Per 35 anni ho lavorato come presidente della commissione INPS e revocavo con fermezza l’invalidità a chi poteva lavorare. Ero orgogliosa di tutelare i soldi dello Stato.

Per trentacinque anni ho lavorato come presidente della Commissione Medico-Legale per linvalidità civile a Firenze, e con rigore revocavo lo stato di invalido a chiunque ritenessi potesse ancora lavorare. Ero orgogliosa di difendere le casse dello Stato italiano. Ma quando un ictus ha colpito mio marito, e i miei stessi ex colleghi gli hanno negato i pannoloni, sorridendo e dicendo: «Ma muove ancora la mano, no?», ho finalmente capito di aver passato la mia esistenza a essere il cane da guardia di un sistema che detesta la vecchiaia e la fragilità.

In Italia ottenere lo status dinvalido non è una concessione, è una battaglia: devi dimostrare, spesso oltre ogni limite umano, di non essere più utile alla società. Io ero il muro contro cui tanti si schiantavano.

Mi chiamo Elisabetta Mancini, ho sessantotto anni. Fino allanno scorso ero il volto severo e rispettato della commissione nella mia città. Migliaia di persone sono passate nel mio ufficio: amputati, ciechi, malati oncologici, diabetici.

Ero famosa come la signora di ferro. Sapevo riconoscere chi simulava e chi cercava di ottenere il riconoscimento solo per qualche sgravio sulla bolletta o un po di euro in più sulla pensione. Dallalto arrivava un ordine non scritto ma chiaro: tagliare i costi pubblici. Meno invalidi, più premi per la commissione.

E così toglievo la seconda categoria anche a chi aveva perso le dita di una mano: «Cè laltra, potete fare i portinai, rispondere al telefono. Lo Stato non è obbligato a mantenervi. Vi diamo la terza categoria, idonea al lavoro. Avanti il prossimo!»

Negavo le carrozzine estere alle madri di bimbi con paralisi cerebrale, ordinando sedie italiane economiche, scomode e dolorose. «Ci sono le norme, le nostre non sono da meno. Bisogna resistere», ripetevo.

Dormivo tranquilla. Mi sentivo la paladina dello Stato, un baluardo contro gli approfittatori. Avevo uno stipendio eccellente, la stima dei superiori, unauto di servizio e una casa accogliente.

Fino al giorno in cui la sfortuna non ha bussato anche alla mia porta.

Tutto è cambiato in un attimo, in una luminosa mattina di luglio nella nostra casa di campagna. Mio marito, Giovanni, sessantanove anni, forte, allegro, ex ingegnere meccanico, fu colpito da un ictus devastante.

Quando corsi allospedale, il medico abbassò lo sguardo: «Lei è del mestiere, sa bene… il lato destro è completamente paralizzato. Riflesso della deglutizione compromesso. Parola assente. Sopravvivrà, ma sarà profondamente invalido».

Dopo un mese portai a casa Giovanni. Il mio uomo fiero era ormai come un bambino, immobile nel suo corpo pesante. Stava sdraiato, fisso al soffitto con un unico occhio ancora vivo, la saliva che colava dal lato della bocca.

Cominciò il calvario che ogni donna che si prende cura di un allettato conosce: girarlo ogni due ore contro le piaghe, cambiare i pannoloni, imboccarlo con pappine in brodo mediante siringa. In due mesi persi dieci chili, la schiena a pezzi, il sonno spezzato in mille notti.

Non bastavano mai i soldi. La pensione di Giovanni spariva tra la badante e le medicine. Avevamo bisogno della prima categoria dinvalidità e del programma personalizzato di aiuto, lassegnazione gratuita di pannoloni, materasso antidecubito e un letto ospedaliero.

Raccolsi tutti i documenti e mi presentai in commissione. La stessa di cui ero stata presidente, solo una porta più in là. Ma ora, dallaltro lato della scrivania.

A presiedere cera lex mia vice, Silvia Bianchi, una donna severa che io stessa avevo spronato alla durezza.

Portai Giovanni sulla vecchia carrozzina presa a prestito. Silvia ci scrutò da sopra gli occhiali con quello sguardo freddo, calcolatore, che avevo usato anchio per decenni.

Gli chiese di sollevare la mano sinistra. Tremando, riuscì appena a farlo.

«Ecco, Elisabetta, vedi? Cè un miglioramento. La sinistra funziona, ha ancora riflessi», disse allegra.

