Diario di Annalisa
21 gennaio 1984
Non so davvero perché mi sia capitato di partorire proprio durante questa bufera di neve. Secondo i calcoli mancavano ancora tre settimane alla data prevista magari, chissà, la tormenta sarebbe finita, il freddo si sarebbe fatto più secco, e sarei potuta andare in ospedale a Mantova con calma. Ma no, al mio bambino è venuta la fretta proprio adesso! Beh, a dirla tutta, non sono stata io a decidere, ma chi viveva là dentro di me. Si vede che ormai era troppo stretto e non gli importava nulla della neve che cade senza tregua da sei giorni.
Con questo tempo nessuna macchina arriva in paese, le strade sono coperte da una tale quantità di neve che in alcuni punti si sprofonda fino alle ginocchia. Fuori dalla finestra vedo solo bianco, la neve che cade sembra farina sparsa dappertutto, unimmensità che gira e danza. Se poi sono costretta a uscire nel cortile, il vento gelido mi sbatte in faccia e non riesco nemmeno a tenere gli occhi aperti: in un attimo sono pieni di neve!
E proprio in questa tormenta il mio piccolo ha deciso di venire al mondo.
Stamattina mi sono svegliata strana, un dolore alla schiena che andava e veniva, una stanchezza che quasi mi stendeva, ma appena mi coricavo non riuscivo a star ferma. Mi rialzavo, camminavo su e giù. La suocera, Maria Grazia, se nè subito accorta:
Annalisa, forse è arrivato il momento? Perché sei così agitata?
Non lo so, mamma, non riesco a stare tranquilla.
Fammi vedere la pancia.
Maria Grazia non è che ne sappia molto di queste cose, ormai fanno tutto i medici, si partorisce allospedale, le levatrici sono quasi sparite. Nel nostro paese ne è rimasta una sola, mentre, da giovane, lei ricordava che ce nerano tre.
Sembra proprio sia scesa la pancia, Annalisa. Mi sa che il bambino vuole nascere.
Ma come, mamma, è presto!
Non dipende da noi, figlia mia. Come vuole il Signore.
Mi sono messa a piangere, dalla paura. Era il mio primo parto, non capivo nulla, e non cera nessuno che sapesse spiegarmi. Maria Grazia aveva partorito solo suo figlio, e per giunta più di ventanni fa, ormai non ricordava più nulla.
Annalisa, vado a chiamare la Teresa, la levatrice. Metto lacqua a bollire, appena senti che bolle spegni. Se ce la fai prendi asciugamani puliti, lenzuola sai dove sono. Non agitarti, mi raccomando. Quando partorivo Marco, la Teresa mi faceva camminare avanti e indietro, diceva che aiutava molto a far dilatare. Fidati, lei è bravissima, allepoca venivano da tutti i paesi qui intorno per partorire con lei. Ora passo anche a chiamare tua madre Giovanna. Coraggio, Annalisa.
Maria Grazia si è vestita, ha afferrato il manico della pala per farsi strada tra la neve, e si è inoltrata nella tormenta.
Io sono rimasta da sola. Che spavento e se dovesse iniziare adesso? Che faccio? E se Maria Grazia non riesce a tornare, se cade nella neve? E mamma, verrà? Non sapevo che fare, solo una cosa avevo capito: dovevo camminare e respirare. Ma come si respira quando il dolore ti blocca ogni respiro?
E Michele non cera Mi sarebbe bastato sentire la sua voce, il suo ce la fai, sapere che mi avrebbe aiutata se serviva. Ma per colpa di questa maledetta neve, era bloccato in città, a Brescia. Niente autobus, niente strade libere. Nemmeno sapeva che da lì a poco sarebbe diventato padre.
A un certo punto ho sentito la porta aprirsi, mia mamma, Giovanna, è entrata coperta di neve fino alle ciglia:
Anna! Annalisa! Tua suocera mi ha detto che è il momento
Sì, mamma.
Arrivo subito, tesoro. Guarda, ti ho portato un po di frutta secca, faccio un decotto che ti tira su. E poi mettiamo a bollire dellacqua
Dopo unora sono arrivate anche Maria Grazia e la Teresa, la levatrice. Non lavevo mai vista bene: piccola, rugosa ma energica, occhi svegli nonostante letà. Mi ha visitata e ha dato il verdetto:
A domattina nasce.
