A un passo dal disastro

Diario personale di Sofia Bianchi

Un passo dal precipizio

Hai proprio una brava ragazza la voce gentile della signora Carla, la nostra vicina anziana, mi ha raggiunto mentre piantavo qualche piantina di basilico in giardino. Mia madre mi ascoltava dalla finestra, il sole già caldo del pomeriggio estivo le illuminava il volto.

Eh, la nostra Sofia è oro puro, altro che! rispose mamma ridendo, con quellorgoglio sincero che le sentivo solo quando si parlava di me. Ma subito il suo sorriso si fece più spento, una piccola ruga fra le sopracciglia tradì un pensiero. Solo che ora inizia unetà difficile. E soprattutto quando ha saputo che presto avrà un fratellino

La signora Carla ha capito al volo, abbassando teneramente lo sguardo.

Non si è proprio entusiasmata, vero? chiese, inclinando il busto verso mia madre.

Mamma sospirò, indecisa, fissando le piantine che avevo ordinato come soldatini. Non è che sia contraria Solo, cè una bella differenza di età. Sofia ha già quattordici anni, mentre il piccino sarà proprio un bebè. Ho paura che non capisca cosa significhi essere la sorella maggiore.

Forse teme che le metterai addosso troppe responsabilità, rifletté la signora Carla, guardandomi ancora dalla finestra, come a cercare la risposta sul mio volto.

A quel punto mamma si è messa a ridere, con un tono di voce un po piccato. Ma no, figurati! Far fare la baby-sitter a una ragazzina così giovane? Non esiste. Sono ancora giovane anche io, e grazie a Dio non abbiamo problemi di soldi: non è urgente che torni al lavoro. Sofia ha diritto a vivere la sua adolescenza, con la spensieratezza e le amicizie di cui ha bisogno. Non sarà mai una piccola tata obbligata dalla famiglia.

La signora Carla annuì, ma nel suo sguardo cera una nota di preoccupazione dolce. Le posò la mano sul braccio quasi per imprimere le sue parole. Hai ragione, certo. Però un po di attenzione alle amicizie A questetà basta poco per beh.

Mamma sbuffò ridendo. Oh, Carla, ma di cosa ti preoccupi? Sofia è bravissima: studia, aiuta in casa, gioca con i bambini dei vicini. Non si mette mai nei guai! Giusto, ogni tanto si distrae un po col cellulare, ma molto meno di altre ragazze della sua età.

Poi mi guardò mentre aiutavo Fabio, un bimbo del piano di sotto, passandogli lo stampino più bello per la sabbia. Le si allargò un sorriso pieno damore. No, la mia Sofia non è certo una ragazzina che si caccia nei guai.

Ed era vero: a scuola tutti dicevano che ero brillante e affidabile, anche i compagni che non mi conoscevano bene. Avevo i voti migliori, riuscivo a chiacchierare con gli insegnanti come una adulta, e se cera un problema, sapevo sempre trovare una soluzione. Eppure, dentro di me sentivo la pressione di chi desidera essere accettato, di adattarsi, di non sentirsi mai lo zimbello della classe.

Il contesto nella mia scuola, il Liceo Galileo di Milano, era più complesso di quanto sembrasse. Le lezioni scorrevano normali, i professori facevano la guardia ai corridoi, la preside predicava ordine e insegnava la correttezza. Ma sotto la superficie apparentemente ordinata brulicava una realtà nascosta, fatta di non detti, pettegolezzi, piccoli dispetti che i grandi preferivano ignorare.

Il gruppo giusto in cui volevo entrare non superava mai certi limiti: non si arrivava mai alle mani, né a danneggiare oggetti della scuola, al massimo una ramanzina dalla vicepreside e niente più. Nessuno chiamava i genitori, nessuno voleva problemi.

Sono solo ragazzi che si divertono diceva la professoressa di matematica, allargando le braccia quando qualche primo anno si lamentava di prese in giro troppo pesanti. Cresceranno, vedrai.

Solo che quei divertimenti diventavano sempre più crudeli. Era una specie di rito: sceglievano una vittima, spesso un compagno fragile, senza una famiglia presente, e iniziavano a isolarla. Prima le battutine, poi i bigliettini velenosi. Dapprima trovavi nella cartella una bottiglia vuota, un panino schiacciato, poi arrivavano i pettegolezzi cattivi: quella ruba, quello parla male dei prof. Alla fine lo sberleffo era palese, davanti a tutti.

