La vendetta di Giulia
Ti racconto una cosa che non ho mai detto a nessuno, nemmeno alle amiche più strette, forse solo a te posso confidare tutto. Era un tipico pomeriggio dautunno, la pioggia cadeva lenta e monotona e io, Giulia, fissavo il finestrino del pullmino che dalla stazione ferroviaria mi riportava a casa. O, meglio, a quello che ormai consideravo il mio vero rifugio: il mio mini-appartamento a Milano, allottavo piano di una delle tante torri del centro. La casa dei miei genitori, invece, era rimasta un ricordo sbiadito di infanzia in provincia, tra il verde e il silenzio a cui, dopo aver studiato, non avevo più saputo adattarmi.
Un po mi sentivo fiera di me stessa, a ventisette anni lavoravo già da qualche tempo come estetista in un centro di bellezza molto ben visto, Il Giglio, in pieno centro; ci ero arrivata dopo essermi laureata alla Statale e dopo corsi e master che mi hanno portata un po ovunque. Non mi sarei mai fermata se non fosse stato per delle stranezze nei discorsi di mamma e papà. Quando chiamavo mamma, papà non era mai lì, e viceversa Era tutto diverso dal solito.
Mamma, tutto bene? chiedevo sempre. Lei, la mia mamma, Lucia, rispondeva con frasi vaghe: Tutto a posto Giuly, tranquilla
Dallaeroporto di Malpensa ero arrivata a Como in meno di due ore; ormai non mi pesava più viaggiare. Mi accoglieva subito quellangolo di città dove sono cresciuta: il piccolo bar allangolo aveva cambiato insegna, e gli alberi lungo il viale castagni, credo erano più alti, ma tutto il resto sembrava cristallizzato nel tempo. Il tassista di turno mi aiutò con la valigia e io gli diedi subito lindirizzo: Via Monte Napoleone, 52.
Non appena il taxi si fermò davanti casa, vidi le persiane azzurre spalancate, il gelsomino ancora rampicante sul cancello e, come sempre, i tre pioppi che papà, Giovanni, aveva piantato quando avevo finito le medie.
Giuly! gridò mamma dalla porta, si lanciò verso di me come se fossi una celebrità appena tornata dallestero. Con le lacrime agli occhi mi abbracciò forte.
Mamma, dai, non piangere, su E lei lì a dirmi che era da tre anni che non mi vedeva. Quella scena mi sciolse il cuore.
Mi sono tolta il piumino e gli stivaletti, poggiato la valigia e quasi a rallentatore mi sono lasciata cadere sul divano, le gambe stese. Mamma mi si è seduta accanto e ci siamo abbracciate per qualche minuto, guardandoci negli occhi.
Poi le domande non riuscivo più a trattenerle: Ma papà dovè? Non è in casa? Dai, adesso mangi qualcosa e poi ne parliamo, rispose lei schivando la questione.
Aveva preparato tutto: polpette profumate che solo lei sa fare, insalatina fresca dellorto e le sue famose ciambelline dolci. Notai una nuova tovaglia e un servizio da tè mai visto prima, eppure tutto mi pareva ormai così estraneo rispetto alla mia quotidianità milanese.
Ma dai mamma, papà è in viaggio di lavoro? insistevo, vedendo che si faceva seria.
Sì, in trasferta Giuly, volevo dirtelo da tempo, anche papà voleva parlarti. Ma certe cose al telefono non sono semplici tu sei sempre di corsa, tra lavoro, corsi e appuntamenti. Perdona, dovevamo dirtelo prima, ma non volevamo farti stare male: con papà abbiamo deciso di separarci.
Mentre lei parlava, io mi sono alzata di scatto, sono corsa a vedere nellarmadio e, come temevo, i vestiti di papà non cerano più.
Ma scusa, dove vive lui adesso? E con chi, soprattutto? Sono tornata sul divano, scuotendo la testa.
In casa dei nonni, che sarà mai era dei suoi genitori.
Devo parlarci subito! stavo per prendere la giacca quando mamma mi fermò. Domani torna, con Marco, è fuori solo due giorni provava a spiegare. E poi sì, vive con unaltra, si chiama Irene, viene dalla Valcamonica, lavora qui e ha anche un figlio.
Questa rivelazione mi fece ribollire il sangue. Io, figlia unica e abituata ad avere sempre tutto, non ero proprio disposta a perdonare. Ho sempre saputo quello che volevo e a casa lo ottenevo: un motorino nuovo, uno stereo allultimo grido, mamma e papà facevano di tutto per non farmi mancare nulla durante luniversità. Ero viziata senza essere una fannullona: i soldi li gestivo bene, prendevo tutto quello che potevo ma non sprecavo mai.
Mia mamma era una santa, questo va detto. Ma non avevo intenzione di lasciar correre. Se qualcuno tradisce, bisogna fargliela pagare! sentenziai. Non voglio vedere papà, con i traditori non si parla!
