Copia della moglie
Sei sicura che non ti dia fastidio? mi ha chiesto Marina, rimanendo sulla soglia con una borsa a tracolla e un sorriso incerto che su di lei non avevo visto mai prima. Capisco che sia scomodo. Capisco.
Marina, dai, smettila. Entra. Mi sono spostata e ho tenuto la porta aperta. La stanza è libera, Antonio non ha nulla in contrario. Va tutto bene.
Antonio non ha niente in contrario… ha ripetuto Marina, e cera qualcosa di strano, non ironico, più una sincera meraviglia in quellinsistenza. Come se quel niente in contrario fosse diventato davvero importante.
Non si oppone quasi mai, in realtà ho detto io, dirigendomi già verso la cucina . Togliti le scarpe. Le ciabatte sono a sinistra.
E così tutto è cominciato.
Ho cinquantadue anni. Marina, mia amica dai tempi delluniversità, ne ha cinquantuno. Non ci vedevamo davvero da almeno cinque anni, solo qualche chiamata, un caffè ogni tanto in centro. Credevo di conoscerla bene, abbastanza da aprirle la porta di casa senza dubbi. Marina si era separata, la casa in affitto era finita, la burocrazia per la nuova casa si protraeva. Necessitava solo di due-tre settimane, massimo un mese. Giusto il tempo di rimettersi in piedi.
Abitiamo a Lucca una città né piccola né grande, dove i quartieri si assomigliano un po tutti e in panetteria ti riconoscono dalla voce. Casa nostra ha tre ambienti, terzo piano, finestre sulla via silenziosa. Mio marito Antonio lavora in una ditta di edilizia, una bella posizione anche se nessuno lo nota in giro. Io insegno economia al tecnico, da ventitré anni. Nostra figlia vive già da tempo a Bologna. La casa è ariosa, familiare, con le cose al loro posto, niente che vorresti cambiare.
Marina è arrivata con una valigia grande e una scatola, si è sistemata in silenzio, quasi senza che ce ne accorgessimo. Per i primi tre giorni non si sentiva quasi: usciva presto, tornava tardi, mangiava poco, parlava meno ancora. La prima sera Antonio ha chiesto solo:
Per quanto?
Un mese, ho risposto.
Un mese, ha ripetuto lui, con lo stesso tono di Marina sulla porta.
Non ho dato peso alla cosa. In fondo, non sono una persona che dà peso ai dettagli. O almeno, così credevo.
Il primo campanello dallarme si è fatto sentire la seconda settimana. Una mattina, entrando in bagno, ho trovato il mio profumo poggiato nel posto sbagliato. Si chiamava Gardenia boccetta verde scuro con tappo dargento, da tre anni lo compro sempre nella profumeria in Via Fillungo. Ma invece di trovarlo sulla mensola a sinistra, era sul bordo del lavandino. Ho pensato daverlo spostato io. Lho rimesso al suo posto. Me ne sono scordata.
La terza settimana ho notato altro.
Abbiamo fatto colazione in tre. Il mio caffè, sempre con un goccio dacqua fredda prima, poi lacqua calda senza far bollire sennò diventa amaro. Antonio lo sa e apprezza sempre. Quella mattina però il caffè lo ha preparato Marina, perché io ero al telefono. E Antonio, assaggiandolo, ha detto:
Buono.
Ho copiato da Olga, ha detto Marina. Lo fa sempre così.
Lho guardata. Marina mi ha sorriso, affettuosa. Tutto sembrava innocuo e cordiale. Ho sorriso anchio.
Ma qualcosa dentro di me si è arrestato. Senza spiegazioni.
La settimana di lavoro ha ingoiato tutto: orari, correzioni, riunioni. Tornavo e trovavo casa sistemata, tranquilla. Marina riusciva anche a pulire, a riordinare. Antonio si è abituato in fretta, più di quanto pensassi.
Oggi ha cucinato lei, mi ha detto una sera, con lorgoglio di un bel annuncio. Zuppa di fagioli. Buonissima.
La faccio anchio, la zuppa di fagioli, ho risposto.
Sì, ha detto lui. È simile.
Non ho chiesto chi la facesse meglio. Lui non lha detto.
In quel periodo Marina lavorava da remoto, qualcosa legato a documenti, ma non ci ho fatto troppo caso. Passava le giornate in camera con il portatile, per pranzo cucinava qualcosa di semplice, di sera si preparava, mai in pigiama ma sempre sistemata. Lho notato: io invece indosso sempre i pantaloni morbidi e il maglione vecchio per cena. Così, senza volerlo, Marina era sempre più elegante di me, in casa mia.
