Mai

Mai
Slavino era schizzato sul tetto, infuriato, tremante, e rimase lì, come impietrito, fissando la vecchietta. Era una nonnina qualunque nel suo impermeabile scolorito, con riccioli grigio-lilla su una testina minuta, secca, con mani sottili intrecciate sulle ginocchia a mo di nido, gambe esili rinchiuse in calze color nocciola, scarpe larghe e ortopediche, di quelle che il papà chiamava Addio gioventù!.

Sì, proprio quelle scarpe. E sì, una nonna come quella a cui Slavino, confuso, cedeva il posto sul tram, con cui si sgomitava in fila alla Coop, che sedeva sulle panchine scrostate davanti ai vecchi palazzi. Il loro posto era lì, al sole, in silenzio, a godersi la quiete, a finire i giorni, come rideva suo padre.

Ma quella nonna, su cui adesso Slavino teneva fissati gli occhi smarriti, non sedeva su una panchina. Era sul bordo più esterno del tetto verde, scivoloso e bitorzoluto, seduta coi piedi a penzoloni nel vuoto e guardava avanti. Una linea di sole al tramonto, nascosta da nuvole pesanti e bluastre, le feriva lo sguardo e lei strizzò gli occhi. Frugò con la mano di lato e tirò fuori un basco di lana, se lo sistemò premurosamente in testa, nascondendo i ricci sotto con dita storte dallartrite. La luce la colorava di rosa come una mela.

Slavino deglutì.

Proprio non ci stava, la nonna! Non ci stava proprio! Tutto doveva essere diverso! Solo lui, Slavino, disperato, senza via duscita, arruffato, col naso che gocciolava, sul tetto bagnato e macchiato di ruggine, il taglio crudele del sole obliquo, la rabbia nelle vene, il sarcasmo cattivo, la nebbia che saliva in basso. E poi: il volo, quello breve e terribile dopo cui Slavino non ci sarebbe più stato, e sua madre, per tutta la vita, a torcersi le mani e a piangere sulla sua tomba. Così si sarebbe vendicato. Lo aveva deciso lui.

Ma quel basco di lana aveva mischiato le carte, tolto ogni coraggio e determinazione. Improvvisamente, la presenza di una spettatrice lo metteva a disagio: non voleva che la nonna si mettesse a strepitare, gridando Aiuto! Qualcuno!, prendendolo per le braccia, i pantaloni, le scarpe. E tutti, che sotto sembravano formiche, avrebbero alzato la testa, lo avrebbero riconosciuto, telefonato alla madre, che sarebbe corsa al lavoro, piangendo e urlando che lo amava e non avrebbe resistito

Il padre di Slavino, Nicola Vittorio, lavorava in qualche istituto di ricerca. Avrebbe detto di quella donna che era proprio nella media. La parola girava spesso per casa. Il vicino Celsi invece non lo era, la moglie di Celsi nemmeno a parlarne. La maestra di Slavino era okay, ma il vecchio prof di falegnameria, che aveva insegnato a Nicola da piccolo a piantare i chiodi su uno sgabello, era oltre qualsiasi normalità.

Il papà sapeva molte cose, era sveglio, quasi uno psichiatra, ma si limitava a osservare, a scrivere articoli scientifici. Insomma, un uomo di scienza, con la S maiuscola. Parlava della sua ricerca così:

Slavino, io tengo docchio quanto sta rincitrullendo la nostra società. Non immagini quanti difetti ormai abbiamo accumulato. Prendi i tuoi compagni di classe

Aveva appena cominciato a spiegarglielo, quando arrivava la mamma, Silvana.

Basta, Nicola! Non ti sembra di esagerare? Slavino è amico di quei ragazzi, sono tutti bravissimi. Smettila di spargere pessimismo! Mi disgustano le tue conclusioni.

Il padre allora si accendeva di collera e cominciavano a discutere.

