Quando svanisce la paura
Mamma, sono a casa! disse ad alta voce Caterina, entrando nellappartamento e appoggiando con cura lo zaino vicino alla porta. Fece un respiro profondo, cercando di calmare lagitazione: dopo la scuola aveva sempre paura a tornare, non sapeva mai in che umore avrebbe trovato la madre. Il cuore le batteva forte, sembrava volesse saltar fuori dal petto, e le mani sudate tremavano impercettibilmente.
Nel silenzio della casa risuonò improvviso, come uno schiocco di frusta, il tono tagliente della madre:
E stavolta cosa hai combinato? Ancora un brutto voto?
Caterina si irrigidì, abbassò lo sguardo fissandosi sulle vecchie scarpe da ginnastica. Aveva solo dodici anni, ma era ormai abituata a quel modo di fare riecheggiava nelle sue orecchie quasi ogni giorno, come una lama che la costringeva a chiudersi e sotterrare ogni emozione nel profondo. Nel petto sentì stridere il gelo; il respiro divenne corto e spezzato.
No, mamma Ho preso sette in matematica, rispose sottovoce, evitando gli occhi della madre. La voce tremava, tradendo la paura. Mi mancava solo un punto per prendere otto
Marta si alzò di scatto dal divano, lasciando il settimanale patinato che sfogliava distrattamente. Avanzò verso la figlia a grandi passi; il volto le si contorse nella rabbia: le sopracciglia aggrottate, le labbra contratte, lo sguardo acceso di rimprovero.
Sette?! Ma sei seria? il tono della madre suonò grave e risentito. Mia figlia non può prendere sette! Ma ti rendi conto di cosa pensa la gente? Sembra che io sia una madre incapace! Sembra che io non ti abbia educata bene!
Ma mi sono impegnata sussurrò Caterina, sentendo un nodo crescere in gola. Il compito era difficile Non sono riuscita a farlo tutto. Ieri sera ci ho passato due ore
Difficile! la madre la derise con una smorfia velenosa. Semplicemente sei pigra! Invece di studiare, sicuramente stavi ancora sul telefono! Sempre distratta da sciocchezze!
Afferrò lo zaino della figlia, lo tirò brutalmente e lo svuotò sul pavimento: i quaderni volarono nellingresso come uccellini spaventati, lastuccio si aprì facendo rotolare penne e matite ovunque. Caterina rimase immobile, trattenendo a stento le lacrime. Aveva davvero dato il massimo, passato due ore sui problemi, letto e riletto il libro, cercato esempi su internet
Senza neanche ascoltarla, la mamma la spinse verso la porta:
Finché non impari a risolvere questi compiti fai meglio a non entrare! E basta con questi sette! Hai capito?
La porta si chiuse con un tonfo, e leco rimbombò nellanima della ragazza come una fitta lancinante. Caterina restò sul pianerottolo, stringendo un unico quaderno scampato per miracolo alla furia materna. Le lacrime iniziarono a rigarle il viso, cadendo sulla copertina, lasciando macchie scure sulla carta.
Perché succede sempre così? pensava mentre scendeva le scale, quasi barcollando, come dovesse superare ostacoli invisibili. Si abbracciò da sola: il giubbotto era rimasto dentro, e il freddo si insinuava fin dentro le ossa, facendola tremare.
Le mancava tanto il papà! Nicola aveva sempre saputo placare la madre, trovare le parole giuste, alleggerire latmosfera con una battuta o una carezza. Ma lavorava fuori, in trasferta al nord, in un piccolo paese vicino Torino, dove costruiva una nuova centrale elettrica. Telefonava ogni settimana, chiedeva come andassero le cose, prometteva di portarle regali Ma ora non cera, e la solitudine era un macigno sulle sue spalle.
La prima volta che la madre aveva urlato contro di lei, Caterina aveva nove anni: aveva preso un brutto voto in storia. Marta era esplosa, laveva afferrata per un braccio lasciandole un segno rosso sulla pelle:
Mi fai fare una figuraccia davanti a tutti! Come faccio a guardare la gente negli occhi? Penseranno che sono una brutta madre!
Caterina allora era corsa da papà, raccontandogli tutto. Nicola si era arrabbiato: aveva parlato a lungo con la moglie, spiegandole che i voti non sono tutto. Ma il giorno dopo, quando lui era già partito, la mamma laveva richiamata in camera:
Se osi lamentarti ancora con tuo padre, sibilò stringendole la spalla così forte da lasciarle un livido, ti farò rimpiangere daverlo fatto. Devi imparare a stare al tuo posto. E non provare mai più a disturbarlo con i tuoi problemi da bambina!