Una sera, Antonio si è seduto accanto a Marina davanti alla TV. Io ero in camera a correggere i compiti. Sentivo le loro voci tranquille, senza pause. Antonio raccontava qualcosa, Marina rideva. La sua risata mi è apparsa simile alla mia, solo più morbida. Mi sono detta che stavo esagerando. Ridere è ridere.
Ma nei giorni successivi quella sensazione è tornata, più forte.
Marina ha cambiato pettinatura. Da tempo aveva un taglio corto, deciso. Adesso li lasciava crescere, morbidi, sistemati indietro come faccio io. Lho realizzato guardando lo specchio in corridoio: due riflessi femminili, uno più vicino, uno più lontano. Leffetto di una vecchia foto e di una nuova, scattate nello stesso posto.
Ti sta bene le ho detto.
Davvero? ha sorriso sistemando una ciocca davanti allo specchio. Mi andava di provare. Ti ho vista, mi è piaciuto.
Ancora tu. Ancora questa imitazione sottile. Ho sorriso e sono andata in cucina. Ma dentro, non sorridevo più.
La domenica ho chiamato mia figlia.
Mamma, come va?
Tutto bene. Marina è da noi, te ne avevo parlato.
Ah, sì. È ancora lì?
Sì, ancora. Ritardi coi documenti.
Vabbè… Papà come sta?
Bene. Con Marina ha trovato un bel feeling.
Silenzio.
È una cosa buona o cattiva? ha chiesto lei.
Buona, ho risposto. Buona.
Dopo quella chiamata sono rimasta a lungo alla finestra, il tè ormai freddo. Ho ripensato a quella frase, hanno trovato un bel feeling: sembra neutra, eppure lho detta con cautela, cercando terra sotto i piedi.
Alla quinta settimana, Marina mi ha chiesto la ricetta della torta.
Quella di domenica scorsa, con mele e cannella.
Non lho mai scritta, vado a occhio.
Mi spieghi? Provo a farla io.
Così ho spiegato tutto, nei dettagli. Marina ha preso appunti sul telefono. Dopo tre giorni lha sfornata lei. Antonio mangiava e diceva buona, e io non capivo se parlasse della torta o del fatto che non notava più chi la preparasse.
Quella sera ho aperto larmadio allingresso e ho visto un giaccone grigio chiaro, con cintura. Quasi identico al mio. Ovviamente Marina ne aveva comprato uno uguale. Ho appeso il mio accanto e ho fissato quei due capi, così simili, uno vicino allaltro.
Non ho chiesto spiegazioni. Non sarebbe servito. Perché non cè un modo intelligente per domandare una cosa così.
In quel periodo il lavoro era un turbine: il tecnico aspettava le ispezioni, io sommersa dai documenti. Antonio restava spesso in salone la sera, e anche Marina. Sentivo i loro discorsi dalla porta chiusa. Qualche volta entravo. Loro continuavano a parlare, includendomi, ma mi sentivo come se fossi lospite, e non il contrario.
Una sera, dopo che Marina era andata a dormire, mi sono decisa con Antonio.
Toni, non ti sembra che Marina… voglia un po imitarmi?
Mi ha guardata confuso.
In che senso?
La pettinatura, il giaccone, le ricette, il profumo.
Ma dai, tra amiche succede spesso. È normale.
Forse ho detto.
Lui era già tornato al cellulare. Questione chiusa.
Quella notte sono rimasta sveglia a pensare che Antonio ha ragione. Le amiche si influenzano a vicenda. Forse anchio ho copiato qualcosa da Marina, anni fa. È normale, mi sono ripetuta più volte. Ma la parola normale non si fissava da nessuna parte.
Nei giorni seguenti ho iniziato a osservare di più, di proposito. E ho visto quello che prima ignoravo. Marina, quando parlava con Antonio, inclinava la testa a destra, proprio come faccio io. Diceva appunto, allungando la parola come me. Prendeva il tè senza zucchero, anche se ricordavo benissimo che prima lo prendeva dolce.
Non era più una coincidenza. Era altro.
Ho chiamato la mia collega, Nina, che ogni tanto sento anche per chiacchiere personali.
Nina, ti è mai successo che una persona vicino a te iniziasse a diventare praticamente te stessa?
In che senso?
Ti copia. Gesti, aspetto, abitudini.
