Sette condizioni di una madre
Mamma, lo capisci che ormai non è più solo una chiacchierata? Io e Marco abbiamo già deciso.
Giovanna Alberti stava in piedi davanti alla finestra, guardando il cortile. Sotto il vecchio pero ondeggiava una corda, resto dellaltalena che era stata tolta da anni. Sua figlia stava ancora dicendo qualcosa, ma le parole arrivavano ovattate, come attraverso una nebbia.
Giò, mi senti almeno?
Ti sento, Chiara. Ti sento.
Allora girati verso di me.
Si voltò. Chiara stava in mezzo alla cucina con addosso ancora il cappotto della città, quello stesso che aveva indossato entrando, e in mano teneva il cellulare. Di sicuro aveva già pronto qualche numero, qualche argomento; faceva sempre così: arrivava con tutte le risposte pronte per le domande che la madre non aveva ancora fatto.
Abbiamo trovato un bel posto disse Chiara. Non ti preoccupare, non è un istituto. Ci sono camere piccole, i mobili si possono portare, puoi portare le tue cose. Cè il giardino.
Ho già un giardino.
Mamma.
Cosa, mamma? Ti dico che ho il giardino. Guarda, è lì fuori. Ci metto le mani da quarantanni.
Chiara appoggiò il telefono sul tavolo. Era un gesto di pace, Giovanna lo sapeva. La figlia si sedette di fronte a lei e incrociò le mani.
Ascolta. Hai settantadue anni. Sei da sola in questa casa. Linverno scorso sei scivolata fuori, sei rimasta per terra due ore, finché la vicina non ti ha vista.
La gamba è guarita da sola.
Mamma, potevi rimanere lì fuori, al freddo.
Ma non ci sono rimasta.
Chiara la guardò a lungo. Poi si alzò, andò verso il bollitore e lo mise su; anche quello era un gesto conosciuto. Quando le parole si bloccavano, Chiara iniziava a muovere le mani, a occuparsi di qualcosa.
Marco dice che la casa si può affittare. I soldi bastano per la residenza, e ne restano ancora.
Affittare la mia casa.
O venderla. Se vuoi tu.
Giovanna guardò di nuovo fuori. Il pero era vecchio, quellanno quasi non aveva fatto frutti. Nonostante tutto, non aveva nessuna intenzione di abbatterlo.
Chiara, disse piano, ti ricordi quando papà piantò quel pero?
Mamma, ti prego…
Avevi quattro anni. Eri lì, tentavi sempre di infilare le mani nella buca. Tuo padre rideva.
Mi ricordo.
No che non ti ricordi. Pensi di ricordare perché te lho raccontato io.
Il bollitore fischiò. Chiara versò lacqua nelle tazze, le mise davanti alla madre. Rimasero in silenzio. Fuori dal vetro passò la gatta di Carla, la vicina. Si fermò, guardò dentro, poi se ne andò.
Non vado da nessuna parte, disse infine Giovanna.
Va bene, rispose Chiara. E dal tono, sua madre capì che la discussione era solo allinizio.
Chiara ripartì quella stessa sera. Si salutarono come sempre al cancelletto, e la figlia restò un po a guardare la casa dalla strada, come se volesse ricordarla o prendere le misure. Giovanna lo notò, ma non disse nulla.
Quella notte non riusciva a dormire. Fissava il soffitto. Il soffitto era vecchio, con una crepa in un angolo, quella stessa crepa cera dai tempi in cui il padre lavorava in fabbrica, e non era mai peggiorata. Come tante cose in quella casa. Rimanevano così, nel tempo.
Cercò di capire perché Chiara avesse tirato fuori adesso questo discorso. Diceva: linverno scorso sei caduta. Ma linverno scorso era otto mesi prima. Se fosse stato solo quello il problema, perché aspettare lautunno? Doveva esserci dellaltro. Qualcosa che Chiara non diceva apertamente.
A Chiara era sempre rimasta questabitudine dellinfanzia. Prima metteva sul tavolo i fatti, le cifre, le condizioni. Solo dopo, se la madre non accettava, usciva la vera ragione.
Giovanna si alzò dal letto, si mise la vestaglia e andò in cucina. Versò un bicchiere dacqua, lo bevve in piedi. Poi accese la piccola luce sopra i fornelli. Bastava quella a rendere la cucina viva.
Sul tavolo cera il telefono di Chiara. Laveva dimenticato.
Lo prese in mano. Lo schermo era spento. Non lo accese, lo tenne solo un attimo e lo rimise giù.
Domani la figlia sarebbe tornata a prenderlo. E avrebbero parlato di nuovo.
Ma Chiara tornò solo due giorni dopo. Giovanna aveva iniziato a pensare che la figlia stesse tirando la corda apposta, magari tanto un altro telefono ce laveva Ma giovedì mattina una macchina si fermò davanti al cancello. Non era sola, cera anche Marco.
