A un passo dal disastro

Diario personale di Sofia Bianchi

Un passo dal precipizio

Hai proprio una brava ragazza la voce gentile della signora Carla, la nostra vicina anziana, mi ha raggiunto mentre piantavo qualche piantina di basilico in giardino. Mia madre mi ascoltava dalla finestra, il sole già caldo del pomeriggio estivo le illuminava il volto.

Eh, la nostra Sofia è oro puro, altro che! rispose mamma ridendo, con quellorgoglio sincero che le sentivo solo quando si parlava di me. Ma subito il suo sorriso si fece più spento, una piccola ruga fra le sopracciglia tradì un pensiero. Solo che ora inizia unetà difficile. E soprattutto quando ha saputo che presto avrà un fratellino

La signora Carla ha capito al volo, abbassando teneramente lo sguardo.

Non si è proprio entusiasmata, vero? chiese, inclinando il busto verso mia madre.

Mamma sospirò, indecisa, fissando le piantine che avevo ordinato come soldatini. Non è che sia contraria Solo, cè una bella differenza di età. Sofia ha già quattordici anni, mentre il piccino sarà proprio un bebè. Ho paura che non capisca cosa significhi essere la sorella maggiore.

Forse teme che le metterai addosso troppe responsabilità, rifletté la signora Carla, guardandomi ancora dalla finestra, come a cercare la risposta sul mio volto.

A quel punto mamma si è messa a ridere, con un tono di voce un po piccato. Ma no, figurati! Far fare la baby-sitter a una ragazzina così giovane? Non esiste. Sono ancora giovane anche io, e grazie a Dio non abbiamo problemi di soldi: non è urgente che torni al lavoro. Sofia ha diritto a vivere la sua adolescenza, con la spensieratezza e le amicizie di cui ha bisogno. Non sarà mai una piccola tata obbligata dalla famiglia.

La signora Carla annuì, ma nel suo sguardo cera una nota di preoccupazione dolce. Le posò la mano sul braccio quasi per imprimere le sue parole. Hai ragione, certo. Però un po di attenzione alle amicizie A questetà basta poco per beh.

Mamma sbuffò ridendo. Oh, Carla, ma di cosa ti preoccupi? Sofia è bravissima: studia, aiuta in casa, gioca con i bambini dei vicini. Non si mette mai nei guai! Giusto, ogni tanto si distrae un po col cellulare, ma molto meno di altre ragazze della sua età.

Poi mi guardò mentre aiutavo Fabio, un bimbo del piano di sotto, passandogli lo stampino più bello per la sabbia. Le si allargò un sorriso pieno damore. No, la mia Sofia non è certo una ragazzina che si caccia nei guai.

Ed era vero: a scuola tutti dicevano che ero brillante e affidabile, anche i compagni che non mi conoscevano bene. Avevo i voti migliori, riuscivo a chiacchierare con gli insegnanti come una adulta, e se cera un problema, sapevo sempre trovare una soluzione. Eppure, dentro di me sentivo la pressione di chi desidera essere accettato, di adattarsi, di non sentirsi mai lo zimbello della classe.

Il contesto nella mia scuola, il Liceo Galileo di Milano, era più complesso di quanto sembrasse. Le lezioni scorrevano normali, i professori facevano la guardia ai corridoi, la preside predicava ordine e insegnava la correttezza. Ma sotto la superficie apparentemente ordinata brulicava una realtà nascosta, fatta di non detti, pettegolezzi, piccoli dispetti che i grandi preferivano ignorare.

Il gruppo giusto in cui volevo entrare non superava mai certi limiti: non si arrivava mai alle mani, né a danneggiare oggetti della scuola, al massimo una ramanzina dalla vicepreside e niente più. Nessuno chiamava i genitori, nessuno voleva problemi.

Sono solo ragazzi che si divertono diceva la professoressa di matematica, allargando le braccia quando qualche primo anno si lamentava di prese in giro troppo pesanti. Cresceranno, vedrai.

Solo che quei divertimenti diventavano sempre più crudeli. Era una specie di rito: sceglievano una vittima, spesso un compagno fragile, senza una famiglia presente, e iniziavano a isolarla. Prima le battutine, poi i bigliettini velenosi. Dapprima trovavi nella cartella una bottiglia vuota, un panino schiacciato, poi arrivavano i pettegolezzi cattivi: quella ruba, quello parla male dei prof. Alla fine lo sberleffo era palese, davanti a tutti.