Cera chi non ce la faceva a reggere quel peso: un ragazzo di seconda media lasciò la scuola, una ragazza si inventò delle malattie per stare a casa settimane. Ma la dirigenza ignorava tutto: alle riunioni dei genitori parlavano di clima sereno e ambiente sano, e se qualcuno provava ad affrontare il tema bullismo, rispondevano in modo evasivo: Tenete tranquilli, i ragazzi troveranno un modo. E i professori, per paura o per pigrizia, raramente intervenivano.

Così, a poco a poco, anchio sono entrata in quel gruppo. Inizialmente avevo la sensazione di aver trovato il mio posto: chiacchiere, passeggiate in centro, la sensazione di sentirmi parte di qualcosa. Mi chiamavano, ridevano alle mie battute. Finalmente, una di loro.

A casa, invece, era tutta unaltra musica. Mamma, sempre indaffarata a sistemare la stanza che sarebbe stata del fratellino: il catalogo delle carte da parati, i siti internet con i prezzi delle culle, le tende nuove a righe azzurre. Aveva la testa immersa nelle cose da preparare per il bambino, e io, abituata a essere figlia unica, mi sentivo improvvisamente messa da parte.

Ogni tanto, presa dai sensi di colpa, mamma posava la rivista di arredamento e mi chiamava a sé per parlare.

Sofia, sei proprio una ragazza responsabile, non è vero? Sono così qui di averti come figlia. Però devi stare attenta, non stringere amicizie sbagliate, va bene?

Io rispondevo sempre annuendo, senza ascoltare davvero. Quelle raccomandazioni suonavano lontane, come se fossero indirizzate a qualcunaltra. In realtà, a scuola mi apprezzavano proprio perché ero diversa, pronta a trasgredire le piccole regole.

Certo, mamma. Capito tutto.

Mamma allora tirava un sospiro di sollievo, rassicurata. Immersa di nuovo nel suo mondo di lenzuolini e pupazzetti.

Io invece, appena rimasta sola in camera, controllavo i messaggi: il gruppo WhatsApp impazziva, gli scherzi si susseguivano come organizzare il sabato, chi prendere un po in giro il giorno dopo, dove trovare qualcosa di figo. E più mi integrai in quel giro, meno avevo voglia di condividere qualcosa con mia madre.

Capivo che faceva del suo meglio, ma era talmente assorbita dal futuro che sembrava non accorgersi di quello che mi stava davvero succedendo sotto gli occhi.

Così, giorno dopo giorno, a casa la situazione era tranquilla, con una madre affettuosa ma spesso distratta; a scuola dovevi essere come gli altri, sempre pronta a dimostrare che non eri la solita secchiona.

********

Arrivò il sabato, una giornata di sole pieno. Non mi fermai un attimo: colazione in fretta, maglietta rossa, jeans e scarpe leggere, zaino in spalla.

Mamma, esco! Vado in centro con gli amici, torno per cena, lo giuro!

Dal soggiorno mamma rispose appena, preoccupata Di nuovo fuori tutto il giorno? Non puoi rimanere un po in casa? Saremmo voluti andare insieme al Parco Sempione con papà

La prossima volta, promesso! Mi aspettano, non posso tardare! avevo già infilato il portone.

Mamma scosse la testa, ma mi lasciò andare. Era contenta di vedermi allegra. Tornò ai fornelli, ogni tanto controllava lorologio.

Sei e mezza: nessun messaggio.

Sette: il cellulare squillava a vuoto, nessuno rispondeva.

Otto e un quarto: mamma iniziava a camminare avanti e indietro per casa, richiamando, ancora e ancora. Si sforzava di pensare positivo: Forse la batteria scarica, magari ho preso male la linea Oppure si è semplicemente distratta.

Papà provò a rassicurarla: Dai, Stella, non agitarti. A momenti richiama, vedrai. Ma anche lui iniziò a guardare preoccupato lorologio, ogni fruscio alla porta gli faceva sobbalzare il cuore.

Alle nove in punto il telefono squillò. Mamma lo afferrò al primo trillo.

Sofia? Dove sei, perché non rispondi?

La voce, però, era estranea. Buonasera, è la signora Bianchi? Mi dispiace, sua figlia è al Policlinico… Abbiamo dovuto ricoverarla durgenza

Il resto delle parole si perse in un boato ovattato. Mamma si accasciò a terra, sbiancata, il telefono che le scivolava dalle mani.

Paola! gridò papà, gettandosi su di lei. Cosa succede? Rispondimi! Le prese il viso fra le mani, la scosse piano. Quando finalmente aprì gli occhi, erano vuoti.

Sofia ospedale sussurrò. Le lacrime le scendevano sulle guance bianche. Papà la strinse forte, con la voce rotta.

