziato dal marito, Eugenio Esposito.
Lui continuava a vivere nel suo grande e luminoso appartamento al terzo piano di una palazzina signorile a Milano, a camminare avanti e indietro tra le stanze, guardando con aria severa Marina, la donna delle pulizie, mentre spolverava le foglie della sua palma gigante.
Marina chiamava affettuosamente il suo datore di lavoro “Genio,” con tono gentile, come chi conosce tutti e tutto.
Lui, Eugenio, si diceva discendente dei Savoia. Qualcuno ci rideva su, ma Marina ci credeva davvero. Aveva persino conosciuto la madre di Eugenio, che lo ripeteva spesso: erano davvero dei discendenti! Poco importava se della famiglia non era rimasto nulla: l’importante era che tutti lo sapessero.
Anche Rosa, la nonna di Yuri, sapeva tutto e ne soffriva. Pensare che loro Yuri, la sua mamma Irina e lei, nonna Rosa ormai non erano più parte di quella famiglia tanto importante.
Era triste, dopo la separazione, dover di nuovo vivere in un piccolo appartamento a Lambrate, con il figlio che beveva troppo, la figlia, e Yuri. E triste era anche sapere che non ci sarebbero stati più i regali dallex genero ricco, né la soddisfazione di dire che sua figlia aveva fatto “un ottimo matrimonio.”
Irina ci mise a lungo a riprendersi dal divorzio. Restava spesso chiusa in sé, piangeva piano, quando nessuno la vedeva. Yuri, che aveva già dodici anni, sembrava capire tutto, e cercava di non dare troppo fastidio alla madre. Gli dispiaceva vederla così e odiava il padre, senza essere in grado di cambiare nulla.
Sei tu la causa di tutto, Iri! le diceva spesso Rosa, mentre erano in cucina, quando Yuri non cera. Non ti piace che faccia bollire gli ossi? Io li do ai randagi là fuori, ricordalo! E gira meno il naso! Nessuno ti aveva chiesto di tornare qui, era meglio che restavi dal tuo Eugenio, quello sì che aveva i soldi! E pulisci le briciole, sempre così!
Mamma! la fermava Irina.
Che cè? Se tu ti fossi curata un po di più… sospirava Rosa. Lui almeno portava rispetto, no? Pazienza se aveva qualche debolezza; importante era la posizione! Ti aiutava anche a crescere Yuri Ora vedi, tocca a te lavorare in un baracchino a vendere semi…
Poi spegneva il fornello sotto il pentolone, lasciava la zuppa, andava in camera a guardare la TV senza davvero prestare attenzione a niente.
Quanto era stata felice, una volta, quando Irina aveva trovato un “buon partito,” con casa sua (che in Italia conta tanto!), e poteva raccontare ai vicini che la figlia si era “sistemata con gente di un certo livello.”
Gente di che livello, Rosa? domandavano le vicine.
Di quelli che mangiano sulle stoviglie doro e hanno loro pure nello scarico del bagno, credetemi! Eh, sì, ride pure voi che tanto invidiate! replicava lei, andandosene con fierezza.
A casa lattendeva il fratello di Irina, Costanzo. Costanzo ormai beveva. Prima per noia, poi perché senza il bicchiere non riusciva più a stare.
Irina e la madre sopportavano i suoi eccessi. Che si doveva fare? Era sempre sangue del proprio sangue.
Ogni tanto se la prendeva con la madre: diceva che era colpa sua se il papà era morto troppo presto, altre volte accusava Irina di essere di troppo in casa
Ma Irina Irina studiava. Ce la metteva tutta, sognava di andarsene via, via dalla famiglia, da quella casa, per avere finalmente una vita diversa.
Erano senza padre: morto quando Irina aveva quattro anni, Costanzo dieci. Rosa era rimasta sola con due figli e la rabbia strozzata in gola per tutto e tutti.