No, alla mamma quello che diceva non piaceva. Sì, lo aveva sposato sapendo chi era, ma

Tu sei cambiato, Nicola. Sei diventato duro, giudichi con troppa severità e invece

Sono solo cresciuto, cara. E invece tu sei rimasta una ragazzina convinta che il mondo sia fatto di fate. Toglimi le nuvolette dagli occhi. Viviamo in unepoca di decadenza. E Slavino deve saperlo!

Silvana si tappava le orecchie, scuoteva la testa e se ne andava.

Eppure laveva amato così: sapiente, con una montagna di libri letti, brillante. Con lui si poteva andare ovunque, a teatro, tra amici. Forse era un po pesante secondo le amiche di Silvana, ma era soltanto invidia

Come marito Nicola sembrava perfetto, o forse Silvana non aveva altro esempio. Lui laveva scelta, notata, corteggiata con grazia. Non aveva premuto, non aveva avuto fretta, era stato gentile. E sempre la lodava, le diceva che era speciale.

Una ragazza sola, in una città sconosciuta, si era affezionata a quelle lodi. Madre e nonna erano inflessibili: per loro Silvana era sempre imbranata, come viene viene, sciocchina e ingenua.

Nicola invece la rispettava, la metteva su un piedistallo, recitava poesie e sussurrava frasi che dal cuore di Silvana scendevano fino allo stomaco e poi salivano fino alla gola, lasciandola senza fiato

Silvana aveva fatto lo stage proprio nel centro di ricerca di Nicola, tra scartoffie, statistiche e relazioni. Fra tante ragazze nella media, lui aveva scelto lei. Perché era proprio normale, perfetta. E così fu

Si sposarono. E subito Nicola volle un figlio. Silvana ebbe Slavino, con un parto più lungo del previsto.

Nicola se la prese con i dottori.

Incapaci! Li dovrei denunciare! Sì, porterò tutto il reparto in tribunale! brontolava quando finalmente poterono tornare a casa con il piccolo.

Ma Slavino non assomigliava affatto al padre: capelli rossi, pelle chiarissima, sopracciglia biondissime. Nicola storceva il naso ma taceva, soprattutto perché il bambino si illuminava appena vedeva il papà, e così tutti e difetti svanivano.

Slavino camminava prima degli altri bambini, parlava presto, a tre anni conosceva tutte le lettere, a quattro leggeva, grazie alla nonna paterna, Paolina Federica, e a cinque e mezzo Nicola decise che era ora di mandarlo in prima elementare.

Lui non è solo nella media, Silvana! È sopra la media, meglio degli altri! Va coltivato.

E allora avanti: scuola, sport, nuoto. Silvana portava ovunque il figlio, dove lo iscriveva papà: calcetto, violino, teatro. La sera, mamma e figlio riferivano i risultati del giorno.

Nicola Vittorio ascoltava sorseggiando tè dal servizio sottile, gustando pezzetti di pasticcini, annuiva o si accigliava. Se si accigliava, i risultati non erano stati brillanti. Ma la crescita, si sa, va a balzi. Cè la fase piatta, poi la rincorsa e improvvisamente arrivano risultati e riconoscimenti. Eh, sì! Dopotutto, chi è il papà di Slavino? Nicola Vittorio! Appunto

Slavino cresceva, il padre invecchiava. Aveva undici anni più della mamma, ormai aveva le tempie grigie (per lo stress, diceva lui).

Di cosa si preoccupava? Ma del mondo, ovvio. Gli studi non consolavano: i bambini si stupidozzavano, gli adulti si facevano di pietra, larte spariva

Ma tu, Slavino, tu e quelli come te, ce la farete. Io no, non ci arriverò e qui ci voleva la pausa tragica, con la speranza che moglie e figlio si mettessero a rassicurarlo che sarebbe vissuto altri centanni, avrebbe cullato i bis-nipotini, eccetera

Ma Silvana non diceva più nulla. E Slavino si voltava dallaltra parte, accigliato come il padre

I genitori litigavano ormai sempre più spesso. Perché? Slavino non sapeva, lo spedivano di là a fare i compiti.