Andrà tutto bene, andrà tutto bene diceva, anche se neanche lui ci credeva.

******

Intanto, al tavolino di un bar a Porta Romana, Giulia passava nervosa il mio telefono da una mano allaltra. Si sarà accorta che era uno scherzo, sicuramente richiama.

Il gruppo schiamazzava, qualcuno scrollava Instagram, altri ridevano. Lidea dello scherzo far credere alla mamma che mi fosse successo qualcosa lasciando il telefono incustodito era uscita nella noia del primo pomeriggio.

Dille solo che ti eri assentata un attimo, non sapevi niente. E poi neghi tutto, è più divertente! propose Marco.

Annuii, ma una specie di disagio cominciava a salire. Tutti però volevano cambiare gioco: Facciamo altro, ormai questa storia è vecchia!

Mi dimenticai del telefono. Nessuno di noi avrebbe potuto immaginare il panico che cresceva in casa Bianchi.

Tornai alle dieci, controllando lo smartphone: sempre silenzioso. Cercavo di convincermi che mamma fosse solo arrabbiata. Avevo già preparato la scusa da recitare: Scusa, ho perso la cognizione del tempo.

Salendo le scale, il cuore batté un po più forte. Nessuna luce in casa, nessuno a ricevermi. Il piatto preparato era ancora lì. Presi in mano il suo cellulare trovato in camera da letto: decine di chiamate perse. Chiamai papà, telefono spento.

Ma che succede sussurrai.

In quel momento luscio si aprì. Entrò zia Lucia, viso stralunato. Vedendomi, esalò come se non respirasse da minuti. Meno male! Ti cercavamo ovunque. Sofia, tua madre è in ospedale, ha ricevuto una chiamata dal tuo telefono e ha avuto un malore.

Mi sentii gelare. Le frasi degli amici mi tornarono in mente Neghi tutto, così è meglio. Sapevo che la nostra bravata aveva causato una catastrofe.

Quanto è grave? domandai, balbettando.

Zia mi prese le mani fredde. Non voglio mentirti, ormai sei grande: tutto molto grave. Ha perso il bambino. I medici stanno cercando di salvarle la vita.

Mi bloccai. Le lacrime mi inondarono.

È colpa mia sussurrai tremando.

Sofia mi guardò dritta negli occhi ora basta sensi di colpa. Devi essere forte, per la mamma.

Alla fine annuii, sempre più convinta. Andiamo, zia.

***********

Milano cambiò volto. La settimana dopo, papà decise: Andiamo via. Era spento, un uomo diverso. Mise casa in vendita, lasciò il lavoro. In treno guardavamo la città che ci scivolava dietro: era tutto così irreale.

È strano quanto, in pochi giorni, si possano perdere tutte le certezze. Cammino ora per le vie di Verona, mani affondate nelle tasche, il vento arruffa i capelli. Osservo i palazzi con i portici, i colori tenui dei muri, i cartelli scritti in dialetto, le facce sconosciute.

Non ho più la mia casa, la mia scuola, i miei amici. E mia mamma beh, è rimasta in quei corridoi dospedale. So di essere diventata la causa, anche se nessuno avrebbe il coraggio di dirmelo.

Mi fermo davanti a una caffetteria che odora di cornetti. Mi viene in mente mia madre: sarebbe venuta qui con me, ordinando due cioccolate calde e una brioche alla crema, sedute a ridere del più e del meno. Ora non avrò mai più quei momenti.

Oggi è il primo giorno nella nuova scuola. Indosso la divisa appena ritirata, cammino senza sentire quasi i piedi. Devo affrontare altri compagni, altri professori, tutti ignari di chi sono davvero. Prima o poi dirò tutto a papà, glielo devo. Ma non oggi.

Oggi devo solo trovare il coraggio di ricominciare. In una città che non conosco, senza più un solo volto familiare. E forse, una vita intera per perdonarmi.