Cera chi non ce la faceva a reggere quel peso: un ragazzo di seconda media lasciò la scuola, una ragazza si inventò delle malattie per stare a casa settimane. Ma la dirigenza ignorava tutto: alle riunioni dei genitori parlavano di clima sereno e ambiente sano, e se qualcuno provava ad affrontare il tema bullismo, rispondevano in modo evasivo: Tenete tranquilli, i ragazzi troveranno un modo. E i professori, per paura o per pigrizia, raramente intervenivano.

Così, a poco a poco, anchio sono entrata in quel gruppo. Inizialmente avevo la sensazione di aver trovato il mio posto: chiacchiere, passeggiate in centro, la sensazione di sentirmi parte di qualcosa. Mi chiamavano, ridevano alle mie battute. Finalmente, una di loro.

A casa, invece, era tutta unaltra musica. Mamma, sempre indaffarata a sistemare la stanza che sarebbe stata del fratellino: il catalogo delle carte da parati, i siti internet con i prezzi delle culle, le tende nuove a righe azzurre. Aveva la testa immersa nelle cose da preparare per il bambino, e io, abituata a essere figlia unica, mi sentivo improvvisamente messa da parte.

Ogni tanto, presa dai sensi di colpa, mamma posava la rivista di arredamento e mi chiamava a sé per parlare.

Sofia, sei proprio una ragazza responsabile, non è vero? Sono così qui di averti come figlia. Però devi stare attenta, non stringere amicizie sbagliate, va bene?

Io rispondevo sempre annuendo, senza ascoltare davvero. Quelle raccomandazioni suonavano lontane, come se fossero indirizzate a qualcunaltra. In realtà, a scuola mi apprezzavano proprio perché ero diversa, pronta a trasgredire le piccole regole.

Certo, mamma. Capito tutto.

Mamma allora tirava un sospiro di sollievo, rassicurata. Immersa di nuovo nel suo mondo di lenzuolini e pupazzetti.

Io invece, appena rimasta sola in camera, controllavo i messaggi: il gruppo WhatsApp impazziva, gli scherzi si susseguivano come organizzare il sabato, chi prendere un po in giro il giorno dopo, dove trovare qualcosa di figo. E più mi integrai in quel giro, meno avevo voglia di condividere qualcosa con mia madre.

Capivo che faceva del suo meglio, ma era talmente assorbita dal futuro che sembrava non accorgersi di quello che mi stava davvero succedendo sotto gli occhi.

Così, giorno dopo giorno, a casa la situazione era tranquilla, con una madre affettuosa ma spesso distratta; a scuola dovevi essere come gli altri, sempre pronta a dimostrare che non eri la solita secchiona.

********

Arrivò il sabato, una giornata di sole pieno. Non mi fermai un attimo: colazione in fretta, maglietta rossa, jeans e scarpe leggere, zaino in spalla.

Mamma, esco! Vado in centro con gli amici, torno per cena, lo giuro!

Dal soggiorno mamma rispose appena, preoccupata Di nuovo fuori tutto il giorno? Non puoi rimanere un po in casa? Saremmo voluti andare insieme al Parco Sempione con papà

La prossima volta, promesso! Mi aspettano, non posso tardare! avevo già infilato il portone.

Mamma scosse la testa, ma mi lasciò andare. Era contenta di vedermi allegra. Tornò ai fornelli, ogni tanto controllava lorologio.

Sei e mezza: nessun messaggio.

Sette: il cellulare squillava a vuoto, nessuno rispondeva.

Otto e un quarto: mamma iniziava a camminare avanti e indietro per casa, richiamando, ancora e ancora. Si sforzava di pensare positivo: Forse la batteria scarica, magari ho preso male la linea Oppure si è semplicemente distratta.

Papà provò a rassicurarla: Dai, Stella, non agitarti. A momenti richiama, vedrai. Ma anche lui iniziò a guardare preoccupato lorologio, ogni fruscio alla porta gli faceva sobbalzare il cuore.

Alle nove in punto il telefono squillò. Mamma lo afferrò al primo trillo.

Sofia? Dove sei, perché non rispondi?

La voce, però, era estranea. Buonasera, è la signora Bianchi? Mi dispiace, sua figlia è al Policlinico… Abbiamo dovuto ricoverarla durgenza

Il resto delle parole si perse in un boato ovattato. Mamma si accasciò a terra, sbiancata, il telefono che le scivolava dalle mani.