Ma capita che gli adulti litighino. È normale, diceva il papà: è solo una tappa, uno scalino per crescere.

Litigano e poi fanno pace! sentenziava convinto anche Michele, lamico di Slavino.

I genitori di Michele erano fuori statistica, semplicemente alcolizzati. Nicola Vittorio non li stimava, vietava lamicizia. Ma come non voler bene a Michele, solare, allegro, semplice

Ma di far pace non si parlava

Una sera Slavino, tornato stanco dal nuoto, si immobilizzò in corridoio.

Dalla cucina urlava la mamma:

Ma come ti viene in mente una cosa del genere, Nicola? È tua madre! Tua, capisci? Abbiamo casa grande, portiamola qui, aiutiamola! Lo dico da un pezzo! No? Allora una badante. Ce ne sono di brave, esperte. Ma quello che vuoi fare tu Tu! È crudele, è meschino, Nicola! È come abbandonare un cane vecchio!

Si bloccò. Paragonare la suocera a un cane non era gentile

Il padre rispose stanco, con parole confuse: naturale, ho riflettuto, qualcosa ancora sulla madre della madre

Poi parlò di delusione, che Silvana non lo comprendeva affatto, che era già stato tutto valutato, anche lalbero genealogico. Silvana aveva perso il padre da piccola, pure lui brava persona. Madre: contabile, seria. Nonna materna: direttrice di nido.

Tutto bene! Tutto sembrava funzionare, Silvana! le braccia spalancate allindirizzo della schiena dritta, ostinata della moglie. Ma qualcosa me lo sono perso. Forse la parentela Un tarlo. Devi appoggiarmi sempre. Senza di me, sei nessuno.

E grazie a te, sono proprio nessuno rispose Silvana piano. Però hai ragione, è colpa mia. Dio, mi hai scelta! Mi hai analizzata Ricordo quanto mi vantavo che avevi scelto me. Non la Scorza o la Panini, proprio me. E io credevo fosse per amore, per cuore E invece analisi Oh Dio! Non ti perdonerò mai per nonna Paola! Mai! Sparisci!

Slavino, confuso, affamato, ricevette uno sguardo incrociato della mamma, che non disse nulla, lui scappò di casa, giù per le scale, fuori dal portone, corse sul marciapiede. E ronzava ancora nelle orecchie la voce della mamma: Sparisci!.

Aveva cacciato il padre. Come si fa? E ora? Come vivranno? Papà sapeva tutto, aveva sempre la risposta. Adesso?

Finalmente Slavino si fermò, piegato in due, mani sulle ginocchia, ansimando

Sciocchezze. È solo la rabbia, domani sarà tutto come prima! pensò Slavino e tornò a casa.

Ma la mattina dopo accadde davvero. Nicola Vittorio fu spedito fuori di casa con valigia e sacco, neanche una colazione. La mamma gli aveva buttato dentro camicie e vestiti, scarpe, intimo. Nel sacco aveva raccolto ciabatte e oggetti sparsi dal comodino: dopobarba, agendine, tessere, vecchi ritagli di giornale che suo padre collezionava con cura.

Ma cosa stai facendo?! urlava Nicola, girava intorno cercando di recuperare i suoi oggetti boccette, pettinino, occhiali, il libro da leggere la sera, sempre classico

Ma Silvana schivava, rapida.

Svegliati, Silvana! Ti sei fissata perché non hai nullaltro in testa che muffa! Basta! Dammi qua!

E alzò perfino la mano.

Fuori, hai capito? Cosa fai? vide Slavino la bocca amara della madre, un sorriso cattivo. Dacci dentro con i pugni, se vuoi. Ora vai a farlo altrove.