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A un passo dal disastro
Il turno silenzioso L’autobus si fermò con uno strattone e la gente iniziò a scendere, urtando i corrimano con le borse. Svetlana fu l’ultima ad alzarsi. Il ginocchio fece un po’ male scendendo i gradini sulla neve grigia e schiacciata. L’aria umida di febbraio la investì in faccia, profumando di fumo dalla centrale termica e di qualcosa di resinoso che arrivava dalla fascia scura del bosco. Davanti a lei si stagliava il lungo edificio del centro termale, file di finestre tutte uguali. Sulla facciata una vecchia insegna sbiadita con il nome del centro e, sotto, lo stemma della città. Tutt’intorno, il paesaggio tipico di certe strutture: abeti bassi lungo il vialetto, aiuole di cemento spoglie, qualche figura solitaria con la valigia. — Impegnativa, foglio di ricovero, documento — disse, secca, la donna allo sportello della reception, senza alzare gli occhi. Svetlana infilò la cartellina di plastica nella fessura. Dentro lo sportello odorava di carta e di un profumo economico. Alle sue spalle qualcuno sospirò forte, trascinando una valigia con le rotelle. — Per quanto tempo la degenza? — chiese la receptionist, sfogliando rapida i documenti. — Due settimane. — Bene. Terzo edificio, secondo piano, stanza duecentosei. Il medico la vedrà domani, studio sette. I pasti sono a orario, i buoni pasto sono nella cartellina. Avanti il prossimo. La cartellina tornò con dentro una tessera di plastica e una pila di buoni mensa. Svetlana si fece da parte per non ostacolare il flusso. In testa ronzava: «Due settimane. Due settimane senza cucinare, senza correggere compiti, senza accendere il portatile di notte». Trascinò con fatica la valigia fino al terzo edificio. Una ruota si incastrava e la valigia continuava a voler finire nel cumulo di neve. Nell’atrio si sentiva odore di cavolo bollito e di disinfettante. Sulla parete una bacheca di annunci scoloriti: orari delle terapie, locandina di un concerto di fisarmonica, avviso di un corso di camminata nordica. L’ascensore funzionava, ma chiudeva le porte con un tale stridio che Svetlana si ritrasse istintivamente. Decise che era meglio salire a piedi. Il corridoio al secondo piano era un lungo tunnel, le luci al neon ronzavano. Sulle porte targhe coi numeri, qua e là dei disegni di bambini: sole, una casetta, un abete. La duecentosei era a metà corridoio. Svetlana bussò e spinse la porta. Dentro due letti di metallo con coperte grigie, in mezzo un comodino, sotto la finestra un tavolo con una cerata a quadretti. Su un letto un pigiama piegato, su una sedia una borsa. Dal bagno arrivava il rumore dell’acqua. — Entrate pure, arrivo subito — rispose una voce femminile. Svetlana mise la valigia vicino al letto libero. La finestra dava sul bosco, qualche goccia lenta colava sul vetro. Il termosifone sotto il davanzale sibilava piano. Dal bagno uscì una donna non alta, sulla cinquantina, con l’asciugamano avvolto in testa. Il viso rotondo, occhi vivaci e scuri. — Coinquilina? — chiese sorridendo. — Io sono Tania. — Svetlana. Si strinsero la mano un po’ impacciate, come gente che si conosce in treno. Tania, senza pudori, iniziò a sistemare nella scaffalatura del mobile i suoi farmaci. — Quanto ti fermi? — chiese poi. — Due settimane. — Ottimo! Io tre. È il terzo anno che vengo qui — lo disse con un po’ d’orgoglio — e ci si abitua, guarda. All’inizio pensi: centro termale, solo anziani, che malinconia… Poi invece il ritmo, l’aria, le terapie… E nessuno che ti stressa. Svetlana annuì senza sapere cosa rispondere. Prese dalla valigia la tuta, dei calzettoni, l’accappatoio. Tutto le sembrava estraneo, come se appartenesse a un’altra vita, dove lei aveva davvero tempo per un pisolino o una passeggiata. — Che terapie segui? — la incalzò Tania. — Ortopedia e sistema nervoso. Schiena, ginocchio… — fece un mezzo gesto vago. — Ce ne sono tanti così. Io cuore. E anche i nervi, ovvio! — sospirò Tania. — Marito, figli, scuola… Tutto sulle spalle. Svetlana annuì di nuovo. Del marito non aveva voglia di parlare. Ormai da due anni erano separati, rimasti gli alimenti sul conto e qualche telefonata al figlio. — Andiamo insieme a cena? — propose Tania. — Di