«Ma va di corpo nel letto!» sussurrai con voce rotta. «Non parla, Silvia dovè il miglioramento? Ci serve la prima categoria, il materasso, stanno comparendo piaghe da decubito!»

Fece un sospiro e un sorriso condiscendente, proprio come avrei fatto anchio un tempo.

«Tu stessa conosci le regole. La prima categoria si concede solo a chi è totalmente privo di autonomia. Giovanni può ancora portarsi la mano alla bocca con la sinistra. Solo seconda categoria.»

«E i pannoloni? Ne servono cinque al giorno! Con la nostra pensione non si arriva a fine mese!»

«Il regolamento prevede tre pannoloni al giorno con la seconda categoria. Il materasso non spetta ancora, dovevi girarlo più spesso. Il bilancio non è infinito, Elisabetta. Ricordati che sono state le tue regole. Prossimo!»

Il boomerang.

Portai Giovanni fuori. In corridoio cerano decine di persone: anziani col bastone, donne senza capelli dalla chemio, madri con bambini in carrozzina. Erano lì ore, in quella sala dattesa soffocante, a implorare pietà a donne in camice bianco.

Li guardai e li riconobbi. Riaffiorarono tutte le loro facce.

Ricordai il reduce mutilato a cui avevo negato il buon arto artificiale: «È già anziano, la versione italiana basta per casa». Pianse davanti a me.

Rividi la donna al quarto stadio di tumore al seno, a cui diedi la seconda categoria dicendo: «Può cucire a casa, il cancro oggi si cura». Morì due mesi dopo.

Compresi che in quegli anni non avevo risparmiato risorse dello Stato, ma avevo tolto agli anziani anche la dignità. Ero stata un ingranaggio di quella macchina senza cuore che colpevolizza i malati per il loro dolore.

Ora quella macchina inghiottiva me.

Mi inginocchiai davanti a Giovanni. Lui, che mi prendeva in braccio, ora era lì, senza più parole, con una lacrima che scendeva dallunico occhio vivo. Capiva tutto. Capiva di essere stato abbandonato da quello Stato per cui aveva lavorato quarantanni, pagato le tasse, e non meritava nemmeno un pannolone in più.

«Perdonami, amore mio Perdonatemi tutti», piansi, la testa sulle sue gambe, in quel corridoio cupo. «Dio, perdonami».

Il pentimento.

La mattina seguente scrissi la lettera di dimissioni. Rifiutai la pensione da statale e lasciai il lavoro tra i sussurri scandalizzati.

Vendetti la macchina di famiglia per comprare a Giovanni un letto speciale e un materasso tedesco contro le piaghe. I pannoloni ora li compro da sola.

Ma ho fatto di più.

Ora lavoro gratis come consulente legale per invalidi. Accompagno personalmente gli anziani alle commissioni. Conosco ogni regolamento, ogni cavillo, ogni delibera nascosta. Quando una nuova signora di ferro cerca di negare i diritti a una nonna dopo un ictus, metto le carte della legge sul tavolo e minaccio di chiamare la Procura. Ottengo carrozzine, medicine, assistenza. Combatto il sistema usando le sue stesse regole.

Giovanni non si è più ripreso. I medici dicono che non gli resta molto.

Ma ogni volta che riesco a far ottenere la prima categoria dinvalidità a un altro nonno paralitico, torno a casa, mi siedo accanto al letto di Giovanni, gli prendo la mano calda e fiacca e gli dico:

«Oggi abbiamo salvato unaltra persona, amore.»

E mi sembra quasi di vederlo sorridere.

Viviamo in un mondo duro, dove la vecchiaia è unonta e la fragilità un difetto. Ma un giorno il tempo presenterà il conto a tutti, nessuna carica o conoscenza ci risparmierà da una malattia o dalla sventura.

Se oggi neghiamo compassione a chi soffre, domani non dobbiamo stupirci se il sistema calpesterà anche noi. La vera grandezza di una società si misura nel modo in cui tratta i suoi più deboli. E non è mai troppo tardi per scegliere la gentilezza e la giustizia.

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Per 35 anni ho lavorato come presidente della commissione INPS e revocavo con fermezza l’invalidità a chi poteva lavorare. Ero orgogliosa di tutelare i soldi dello Stato.
Per la prima volta, dopo otto anni di vita insieme, lui l’ha incontrata al lavoro.