Mamma mi guardò, angosciata, ma lasciò perdere. Mi cambiavo e con il cappuccio sulla testa, andai a camminare fuori. Ne avevo bisogno. Laria del paese sembrava fatta apposta per farmi riflettere. Dai social avevo tagliato fuori quasi tutti i vecchi compagni, troppo indaffarata nel mio mondo di seminari e clienti. Posso dire davvero che ero cambiata, lho visto proprio lì, tra quei pini e le case basse.
Mamma, vado giù al fiume le dissi, e senza aspettare risposta, uscii.
Il vecchio casolare dove ora viveva papà non era cambiato di tanto. Superai il piccolo cancello: trovai Irene sì, la nuova donna con un grembiule che mescolava la minestra. La squadravo senza nemmeno salutarla.
Sei tu la padrona qui, adesso? le lanciai addosso appena entrai.
Sei Giulia, vero? rispose lei, spaesata. Giovanni mi ha mostrato la tua foto, entra pure questo era dei tuoi nonni.
Non sono venuta per te, puoi stare tranquilla le tagliai corto. Ma fa’ pure fagotto: qui non ci resti!
Lei si rattristò. Non ce la faccio senza Giovanni Dai, non pensare male, non ho fatto del male a nessuno.
In quel momento entrò il figlio di Irene, Matteo, più o meno dodici anni, capelli chiari. Vai pure in camera gli disse lei.
Quando uscì mi girai di nuovo verso Irene: Non vivrai qui, questo posso garantirlo. Poi sono tornata verso casa dei miei, rabbiosa. Mi sembrava tutto così ingiusto papà che vive con unaltra, un figlio non suo Non avrei digerito la cosa in eterno.
Dopo cena mamma provò a parlarmi, ma io ero ancora un fascio di nervi. Lhai visto? le chiesi subito.
Sì rispose lei e ha anche un figlio.
La storia la conosci: mamma si è messa a raccontare. Che papà non era più felice da anni; che semplicemente, quando me ne sono andata, non avevano più nulla in comune se non me Che tra loro era diventata solo unabitudine. Avevo sempre pensato che fossero una famiglia perfetta, ma forse vivevano solo per me.
Tutta questa faccenda mi ha distrutto le dissi piangendo. Secondo te è giusta? Non hai mai voglia di mandarlo al diavolo e vendicarti?
Mamma scosse la testa: Giuly, a una certa età si cerca solo pace. Non si fa la guerra per orgoglio. Per me sei tu la cosa più preziosa che abbiamo avuto.
Mi strinse, e alla fine mi addormentai con gli occhi gonfi, ma con il cuore un po più leggero. Lindomani, però, una parte di me ancora non voleva parlare con papà. Lui era rientrato dalla trasferta, mi chiamava senza trovare risposta. Lo vedevo più vecchio, gli occhi arrossati, e mi scivolava via dalle mani.
Trascorsi lultimo giorno girando per il paese, pensierosa. Poi, poco prima di cena, sentii delle urla vicino al ponte. Corsi: uno dei ragazzini era caduto sul legname appena scaricato da un camion. Il ginocchio insanguinato, la gamba incastrata: il figlio di Irene, Matteo. Senza pensarci due volte, gli feci da infermiera: tamponai la ferita, chiamai papà e organizzammo subito tutto per il pronto soccorso.
Arrivata in ospedale, feci pressione perché lo visitassero subito. Mentre Irene piangeva e papà mi ringraziava con uno sguardo, capii che in fondo, quella rabbia, forse era solo paura di perdere lequilibrio dellinfanzia.
Il giorno dopo, mamma ed io erano ferme alla stazione degli autobus, per il ritorno a Milano. Il cielo grigio, pioveva ancora. Quando ci spuntò davanti una Panda, con sopra Masha la mia vecchia compagna di scuola, adesso mamma anche lei e suo papà, dottor Andrea. Quanto abbiamo riso, anche solo per pochi minuti!
Poi, uno alla volta, sono venuti un po tutti: Irene e Giovanni con Matteo che, ridendo un po, mi ha detto: Guarda Giulia, sto già in piedi da solo!. Allora ho sentito sciogliersi il colpo che avevo dentro, e ho detto: Bravissimo! Vedi che sei forte?
Irene mi ha chiesto scusa con gli occhi bassi, e io lasciamo stare la vendetta, tanto alla fine qui, in questo paesino dove le famiglie sono più grandi dellanagrafe, siamo tutti un po famiglia.
Quando il pullman è partito, salutando tutti dal vetro appannato, ho sentito una promessa dentro: Torno, questa è casa mia, con tutto quel che ne consegue. E mentre il sole bucava finalmente le nuvole per illuminare la piazza e la strada, ho capito: niente rancore vale quanto le persone che ci sono davvero.
Arriverà, fidati. Alla fine, anche la vendetta di Giulia sè sciolta in un abbraccio.