Il genero era alto, curato, di una cortesia contenuta dietro la quale Giovanna non aveva mai capito se ci fosse un vero affetto. Aveva una busta in mano.
Le abbiamo portato qualcosa, disse, invece del solito saluto. Chiara dice che le piace quella focaccia dal Panificio del Centro.
Mi piace, confermò Giovanna. Entrate.
Sedettero a tavola in tre. Marco tirò fuori la focaccia, il formaggio, una specie di crema in un vasetto. Chiara versava il tè. Sembrava tutto sereno, e proprio questo la metteva allerta.
Signora Giovanna, cominciò Marco, dopo aver mangiato qualcosa, vorremmo parlare apertamente.
Non sono contraria al parlare chiaro.
Siamo preoccupati. Davvero preoccupati. Non perché vogliamo sbarazzarci di lei, capisco che possa sembrare…
Non sembrare, dire. Lo state dicendo.
Marco sospirò piano.
Stiamo parlando di sicurezza. Ha una casa grande, anche se a un piano solo. Un giardino. Di inverno scalda la stufa.
La scaldo da trentanni.
Esatto. E prima cera anche Luigi.
Giovanna posò la tazza.
Non iniziamo con Luigi.
Mamma, disse Chiara piano, non vogliamo offenderti. Papà aiutava. Ora sono già quattro anni che non cè, e tu fai tutto da sola. È tanto.
Ce la faccio.
Sì. Ma io non dormo la notte, disse Chiara. Stavolta suonava diverso. Senza cifre, senza motivazioni. Solo così.
Giovanna la guardò. La figlia fissava il tavolo.
Da tanto che non dormi?
Dallinverno scorso. Da quando Carla mi ha telefonato e mi ha detto che ti aveva vista per terra sullingresso. Mentre guidavo pensavo…
Ho capito cosa pensavi.
No, non puoi capire cosa sente una figlia, quando…
Posso. Sono stata figlia anche io.
Tavola in silenzio. Marco guardava fuori. Il vento scuoteva le ultime foglie del pero.
Va bene, disse Giovanna. Portatemi a vedere questo posto. Così saprò cosa avete trovato.
Chiara sollevò la testa.
Sei daccordo ad andare a vedere?
Daccordo a vedere. Non è la stessa cosa che accettare di trasferirmi. Capite la differenza?
Sì, disse Marco.
Allora la prossima settimana. Prima devo annaffiare la serra e portare a Carla i vasetti che le ho promesso.
Si mise a sparecchiare. Conversazione finita: lo fece capire di spalle. La figlia e il genero si scambiarono unocchiata, lei se ne accorse, senza vedere. Ma non aggiunse altro.
Domenica venne Carla. Amiche da trentanni, da quando crescevano i figli e facevano la spesa insieme. Carla aveva tre anni meno, era più vivace, più schietta e si faceva sempre gli affari degli altri. Ma Giovanna la amava. Con lei bastava parlare chiaro.
Ho sentito che Chiara viene spesso ultimamente, disse Carla togliendosi le scarpe.
Vieni, ho appena fatto il tè.
Tutto bene?
Parliamo.
Di cosa? Carla già sedeva, decisa a non lasciar cadere la questione.
Vogliono che vada in una residenza. Dicono che lì sto meglio.
Carla tacque. Cosa rara per lei.
E tu?
Andrò a vedere la prossima settimana.
Ecco. Giusto. Guarda e poi decidi.
Carla, davvero pensi che dovrei andarci?
Penso che non sono io a dover scegliere.
Ma tu che faresti?
Carla prese la tazza con entrambe le mani.
Io non andrei. Resterei qui. Ma io sono io, e tu sei tu. Ho mio figlio Marco dietro il muro, passa tre volte la settimana, vede tutto. Tu hai Chiara in città.
Non sono sola. Tu ci sei.
Giò, Carla appoggiò la tazza, ho tre anni meno di te e un ginocchio che non so se mi permette di passare linverno. Non contare troppo su di me. Sto già cercando su chi appoggiarmi io.
Sincera. Giovanna annuì.
E allora cosa devo fare?
Vivere, disse Carla. Finché si può. Poi si vedrà.
Mercoledì andarono a vedere la residenza. Marco guidava, Chiara era davanti, Giovanna dietro a guardare fuori. La città lasciava spazio ai sobborghi, i sobborghi a paesaggi diversi. Campi, boschi, ancora campagne.
È lontano, disse.
Sono quaranta minuti. Marco. Verrò io ogni domenica.
Non rispose.
La residenza si chiamava Porto Sereno. Il nome, Giovanna prese nota: troppo bello per essere vero. Nomi belli nascondono spesso cose banali.
Ma il posto era dignitoso, questo lo ammise almeno con sé stessa. Edifici bassi, vialetti, panchine. Gli alberi erano giovani, dieci anni o meno. Il giardino cera, come Chiara aveva detto, ma non era il suo.
La direttrice era una donna sui cinquantanni, ben vestita, parlava con tono gentile e sguardo fermo.