Si chiama invidia sottile ha risposto lei subito. Ho letto qualcosa a riguardo. È chi vuole la tua vita, non potendola ottenere, e la prende a pezzetti, un po per volta.
Sono rimasta in silenzio.
Ti è successo con qualcuno?
Non so, forse no…
Ma dentro di me avevo già capito che sì.
La conversazione con Marina non è nata per mia iniziativa. Una sera, davanti al tè, lei ha detto:
Olga, mi sembri una che ha tutto. Ti osservo e penso: Ecco come si fa. Casa, marito, lavoro. Tutto al suo posto.
Ci ho messo ventanni a costruire questo al suo posto, ho risposto.
Lo so, ha annuito lei. Si percepisce. Anche Antonio…
E si è fermata.
Cosa anche Antonio?
Beh, ti apprezza, me lo dice. Tra voi va bene, vi capite.
Ho posato la tazza.
Parli con lui di me?
Sì, ogni tanto. Così, tra amici. Ti elogia.
Fa piacere, ho detto, ma dentro sentivo lopposto.
Non riuscivo a spiegare perché mi disturbasse. Un marito che parla bene della moglie allamica cosa cè di male? Niente. Eppure, qualcosa stonava. Lintuizione, quella che ironizzavo sempre, si è fatta sentire forte. Solo che le mancavano ancora le parole.
Al termine della sesta settimana, Marina ha chiesto se poteva usare il mio profumo, la Gardenia.
Il mio è finito. Non ho tempo di comprarlo. Solo per un paio di volte?
Certo, ho risposto.
La sera, aprendo il flacone, mi sono accorta che era rimasto poco più di un terzo. Ricordavo bene che la settimana prima era oltre metà.
Ho chiuso il flacone, lho riposto e chiuso a chiave in uno sportellino che non usavo da tempo. Poi mi sono guardata nello specchio: stavo davvero nascondendo il profumo allamica. Che tipo di persona sono?
E il flacone è rimasto chiuso.
Quella sera Antonio è rientrato di ottimo umore, cosa diventata più frequente da quando Marina era in casa. Ha portato una torta. Senza motivo.
Una coccola, ha detto.
Marina si è rallegrata esattamente come avrei fatto io. Né più, né meno. Giusto. Ho osservato quella scena dalla porta della cucina: Marina reagiva sempre nel modo giusto. Elogiava il caffè nel modo giusto. Rideva nel modo giusto. Inclinava la testa nel modo giusto. Esprimeva lo stupore nella maniera migliore. Faceva tutto ciò che facevo io, solo con più cura, meno stanchezza, senza ventitré anni di abitudine.
E Antonio lo notava. O forse no. Ma lo notava.
Sono entrata, ho preso la mia fetta di torta. Era buona. Hanno parlato del più e del meno. Tutto sembrava a posto, ma dentro sentivo qualcosa impossibile da definire. Come quando entri a casa, trovi tutto al posto giusto, ma non proprio esatto. Solo leggermente, appena di lato.
La trasferta è arrivata improvvisa. Dovevo andare a Firenze per dei corsi di aggiornamento. Quattro giorni. Il preside me lha proposto venerdì, ho accettato lunedì. Un pensiero ha attraversato la testa: lasciare Antonio e Marina soli quattro giorni. Poi mi sono ripresa. Adulti, che sarà mai. Esagero. Devo solo rilassarmi un po.
Prima di partire, in cucina, ho detto ad Antonio:
Rientro venerdì sera. Marina ti aiuterà con la cena. È brava.
Ce la caviamo, ha risposto. Non preoccuparti.
Non mi preoccupo.
Lho osservato bene. Era sereno. Il suo viso uguale a quello di sempre. Conosco ogni suo tratto da ventitré anni. Solo…forse un po più leggero, più spensierato.
Sono partita mercoledì mattina. In treno ho letto appunti, bevuto caffè nel bicchiere di carta, guardato la campagna toscana. I corsi erano più noiosi ma utili. La sera sentivo Antonio: telefonate brevi.
Tutto bene?
Sì, abbiamo mangiato. Tutto ok.
Marina dovè?
In camera sua.
Va bene. Buonanotte.
Buonanotte.
Niente di strano. Niente di più. Ho dormito male, pensavo a mille cose. Ai corsi. A mia figlia. Che serve una tazza nuova, ché la vecchia si è crepata. Poi pensavo a Marina. Ai due giacconi grigi allingresso. Alla boccetta di profumo.
