La gente era incredula: il cane nel vecchio casale abbandonato allattava, ma non cuccioli
Gina Palmieri tornava dalla Coop con le borse straripanti e mille pensieri per la testa. Il ginocchio le faceva male, la nipotina aveva promesso di chiamarla ma ovviamente nada, e questo inverno sembrava impazzito: prima pioveva, poi tutto ghiacciato, poi fango ovunque. Si perse nei pensieri quando quasi si ribaltò sul marciapiede.
Si voltò di scatto: una cagnetta fulva, pelle e ossa, pelo arruffato, le era passata tra le gambe come una freccia.
Ma dove vai, disgraziata! le sfuggì.
La cagna nemmeno si degnò di unocchiata. Addosso sfrecciava come se avesse un appuntamento. In bocca, una cosa che pareva pane secco.
Chissà dove ha nascosto i suoi cuccioli, borbottò Gina. La primavera è già nellaria, il solito giro.
Aggiustò la borsa e si avviò, ma la scena non le tornava. C’era qualcosa di strano, lì.
Il giorno dopo, il bis. Stessa ombra fulva nel cortile, stesso tozzo di pane, stessa direzione verso il casolare vuoto in fondo, quello dove prima viveva la signora Serafina. Da un annetto era morta, la casa pareva la location di una fiction crime.
Gina! urlò dal balcone la vicina Rosa. Eccola lì la tua nuova amica! Ogni giorno uguale, questa. Chissà dove trova il mangiare!
Quale mangiare? si fermò Gina.
Ma lo vedi? Col pane in bocca, avrà fatto il giro dei bidoni. Darà da mangiare ai cuccioli istinto materno!
Sei sicura che siano cuccioli?
Ma a chi vuoi che dia da mangiare? È la natura, carissima!
Gina annuì, ma la pulce nellorecchio era lì. Sì, i cuccioli… ma cera qualcosa che non quadrava.
Come al solito, la fulva filò tra le assi del recinto scassato, sparendo nel cortile del casolare. Gina ci rimase male.
“Ma dai, Gina, non essere pavida,” si autosgridò. “Una sbirciatina, chi se ne accorge!”
Si infilò pure lei tra le assi. Il recinto scricchiolò ma resistette. Dentro, il solito: ortiche alte, vetri rotti, ferraglia mezza arrugginita.
Un lamento sommesso arrivava dal retro.
Gina seguì il suono e si immobilizzò.
La fulva era seduta vicino a una cuccia marcia. Davanti a lei, sdraiata di lato e attaccata con una catena corta a un palo, cera una grossa cagna nera, con il muso grigio.
Cieca come una talpa.
Occhi velati, corpo uno scheletro, ciuffi di pelo annodati. A malapena respirava.
La fulva posò con delicatezza il pane davanti a lei, glielo spinse con il naso e si accovacciò.
La nera tastò col muso e divorò il pane con avidità. La fulva osservava, seria come un muezzin.
Finito il boccone, la fulva la leccò con affetto, poi si raggomitolò al suo fianco.
Gina non riusciva a muoversi. Si sentiva pizzicare gli occhi.
“Ma guarda… la nutre lei. Tutti i giorni. Magra comè, eppure condivide tutto.”
Quanto rimase lì, Gina non lo capì. Tornò in sé solo quando la fulva la fissò dritta negli occhi: “Beh? Che fai, resti lì a guardare o ci aiuti?”
Aspetta ora torno, sussurrò Gina.
Scattò verso casa come quarantanni prima, ginocchia urlanti, fiato corto. Raccolse tutto quello che trovò: pollo lesso, risotto, un po di salame, una ciotola dacqua.
Al suo ritorno, la scena era sempre la stessa.
Ecco, bofonchiò sedendosi. Dai.
Posò il pollo davanti alla fulva. Ma la cagna restava impassibile, sempre lo sguardo su quella nera.
Che fai, scema? Sei un osso ambulante anche tu, mangia!
Gina capì. Trasferì la carne davanti alla cieca. Quella quasi si illuminò, afferrò avidamente ogni pezzetto.
La fulva ingoiò a fatica, guardava la scena. Poi, solo quando la nera era sazia, si prese quel che restava.
Così si fa disse piano Gina.
Bevvero a lungo. Lei le guardava, asciugandosi gli occhi.
Ma che piangi, ora? sbucò Rosa dal buco nel recinto.
Stava lì impalata.
Ecco chi nutre ogni giorno, sospirò Gina. Non cuccioli.
Rosa tacque e tirò su col naso.
Ma chi lha lasciata così?
Sicuro la Serafina, la teneva legata. È morta e la cagna è rimasta. Dimenticata.
Già sei mesi
Sei mesi da sola qui. E solo la fulva lha trovata. La sfama tutti i giorni.
Rosa si accucciò e accarezzò la fulva.
Sei proprio brava
La sera, metà condominio era nel cortile. Cibo, coperte, chi portava attrezzi. Gli uomini provavano a spezzare la catena, tenace peggio di una moka.
Serve la smerigliatrice, decretò il signor Ernesto. Domani la porto.
La mattina dopo arrivò con larnese. Di nuovo, gente ovunque.
Piano con quello, Ernesto! urlava Rosa. Non fare casino!
Il flessibile strideva, scintille a pioggia. La nera tremava.
La catena cedette.
Ecco, libera, ansimò il signor Ernesto.
Gina si inginocchiò vicino e la accarezzò piano.