Signora Giovanna, ora le facciamo vedere tutto. Stanze, sala da pranzo, zona passeggiate. Se ha domande, le faccia pure.
Ne ho una, disse Giovanna.
Sì?
Posso tenere qui il mio gatto?
La direttrice sorrise.
Certo, se è tranquillo.
È tranquillo. Ha dodici anni. Si chiama Ernesto.
Bel nome.
Fecero il giro dei padiglioni a lungo. Giovanna osservava attentamente. I corridoi erano larghi e puliti. In una stanza una signora anziana lavorava a maglia senza alzare la testa; in unaltra due giocavano a carte. Un uomo camminava con il bastone, li salutò con un cenno.
Nella camera proposta cera una grande finestra. Bella luce. Un armadio, il letto, la poltrona davanti alla finestra, un piccolo tavolo.
Si possono portare le proprie cose? chiese Giovanna.
Certo, molti portano quadri, fotografie, stoviglie.
E le tende? Quelle di serie non le reggo.
Può portare anche quelle.
Giovanna si fermò un attimo davanti alla finestra. Fuori si vedeva il giardino. Alberi giovani, sentieri, cespugli coperti.
Si può lavorare in giardino? Intendo, io da sola. Zappare, piantare?
La direttrice scambiò uno sguardo con Chiara.
Bisogna parlare col nostro agronomo. In genere chi lo chiede può partecipare.
No, non voglio essere partecipante. Voglio decidere io cosa e dove piantare.
Mamma, iniziò piano Chiara.
Non sto facendo storie. Solo preciso.
Al ritorno viaggiarono in silenzio. Poi Chiara si voltò dal sedile davanti.
Allora? Che ne dici?
Dico: non male. Per quello che è.
E cosè?
Un posto dove vivono persone che non hanno più dove andare.
Non è giusto dirlo. Molti scelgono loro.
Forse. Non so. Devo pensarci.
Quanto tempo?
Quanto serve, rispose guardando fuori.
A casa, appena entrata, andò subito da Ernesto. Il gatto stava sul davanzale, contemplando il cortile. Lo prese in braccio, si strofinò la guancia alla sua testa. Lui non protestò.
Ernesto disse , vogliono che ci trasferiamo.
Il gatto la fissò, poi tornò a guardare fuori.
Lì accettano i gatti, aggiunse. Se sono tranquilli.
Ernesto sbadigliò e saltò giù.
Lei rise. Da sola, in cucina.
Passò una settimana. Poi unaltra. Chiara chiamava tutti i giorni, ma stava attenta a non essere troppo diretta. Tutto bene? Come va la salute? Hai già acceso il riscaldamento? Giovanna rispondeva serena: la salute cè, arriva il freddo, ho già acceso.
Ma in realtà pensava. Pensava sul serio, senza fretta come sapeva fare solo lì, in quella casa e in quel silenzio.
Ecco cosa sapeva per certo: quella casa non era solo una casa. Lo capiva già prima, ora però sentiva la cosa con forza. In ogni angolo cera un pezzo di vita. Quella parete: lavevano dipinta lei e Chiara nel novantaquattro, quando non cerano soldi per i muratori. Chiara era in terza media, pitturava precisa, con la punta della lingua tra i denti. Quella finestra, che Luigi aveva sistemato cinque volte ma restava un po storta. Quel chiodo in dispensa, dove la madre appendeva il cappotto quando era in vita.
Non era solo sentimentalismo. Era altro. Stratificata vita vissuta, entrata nei muri. Non sapeva se si potesse vivere senza questo. Non sapeva se ne avrebbe avuto voglia.
Cera anche altro. Onestamente. Lo aveva provato linverno precedente, sdraiata sullo stipite incapace di rialzarsi. Non era stato il dolore; quello alla gamba era passato. Era la sensazione che, se Carla non fosse uscita sul balcone una paura lunga. Non per la vita, ma per lidea che nessuno avrebbe saputo che cera bisogno.
Poi pensava a Chiara. Diceva che non dormiva. Giovanna le credeva. Anche lei non dormiva quando Chiara era piccola e si ammalava. Era la stessa paura, solo al contrario.
A novembre la chiamò Irene, unamica dinfanzia che ora viveva a Firenze, non si vedevano da anni.
Giò, come va? Chiara mi ha chiamata.
Irene, pure tu?
No, è solo che mi preoccupavo.
Quindi anche tu.
Irene rimase muta.
Beh, Giò, tua figlia si preoccupa. Non te la prendere.
Non me la prendo. Lo capisco. Ma sembra che tutti abbiano già deciso per me. Mi portano la focaccia, i discorsi gentili, ma la scelta non è mia.
E tu cosa vuoi, in fondo?
Giovanna restò in silenzio.
Voglio che sia una mia scelta. Non loro. Mia.
Allora fa in modo che lo sia.
Come?
Non so, Giò. Forse parlatevi da adulte, non come madre e figlia.