Con calma regale, scese nellatrio, scagliò il sacco per terra: qualcosa tintinnò, si ruppe. Gli occhiali forse.

Tra poco toccherà a te, Silvana! Andrai nuda in strada, capito? Poi tornerai in ginocchio e io non ti farò entrare, te lo giuro

E allora Silvana gli mollò uno schiaffo, sonoro, che fece male alla mano. La strinse nel pugno e, sollevato il sopracciglio, sussurrò:

Questa è casa mia, chiaro? Sei entrato, adesso esci.

Slavino! Tua madre ha perso la testa! È pericolosa! Chiamo sul lavoro, vedrai che la licenziano! Guarda cosa hai fatto, pazza! puntava il dito, le gote gonfie nel viso magro e lungo, tirando smorfie.

Ma Silvana aveva già aperto, scagliato la valigia sul pianerottolo, minacciata di farle compagnia pure col sacco.

Nicola urlò, lottò per il sacco, ringhiò, poi se ne andò ringhiando che avrebbe fatto chiudere Silvana in manicomio.

Non salutò Slavino. Aveva dimenticato, probabilmente.

Mamma, che sta succedendo? chiese alla madre, che con una furia silenziosa spazzava il pavimento dellingresso.

Non vivremo più con tuo padre. Esisterà per conto suo senza alzare la testa, rispose Silvana. Da oggi.

Slavino fissò la schiena magra della madre e bisbigliò:

Stai scherzando? Avete solo litigato, domani si aggiusta, vero? Papà torna!

No, Silvana scosse il capo, sorrise. Come prima, mai più. Finalmente. Papà non torna. Ma puoi chiamarlo quando vuoi.

Andò in cucina, ciabattando tra padelle e acqua. Sembrava stesse persino cantando.

Slavino saltò la scuola quel giorno, aveva da pensare, da riordinare dentro

E ora che faranno? Come si vive senza papà? Gli faceva paura, faceva sudare le mani. Papà detestava quando Slavino gliele stringeva con le sue, e le asciugava in fretta sulla giacca.

Bisognava chiamarlo, chiedere che fare.

Dopo unora e passa a vagare per le strade, Slavino prese il cellulare, compose il numero di Nicola Vittorio. Ma lui non rispose, poi addirittura rifiutò la chiamata.

Slavino si arrabbiò. Continuò a chiamare e chiamare, il padre rifiutava.

Infine rispose.

Che cè? Ti ha mandato quella lì? Dille che venga in ginocchio a supplicare, a baciarmi i piedi e forse, forse, torno. Hai capito?! urlò il padre che nelle orecchie di Slavino tintinnò per ore.

Papà, non è questo, volevo solo chiedere io balbettò timido.

Ma Nicola non ascoltò, insultò lui e la madre e chiuse.

Ma Slavino non era cattivo! Papà aveva frainteso! Era la mamma ad aver sbagliato, lui non centrava nulla!

E lei, nemmeno spiegava i motivi. Quindi aveva torto anche lei. Per colpa sua papà era in collera con lui, lo aveva respinto

La sera Silvana taceva, sorbiva caffè su caffè, fumava soffiando il fumo fuori dalla finestra, imbronciata. Il giorno dopo disse che dovevano prendere a vivere con loro nonna Paolina, la mamma di papà.

Perché?! Ha la sua casa! Saremo stretti pianse Slavino. Papà aveva detto che la nonna era fuori media, dava fastidio. E nonna Paola ormai è diventata matta!

Basta! schioccò la mano sul tavolo Silvana. Ha solo bisogno di attenzioni, è anziana. Per noi ha fatto tanto, ricordati! Mi ha aiutato quandero incinta, portava la spesa quando poteva, ti teneva mentre io lavoravo e tu eri sempre malato. È naturale! Lo capisci? È giusto così

Slavino alzò su di lei occhi severi. Non sapeva più cosa fosse giusto. Solo Nicola Vittorio sapeva sempre cosa fosse giusto

Hai deciso tutto tu. Io non voglio! Hai distrutto tutto! Perché!? si aggrappò alla tovaglia, la stropicciò.