solito c’è folla, meglio farsi compagnia. — Volentieri. A cena si formò la fila. La sala era bassa, lampadari pendenti, file di tavoli da quattro. In giro donne in camice bianco con i vassoi. Odore di pesce in umido e di composta. Si sedettero a un tavolo libero. Subito si unirono altri due: un uomo alto, brizzolato, in felpa sportiva, e una signora robusta con il rossetto acceso. — Possiamo? — chiese l’uomo. — In due si chiacchiera poco. Io sono Valerio. Lei è Nina. — Svetlana — rispose lei. — Tania. — Ecco, già una compagnia! — esultò Nina. — Io vengo ogni anno. Prima era la tessera del sindacato, ora pago io: a casa non si riposa mai. Nipoti, orto, vicini… — Di dove sei? — chiese Valerio a Svetlana. — Da Padova. — Ah, la città! — rise lui. — Io da Perugia. Qui ormai abbiamo una piccola delegazione! — fece un cenno vago dietro sé — Se vuoi, domani conosci gli altri. La sera giochiamo a briscola in salone. Svetlana sorrise con cortesia. La briscola non la interessava molto, però l’idea di poter semplicemente stare in salone, a non fare niente, le parve curiosamente piacevole. Il cibo era semplice, di pensione: orzo con pesce, insalata di rape rosse, composta di frutta secca. Svetlana si accorse che mangiava piano, senza inghiottire di fretta come a casa, fra una telefonata della direttrice e un messaggino della prof della classe di suo figlio. Dopo cena Tania le propose una passeggiata fino al bosco. — Tanto vale respirare un po’ d’aria buona, già che siamo qui. Uscirono sul sentiero. Il bosco iniziava subito dopo la luce dei lampioni, dentro l’ombra degli abeti la neve era soffice. Lungo il viale i faretti disegnavano cerchi gialli sulla neve. In lontananza risate soffocate, qualche porta che sbatteva. — Tu lavori? — domandò Tania. — Sì. Ragioniera in una società commerciale. — Eh, responsabilità! — scosse la testa Tania. — Io scuola. Italiano e storia. Venticinque anni. Forse è arrivato il momento di… — Si fermò, fece un gesto, sorrideva amaro. — Insomma, il centro mi salva la vita ogni volta. Svetlana pensò che anche lei non vedeva un salvagente da tempo. Negli ultimi anni aveva solo cercato di restare a galla: bilanci, scadenze, riunioni di genitori, liste di cose da fare. Il centro termale sembrava una pausa, ma una pausa strana, come se avesse marinato una lezione. La notte faticò a dormire. La coinquilina russava piano, dal muro si sentiva qualcuno russare forte, da qualche parte una porta sbatteva. Svetlana fissava il soffitto e sentiva quel solito pizzicore di ansia: doveva chiamare il figlio, controllare la posta, scrivere alla direttrice. Il telefono sul comodino, lo schermo spento. Lo prese, guardò l’ora, aprì WhatsApp: poi lo richiuse. Si costrinse a lasciarlo a faccia in giù. La mattina tutto iniziò con una nuova fila: quella dal medico. Nel corridoio del primo edificio, gente in accappatoio e tuta, cartelline in mano. In TV una trasmissione di giardinaggio a volume basso, odore di caffè della macchinetta e di farmacie nell’aria. — Si fa per numero o per fila? — chiese una donna col cappello di lana, seduta accanto a Svetlana. — Numero — rispose lei, mostrando il biglietto. — Allora tu dopo di me. Che qui se possono ti passano avanti… La donna subito ricominciò a raccontare della pressione alla vicina. Svetlana ascoltava a metà, fissando la porta chiusa dello studio medico. Le sembrava strano essere lì, tra gente che parlava di analisi e medicine. Aveva ancora nella testa le conversazioni sul lavoro di ieri, ma già sembravano più lontane. Il medico era un uomo asciutto, con gli occhiali. Rapidamente sfogliò la sua cartella, le fece domande di routine. — Disturbi? — Schiena, ginocchio. Mi affatico presto. Dormo male. Annunciò una serie di cure: ginnastica, piscina, massaggi lombari, fisioterapie. E: «Orari regolari. È la cosa più importante. Dorma prima delle undici, faccia passeggiate, stia meno su Whatsapp». Svetlana sorrise. — Questa è dura. — Qui sarà più facile che a casa, — replicò secco il medico. — Ne approfitti. Gli appuntamenti scandirono le sue giornate come un’agenda non sua. Mattina, ginnastica in sala con le vetrate e la coach in tuta che mostrava esercizi con bastoni e palloni. Poi piscina, piccola, piastrelle