Ciao, ti racconto un po di quello che è successo, così come se fossi lì a fischiettare una chiacchierata tra noi.
Ricordo il giorno preciso in cui Ginevra chiuse la valigia. Non mi fece tremare; era tutto più facile da ingoiare così. La chiuse con quella delicatezza che metteva in ogni cosa, anche quando mi distruggeva.
Hai preso lo spazzolino? le chiesi dalla porta della camera.
Mi guardò come se gli avessi appena chiesto che ora fosse, mentre il Titanic affondava.
Sul serio, Lorenzo? È tutto quello che vuoi dirmi?
Non saprei cosaltro dire.
E quella era la verità. Da tre mesi ogni nostra conversazione finiva nello stesso modo: tra il corridoio affollato che separava la mamma e il nostro matrimonio. Come se lamore fosse una torta che si può tagliare solo in un modo.
Ieri la mamma mi ha chiamato lingenua disse Ginevra, mentre piegava la camicia che le avevo regalato per il nostro anniversario. Per la quarta volta questa settimana.
Non sa di cosa parla, ha lAlzheimer.
Lo so, Lorenzo, lo so bene. Ma ultimamente non sai più cosa dire, né cosa provare, né dove finisce la mamma e dove inizia io.
Mi sedetti sul letto, sul suo lato ormai freddo, anche se lei dormiva ancora.
È la mia mamma, Ginevra.
E io sono tua moglie. O lo ero. Non ne sono più più sicura.
Da fuori la mamma gridò qualcosa sui ladri che le avevano rubato la giovinezza. Probabilmente stava ancora a fissare il suo riflesso nello specchio.
Devo
Vai disse Ginevra, con una voce così stanca che mi colpì le ossa. Devi sempre andare.
Ritornai dopo venti minuti, dopo aver calmato la mamma con dei biscotti e una foto dei suoi vecchi tempi, e Ginevra era sparita. Sul cuscino cera solo un biglietto:
«Ti amo. Ma non riesco più ad amarti dal tavolo dattesa della tua vita. Proteggiti. Proteggila.»
Scoppiai a ridere, perché altrimenti avrei pianto come un idiota, e la mamma era già abbastanza confusa.
Chi è andato via? chiese la mamma dalla porta, con quella chiarezza tagliente che a volte la colpiva come un fulmine.
Ginevra.
Quella coi capelli lunghi?
Sì, mamma.
Ah rispose con una sbuffata. Non mi è mai piaciuta. Guardava sempre lorologio.
Ecco, il mio intero mondo riassunto in una frase della donna che non ricordava più cosa aveva mangiato a colazione, ma ricordava ogni piccola offesa che Ginevra le aveva inflitto.
I primi mesi furono un caos di pannolini per adulti, piatti mezzi mangiati e notti in cui la mamma sosteneva che ero il fratello perduto del 1987.
Marco, perché non sei venuto al funerale? mi chiese una sera.
Perché ero occupato a essere morto, mamma.
Lei aggrottò le sopracciglia.
Sei sempre stato irresponsabile.
Gli amici mi chiamavano con quel tono da commemorazione.
Come va, fratè?
Benissimo. La mamma crede che sia suo fratello morto, e la moglie me lha lasciata perché ho preferito cambiare i pannolini invece di andare in terapia di coppia. Che sogno, vero?
Hai provato a parlare con Ginevra?
Sì. Mi ha detto che quando sarò pronto a essere suo marito, non solo il figlio della mamma, la dovrò cercare. Poetico, no? O devastante. Non lo distinguo più.
Una sera la mamma ebbe un lampo di chiarezza. Mentre le somministravo le medicine, mi guardò e disse:
Lhai cacciata, vero? È tua moglie.
Il mio cuore si strinse.
Non lho cacciata, mamma. Ho solo fatto quello che dovevo.
E cosa dovevi fare? Distruggere la tua vita per qualcuno che a metà del tempo non ricorda nemmeno il tuo nome?
Mamma
Non sono stupida, Lorenzo. Non ancora. I suoi occhi si inumidirono. Io ti cambiavo i pannolini quando eri neonato. È giusto che adesso me li cambi tu. Ma non è giusto che ti costi tutto.
Mi hai dato tutto.
E proprio per questo devi avere qualcosa da dare a tua volta. Strinse la mia mano con una forza inaspettata. Non usarmi come scusa per non vivere.
Trenta secondi dopo non mi riconobbe più e mi chiese se avevo visto il figlio di lei, Lorenzo un bel ragazzo, ma un po sparpagliato.
Lo cercherò, signora risposi. Gli dirò che suo padre lo sta aspettando.
Che non arrivi in ritardo disse. Sto iniziando a dimenticare di aspettarlo.
Otto mesi passarono. Ginevra non tornò. La mamma ricordava sempre di meno. Io continuavo a vivere in quel limbo tra amore filiale e amore romantico, chiedendomi se non fossero la stessa cosa, solo in costumi diversi.
Ieri ho trovato una foto del nostro matrimonio. Ginevra sorride, io sono innamorato, la mamma piange al primo piano perché il suo bimbo è diventato uomo. Ho mostrato la foto alla mamma.
Chi sono questi? ha chiesto.
Persone che si amavano molto.
E ora non si amano più?
Non lo so, mamma. Credo si amassero così tanto da dover lasciarsi andare.
Ha annuito, come se capisse, anche se probabilmente aveva già dimenticato la domanda.
Lamore fa male ha detto allimprovviso.
Sì, mamma. Fa un dolore terribile.
Allora è vero.
E per la prima volta in mesi ho sorriso davvero. Perché aveva ragione. Quel dolore acuto, quella colpa, quella perdita, quella decisione impossibile tutto feriva così tanto che poteva essere solo amore.
Amore per la mamma che mi ha dato la vita.
Amore per Ginevra che ha cercato di darle senso.
E forse, un giorno lontano, tanto amore per me stesso da capire che scegliere non significa che le altre strade fossero sbagliate.
Significa solo che quella era la mia.
Intanto preparo il tè per la mamma e cancello i messaggi non inviati a Ginevra, aggrappandomi a quel dolore. Perché è lunica prova che sono ancora vivo. E che, da qualche parte, sono stato amato da due donne straordinarie che meritavano più di quanto potessi dare loro.
Lorenzo? si sente la voce della mamma dal soggiorno.
Sì, mamma. Sono qui.
Chi sei?
Qualcuno che ti vuole tanto bene.
Che bello sorride. Che bello avere qualcuno.
Mentre le porgo il tè pensavo che Ginevra avesse ragione.
Ma anche la mamma aveva ragione.
Io, da qualche parte nel mezzo, cerco ancora di capire quale fosse la risposta giusta in unequazione che non è mai esistita.
E tu, cosa faresti al posto mio?







