La zuppa è roba da poveri, diceva la signora Chiara Pietrovna, storcendo il naso con disprezzo ogni volta che il vicino di casa, nonno Pietro, preparava il suo brodo nella cucina della vecchia casa di ringhiera.

La minestra? Quello è cibo da poveri. Almeno così pensava la signora Livia Bianchetti. E storceva sempre il naso quando, nella cucina comune del vecchio palazzo di Roma, vedeva il signor Ettore Moretti trafficare attorno alla sua pentola. Ettore era un ometto daltri tempi, e preparava le sue minestre con una cura che mi lasciava sempre sorpreso. Tagliava le verdure con attenzione, affettando il manzo e il guanciale in fettine sottili e ordinate. Livia, intanto, faceva finta di girarsi il dito vicino alla tempia, prendendolo un po in giro ogni volta.

Ma Ettore non si lasciava scalfire: parlava persino agli ingredienti che cuocevano nella pentola.
Su, bella patatina, falla bene! Dai cavolo, non deludermi, cara! borbottava mentre rimestava con pazienza.

Le minestre di Ettore venivano bellissime, dal colore brillante. Ma la cosa più bella era vederlo gustare quel piatto: chiudeva gli occhi dal piacere, sorseggiava rumorosamente, come se in quella minestra ci fosse qualcosa di magico.

Livia, invece, passava snob quando lo vedeva: ora portava in tavola uninsalata raffinata, ora pollo allananas, sempre piatti ricercati.
Campa con quella robaccia lì, non ha altro. Non come me, che invento sempre qualcosa di nuovo. Così mi diverto e gli ospiti restano contenti! diceva spesso a voce alta, come se voler impressionare qualcuno.

Ettore però amava soprattutto la sua ribollita. Conosceva un segreto, perché la sua veniva meglio di tutte quelle che io abbia mai assaggiato!

Poi un giorno, Livia si ammalò. Rimase a letto, le forze quasi azzerate. Ogni tanto, qualche amica le portava dei manicaretti, ma ormai non riusciva quasi più a mandarli giù. La pelle era diventata trasparente, le mani ossute.

Ettore, che osservava in silenzio da sotto le sue folte sopracciglia, un giorno si presentò alla porta di Livia con una ciotola fumante. Livia voleva mandarlo via, ma proprio non ci riusciva. Ettore si sedette accanto a lei. E dalla scodella saliva un aroma di basilico e pollo che riempiva tutto lo stanzino.

Allimprovviso, a Livia venne una voglia improvvisa proprio di quella minestra, che aveva sempre considerato un cibo da poco. Mai preparata, spesso derisa.

Ascolta, vicina. Lascia che ti dia una mano. So che non impazzisci per la minestra, ma ti fa bene, cara. Devi scaldare il pancino! Qui cè un brodino di pollo, con foglie di menta. Vedrai che tra qualche giorno cammini di nuovo! disse Ettore sollevandole la schiena con gentilezza e iniziò a imboccarla piano con il cucchiaio.

Così continuò: un giorno minestra di piselli, poi zuppa di farro, la domenica ribollita. E infine, Livia tornò in piedi!

Qualcuno disse che erano stati i medicinali, ma tutti sapevano che la vera cura erano le minestre di Ettore. Perché, in fondo, senza una buona minestra il corpo umano non va avanti.

Da quel tempo Livia ogni giorno cucina almeno una minestra. Non la chiama più cibo da poveri, e anzi adesso prepara la ribollita proprio come Ettore le ha insegnato.

Eccoli lì, nella piccola cucina, seduti vicini, che sorseggiano e mormorano di soddisfazione. La minestra si mangia in due, ma il calore che scalda il cuore è per tutti.

Oggi, riguardando a quei giorni, ho imparato che la cura e la semplicità contano più di mille specialità esotiche. Una zuppa fatta con amore può davvero ridarti la forza che pensavi persa.

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