Dopo la telefonata restò a lungo al tavolo. Poi prese un foglio, una penna. Faceva sempre così per capire davvero qualcosa. Scriveva. Per sé stessa.
Scrisse in cima: cosa perdo. Cominciò a elencare. Casa. Giardino. Pero. Orto. Carla oltre la siepe. La crepa sul soffitto. Il chiodo in dispensa. Le mani di Luigi nei muri.
Poi: cosa guadagno. Sicurezza. Che Chiara dorma tranquilla. Medico vicino. Sempre qualcuno lì. Ernesto può stare con me.
Restò a lungo a guardare quei due elenchi. Il primo era più forte, dentro. Ma anche il secondo era vero.
Poi scrisse una terza colonna: cosa temo di perdere davvero.
Lì ci fu una parola sola. La scrisse e ne restò sorpresa.
Me stessa.
Aveva paura, andando via, di perdere una parte di sé. Qualcosa che era tenuto su da quelle mura, da quel giardino, da quel silenzio. Qualcosa che era lei. E senza, sarebbe solo una donna anziana in una stanza ordinata, con alberi non suoi fuori dalla finestra.
Questa era la paura vera.
A dicembre arrivò a sorpresa il nipote. Matteo, figlio di Chiara, ventitré anni, lavorava in città, viveva da solo. Vedeva la nonna poco ma le voleva un bene sincero, si capiva subito.
Arrivò senza avvisare, chiamò dal cancello.
Nonna, sono io. Apri.
Matteo! Che sorpresa!
Lo fece entrare, gli preparò da mangiare come sapeva. Lui mangiava di gusto, lodava tutto, senza finzione.
Perché sei venuto? domandò quando stavano col tè.
Mi mancavi.
Matteo.
Dai, nonna. È vero che mi mancavi. E poi… Si fermò. Anche mamma me lha chiesto.
Non negò.
Sì, me lo ha chiesto lei. Però volevo venire comunque. Non pensare male. Cosa ti ha detto?
Che non riuscite a mettervi daccordo. Che fai la testarda.
Non sono testarda. Penso.
Da tanto?
Su questo serve tempo. È importante.
Matteo rigirò la tazza tra le mani.
Nonna, ma ci sei stata davvero al Porto Sereno?
Ci sono stata.
Come ti è sembrato?
Pulito. Curato. Direttrice brava.
Ma non vuoi andarci.
Non so se voglio. Non è la stessa cosa.
Lui la fissò. Aveva gli stessi occhi di Luigi, ogni volta Giovanna notava questa somiglianza.
Nonna, posso dirti una cosa?
Vai.
La mamma si spaventa tanto. Lo vedo. Tutti i due giorni mi chiama, chiede se sono passato da te. È davvero in pensiero.
Lo so che ha paura.
Allora perché…?
Matteo, dimmi una cosa. Se tu avessi vissuto sempre qui, tuo padre avesse fatto con le sue mani questa finestra, fece cenno e questa mensola, e questa porta. Se da quarantanni avessi messo le mani in quellorto. Se tutto quello che ricordi sta qui dentro. Te ne andresti così, di colpo?
Matteo la guardava.
No, disse infine.
Ecco.
Però i ricordi ti restano. Quelli non se ne vanno.
Ma i ricordi senza un posto sono solo… pensieri. Avere il posto è come unancora. Finché sono qui, so ancora chi sono.
E lì non lo sapresti?
Non rispose. Non lo sapeva nemmeno lei.
Matteo se ne andò verso sera, la salutò al cancello con un lungo abbraccio.
Nonna, verrò più spesso. Davvero. Non solo per la mamma.
Ti credo.
E chiamami se ti serve qualcosa.
Se serve cosa?
Se hai bisogno daiuto. O solo di parlare.
Grazie, Matteo.
Guardò la macchina allontanarsi. I lampioni tremolavano, sullasfalto uno strato di brina. Silenzio.
Rientrò. Ernesto era vicino al termosifone, la guardò. Si accovacciò a fianco, gli grattò dietro le orecchie.
Allora, Ernesto disse , pensaci pure tu.
A gennaio fu la prima vera discussione. Chiara venne di sabato, e subito si sentiva diversa. Tesa. Gesti nervosi.
Mamma, dimmi chiaro: vai o no?
Salve, Chiara. Vieni, levati la giacca.
Mamma. Sono venuta per una risposta.
Sei venuta di sabato mattina senza avvisare per avere la risposta?
Sì.
Giovanna posò il panno con cui asciugava le mani.
Cosè successo?
Niente. Solo che voglio sapere cosa succederà.
Vuoi avere tutto sotto controllo.
Mamma!
È la verità. Sei sempre stata così, sin da piccola. Non è male. Sei tu.
Chiara tolse il cappotto, si sedette. La madre notò che le mani le tremavano un po.
Cosè successo davvero, Chiara?
La figlia rimase in silenzio a lungo. Poi sottovoce:
Marco ha problemi al lavoro. Seri. Non sappiamo come andrà. E io… non sono capace di preoccuparmi per lui e per te insieme. Non sono di ferro.