Da allora Caterina aveva smesso di lamentarsi. Cercava di non farsi notare, di fare tutto alla perfezione, ma la mamma trovava comunque sempre un motivo per rimproverarla. Ogni mattina iniziava con il controllo del diario, ogni sera con un interrogatorio sui voti presi. Caterina si accorgeva di avere paura di entrare in casa, ogni passo pesava come se camminasse sul ghiaccio che poteva rompersi in qualsiasi momento.
Un giorno, mentre riordinava la camera, sentì la mamma parlare al telefono, la voce amplificata dal vivavoce. Rimase come pietrificata dietro la porta socchiusa.
Io in realtà non volevo nemmeno un figlio, diceva Marta con voce dura. È stato Nicola a insistere Diceva che una famiglia senza figli non è una famiglia. Io temevo che mi lasciasse. Speravo almeno in un maschio pensavo fosse più vicino a lui, io potevo restarmene un po in disparte Invece è nata Caterina, e lui le sta sempre addosso! Si è dimenticato di me!
Ma tu sei gelosa di tua figlia? domandò lamica Paola incredula.
Non è gelosia lei ha rovinato tutto! Litighiamo solo per colpa sua! Avrei preferito non averla mai quelle parole trafissero Caterina come lame affilate.
Rimase immobile, con lanima ridotta a una pallina di dolore. Ingollò le lacrime e scappò in camera, affondando il viso nel cuscino per non farsi sentire piangere. Da allora diventò ancora più silenziosa, cercando di rendersi invisibile. Ma la madre trovava sempre nuovi motivi per rimproverarla e sfogare il proprio disagio.
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Caterina? Che fai qui, tesoro? si sentì dire alle spalle da una voce dolce e premurosa.
Era la signora Anna, la vicina del primo piano, una signora anziana dai capelli bianchi raccolti ordinatamente, con occhi pieni di gentilezza. Indossava una vestaglia a fiori e morbide ciabatte fatte a mano, fatte per dare solo conforto.
Mamma mi ha buttata fuori singhiozzò Caterina, la voce rotta dal dolore.
Ancora per via dei voti? sospirò Anna, scrutando attentamente il visino segnato dalle lacrime. Scosse la testa e le si addolcirono ancora di più gli occhi. Su, vieni da me. Fuori fa freddo, rischi di prenderti una brutta influenza. Non va bene così.
Le prese la mano, calda e morbida, e la condusse nellappartamentino dove sapeva di vaniglia e tè appena fatto. Sul davanzale, le gerbere colorate portavano allegria anche nella giornata più triste.
Siediti, ti preparo subito un panino, disse Anna mettendo su lacqua per il tè. Racconta, ti ascolto.
Caterina sedette fissando la tovaglia ricamata con margherite. Le mani le tremavano ancora e la gola era bloccata dal pianto.
Solo un sette sussurrò, e le lacrime tornarono a scorrere. Dice che la faccio vergognare. Che sono pigra e incapace. Che a causa mia sembra una cattiva madre
Sciocchezze, disse Anna mentre affettava il pane con gesto sicuro. Sei in gamba e ci metti impegno, solo che tua mamma non riesce a capire. Probabilmente è piena di paure e ansie sue, e le riversa su di te. Vuoi che ci parli io? Provo a farle capire che non si fa così?
Meglio di no, scosse la testa Caterina, asciugandosi le lacrime. Peggiorerebbe tutto. Papà aiuterebbe, ma è lontano
Anna rimase in silenzio, poi le accarezzò i capelli con dolcezza un piccolo gesto, ma sentì subito spegnersi un poco la paura, come se un mantello invisibile di conforto la avesse avvolta.
Sai, a volte anche i grandi hanno bisogno di una scossa, disse preparandole un panino con prosciutto e formaggio, che profumava di cose buone e semplici. Forse tuo padre dovrebbe tornare, parlargli chiaro. Si vede che ti ama tanto.
Per la prima volta dopo tanto tempo, Caterina sentì che qualcuno la comprendeva davvero. Un calore le si diffuse piano dentro e nacque una piccola, timida speranza. Assaggiò il panino, sorprendentemente delizioso, e sorseggiò un tè caldo profumato di menta e tiglio che la coccolò come una coperta.