Paola! gridò papà, gettandosi su di lei. Cosa succede? Rispondimi! Le prese il viso fra le mani, la scosse piano. Quando finalmente aprì gli occhi, erano vuoti.

Sofia ospedale sussurrò. Le lacrime le scendevano sulle guance bianche. Papà la strinse forte, con la voce rotta.

Andrà tutto bene, andrà tutto bene diceva, anche se neanche lui ci credeva.

******

Intanto, al tavolino di un bar a Porta Romana, Giulia passava nervosa il mio telefono da una mano allaltra. Si sarà accorta che era uno scherzo, sicuramente richiama.

Il gruppo schiamazzava, qualcuno scrollava Instagram, altri ridevano. Lidea dello scherzo far credere alla mamma che mi fosse successo qualcosa lasciando il telefono incustodito era uscita nella noia del primo pomeriggio.

Dille solo che ti eri assentata un attimo, non sapevi niente. E poi neghi tutto, è più divertente! propose Marco.

Annuii, ma una specie di disagio cominciava a salire. Tutti però volevano cambiare gioco: Facciamo altro, ormai questa storia è vecchia!

Mi dimenticai del telefono. Nessuno di noi avrebbe potuto immaginare il panico che cresceva in casa Bianchi.

Tornai alle dieci, controllando lo smartphone: sempre silenzioso. Cercavo di convincermi che mamma fosse solo arrabbiata. Avevo già preparato la scusa da recitare: Scusa, ho perso la cognizione del tempo.

Salendo le scale, il cuore batté un po più forte. Nessuna luce in casa, nessuno a ricevermi. Il piatto preparato era ancora lì. Presi in mano il suo cellulare trovato in camera da letto: decine di chiamate perse. Chiamai papà, telefono spento.

Ma che succede sussurrai.

In quel momento luscio si aprì. Entrò zia Lucia, viso stralunato. Vedendomi, esalò come se non respirasse da minuti. Meno male! Ti cercavamo ovunque. Sofia, tua madre è in ospedale, ha ricevuto una chiamata dal tuo telefono e ha avuto un malore.

Mi sentii gelare. Le frasi degli amici mi tornarono in mente Neghi tutto, così è meglio. Sapevo che la nostra bravata aveva causato una catastrofe.

Quanto è grave? domandai, balbettando.

Zia mi prese le mani fredde. Non voglio mentirti, ormai sei grande: tutto molto grave. Ha perso il bambino. I medici stanno cercando di salvarle la vita.

Mi bloccai. Le lacrime mi inondarono.

È colpa mia sussurrai tremando.

Sofia mi guardò dritta negli occhi ora basta sensi di colpa. Devi essere forte, per la mamma.

Alla fine annuii, sempre più convinta. Andiamo, zia.

***********

Milano cambiò volto. La settimana dopo, papà decise: Andiamo via. Era spento, un uomo diverso. Mise casa in vendita, lasciò il lavoro. In treno guardavamo la città che ci scivolava dietro: era tutto così irreale.

È strano quanto, in pochi giorni, si possano perdere tutte le certezze. Cammino ora per le vie di Verona, mani affondate nelle tasche, il vento arruffa i capelli. Osservo i palazzi con i portici, i colori tenui dei muri, i cartelli scritti in dialetto, le facce sconosciute.

Non ho più la mia casa, la mia scuola, i miei amici. E mia mamma beh, è rimasta in quei corridoi dospedale. So di essere diventata la causa, anche se nessuno avrebbe il coraggio di dirmelo.

Mi fermo davanti a una caffetteria che odora di cornetti. Mi viene in mente mia madre: sarebbe venuta qui con me, ordinando due cioccolate calde e una brioche alla crema, sedute a ridere del più e del meno. Ora non avrò mai più quei momenti.

Oggi è il primo giorno nella nuova scuola. Indosso la divisa appena ritirata, cammino senza sentire quasi i piedi. Devo affrontare altri compagni, altri professori, tutti ignari di chi sono davvero. Prima o poi dirò tutto a papà, glielo devo. Ma non oggi.

Oggi devo solo trovare il coraggio di ricominciare. In una città che non conosco, senza più un solo volto familiare. E forse, una vita intera per perdonarmi.

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