Giovanna le si sedette vicino.
Che problemi?
Il suo ufficio rischia la chiusura. Riorganizzazione.
Lo sa da quando?
Da una settimana.
Perché non me lhai detto?
Ho già abbastanza preoccupazioni.
Chiara. Sono tua madre. Devo sapere.
La figlia la guardò.
Appunto. Tu sei madre. Ma io sono figlia. E ho il diritto di sapere cosa succede alla mia mamma. Di poter stare almeno tranquilla per uno di voi.
Tacerono.
Capisco, disse alla fine Giovanna.
Cosa?
Che sei stanca. Che è tutto tanto in questo periodo.
Chiara si coprì gli occhi. Poi guardò fuori.
Mamma, non ti chiedo di trasferirti per me. Veramente. Puoi restare, se vuoi. Voglio solo sapere che sei lì, che sei al sicuro. Che se succede qualcosa cè qualcuno.
Carla cè.
Carla non è un medico. Carla ha già i suoi guai.
Carla è viva. Lì sarebbe tutto in regola, ma estraneo.
Mamma. Anche lestraneo diventa famiglia.
A settantadue anni?
A qualsiasi età.
Bevvero il tè in silenzio. Poi Chiara disse:
Ti ricordi quando ci siamo trasferite da via degli Ulivi? Avevo sei anni. Piangevo, non volevo lasciare laltalena in cortile.
Mi ricordo.
Poi mi sono abituata. E quel cortile è diventato casa.
Avevi sei anni, Chiara. I bambini si abituano.
E gli adulti no?
Gli adulti si abituano solo a ciò che hanno scelto. Non a ciò che hanno accettato.
Chiara si alzò, si mise alla finestra.
Allora scegli, mamma. Sul serio. Io non ti obbligo. Ma scegli tu.
Da quel giorno qualcosa cambiò dentro. Giovanna iniziò a pensare in modo diverso. Non più a cosa stava perdendo, ma a cosa stava scegliendo.
Era un altro modo di vedere.
Chiamò la direttrice. Da sola, senza Chiara.
Buongiorno, sono Giovanna Alberti. Siamo venute a ottobre.
Mi ricordo. Buongiorno.
Volevo chiedere del giardino. Aveva detto che si poteva parlare con lagronomo.
Certo.
Posso venire da sola? Parlo con lui.
Pausa.
Quando vuole lei.
Ci andò il giovedì. Chiese a Carla di accompagnarla: spiegò il motivo. Carla non fece domande, disse solo: Va bene. Aspetto in macchina.
Lagronomo era un giovane, avrà avuto trentacinque anni, un po impacciato, si chiamava Francesco. Le fece vedere il giardino, spiegò cosa era già piantato, cosa era previsto.
Francesco, disse Giovanna, devo capire una cosa. Se vivrò qui, posso avere un pezzetto di terra mio? Piccolo. Dove decido io cosa fare?
Formalmente non è previsto…
Lho immaginato. Ma è possibile?
Si grattò la testa.
Abbiamo una signora, ottantanni. Si è presa un angolo dietro il secondo edificio. Nessuno si oppone: lì cè ombra, tanto, non ci va nessuno.
Perfetto, voglio un angolino così.
Non ha ancora deciso se viene?
No. Ma voglio sapere i limiti.
Capisco, disse Francesco. E sorrise, caldo. Lei mi ricorda mia nonna. Anche lei ha voluto vedere tre volte prima di scegliere.
E adesso come sta?
Dice che ha sbagliato ad aspettare.
Giovanna lo fissò.
Lo dice per tranquillizzarla.
Francesco rise.
Forse. Ma lorto più bello è il suo.
Al ritorno Carla non chiese nulla. Solo quando stavano rientrando in paese commentò:
Allora?
Lì cè un buon agronomo.
Tutto qua?
È importante.
Carla annuì, soddisfatta.
Stai riflettendo.
Esatto.
Febbraio fu freddo. Giovanna accendeva la stufa ogni giorno, spaccava la legna, anche se Matteo le aveva proposto di pagare qualcuno. Aveva rifiutato. Le piaceva sentire il legno spaccarsi, tornare utile.
Una sera prese il vecchio album di fotografie. Quello che non apriva da anni. Erano ingiallite, alcune stavano per staccarsi.
Ecco Chiara al mare, otto anni, nascosta sotto lasciugamano. Cè Luigi a pescare, guarda di lato, non sa di essere immortalato. La madre giovane, con un vecchio cappotto da dopoguerra.
Restò a lungo su quellalbum. Poi realizzò: tutto questo può portarlo con sé.
Casa no. Ma tutto il resto, sì.
Le foto. Le tende. Ernesto. La tazza con cui Luigi beveva il caffè. La coperta fatta ai ferri nellinverno del Novantotto. Lalbum stesso.