Non possiamo più vivere insieme. Non si può. Siamo diversi. E lui voleva portare la nonna in una casa di riposo. Ma non è giusto per lei! È casa sua! È tua nonna!

Silvana non spiegava oltre. Basta, doveva capire da solo. Lei aveva deciso.

Il ragazzo si chiuse in camera

Aveva deciso. Tornato da scuola, si assicurò che la madre non ci fosse, strappò un foglio dal quaderno, scrisse che era tutta colpa di Silvana, che aveva rovinato la sua vita. Mentre scriveva, si surriscaldava, scavando vecchi rancori come crosticine sulle ferite. I torti erano molti. Ma il peggiore: aveva cacciato papà. LEI aveva deciso. LEI ora portava una nonna matta in casa. LEI

Slavino era sul tetto, la camicia gonfia di vento freddo e umido. Brividi gli correvano lungo la schiena.

Anche la nonna doveva avere freddo: rabbrividì, si voltò e lo notò.

Salve mormorò Slavino, deglutendo.

Salute a te, se davvero non scherzi, rispose. Sei venuto a guardare il sole? Siediti qui, cè posto, eh! Il baschetto ondeggiò, una manina ossuta indicò un posto accanto.

Slavino avrebbe voluto urlare che non era lì per il tramonto, che a casa, sulla tovaglia in cucina, giaceva una lettera dove lui malediceva la madre.

Ma non urlò. Andò, camminando piano sul tetto scivoloso. Aveva la sensazione che le scarpe facessero un rumore tremendo, che presto si sarebbero accorti, chiamato i pompieri, i carabinieri, scoppiato un gran trambusto.

Siedi, che cè tempo disse la nonna, come se sapesse cosa Slavino voleva fare. Guarda, adesso il sole dà il bacio alla terra.

Slavino sollevò gli occhi, li strizzò per seguire il tramonto che la nebbia scoloriva come ciglia stanche a chiudere il giorno.

Il sole bacia la terra Una vampata calda sulle guance di Slavino, che inspirò ansante.

Era come diceva nonna Paola, destate, seduti sulla soglia della casetta blu e guardando la sera accendersi. Slavino lo ricordava poco: era piccolo, poi papà gli aveva proibito la campagna, preferiva i soggiorni estivi. Ma cera stato! Sullorizzonte, il sole si baciava con la terra.

E allora, nella memoria, rivide nonna Paola, vista due mesi prima. Secca, raggrinzita, smarrita, spaventata dalla propria impotenza

Mentre Slavino pensava, la vecchia si sistemò meglio e diede un colpetto col dito in basso.

Di là, dichiarò.

Di là cosa? chiese Slavino.

Be, si salta di là. Più spazio, meno traffico. Laggiù c’è il sambuco. Dispiace per il sambuco. Lui qui abita da sempre. Bello stare qui, no? sorrise. Tra un po arriva il caldo, che meraviglia! Ma tu, tu non ci badi più, vero? Tiri il colpo e bum sullasfalto. I vecchi scenderanno a vedere, i medici ti porteranno via. E la terra ti tiene con sé. Lestate arriva comunque. Senza di te. O forse meglio aspettare? lo guardò, triste, sfregandosi gli occhi.

Aspettare cosa? Ma si può?! Vecchia, tu non dovresti nemmeno stare qui! È pericoloso, vai a casa! sbottò Slavino.

E dove vuoi che andiamo, caro? scosse le spalle, sistemò il bavero. Diamo fastidio ovunque, appena perdiamo la testa o le gambe Pazienza! Non manca molto per noi. Voi giovani invece ce lavete la vita davanti tanto da correre ancora. Noi già meno. Ma almeno lasciarci godere ancora un tramonto! Eh sì

Slavino strinse i pugni. Suo padre sosteneva che i vecchi si piangessero addosso invano: diceva che vivevano meglio di tutti, pancia piena e vizi a volontà!