azzurre, cloro negli occhi. Dopo pranzo, massaggio: un’infermiera piccola ma forte le scioglieva la schiena, e la sorpresa era accorgersi che ci si poteva stendere senza far niente. Le file alle terapie diventavano posti da chiacchiere. La gente si conosceva come in treno, raccontandosi storie. Tania subito entrò nella compagnia dei «veterani»: Nina, un’altra signora con orecchini vistosi, il solito Valerio. Valerio manteneva una certa distanza ma era sempre presente. In palestra dietro Svetlana, in piscina nella corsia accanto, a pranzo facile trovarlo al loro tavolo. — Nuoti bene — le disse una volta uscendo insieme dall’acqua. — Non affoghi mai. — Da piccola facevo corsi. Poi… mai tempo. — «Mai tempo» non è una diagnosi, — disse piano lui. — Dopo l’infarto ho capito che quel «mai tempo» è solo una scusa. Il tempo si trova. Svetlana non sapeva cosa dire. Gli guardò il petto, dove si intravedeva sotto la felpa la lunga cicatrice. — Hai avuto paura? — chiese. — Eccome, — rispose sincero. — Poi uno si abitua all’idea che non è eterno. E comincia a scegliere a cosa dedica le sue giornate. Quelle parole la lasciarono pensosa. Si ricordò di come, l’anno prima, era rimasta a letto con la febbre ma non aveva mai spento il computer: rispondeva alle mail, batteva conti. Nessuno le aveva nemmeno detto di riposare. Nemmeno lei. La sera, in salone, si riunivano. C’era chi guardava la TV, chi giocava a carte. Un vecchio distributore d’acqua, teiera, scatola di biscotti portati da casa. Una volta Tania la trascinò fuori dalla camera: — Vieni, ti presento agli altri. Non puoi passare due settimane isolata! Si sedettero vicino alla TV. Valerio stava mescolando un mazzo. — Si gioca a scopa? — propose lui. — Non sono capace — confessò Svetlana. — Imparerai! — insistette Nina. Le carte scivolavano sul tavolo, risate qua e là, battute. Svetlana all’inizio si confondeva, poi si lasciò andare. Era piacevole sapere che da una mossa non dipendeva nulla. Se sbagliavi, al massimo avevi ancora le carte in mano. Le conversazioni erano semplici: il tempo, la minestra buona della mensa, la mitica infermiera della sala 9. Ma a volte si infilava qualcosa di diverso. — Quando i figli erano piccoli, sognavo crescessero in fretta così avevo tempo per me… — rifletteva Nina scuotendo le carte — Ora sono grandi ma mi cercano di più. Per il nipote, per i soldi. Mi viene da dire: lasciatemi stare, sono stanca, ma… — E perché no? — chiese piano Svetlana. Nina la guardò stupita. — Ma come si fa? Sono figli. Io sono la mamma. Svetlana ricordò il figlio prima della partenza: «E chi mi cucina la cena?» E come lei, stanca morta dalla giornata, stava comunque ai fornelli, invece di ordinare una pizza. — Si può essere mamme e essere stanche, — disse. — E dirlo. — Chi ce l’ha insegnato? — intervenne Tania. — A noi hanno insegnato a sopportare. Rimasero in silenzio. Dal tavolo vicino una risata, in TV una cantante in abito luccicante tirava una nota. I giorni scorrevano. Sveglia, ginnastica, mensa, terapie, passeggiata al bosco, carte in salone. In quella routine comparivano piccole attese: Svetlana cominciava ad aspettare la ginnastica, quando i muscoli si risvegliavano; la piscina, dove scivolare nell’acqua e restare soli con il proprio respiro; il massaggio che ti lasciava addosso un tepore pesante. E aspettava anche le chiacchiere con Valerio. Non era invadente, non faceva domande. A volte bevevano tè guardando il bosco, ognuno nei suoi pensieri. Altre volte raccontava cose banali: come nella sua città avessero chiuso la fabbrica, come da ragazzo adorasse la moto, come adesso avesse paura di guidare troppo lontano. — Cosa temi di più? — le chiese un giorno. Una domanda semplice, che la spiazzò. Istintivamente pensò «l’altezza», «i serpenti», ma sapeva che non era vero. — Temo che resti tutto così — disse, sorpresa delle sue stesse parole — Lavoro, casa, conti, riunioni, compiti, liste… Fino alla pensione. Poi… Si fermò. — Poi non avrai più le forze per cambiare — completò lui. — So cosa intendi. Rimasero in silenzio. — Cosa vorresti cambiare? — domandò lui. — Non lo so — ammise —. Nemmeno mi ricordo cosa vorrei io. Ho sempre qualcun altro che vuole qualcosa da me. Lui