La casa non si porta via. Però lei, Giovanna Alberti, settantadue anni, era se stessa non per una casa. Ma per la sua storia vissuta. Perché ricordava il profumo di sua madre, le risate di Luigi, Chiara che pitturava col musetto sporgente.
Quello era con lei, non sarebbe mai sparito.
Chiuse lalbum e restò ancora un po in silenzio.
Poi chiamò Chiara.
Mamma? È tardi. Tutto bene?
Tutto bene. Volevo dirti… ho preso una decisione.
Dallaltra parte silenzio.
Mamma?
Mi trasferirò. Quando scioglierà la neve. Mi serve tempo per sistemare tutto. Preparare lorto, dividere le cose. E cè da decidere sulla casa.
Mamma, la voce di Chiara era quasi stranita.
Che cè?
Lhai deciso tu davvero? Non per me?
Giovanna rifletté.
Lho deciso per me. Ma tu fai parte di me. Capisci cosa intendo?
Sì.
Bene allora.
Mamma… grazie.
Ancora è presto. Devo mettere le condizioni.
Che condizioni?
Le saprai. Ora vai a dormire.
Posò il telefono. Ernesto le strofinò la testa sui piedi.
Allora, Ernesto, disse, traslochiamo.
Il gatto la guardò e sbadigliò.
A marzo chiamò Chiara da sola, senza Marco. Si sedettero al tavolo, Giovanna mise davanti a lei un foglio.
Queste sono le mie condizioni. Leggi.
Chiara prese il foglio. Lo lesse in silenzio. Poi sollevò lo sguardo.
Sono sette i punti, mamma.
Sette.
Primo: non vendere la casa per almeno due anni.
Esatto. Voglio sapere che se decido posso tornare. Affittatela, usate i soldi per la residenza. Ma non venderla.
Va bene. Secondo: venirmi a trovare almeno due volte al mese.
Questo serve a me, non a voi. Ho bisogno che siate presenti.
Daccordo. Terzo: Ernesto viene con me.
Devi scrivere anche del gatto.
Così è nero su bianco.
Chiara sorrise.
Va bene. Quarto: il mio spazio nellorto.
Ci hai parlato con Francesco?
Con Francesco. Ha promesso.
Perfetto. Quinto: i mobili li scelgo io.
Giusto.
Ovvio, ma meglio scritto. Sesto?
Chiara scorse il foglio.
Sesto: Matteo può venire quando vuole, senza avvisi, a qualsiasi ora.
Questo lo patteggio io col nipote. Ma voglio che sappia che è sempre il benvenuto.
Chiara posò il foglio. Aveva gli occhi lucidi.
Mamma. Non dovevi scrivere così formalmente.
Lo so. Ma è chiaro.
Il settimo punto.
Leggilo ad alta voce.
Nessuno mi chiama ospite, paziente o assistita. Vivo lì. È casa mia.
Rimasero in silenzio.
Si può fare, disse infine Chiara piano.
Allora siamo daccordo.
I preparativi occuparono tutto aprile. Giovanna sistemava le cose con calma, metodo. Carla veniva ogni giorno, aiutava: alcune volte tacevano, altre chiacchieravano di niente. Era bello così.
Un giorno Carla chiese:
Giò, non hai paura?
Sì, rispose onesta.
Di che cosa di più?
Di svegliarmi e non riconoscere dovè casa.
Succederà allinizio.
Lo so.
Poi ci farai labitudine.
Vedremo.
Posso venire a trovarti?
Giovanna la guardò.
Carlo, sei la mia migliore amica da trentanni. Non pensi che ti inviterò?
È lontano però.
Unora di pullman.
Il ginocchio non gradisce il pullman.
Allora ci sentiamo al telefono. O chiedi a Marco di accompagnarti almeno una volta al mese.
Marco borbotta quando deve fare strada.
Marco ti vuole bene, verrà. E io lo premio con i miei cetriolini.
Carla rise.
Affare fatto.
Successe di ritrovare una vecchia scatola con delle lettere. Non la apriva da ventanni. Lo fece ora.
Lettere di Luigi dalle trasferte. Lettere della madre. Alcune sue, mai spedite o ritornate per sbaglio.
Le lesse piano, una ad una. Luigi scriveva buffo e tenero, finiva sempre con qualcosa di solo per lei: Non immagini quanto mi mancano le tue mani. Stupida trasferta. Ottantanove.
Rimise tutto nella scatola. Da portare con sé.
Tre giorni prima del trasloco venne Matteo. Da solo, senza avvisare.
Nonna, ti aiuto coi pacchi.
I pacchi sono già quasi tutti fatti.
Allora mi fermo con te.
Rimasero fino a sera a parlare del suo lavoro, dei libri, della stagione. Poi Matteo chiese il racconto su nonno Luigi. Giovanna raccontò a lungo, con piacere.
Lui era buffo e serio allo stesso tempo. Sai comè?
Sì.
Poteva imprecare per un interruttore unora. Poi si metteva a cantare. Così, senza motivo.