Papà ha promesso che arriverà per le vacanze, sussurrò. Però è tanto lontano E mamma dice che lui non deve occuparsi della mia educazione. Che sono sua figlia, ci pensa lei a tirarmi su.
Anna sospirò e si sedette di fronte a lei.
Educare non vuol dire urlare o punire, disse ma sostenere e credere in te. Tua madre forse non ha mai imparato a farlo in altro modo. Ma non è detto che sia giusto andare avanti così.
Poi soggiunse:
Ascoltami: posso chiamare Nicola io stessa. Gli dirò che hai proprio bisogno di lui. Non ti lascerebbe sola, vero?
Caterina restò in silenzio. Lidea che finalmente qualcuno potesse intervenire, che il padre venisse a sapere la verità, la terrorizzava e al tempo stesso le accendeva una nuova speranza. Annui silenziosa, stringendo forte la tazza per sentirne il calore.
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Due settimane dopo accadde linaspettato.
Caterina rientrò da scuola e rimase senza fiato: nellingresso cerano le scarpe del padre grandi, impolverate, con le punte consumate! Era tornato prima del previsto! Il cuore accelerò, il petto le si riempì di trepidazione e gioia: quanto le era mancato! Il suo sorriso, gli abbracci, le battute che la facevano ridere anche nei giorni cupi. Una fitta di emozione la prese.
Dalla sala si sentivano voci alterate:
Non puoi semplicemente andartene! Siamo una famiglia! urlava Marta, il tono isterico.
Famiglia? rispose Nicola, la voce stranamente ferma e dura. Quale famiglia è mai quella in cui terrorizzi tua figlia? Ho parlato con gli insegnanti, e anche con la signora Anna… So tutto, Marta. Ogni tuo urlo, ogni umiliazione, so come ti sei comportata con Caterina.
Cosa credi di sapere? gridò Marta, la voce agitata. Inventerà tutto per mettermi in cattiva luce! È una piccola bugiarda!
So bene come la tratti: la fai sentire inutile. Ti rendi conto di averle rovinato linfanzia? Ha paura a entrare in casa, come fosse una prigione, e piange di notte perché le hai vietato di parlarmi!
Tu la vizi troppo! sbraitò Marta. Deve capire che nella vita nulla è facile! E che non si deve lodare ogni minimo sforzo!
Non a costo di farle del male! la interruppe Nicola, il tono ancora più deciso. Non hai il diritto di distruggerle lanimo per orgoglio tuo.
Se te ne vai, non ti lascerò vedere Caterina! urlò Marta, disperata.
Chi ha detto che resterà con te? dichiarò Nicola gelido. Non posso permettere che continui a farle del male!
Uscì nellingresso e vide la figlia. Il volto si addolcì, gli occhi si fecero pieni di tenerezza, e Caterina rimase senza parole dallemozione. Si inginocchiò davanti a lei, le prese le mani tra le sue, forti e familiari.
Amore Non ti lascerò mai. Prometto che ho pensato a tutto.
La abbracciò e Caterina si sentì finalmente al sicuro. Avrebbe voluto raccontargli tutto: ogni rimprovero, ogni notte passata in lacrime, la solitudine, le parole “sarebbe stato meglio senza di te”. Ma per adesso bastava sentire il suo abbraccio.
Papà sussurrò, affondando il volto nella sua giacca. Possiamo vivere insieme, solo io e te?
Certo che possiamo, sorrise lui, con unespressione che dissipò ogni nuvola. Ho già trovato un appartamentino qui vicino. E un lavoro. Resterai nella stessa scuola, e la sera cucineremo insieme, guarderemo un film, parleremo di tutto. Che ne dici?
Caterina sorrise tra le lacrime. Un calore si fece strada nel suo cuore, la speranza fragile ma tenace si risvegliò. Strinse forte il papà, sentendo sciogliersi pian piano la tensione di anni.
Grazie, papà. Grazie di esserci.
Nicola le accarezzò i capelli e le disse:
Dovrei essere io a ringraziare te, tesoro. Farò di tutto per renderti felice.
Fuori la pioggia cessava, e un raggio di sole colorava la strada doro. Caterina guardò dalla finestra e sorrise: per la prima volta sentiva che lavvenire poteva essere luminoso.
In quellistante Marta uscì dal soggiorno, il viso sconvolto dallira, gli occhi brillanti di ostilità. Sembrava che tutta la sua oscurità si fosse manifestata allesterno.