Anche Slavino la pensava così, ma

Andate a casa. Vi cercano, ormai ordinò. Date solo problemi!

Così la pensava papà di nonna Paola. Problemi su problemi. Usciva di casa senza dire dove, bisognava cercarla; dimenticava il gas aperto, puzzava di bruciato; buttava la spazzatura e restava chiusa fuori, eccetera. Problemi.

Sì, vado, vado subito. Solo che esitò la vecchia. Senza di me ti annoi davvero, eh? E se facessi anche tu qualche sciocchezza! Peccato. Peccato! scosse il capo.

Scelgo io! strette le mani.

Scegli, scegli tu. Ma la mamma si preoccupa.

Adesso si morde le mani! È tutta colpa sua, ha rovinato tutto! Ha cacciato papà, ora porta la nonna qui. Io non voglio! Ho diritto di scegliere!

Ce lhai, il diritto Ma forse non cera altro da fare. A volte bisogna spaccare, rompere tutto. Per salvare rispose piano la donna.

Rompere cosa? Gli adulti pensano di possedere le nostre vite, chi dobbiamo essere, cosa fare, se vivere con mamma o con papà. E invece no! Se ne stia da sola, allora! Tutto andava bene, poi

Poi però è troppo tardi, bambino mio. Bisogna parlare, adesso. Se proprio poi deciderai che non vuoi più essere, allora salta. Ma non rompere il sambuco. Così restano gli altri, resta lestate, e tu non ci sei più. Mai più. Ti farà male un po, inutile negarlo, poi passa tutto. Fine. Mai più. Mai

Quello mai più risuonò dentro come un tuono. Mai Mai più vedere il papà, mai guidare la macchina, mai baciare una ragazza, mai nessuno dirà che Slavino è sveglio Mai. M-a-i. Tre lettere, due sillabe e lurlo alla fine!

Slavino ebbe paura, non per la madre che detestava, ma per sé. E soprattutto per il dolore. La vecchia lo sapeva, aveva vissuto.

Il cielo in un attimo si fece scuro e gelido. Le nuvole inghiottirono la banda rossa del sole, arrotolandola in un vortice che sapeva di freddo e sera. Venne voglia di casa.

Ma Ma la vecchia? Non sarebbe arrivata da sola alla botola, il tetto era troppo scivoloso!

Venite da noi, vi faccio il tè, propose distinto Slavino. Qui non dovete stare! È troppo rischioso!

Si chinò per afferrarla per la manica, ma lei si attaccò alle ringhiere e scosse la testa.

No. Preferisco stare qui. Da voi sarei fuori posto, solo fastidio. Vai pure. Io resto, impose.

No.

Sì! balzò anche in piedi, decisa.

Slavino, ansimando e scivolando, andò alla porta della soffitta.

Ora avrebbe chiamato qualcuno. La mamma! Sarebbe tornata anche lei, insieme avrebbero aiutato la vecchia a tornare alla sua casa!

Silvana ascoltava stupita le frasi confuse di Slavino, finché lui le prese la mano e la trascinò su per le scale.

Corsero sino allultimo piano, salirono sulla scaletta di ferro senza corrimano, aprirono la porticina: ecco, là, dove era seduta la vecchia.

Silvana guardò, strizzando gli occhi nel crepuscolo, poi si irrigidì.

Che razza di scherzi sono questi? Slavino, hai inventato tutto? Perché sei salito quassù? Non cè nessuna vecchia qui.

Era qui! Seduta là! Non può stare qui, è pericoloso! Magari è caduta! Si è sentita male!

A fatica si sporse oltre la ringhiera.

Silvana gli si avvicinò, lo prese per mano, chiuse gli occhi.