annuì, comprensivo. — Qui la cosa bella è che il giorno è tutto uguale, e alla fine capisci cosa è tuo e cosa è richiesto dagli altri. Era vero. Lì non decideva quasi niente: l’orario era fisso, il cibo arrivava da sé, il letto lo rifacevano le donne delle pulizie. Lei si concesse di rimanere a letto a guardare fuori, senza sensi di colpa. I fiocchi di neve scendevano lenti, i passi dei pochi uscivano avvolti nei cappotti. Il mondo andava avanti anche senza di lei. Il settimo giorno le telefonò il figlio. — Mamma, dov’è il caricabatterie del tablet? — fu il saluto. — Nel cassetto, a destra — rispose lei —. E tu tutto bene? — Sì. Domani passo da papà. Quando torni? — Tra una settimana. — È tanto — ci fu un po’ di rimprovero nella voce. — Ho le cure. Ho bisogno. Svuotata di ogni scusa, la frase suonò netta. Lei stessa si stupì della calma. — Va bene — sospirò lui —. Tu non annoiarti. Rimase ancora un po’ con il telefono in mano. In petto sentiva un senso strano: ansia ma anche sollievo. Si era concessa di essere non solo madre ma anche una persona che aveva diritto a curarsi. La sera, in salone, organizzarono un «benvenuto» per i nuovi arrivati: bollitore, teiera, piatto di biscotti, musica da una cassa portatile. L’addetta alle attività cercava di lanciare giochi, ma tutti preferivano parlare. Svetlana stava in un angolo, ascoltando storie di orti, di divorzi, di nipoti. Si sentiva parte di una comunità provvisoria: tutti accomunati dall’essere usciti, per un attimo, dalla loro vita vera. A un certo punto Valerio le si sedette vicino. — Domani per me finisce il turno, — disse piano. Svetlana si scosse, anche se sapeva che ognuno aveva la propria data di partenza. — Già? — Dieci giorni. Volati. Ma devo tornare, la mia cagnolina mi aspetta, la vicina la sta accudendo. — Capisco. Si fecero silenziosi. — Non sparire — le disse basso lui. — Voglio dire… non regalare tutto al lavoro. Un po’ lascialo a te stessa. — Ci provo, — rispose lei. Lui annuì, le lanciò uno sguardo che sembrava volersi ricordare qualcosa, poi fissò la TV dove passava un vecchio film. Il giorno dopo, la vide scendere con la valigia per la partenza. Addosso la solita felpa, una giacca sopra. — Stammi bene, — disse lui — In bocca al lupo. — Anche tu. — Si strinsero la mano. La sua era calda, asciutta. Per un attimo Svetlana pensò di chiedergli il numero, ma non lo fece. E neanche lui. Aveva senso così: che tutto restasse lì, dentro quella parentesi. Quando vide l’autobus allontanarsi, Svetlana lo seguì con lo sguardo dal salone fino al cancello. Poi sparì dietro la curva; rimasero solo le tracce delle ruote. La settimana seguente fu diversa. Le serate in salone proseguirono, ma Svetlana portava più spesso una sua lettura. Si metteva vicino alla finestra col romanzo che rimandava da mesi: leggevo la stessa pagina, i pensieri che correvano altrove, ma senza rabbia. Aveva tempo. Un giorno Tania tornò agitata dalla visita cardiologica. — Immagina, mi dice di non agitarmi. Come se fosse un interruttore: click ed è fatto. — Si può provare almeno un po’, — suggerì Svetlana — Magari a scuola non caricarti tutto addosso… O a casa. — E chi altro lo fa? — rispose Tania per riflesso — I figli… Si fermò e sorrise forzatamente. — Vedi, parlo come mio marito. Diceva sempre “chi, se non io?” Poi è finito con l’ictus. E la vita è andata avanti anche senza di lui. — Magari va avanti anche senza di te — osservò dolcemente Svetlana. Tania la guardò a lungo. — In queste due settimane sei diventata più saggia, — disse — O semplicemente hai riposato. Svetlana fece spallucce. — Sono solo stanca di portare tutto sulle spalle. Voglio provare un altro modo. Detto ad alta voce suonava più vero. L’ultimo giorno camminò per i corridoi familiari come in un museo di una piccola, breve vita. Entrò in palestra, c’era già un altro gruppo che si allenava. Guardò la piscina attraverso il vetro. Passò dal massaggiatore per ringraziarlo. — Torni pure — disse lui — La schiena risponde bene. — Vedremo, — rispose lei. In stanza fece la valigia: accappatoio, tuta, costume. Sul comodino rimasero solo il caricabatterie e il libro. Tania era seduta sul letto, girava tra le dita la sua impegnativa. — Non vorrei partire, — confessò — qui sembra tutto più facile. — Qui è facile perché è finto, — disse Svetlana — Se vivessimo qui un anno, troveremmo anche qui i motivi per arrabbiarci. — Forse sì — Tania sorrideva — Se torni, chiamami. — Le lasciò un foglietto col numero. — Sono una frequentatrice abituale. Svetlana lo salvò in rubrica. — Ci sentiamo, — promise. L’autobus partiva dopo pranzo. Alla mensa servivano per commiato i classici pancakes con la panna. Svetlana era al solito tavolo, mangiava piano, sorseggiando il tè. Nina raccontava dei nipoti, Tania di analisi. Fuori la neve si scioglieva, l’acqua scendeva dai tetti. Al capolinea per il centro termale si radunarono una decina di persone: qualcuno scattava foto, uno fumava nervoso. Svetlana, con la valigia, guardava il cielo basso. Dentro era calma. Non euforia, non tristezza. Un’accettazione quieta. Sul bus prese posto accanto al finestrino. Il centro scivolava via: edifici, sentieri, bosco. Forse sarebbe tornata, pensò. Ma anche se no, quelle due settimane le sarebbero rimaste come un piccolo frammento di vita in cui si era concessa di non essere solo una ragioniera, una madre. Il viaggio verso Padova durò qualche ora. La città la accolse con nevischio e quella solita frenesia. Sotto casa le auto in doppia fila, qualcuno litigava al cellulare, dal primo piano usciva musica forte. Svetlana salì, aprì la porta. L’appartamento profumava di polvere e di dolce: il figlio aveva scaldato delle brioche. Nell’ingresso scarpe, giacca appesa alla buona. — Mamma, sei tornata! — urlò dalla camera il ragazzo. Si avventò nel corridoio con le cuffiette e il telefono in mano. L’abbracciò a metà, da adolescente. — Come andava lì? — chiese. — Bene, — rispose lei, e poi aggiunse: — Anzi, ho riposato. — Mi hai portato il magnete? — domandò lui. — È in borsa — sorrise. Andò in cucina, mise l’acqua a bollire. Due piatti nel lavello, qualche briciola sul tavolo. Un tempo avrebbe iniziato subito a pulire, brontolando. Ora pensò solo che avrebbe fatto dopo. Il telefono vibrò. La direttrice: «Domani rientri? Abbiamo tante cose da sistemare…» Svetlana guardò il messaggio e appoggiò il telefono a faccia in giù. Poi lo prese, riaprì la chat e scrisse: «Buongiorno. Domani ritorno come previsto. Ci sarà da ridiscutere la distribuzione delle mansioni. Non potrò più restare la sera o portarmi il lavoro a casa». Rilesse il testo. Una volta avrebbe cancellato la metà. Invece inviò. Il figlio riapparve sulla soglia. — Mamma, domani torni tardi? Dovrei andare dall’amico… — Domani torno in orario — disse lei — e ceniamo insieme. Però qualche faccenda di casa la fai tu. Non sono di ferro. Lui fece una smorfia. — In che senso? — Nel senso letterale. Hai l’età per lavare i piatti e cucinarti da solo, a volte. Non sarò sempre a fare tutto io. Lui sbuffò, ma non protestò. Sparì in camera sbattendo la porta. Svetlana sospirò, ma senza il solito senso di colpa. Sentiva solo di aver finalmente segnato il confine. Il bollitore si spense. Mise il tè nella tazza, si sedette. Dietro la finestra, i lampioni opachi; in cortile passava un cane. Pensò a Valerio, con quella sua frase su come spendere i propri giorni. Sorseggiò il tè. Niente miracoli: la schiena doleva ancora, il ginocchio pure, e il lavoro c’era sempre. Ma qualcosa era scattato. Sentiva il suo corpo, la sua stanchezza, il suo diritto al riposo con una chiarezza nuova. Aprì il cassetto e tirò fuori la prescrizione. La mise sul tavolo accanto all’agenda. Il giorno dopo, durante la pausa pranzo, avrebbe chiesto le ferie per l’estate. Non per andare dai parenti a «dare una mano», ma solo per sé. Il figlio riapparve. — Mamma, domani mangiamo i ravioli? — chiese. — Volentieri, — rispose lei. — Ma li cucini tu. Ti insegno. Lui fece una smorfia, ma brillava di interesse. Svetlana sorrise. La vita non era cambiata di colpo, ma c’era adesso uno spazio solo suo. Quello spazio cominciava da cose minime: dire no a un lavoro extra, chiedere aiuto, passeggiare dopo l’ufficio per puro piacere. Finì il tè, spense la luce in cucina, andò in camera. Domani sarebbe stato un giorno normale, ma in quella normalità avrebbe trovato finalmente un posto per sé. E pensarlo la scaldava con un calore silenzioso e dolce.