Ve ne pentirete! sibilò, la voce tremava di rabbia. Non vi libererete di me così facilmente! Vi schiaccerò!
Nicola si mise tra lei e Caterina, deciso più che mai. Nei suoi occhi non cera nessun dubbio: avrebbe protetto ciò che aveva di più caro.
Marta, disse con calma e fermezza, lasciaci in pace. La decisione è presa. Vivremo separati e tu non ci intralcerai. Non è una richiesta, è un fatto.
Intralciarvi? la donna rise istericamente, un suono inquietante. Vi farò vedere io! Finirete in ginocchio a pregarmi di perdonarvi!
Caterina si strinse al padre, la paura riemerse, gelida come sempre. Ma Nicola le posò la mano sulla spalla, trasmettendole sicurezza ed era tutto ciò che le serviva per non vacillare.
Andiamo, Caterina, disse con voce decisa. Qui non abbiamo più nulla da fare.
La prese per mano e uscì. Marta provò a seguirli ma rimase bloccata sulla soglia, come paralizzata. Urlò loro dietro, ma la porta che si chiuse alle loro spalle tagliò il passato.
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I giorni seguenti passarono per Caterina e Nicola come un sogno. Si trasferirono in un piccolo appartamento in una zona vicina: muri chiari, grandi finestre luminose e il cortile silenzioso affacciato su vecchi aceri.
Nicola trovò presto lavoro in una ditta edile locale: la sua esperienza era molto richiesta. Ogni mattina iniziava con un sorriso e una prima colazione preparata insieme: Caterina tagliava la frutta, Nicola preparava la frittata o i toast. Laroma del caffè si spargeva per casa, mescolandosi con la cannella e la vaniglia. La sera passeggiavano al parco, davano da mangiare alle anatre, giocavano a carte e guardavano film avvolti nello stesso plaid. Per la prima volta dopo anni, Caterina si sentiva leggera e felice.
Un mattino, a colazione, Caterina porse timidamente il quaderno al papà:
Guarda, papà, ho preso otto in matematica! La voce era piena di orgoglio e gioia.
Nicola lesse il voto, poi sollevò gli occhi su di lei, e sorrise di cuore:
Ma guarda che brava la mia piccola! Vedi che quando non ci sono pressioni tutto fila meglio? Sono fiero di te, lo sai?
Caterina lo abbracciò forte. Non doveva più aver paura, nascondersi, giustificarsi. Con papà si sentiva protetta, amata, importante.
Papà, disse con gli occhi lucidi un giorno andiamo allo zoo? Non ci vado da tanto Voglio vedere la giraffa, è così alta, e le scimmie sono simpaticissime
Certo che ci andiamo! rispose entusiasta Nicola, scompigliandole i capelli. Questo weekend andremo. Portiamo un pranzo al sacco, daremo da mangiare ai piccioni e poi conosciamo tutti gli animali. Magari facciamo qualche foto ricordo. Che ne dici?
Bellissimo! rise Caterina, e sua risata limpida ricordava un ruscello primaverile.
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Intanto Marta vagava per casa, annusando il peso della solitudine, divorata da rabbia e risentimento. Come aveva potuto Nicola farle questo? Come aveva osato portarle via la figlia?
Sedette al tavolo, la testa fra le mani, e iniziò a pianificare la vendetta. Mille pensieri, uno più oscuro dellaltro:
Lo farò licenziare conosco gente in quella ditta, manderò una lettera anonima, lo faranno fuori E Caterina si può intimidire. Potrei infilarle qualcosa nello zaino e accusarla a scuola, o mandare lettere anonime agli insegnanti dicendo che è problematica
Prese un blocco e cominciò a scarabocchiare idee, con tale foga da quasi rompere la penna ad ogni parola.
Potrei sabotare il loro appartamento, rompere qualcosa, o spargere voci su Nicola Anzi, racconto a tutti che era lui quello che mi maltrattava!
Marta era così presa dai pensieri che non si accorse dellarrivo della madre. Una donnina bassa, ormai anziana, ma con occhi calmi e buoni.
Marta, che stai facendo? chiese incuriosita la madre, guardando il blocco. Il tono era dolce, ma preoccupato.
Marta si riscosse e chiuse il quaderno, come colta in fallo.
Niente, mamma solo qualche appunto per la settimana mentì, con la voce tremante.
Appunti per la settimana? la madre prese il quaderno e lesse qualche riga. La sua faccia impallidì, negli occhi il dolore. Ma ti rendi conto di quello che stai scrivendo? Vuoi davvero vendicarti su tuo marito e tua figlia? Ti accorgi che è una follia?