Giovedì, nel tardo pomeriggio, il preside ha chiamato:
Olga, domani è solo ripasso, puoi tornare stasera. Non perdi niente. Meglio che non butti una giornata.
Alle nove e mezza ero a casa. Il treno è arrivato in orario, il taxi ha fatto presto, strade vuote.
Sono entrata con le chiavi. Non ho citofonato temendo di svegliare Antonio.
Ma non dormiva.
In soggiorno cerano due candele accese sul tavolino. Sul tavolo, piatti, calici, ciotoline. Profumava di cena e di Gardenia. Ma avevo chiuso il mio flacone. Marina aveva comprato il suo.
Antonio era sul divano. Marina accanto. Indossava un vestito blu che non avevo mai visto, ma il modello e il colore mi piacevano, erano i miei. Capelli mossi indietro. Mani composte sulle ginocchia. Stavano parlando. Appena entrata mi hanno guardata.
Pausa di tre secondi.
Sei già tornata, ha detto Antonio.
Mi sembra, ho risposto.
Ho poggiato la borsa, appeso il cappotto. Ho lasciato che i gesti rallentassero: solo così mi riusciva non tremare.
Olga, davvero era solo una cena, ha detto Marina. Abbiamo mangiato e…
Ho visto. Con le candele.
Ancora pausa.
Bello. Romantico ho aggiunto, il tono molto calmo, persino per me. Quasi mi sono stupita.
Antonio si è alzato.
Non fare una scenata…
Toni, lho fermato a voce bassissima, Non dirmi cosa devo fare.
È rimasto zitto. Marina guardava la tovaglia.
Sono andata in cucina, mi sono versata un bicchiere dacqua. Ho guardato il vaso di geranio sul davanzale, che bagno ogni mercoledì. Mercoledì però ero fuori. Doveva essere secco. Invece era annaffiato. Ci era passata Marina.
Sono tornata in salone.
Marina, ho detto, domani trovi unaltra sistemazione?
Lei ha sollevato gli occhi.
Olga, ti giuro che sembra…
Domani trovi dove stare? ho ripetuto, senza alzare il tono.
Sì, ha risposto. Trovo.
Bene.
Ho preso la borsa e sono andata in camera. Ho chiuso la porta, non a chiave. Mi sono sdraiata sopra la coperta, vestita, e ho fissato il soffitto. Da dietro il muro, a tratti sentivo rumori di piatti, poi nulla. Poi la porta della camera degli ospiti.
Antonio non è venuto a dormire. Lho sentito stendersi sul divano in sala. Un gesto che diceva tutto.
La mattina mi sono alzata presto. Ho preparato il caffè, bevuto alla finestra. Fuori, la città si svegliava con calma. Era venerdì. Ho visto una donna portare il cane a spasso. I soliti colombi sul cornicione. Mattino come tanti.
Antonio è passato in cucina verso le otto.
Dobbiamo parlare. ha detto.
Sì.
Olga, tra me e Marina non cè niente.
Forse.
Non forse. Niente.
Toni, ho detto sempre guardando fuori. Non parlo di ciò che cè o non cè. Io parlo di ciò che ho visto in questi quasi due mesi.
Cosa hai visto?
Lho guardato.
Ho visto entrare una persona nella nostra casa, che piano piano diventava me. La mia pettinatura. Il mio profumo. Le mie ricette. Il mio giaccone. I miei gesti. E tu che notavi, e ti piaceva. Perché ero io, solo non stanca. Senza abitudine. Senza ventitré anni sulle spalle.
Non ha detto nulla.
Non è una domanda, ho aggiunto. È solo quello che ho visto.
Esageri.
Può darsi. Comunque vado al lavoro. Quando torno, vorrei la stanza degli ospiti vuota.
Olga…
E un’altra cosa, ho detto indossando il cappotto in ingresso. Fiducia cieca. Sono io quella. Ho dato troppa fiducia. A entrambi.
Sono uscita. La porta si è chiusa silenziosa.
A scuola ho fatto lezione, risposto agli studenti, controllato le presenze. Ho bevuto un tè con Nina, che parlava di qualcosa: annuivo, ma ascoltavo solo a metà. Nina non ha fatto domande. Alcune persone ti guardano come per dire: Ho capito, senza bisogno di altro.
A casa, verso le quattro, la stanza ospiti era in ordine e vuota. Niente tracce. Marina se nera andata senza lasciare nulla. Però in bagno, su una mensolina, ho trovato una piccola spazzola bianca. Non mia. Lho presa con due dita e buttata via.