Cosa cantava?
Di tutto. Vecchie canzoni. A volte inventava le parole, veniva fuori un casino.
Matteo rideva. Rideva come Luigi.
Nonna, ti manca?
Ogni giorno.
E come fai?
Vivo.
Lui annuì. Non chiese altro.
La mattina del trasloco si alzò presto. La casa quieta, quasi vuota. Il grosso dei mobili rimaneva: per affittarla. Portava solo la poltrona, il tavolo da cucina piccolo fatto da Luigi e la mensola dei libri.
Andò nelle stanze. Si fermò in camera, poi in dispensa a toccare il chiodo. In cucina guardò dal vetro verso il pero.
Il pero era spoglio, aprile, rami vecchi. Avrà avuto trentacinque anni, forse più. Passerà ancora tanti inverni. Basterà restare.
Giovanna uscì, andò sotto il pero, poggiò la mano sul tronco. Corteccia fredda, ruvida.
Dai, disse piano, resisti anche tu.
Rientrò, prese il cappotto, mise Ernesto nel trasportino.
Chiara arrivò alle dieci. Marco era al volante, Matteo dietro. Caricarono tutto in silenzio, mettendosi d’accordo senza parole. Giovanna lo apprezzò.
Quando fu tutto pronto, chiuse la porta a chiave. Mise una chiave in borsa. Laltra la diede a Chiara.
Ricordati di venire a controllare ogni tanto.
Lo farò.
E bagna il pero a giugno, se non piove.
Mamma, so come si fa.
Lo so. Ma te lo dico lo stesso.
Si sedettero in macchina. Non si voltò indietro. Guardava avanti.
Ernesto tranquillo nel trasportino, anche lui con lo sguardo avanti.
Per mettere a posto la stanza ci volle due settimane. La prima sembrava di vivere in sogno: tutto giusto, pulito, ma non suo. Si svegliava e guardava il soffitto: senza crepe. Si abituava.
Le tende sue, quelle le aveva portate. Appese: meglio già. La poltrona davanti alla finestra, il tavolo di Luigi nellangolo, sulla mensola libri, la scatola delle lettere, qualche fotografia.
Ernesto esplorava, poi salì sulla poltrona. Accettata.
La direttrice, dottoressa Lucia Marchesi, venne dopo tre giorni.
Signora Giovanna, come va?
Mi sistemo poco a poco.
Se serve qualcosa, mi raccomando, chieda.
Daccordo.
Domani in mensa facciamo la festa dei compleanni. Se vuole venire.
Vedrò.
Ah, Francesco dice che laspetta in giardino quando si sente pronta.
Gli dica sabato.
Lucia Marchesi sorrise.
Daccordo.
La signora della stanza accanto si chiamava Nilde Rinaldi. Bussò al quarto giorno con una fetta di ciambellone.
Buongiorno. Sono la vicina. Lei è nuova?
Sì. Giovanna.
Nilde Rinaldi. Prenda pure, lho fatto io nella cucina comune, se si prenota si può usare.
Grazie. Vuole accomodarsi?
Nilde entrò, osservò la stanza.
Ha già reso tutto accogliente. Anchio ho quadri e fotografie. Senza, non si può.
Lei da quanto vive qui?
Tre anni già. Allinizio era dura. Poi si impara.
Le manca casa?
Nilde rifletté.
Mi manca. Ma ormai i figli lhanno venduta. Sinceramente non ero contraria. Da sola era dura.
Viveva sola?
Mio marito è morto sei anni fa. Lo disse come un fatto. I figli ognuno in una città. Qui cè sempre qualcuno.
Questo aiuta? Avere gente vicina?
Aiuta. Non si aspetta più nulla. Non si ascolta il silenzio.
Giovanna la fissò.
Detto bene.
Silenzio in casa vuota è un peso. Qui invece è pace.
Bevvero il tè. Parlarono di libri: Nilde era ex bibliotecaria, leggeva molto, conosceva mille storie. Giovanna ascoltava volentieri.
Quando se ne andò, Giovanna pensò: tutto cambia, ma qui cè ancora una persona, qualcuno che arriva con una torta.
Sabato andò da Francesco. Le mostrò un angolo dietro il secondo edificio. Un fazzoletto allombra, terra fredda ma già scongelata.
Qua posso mettere delle piantine? chiese.
Può. Gli attrezzi glieli do io.
Faccio da sola.
Certo. Ma se serve sono qui.
Restò un po a guardare. Era terra estranea. Ma la terra è sempre terra. Mai del tutto estranea.
Ci crescono bene i pomodori qua? domandò.
Se copri, sì. Un po di ombra, ma si può.
E laneto?
Laneto cresce ovunque.
È vero, annuì. Laneto è invincibile.
Francesco rise.
Chiara venne il primo fine settimana. Entrò nella stanza, guardò.
Mamma, va proprio bene. Davvero.
Le tende aiutano.
Anche la poltrona. E quella foto lì.