E quando la “sua” Iri aveva superato lesame dingresso alla Statale di Milano, uno degli atenei più prestigiosi, Rosa aveva sentito riaccendersi la speranza: ora le cose sarebbero cambiate.
In quel pomeriggio di novembre per niente allegro, Irina camminava stanca guardando lasfalto, dopo lezione, un lavoro part-time allo studio legale, un altro poco e sarebbe arrivata in studentato. Sognava solo il tè caldo con le amiche, un panino, il letto. Lo stomaco le doleva di nuovo
Devi mangiare meglio la rimproverava la dottoressa Maria, la sua terapista, sempre premurosa.
Dottoressa, è sempre stato così, si riacutizza in autunno sorrideva Irina, mentendo un po: la maggior parte dello stipendio la mandava a casa a sua madre, che non aveva mai abbastanza, perché il fratello rosicchiava tutto.
Quella sera, vicino a Irina, si fermò una macchina bianca, nuova di zecca. Alla guida cera un giovane dallaria impeccabile, pochi anni più di lei. Si chiamava Eugenio. Eugenio Esposito.
Signorina, vi posso accompagnare? le chiese.
Irina non voleva saperne, aveva solo voglia di tornare a casa. Ma lui, Eugenio, insistette, la seguì a piedi fino allo studentato, le portò le borse, la sostenne sulle scale bagnate.
Salutandola, le disse che era stato bello camminare in silenzio con lei e che era davvero bella.
Irina non era abituata alle attenzioni, alle carezze la madre poco affettuosa, le amiche ancora meno ma davanti ad Eugenio si sentì sciogliere.
Cominciarono a vedersi: passeggiate, ristoranti, piatti prelibati dopo cui lo stomaco le faceva ancora più male, cinema e baci al buio.
Dopo poco tempo Irina si trasferì da Eugenio.
Rosa, la madre, Eugenio non la considerava. Non veniva mai a trovarla, nemmeno dopo il matrimonio.
Rosa idolatrava invece quella sistemazione; Irina portava i soldi a casa, e la madre era convinta che glieli girasse Eugenio lei, la figlia, dove voleva trovarli tutti quei soldi? Era chiaro, pensava la madre, che Eugenio teneva ai parenti.
Irina non le diceva che in realtà era Eugenio a prendere la gran parte del suo stipendio; teneva nascosto solo un piccolo gruzzolo per Rosa, vuoi per senso di colpa, vuoi per voglia di aiutare…
La prima volta che Irina entrò nella casa di Eugenio, Marina la guardò storto, come per dire che per uno come Eugenio ci voleva sempre il meglio. “Sai chi erano i Savoia?” le domandò con aria di sufficienza. Irina la corresse su una parola, e da lì fu visto come un affronto.
I genitori di Eugenio vivevano ormai allestero, ogni tanto gli mandavano qualche euro, qualche telefonata via Skype.
A una videochiamata, Irina venne presentata. Loro la guardarono distrattamente, fecero un paio di domande e poi via, basta così.
Non gli sono piaciuta, vero? domandò piano, dopo.
Ma che importa? Limportante è che tu piaccia a me! la rassicurò Eugenio, stringendola a sé.
A lui piaceva molto: Irina aveva un che di accogliente, sapeva fare torte, crepes, marmellate di albicocche, portava la colazione a letto. Cercava di essere “alla loro altezza”.
Marina la “addestrava” a suo modo: doveva pulire bene la tavola, buttare la spazzatura, stare pronta a servire la cena in orario, rammendare i calzini. Mai un complimento.
Irina, ti va bene vivere così? le chiese un giorno la sua amica Tania davanti al solito tè. Sei diventata un robot! Quando mai ti si vedeva alzarti per lavare una tazza con noi qui a chiacchierare? Siediti, per favore!
Irina, imbarazzata, si sedette.
Non puoi andare avanti così. Non sei più tu, sei spenta aggiunse Tania accostando la faccia alla sua.
Non è vero, va tutto bene… vado, Eugenio mi sta aspettando, tagliò corto Irina.