Mi hanno tradito! urlò Marta, colma di amarezza. Se ne sono andati, mi hanno lasciata sola!
Sei stata tu a distruggere questa famiglia, rispose la madre, pacata ma ferma. Guardati: pensi solo alla rabbia, ma di tua figlia proprio non ti importa. Hai bisogno di aiuto, Marta, devi andare da uno psicologo.
Da uno psicologo? Sei matta? Marta protestò, ma dentro di sé qualcosa scricchiolò.
Qui ci sei tu che hai bisogno di aiuto, insistette la madre. Se non ci vai, ci penso io a fissare un appuntamento. Così non puoi andare avanti: ti fai solo del male e lo fai anche agli altri.
Marta voleva ribattere, ma sentì mancarle le forze. Scivolò sulla sedia, le spalle curve, gli occhi umidi.
Mamma non so cosa mi sta succedendo, bisbigliò sconsolata. Sono stata arrabbiata per anni, gelosa del loro rapporto Pensavo che Caterina mi rubasse Nicola, fosse colpa sua se tutto andava male Non volevo diventare così, ma non riuscivo a fermarmi
La madre labbracciò:
Ecco vedi? Aiutiamoci. Iniziamo da chi può darti una mano. Puoi ancora cambiare tutto, basta volerlo davvero, per te e per Caterina.
Marta annuì singhiozzando. Per la prima volta sentì che forse non era tutto perduto, che può ancora imparare a vivere e ad amare diversamente.
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Quella sera Nicola e Caterina erano sul divano a guardare un cartone animato. Caterina si strinse al padre, sentendo il suo calore, ascoltando il ritmo tranquillo del cuore paterno. La luce soffusa, la pioggia che batteva leggermente sui vetri.
Papà pensi che la mamma potrà mai cambiare? Potrà mai volermi bene davvero?
Nicola ci pensò accarezzandola. Gli occhi gli si velarono di tristezza sapeva quanto la figlia soffrisse ancora. Scelse con cura le parole.
Sai, Caterina, rispose piano le persone possono cambiare, ma solo se lo vogliono davvero. La mamma adesso è confusa, arrabbiata, forse infelice. Ma non vuol dire che sia cattiva. Avrà bisogno di tempo, e di aiuto.
Caterina sospirò, accoccolandosi di più accanto a lui.
E se non cambierà mai? sussurrò. Se continuerà a odiare me?
Anche se succedesse, le strinse la mano, ricorda sempre una cosa: il tuo valore non dipende da come ti tratta lei. Sei speciale intelligente, buona, sensibile. Se la mamma non riesce ancora a vederlo, non vuol dire che tu sei meno importante. Limportante è che ci siamo luno per laltra, e io ti vorrò sempre bene, qualsiasi cosa accada.
Negli occhi di Caterina brillò una lacrima, ma era di calore e gratitudine.
Grazie papà, disse piano. A volte pensavo di essere sola al mondo. Ma tu hai sempre le parole giuste
Perché ti voglio tanto bene, sorrise Nicola. Siamo una squadra. E se un giorno la mamma vorrà davvero cambiare, noi la ascolteremo. Ma solo quando saprà rispettarti.
Caterina annuì, mentre sullo schermo i protagonisti ballavano felici con una musica allegra. Si ritrovò a immaginare, forse per la prima volta, un futuro in cui la madre potesse davvero cambiare, magari un abbraccio, senza urla né rimproveri.
Papà, riprese posso invitare domani Margherita a casa? Non la vedo da tanto e chiedeva sempre di venire
Ma certo! rispose raggiante Nicola. Facciamo festa: biscotti fatti in casa, cartoni e giochi in scatola. Che ne dici?
Bellissimo! si illuminò la ragazza. Mi mancavano tanto le amiche Prima la mamma non voleva, diceva che distraeva dallo studio.
Ora è tutto diverso, strizzò l’occhio il padre. Avrai tanti amici, nuove passioni, e giornate felici. Lo studio verrà da sé: limportante è che tu sia serena.
Caterina sorrise, sentendo finalmente germogliare qualcosa di luminoso, come un fiore che si fa strada nel terreno freddo. Ora sapeva che le cose possono davvero cambiare. E che, con il coraggio di lasciare andare la paura, anche la felicità può tornare inaspettatamente a illuminare la vita.