Antonio era in salone, immerso nel telefono. Alzando lo sguardo, mi ha detto:
Se nè andata.
Ho visto.
E adesso?
Ho tolto il cappotto, sono andata in cucina e ho iniziato a trafficare senza sapere nemmeno cosa cucinare. Dovevo solo muovermi.
Olga, mi ha seguito, sono ventitré anni. Non puoi buttare tutto…
Si può. Dammi solo tempo.
Quanto?
Non so. Qualche giorno. Ci penso su.
Qualche giorno è diventata una settimana. Viviamo sotto lo stesso tetto, come due estranei educati. Ceniamo separati. Dormiamo separati. Antonio ha provato a parlare, ho risposto corta. Non per rabbia. Semplicemente non ero pronta. Le parole erano tutte dentro, ma avevo paura che una volta dette, sarebbero diventate irrevocabili.
Ho ripensato a tutto, lentamente. Come avevo aperto la porta a Marina senza pensarci, come fanno le persone che credono che tutto vada bene, che sia normale. E a quando ho iniziato a sentire che no, non era più normale, anche se me lo ripetevo sempre. Invidia sottile. Imitazione della vita. Lentamente, senza cattiveria, forse. Qualcuno che non riesce ad avere la propria vita, si costruisce una copia.
Ma il dolore peggiore non era legato a Marina. Era Antonio.
Lui avrebbe potuto non accorgersi, o dirmi qualcosa, o ignorare quella copia migliorata, come la chiamavo tra me e me. Invece ha notato, ha portato la torta, è rimasto spesso vicino, ha organizzato nuove cene con le candele quando io non c’ero. Forse nemmeno coscientemente. Forse normalità.
Alla seconda settimana ho chiamato mia figlia.
Mamma, che succede?
Niente.
Hai un tono diverso.
Io e papà ci lasceremo, penso.
Pausa lunga.
Per via di Marina?
Non solo. Lei ha solo fatto vedere la verità. Quello che già cera.
Cosa cera?
Non so spiegarlo. Ci siamo abituati talmente tanto che non ci vedevamo più. Lei è arrivata, è diventata una versione migliore di me. Più attenta, più presente. E gli è piaciuto.
Mamma…
Non piango. Voglio solo spiegare.
Starai da sola?
Per un po sì. È normale.
Questa volta la parola normale si è fissata. Perché lho scelta io.
La domenica, infine, ho parlato definitivamente con Antonio.
Penso sia meglio separarci.
Lui ha taciuto a lungo.
È definitivo?
Non lo so, ma ho bisogno di spazio. Capire chi sono io, senza tutto il resto.
È per le candele? Olga, era solo una cena.
Non sono le candele. Sono state tante cose, ho visto e ho fatto finta che fosse normale ma non lo era.
Non so cosa ho fatto di sbagliato.
Niente in particolare. Solo, hai smesso di vedermi. Se mi vedessi, ti saresti accorto della differenza.
Non ha risposto, perché non serviva.
La casa si venderà, ho detto. Forse ti compro la tua parte, o vediamo. Dopo. Troveremo una soluzione.
E tu dove andrai?
Prenderò in affitto. Qui vicino, oppure cambio zona. Vedrò.
A cinquantadue anni, rifare tutto da capo, ha sospirato con una tenerezza mista a malinconia che non ho capito se fosse per lui o per me.
Sì. A cinquantadue anni si può ricominciare. Cè chi lo fa anche più tardi.
Ero sulluscio, mi sono fermata nellantibagno. Ho tirato fuori il flacone di Gardenia, quello chiuso a chiave. Lho guardato, lho portato nel cestino e lho lasciato lì, fermo, come una cosa che non mi serve più.
Ho messo su il bollitore del tè.
Nei giorni successivi ho agito in modo pratico. Ho chiamato lagenzia immobiliare, chiesto informazioni. Ho sentito lavvocato per i documenti. Sono andata a trovare Nina e le ho raccontato il necessario. Nina non s’è scandalizzata, ha solo ascoltato e ogni tanto diceva sì con un tono che significava capisco. Le persone buone sanno ascoltare così.
In cucina, da Nina, mi ha chiesto:
Sei arrabbiata con lei?
Con Marina? Quasi no. Sono arrabbiata con me stessa, per non aver visto prima levidente, per aver chiamato tutto normale quando non lo era.
Non è colpa tua aver dato fiducia.