Andarsene da Eugenio? Impossibile. La madre non lavrebbe mai capita, lavrebbe ricoperta di rimproveri. E suo fratello Meglio non pensarci. Ormai era chiaro che dove era, era e basta.
Fu allora che decise che tra loro ci voleva un figlio. Un bambino avrebbe reso la famiglia più vera, Eugenio forse sarebbe maturato, avrebbero avuto uno scopo comune.
Il figlio, Yuri, nacque d’estate. Rosa venne in ospedale per la dimissione, vide Eugenio fare una scenata festosa davanti a tutti, con palloncini blu che volavano tra i tigli in fiore, e con una scritta colorata sullasfalto: “Grazie per nostro figlio, amore!” Certo era stato proprio Eugenio a pensarlo, concluse Rosa: aveva quellestro teatrale lui.
Vieni con noi a casa, mamma disse tutta felice Irina. Che bello era quel giorno di sole, Eugenio che sembrava così innamorato, la gente che li guardava complimentandosi…
No. Tornate pure. Ho da fare, tagliò corto Eugenio, gelido.
Dai, lascia venire la mamma almeno oggi! supplicò Irina.
Non serve. Non siamo un museo. Torni a casa sua chiuse Eugenio.
Rosa fece spallucce e si diresse alla metropolitana, mentre Irina cercava di spiegare e calmare la madre.
Alluscita, trovò Costanzo, con un mazzo di peonie.
Eugenio, tieni Yuri un momento che saluto mio fratello disse Irina, ma Eugenio la respinse secco.
In macchina, subito! Non perdiamo tempo con certi personaggi… ordinò, e partì lasciando Costanzo con i fiori dietro il cancello.
Irina tornò presto al lavoro Eugenio fu categorico. Con Yuri stava Marina, attenta e scrupolosa (dopotutto anche lui era discendente!). Irina lavorava, ma doveva essere puntuale a casa, ogni minuto in più era motivo di lite.
Tu sei madre, alle sette devi essere in casa! chiariva lui battendo il pugno sul tavolo.
Un giorno, mentre faceva le pulizie, Irina trovò alcune fotografie. Eugenio, sorridente al mare, nei ristoranti, circondato da donne… Solo allora la verità divenne troppo pesante.
Marina, non appena lui tornò, gli riferì che Irina aveva frugato nei suoi affari, e Eugenio la cacciò di casa schiaffeggiandole le valigie fuori dalla porta.
Irina tentò di trattenere qualcosa, ma aprendo la sua scatola dei risparmi, la trovò vuota.
Sei arrivata qui senza niente, te ne vai senza niente! le gridò Eugenio.
Irina uscì con una borsa, dentro solo le chiavi, il portafogli e il certificato di nascita di Yuri.
Fu Yuri a trovarla, tornando dagli allenamenti:
Mamma, dove vai? chiese soltanto, poi, vedendola piangere, le strinse forte la mano camminando in silenzio.
Per una settimana vissero da Tania. Irina era uno spettro che si aggirava per casa.
Irina, tranquilla Considera solo che una brutta stagione è finita, cercava di rincuorarla lamica.
Mi ha portato via tutti i soldi, Tania! Mi ero anche nascosta un gruzzoletto, ma li ha trovati
Ma eri davvero così prigioniera, Iri? E Yuri assieme a te Eh, io te lavevo detto di andare via! protestava Tania.
Se andavo via, dove andavo? Da mia madre e Costanzo che si mangiava tutto di notte? sospirava Irina. Lì gridava, urlava, e in quella casa il tempo non passa Mi sono fatta prendere dallillusione di una casa bella, mobili, lampadari, quadri E ora mi sento solo stanca…
Devi dirlo a tua madre come hai vissuto, la verità, non scusare Eugenio. Le madri, alla fine, capiscono tutto concluse Tania, gettando sulle spalle di Irina il suo cardigan ruvido e caldo.