Lì cè nonno Luigi con Matteo. Aveva tre anni.
Mi ricordo quel giorno. Il nonno diceva: guarda qui! E Matteo niente.
Non guardava mai in camera. Sempre altrove.
Stettero silenziose.
Mamma, come stai davvero?
Onestamente?
Sì.
I primi giorni erano pesanti. Mi svegliavo e ci mettevo un attimo a capire dove fossi. Non piacevole.
Adesso?
Ora lo so. Solo diverso. Mi ci abituo.
È positivo?
È così.
Chiara sedette sul letto.
Mamma. Non ti dispiace?
Giovanna guardò fuori. Francesco faceva qualcosa tra gli alberi giovani. Un passero su un ramo, poi via.
Chiedimelo tra un anno.
Sì o no?
Non lo so ancora. Ma sono qui. E non mi pento: ho deciso io. Conta di più.
Chiara annuì.
Già. Conta di più.
Matteo venne mercoledì dopo, senza avvisare. Portò un libro e delle mele.
Nonna, la nostra pianta di mele in cortile ha già i fiori. Forse è precoce. Qui la foto.
Fammi vedere.
Lei guardò la foto. I fiori erano bianchissimi, leggermente mossi: Matteo aveva fatto la foto di fretta.
Hai fotografato bene.
Ho provato.
Stampami la foto. Metto insieme alle altre.
Ci penso io.
Uscirono in giardino. Mostrò a Matteo il suo spazio dietro il padiglione.
Qui i pomodori. Qua laneto. Magari le zucchine, se cè posto.
Nonna, sei sul serio? Fai tutto tu?
E chi altri? Francesco aiuta, ma pianto io.
Forte.
Prendi in giro?
No, è bello. Sei sempre stata così.
Così come?
Che ovunque vai ti fai un tuo orto.
Lei rise. Inaspettatamente, con gioia.
Dopo due mesi chiamò Carla. Marco laveva accompagnata, passò mezza giornata con Giovanna: vide tutto, assaggiò la ciambella di Nilde, parlò di cetrioli con Francesco e fu soddisfatta.
Dai, disse quando se ne andava non è male qui da te.
No.
Pensavo peggio.
Tutti pensavano peggio.
Ti manca?
La casa sì. Tu sì. Il pero poi.
Il pero cè ancora. Ho visto. Chiara lo bagna.
Lo bagna davvero?
Sì. Ho controllato apposta.
Giovanna si fermò.
Carla, sei una buona amica.
Lo so, rispose Carla. Anche tu. Tornerò.
In autunno Matteo portò la stampa della foto del pero. Bella cornice. Giovanna la mise con le altre foto.
Sulla mensola cerano: Luigi con Matteo. Il mare, Chiara sotto lasciugamano. La madre col cappotto. Il pero in fiore.
Nilde Rinaldi entrò la sera, guardò.
Bel pero.
Lha piantato Luigi. Trentacinque anni ormai.
È ancora lì?
La casa è affittata. Il pero resta.
Le manca, vero?
Sì, lui, la casa, tutto. Ma sa cosa penso, Nilde?
Cosa?
Manca non vuol dire soffrire. Vuol dire solo ricordare con amore. Cè differenza.
Nilde la osservò.
È vero, rispose piano. Detto bene.
Un anno dopo Chiara chiese ancora.
Erano lì nella stanza a mangiare insieme le mele del giardino. Questanno Giovanna era riuscita a produrne qualcuna, piccole e storte ma sue.
Mamma, ti dispiace?
Giovanna prese una mela, la guardò.
Lho fatta crescere io questa.
Lo vedo.
Su una terra non mia. Ma la terra ha accettato.
Mamma. Ti dispiace?
Appoggiò la mela.
Ora ci penso diversamente. Non sono andata via. Sono venuta da te. È diverso.
Da me? Io non vivo qui.
Da te. Dal fatto che ora tu dormi la notte. Che Matteo può venire quando vuole, senza pensieri. Questo è più casa della vecchia casa.
Chiara la guardava.
Non pensavo la vedessi così.
Nemmeno io, è venuto col tempo.
E questo ti fa bene?
Giovanna fissò la sua mela, storta ma sua.
Chiedimi unaltra cosa.
Cosa?
Chiedimi se sono contenta di aver scelto io.
Chiara restò un attimo in silenzio.
Sei contenta di aver scelto tu?
Giovanna sollevò lo sguardo e sorrise piano.
Sì. Questo sì.
Fuori il vento percorreva il giardino. Gli alberi giovani erano già un po cresciuti in un anno. Lorto dietro il secondo padiglione, coperto dal telo, aspettava la primavera. Ernesto dormiva sulla poltrona. Sulla mensola le fotografie: Luigi, il mare, la madre, il pero.
Chiara prese una mela dal tavolo, la rigirò tra le dita.
È tutta storta.
Ma è mia.
La assaggio?
Prendi.
La figlia addentò. Rifletté.
Buona, mamma.
Lo so.