Ehi, vieni con me? Ti do da mangiare. A casa mia fa caldo. E la tua amica viene pure lei. Tutte e due.
La cagna nera scodinzolò appena, come se avesse capito tutto.
Gina provò a sollevarla, niente da fare, era pesante come una stufa.
Ci penso io, disse Ernesto e prese delicatamente la cagna in braccio. Dove ti porto?
Scala B. Appartamento sei.
Attraversarono il cortile: i vicini si spostavano in silenzio. La fulva trotterellava appresso, incollata, coda tra le gambe.
Su, coraggio, sussurrava Gina. Non vi lascio.
Sotto il portone cerano le sentinelle del palazzo: Graziella, Ada e Franca appollaiate sulla panchina.
Gina, che stai combinando? lanciò Graziella con tono da Santa Inquisizione. Porti i cani in casa?
Sì, li porto.
Ma son pieni di pulci! E puzzano!
Li lavo.
E i vicini che diranno?
E che devono dire? sbottò Gina, a voce talmente alta che si spaventò lei stessa. Sei mesi questa povera bestia legata qua fuori, cieca, alla fame! Nessuno se nè accorto! Solo la fulva sì. E noi? Si passava e basta!
Le tremava la voce. Le nonnine smisero di borbottare, occhi bassi.
Non lo sapevo, mormorò Ada. Serafina è morta e nessuno ha detto nulla.
E appunto! si soffiò il naso Gina. Nessuno si è fatto avanti.
E svicolò in casa, Ernesto dietro e la fulva dietro ancora.
Posò una coperta sul pavimento e Ernesto depositò la nera.
Ok, ti serve aiuto?
No, grazie. Me la cavo.
Quando si richiuse la porta, Gina rimase appoggiata alla parete. La fulva seduta accanto alla nera la guardava con gratitudine, occhi liquidi come la mozzarella filante.
Va bene, sospirò Gina. Presentiamoci. Io sono Gina. E voi?
La fulva guaì piano.
Ti chiamerai Fulvia. E tu fissò la nera sarai Nera. Intesi?
Mise la ciotola di riso e polpette davanti a Nera. Quella annusò, ma niente. Fresca di trasloco, povera creatura.
Dai, Gina prese un bocconcino e lo porse sulla mano.
Nera lo prese, pianissimo.
Ecco, brava, bisbigliò Gina. Mangia, mangia pure.
La accudiva a pezzettini, con calma, quasi sussurrando. Fulvia osservava, poi appoggiò la testa sulle ginocchia di Gina. Fu lì che capì: quella era fiducia, vera, e una specie di grazie.
La sera chiamò Rosa.
Allora, come va? Sono vive?
Vive, rispose Gina, asciutta. Dormono tutte e due.
E tu non dormi?
No, penso.
A cosa?
Gina esita.
Che a volte siamo peggio degli animali. Il cane si ricorda dellaltro. E noi? Passiamo e basta. E non vediamo. Nemmeno vogliamo vedere.
Gina, vabbè, calmati.
Non ce la faccio! Mi vergogno, Rosa! Mi vergogno davanti a una cagna!
Chiuse la chiamata, si sedette sul pavimento accanto alle due, abbracciando le ginocchia e pianse in silenzio.
Passò una settimana. Nera si riprese pian piano. Prima mangiava stesa, poi tentò di alzarsi barcollando, ma ci riuscì. Fulvia sempre presente, tipo personal trainer.
Hai la tua guida, Nera, raccontava Gina. Meglio di qualunque umano.
La storia corse nel quartiere Rosa aveva la lingua più veloce di WhatsApp.
Hai sentito di Gina? bisbigliavano le nonnine. Ne ha raccolti due!
Una era cieca, dicono che sia stata alla catena uneternità.
E laltra la nutriva ogni giorno. Hai idea?
Ma no dai.
Te lo giuro! Rosa ha visto tutto.
Quando Gina usciva con le sue cagnolone, pure i passanti si fermavano: chi sorrideva, chi scuoteva la testa.
Sei grande, Gina, disse un giorno Ernesto. Una persona vera.
Veramente la persona vera è Fulvia. Io ho solo smesso di voltarmi dallaltra parte.
Una sera bussarono alla porta. Una giovane donna apparve.
Buonasera, lei è Gina Palmieri?
Sono io. E tu chi sei?
Mi chiamo Ilaria. Ho sentito la storia delle sue cagnoline. Magari posso aiutare? Sono veterinaria. Potrei dare unocchiata a Nera. Gratis.
Gina sbarrò gli occhi:
Gratis?
Sì, voglio solo fare la mia parte. Posso?
Vieni pure.
Ilaria controllò a lungo Nera, poi si fece seria:
È vecchietta. Malaticcia. Gli occhi non vedrà più. Ma può vivere bene, se la segui come si deve.
E cioè?
La ragazza tirò fuori delle medicine:
Questi sono integratori, questi per le articolazioni, qua cè la pomata per le zampe. Le scrivo tutto per bene.
Quanto ti devo?
Niente, sorrise Ilaria. È un regalo. Da me e da chi ha sentito della vostra storia.
A Gina tornarono a bruciare gli occhi.
Grazie.
No, grazie a te, e accarezzò Fulvia.
Quando si chiuse la porta, Gina si sedette. Nera ai suoi piedi, Fulvia stretta accanto. E chissà dopo quanto tempo sentì nel profondo di essere necessaria a qualcuno.
E questa, sì, era felicità.