Fiducia cieca, ho detto. Proprio io.
Fiducia, non cieca. Cè differenza.
Forse sì.
E con Antonio?
Con lui sì. Ma è una rabbia diversa, silenziosa. Passerà.
Che farai ora?
Prendo in affitto. Cambio taglio di capelli. Compro un altro profumo. Mi sono fermata un attimo. Non Gardenia, credo.
Decisione saggia, ha sorriso Nina.
Devo capire cosa mi piace davvero, non solo quello a cui sono abituata.
Richiede tempo.
Ne ho abbastanza.
Nina ha riempito nuovamente le tazze. Fuori pioveva, lieve, autunno, solo un po di grigiore, non ancora freddo. Guardavo la pioggia e pensavo che solo poche settimane prima la mia vita era ben definita: casa, Antonio, lavoro, abitudini, ricette, il profumo sulla mensola sinistra. Tutto al suo posto. Eppure, non era poi così solido.
Non provavo quello che avrei immaginato di sentire. Non vuoto, non perdita. Una sensazione nuova, strana, quasi scomoda. Come quando finalmente togli un cappotto che porti da anni, e ti accorgi che ti stringeva le spalle, ma non ci facevi più caso da tanto che lo indossavi.
Sai, Nina le ho detto è la prima volta in tanti anni che non so cosa mi aspetta. Ed è… accettabile.
Accettabile, ha ripetuto sorridendo. Ottima parola.
Dopo unaltra settimana ho trovato casa, un bilocale in unaltra zona di Lucca, luminoso, che dà sul parco. Costa, ma posso affrontarlo. Ho preso appuntamento per la visita, ci sono andata, ho passeggiato per le stanze vuote, il parquet scricchiolava in un punto. Lì, ho camminato avanti e indietro e ho pensato: qui si può vivere.
La prendo, ho detto alla proprietaria, una signora anziana dal viso stanco.
Per quanto?
Non lo so. Proviamo per un anno.
Lei ha annuito.
A casa, cioè nellappartamento vecchio, ho iniziato a sistemare, senza fretta. Quello che è mio da quello che non lo è. Libri, stoviglie, vestiti. Ho buttato qualcosa via. Ho ritrovato una camicetta che non mettevo da tre anni ma che un giorno servirà. Lho presa e messa da parte per darla via.
Anche il giaccone grigio lho regalato. Ne ho comprato uno blu scuro, più lungo, taglio diverso. Mi sono guardata allo specchio: niente a che vedere con quello di Marina. Bene.
Con Marina non ci siamo più sentite né viste. Un messaggio da lei: Olga, so di averti ferita. Perdonami, se puoi. Ho letto, poggiato il telefono, non ho risposto. Non per rancore. Solo perché non volevo. Oppure non ero pronta. Non saprei dire la differenza.
Antonio è rimasto nellappartamento. Parliamo solo il necessario, con una calma che allinizio fa male, ma poi facilita. Vedo che non sa più come recuperare ciò che si è perso. Forse perché non ha mai davvero capito cosa, esattamente.
Il venerdì prima del trasloco sono andata a scegliere un nuovo profumo. Alla profumeria, ho provato tanti tester, la commessa era gentile e paziente. Nessuno mi convinceva. Poi ho trovato Cedro dArgento: niente fiori, solo note legnose e calde. Diverso, del tutto. Proprio per questo lho scelto.
Bel profumo, ha detto la commessa.
Vedremo, ho risposto.
Il trasloco è durato mezza giornata. Nina mi ha aiutata con le scatole. Anche Antonio ha dato una mano, e ho accettato. Abbiamo lavorato senza tensione. Tutto alla nuova casa, la casa piccola, la casa solo mia le cose nei posti che scelgo io.
La sera, da sola, ho aperto il Cedro dArgento, ne ho messo un po sul polso. Era un odore nuovo. Non sgradevole. Solo diverso. Ho pensato: bisogna abituarsi. O forse accettare.
Fuori, il parco era ormai spoglio, il novembre trafiggeva gli alberi. I lampioni si accendevano prima, come sempre in questo periodo. Ho messo su il bollitore, ho trovato una tazza senza crepe tra le scatole, e mi sono fermata davanti alla finestra.
Il telefono sul davanzale, chiamata di mia figlia.
Allora, mamma? Ti sei sistemata?
Mi sto sistemando.
Hai paura?
Ho guardato i lampioni.
No, ho risposto. No, non ho paura.