Ora Yuri aveva tredici anni, e vivevano tutti da nonna Rosa. Costanzo, ogni tanto, veniva a trovare la madre, pareva che avesse trovato qualcuno e avesse smesso di bere.
Ma Rosa non mancò di rimproverare Irina:
Vedi, Irina, quando Eugenio ti teneva sei sparita, ora che ti ha cacciato sei tornata perché non avevi alternative, vero?
Mamma, venivo quando potevo, portavo anche i soldi miei, quelli che lui non mi portava via Ma hai ragione, ora non ho dove andare sorrise amaramente Irina.
Era stato amore, anche se malato, zoppicante. Peccato…
Da allora, ogni sera, Yuri aspettava la mamma sempre nello stesso punto del marciapiede. Prendeva le borse, lasciava il bacio sulla guancia, rispondeva di fretta che “andava tutto bene.” Passeggiavano insieme ascoltando i passi sulla ghiaia, i suoni della sera.
Ma quella sera, gelida e ventosa, successe qualcosa.
Yuri vide la madre in mezzo alla folla. Stavolta non era sola. Un uomo le aiutava con le borse, raccontava qualcosa che la faceva ridere.
Sentì la paura stringergli il petto. Non di quelluomo, ma che di nuovo qualcuno potesse far soffrire la mamma.
Aspettò ancora, scrutando da dietro il chiosco. Sentì la madre dire:
Che strano, Yuri non manca mai. Forse gli è successo qualcosa! parlando col nuovo compagno, Alessandro. Di solito torniamo sempre insieme, stiamo ad aspettarlo…
Alla fine, non riuscì a trattenersi e sbottò fuori:
Mamma, ma che fai?! Io sono qui per te, pensavo servisse! E invece voi… Fate pure!
Corse via tra le pozzanghere, con il respiro corto, la mamma che lo chiamava.
Aveva promesso a se stesso che, quando sarebbe cresciuto, sarebbe stato forte come Costanzo, per difendere la madre. Adesso, invece, si sentiva tradito.
Yuri, fermati! Porca miseria, ho perso una scarpa! gridò Alessandro da dietro, saltellando in un piede solo nella neve rimasta.
Si fermò, guardò quelluomo bizzarro che cercava la scarpa, con il naso rosso e la sciarpa di lana. Tutto quellassurdo gli venne da ridere, prima piano, poi forte, a crepapelle.
E poi, quasi senza volerlo, scoppiò a singhiozzare.
Se vuoi, me ne vado subito disse Alessandro piano. Ehi, vuoi?
Yuri scosse la testa: per la mamma si poteva anche tollerare un po di cose.
Rosa aveva sempre detto che la felicità non era più cosa della loro famiglia. Ma ora Yuri capiva che si sbagliava.
Che scarpa era? chiese Yuri a bassa voce.
Questa indicò Alessandro la sua seconda scarpa.
Yuri la trovò, infilandosi neve dentro le scarpe e nel collo.
Maldestri, voi adulti! gridò a Sacha. Ma la mamma non la do a nessuno!
Sacha annuì.
Ventanni minuti dopo erano tutti in cucina, la nonna che brontolava tra sé e sé.
Senta, Rosa, ha delle mani d’oro! Non mangiavo ravioli così buoni dai tempi di mia nonna! disse Alessandro, pulendosi i baffi. Si vede che sono fatti con amore. È proprio una brava donna, Rosa.
Lei sospirò, e un po sorrise. Nessuno la lodava mai. Forse a Irina serviva solo una parola gentile, pensò.
Ora solo serve andare avanti. Magari insieme sarà più facile.
Che Dio dia a Irina la forza e la fortuna che merita.
Rosa restò sveglia a lungo, il pensiero ai figli le stringeva il cuore. Non poteva fare altro che credere nel domani.
Perché, in fondo, la famiglia e un po’ di gentilezza sono la cosa più preziosa che abbiamo. Anche quando la vita ci strappa tutto, se teniamo duro e restiamo uniti, può sempre esserci un nuovo inizio.