In basso non cera nessuno. Cerano solo quelli che dovevano esserci lo spazzino, qualche passante, i lampioni improvvisamente accesi, un cane che correva sul prato.

Sarà scesa, no? cercò conforto Slavino.

Forse

Diceva, come la nonna Paola, che il sole bacia la terra. Ricordi quando diceva così

Silvana si sedette, lasciando andare le gambe rigide. Aveva il volto triste, gli occhi lucidi. Sul tetto faceva fresco, ma a Silvana piaceva: rinfrescava anche i pensieri.

Ricordo. Nonna Paola è in casa di riposo. Tuo padre ha firmato. Ha il diritto Silvana si lasciò cadere su uno sgabello. Sono andata oggi, volevo vederla Era ora di cena. Riso. Mangiano spesso riso, è più facile da masticare. Ma a nonna non han dato il cucchiaio. Semplicemente dimenticata. Il personale è poco, capisco E lei, Slavino, mangiava con le mani, piangeva e mangiava. Si vergognava di chiedere. Scusa tesoro, avrei dovuto parlartene subito, ma Volevo che tuo padre restasse buono nei tuoi ricordi. Credevo che avremmo solo preso la nonna qui, avresti capito col tempo Lì non è posto suo. A casa devessere, con il suo tè la sera, non in una stanza dospizio

Silvana pianse. Sua madre era ancora una roccia, chiamava, controllava, organizzava. Ma il tempo non era stato generoso con Paolina Federica

Slavino non sapeva che fare con le madri che piangono. Ma la sua la abbracciò, le si avvinghiò addosso come da bambino, nelle notti estive in campagna, quando si svegliava piangendo per gli incubi, spaventato e sudato. Ma cera la mamma, scalzo andava nel letto accanto, si stringeva e piangeva. Non riusciva a raccontare il sogno, aveva paura che si spaventasse anche lei. E lei non chiedeva, lo accarezzava sulla schiena e sussurrava che andava tutto bene.

E ora era lui a mormorarglielo. Lei ascoltava, annuiva e piangeva ancora. E la lettera di addio giaceva nel cestino. Così si annullavano tutti i mai che Slavino aveva pensato.

Prendere in casa nonna Paolina non fu semplice. Il padre diceva che Silvana voleva solo la pensione della suocera, voleva farsi intestare lappartamento, vietava al direttore della struttura di farle visita. Ma in qualche modo Silvana riusciva a entrare.

Poi Nicola portò dal notaio e nonna Paola donò tutto a lui: casa, campagna. A nuora e nipote, nulla.

Era il prezzo della sua libertà.

Prendila pure. Portala via quella vecchia! Ci guadagno io! Nicola quasi gioiva. Tanto meglio così.

E Paolina Federica si trasferì da Silvana e Slavino. Fu facile? No. Ma così un mai più importante era superato. Slavino e sua madre mai avrebbero avuto il rimorso di aver lasciato sola la nonna Paola.

Capitava spesso che Slavino riguardasse il tetto, pensando a quella vecchietta che proprio lì non doveva stare. Da dove era venuta? Alzava gli occhi da sotto, ma non la vide più. E nemmeno tra gli inquilini cera mai stata

E a volte, al tramonto, percepiva ancora il baschetto di lana e i ricci, così buffi sulla cima della casa, ma così fondamentali quella sera. Erano apparsi entrambi, lui e la vecchina, nel momento giusto e nel posto giusto. E questo era ciò che contava. Che fosse stata reale o una visione non aveva importanza. Importava che il sole, molte e molte volte ancora, avrebbe baciato la terra per nonna Paola, sua madre e Slavino. Peccato che papà non capisse nulla di tutto ciò. Considerava tutti loro fuori dalla media, forse un po svitati. Ma pazienza. Solo uno scienziato può provare a spiegar lamore ma non ci riesce mai. Lamore, o cè, o non cè affatto. E suo padre, proprio, non laveva mai avuto.

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