Ma come domattina? sono quasi svenuta è presto, ho sentito i primi dolori solo ieri!
Quelli erano solo i segnali, cara. Persistono anche per giorni prima del parto. Ora sei appena allinizio, solo mezzo dito. Pazienta, domani stringerai il tuo bambino. Io ora torno a casa.
Resta qui con noi, Teresa, ti prego, ho meno paura se ci sei tu.
Lei, abituata a vedere nascere bambini da una vita, si è commossa e ha deciso di restare:
Va bene, resto. Una mamma serena fa nascere prima il suo piccolo.
Non sapevo che quei primi dolori fossero come le primule di febbraio: fanno piacere, ma durano poco. Poi iniziano i veri fiori e lì non ero minimamente preparata. Un dolore che sembrava spezzarmi, impossibile respirare, impossibile stare sdraiata, nemmeno camminare. Solo dolore, niente altro.
Maria Grazia e mamma Giovanna camminavano per casa, agitate, senza sapere come aiutare. La Teresa le ha spedite a stirare le lenzuola per non averle tra i piedi.
Di notte, tutto sembrava calmo. Teresa ha controllato: Quattro dita, Annalisa. Si va piano. È il primo figlio, ci vuole più tempo. È difficile per te, e anche per il piccolo. Non avevo più forze. Quando tra una contrazione e laltra cera un attimo di tregua, sono riuscita almeno a mangiare un po di zuppa. La Teresa mi ha stesa sotto la coperta: Riposa, che domani serve tutta lenergia.
Ma la bufera non smetteva, anzi, sembrava peggiorare.
Alle quattro del mattino mi sono alzata di colpo. Il buio totale, solo la Teresa che dormicchiava accanto a me. Ho guardato verso il piccolo altare con le immagini sacre e ho sussurrato:
Signore, aiutami che il mio bambino nasca presto.
Pochi minuti dopo, il dolore è tornato, più forte di prima, come una tempesta. La Teresa si è svegliata, mi ha visitata:
Siamo a cinque dita. Vai, Annalisa, ce la fai.
Appena è filtrata la luce tra le imposte, ero già sfinita, la camicia incollata addosso, gli occhi persi, i capelli arruffati.
Ci sei quasi, mi ha detto la Teresa il piccolo è qui vicino.
Nonna, aiutami, ho iniziato a mormorare Nonna, aiutami, non ce la faccio più!
Annalisa, chi chiami? La mamma si è allarmata. Non cè nessuna nonna qui! E a bassa voce: Chiamava sempre Nonna la sua bisnonna quando era piccola, non sapeva dire nonna ma Nonna. La bisnonna Giuseppina, la nostra gioia, la prima pronipote! Solo figli maschi, prima di lei.
Annalisa, vedo la testolina! Dai, forza, solo un altro sforzo, la Teresa respirava con me, insegnandomi soffiare: Puff-puff-puff
Ho urlato con le ultime energie, ho spinto, respirato e poi ancora urla, Nonna, aiutami!, fino a quando il mio piccolo è nato tra le mani rugose della Teresa.
Forse è lultimo che accolgo, pensava la Teresa, sorridendo teneramente. Mi ha posato il mio bambino sul petto:
È un maschietto, Annalisa, guarda che bel figliolo hai!
E che voce! Se continua così, farà il sindaco, si farà sentire ovunque!
Ho pianto di gioia, baciavo quelle minuscole dita: ma come ha fatto un miracolo così a stare dentro di me? Peccato solo che Michele non cera a vedere quanto fosse bello e perfetto il nostro figlioletto.
Nicolino, mio Nicolino ho sussurrato.
Come Nicolino? si è stupita Maria Grazia Mi avevi detto che se fosse stato un maschio lo avresti chiamato Egidio!
Ma che Egidio, si vede che lui è Nicola! ho sorriso Nicola Michele.
La Teresa, finito il suo compito, ha raccolto la giacca pronta a tornare a casa. Stanca, sì, ma felice di una nuova vita venuta al mondo. Sperava solo di trovare strada tra la neve.
Io mi sono addormentata con il mio bambino, anche mamma Giovanna si è preparata per tornare a casa: mancava da più di un giorno. Si è avvolta nello scialle, ha salutato Maria Grazia ed è uscita fuori.
La tormenta finalmente sembrava calmarsi, la neve cadeva più fine. Chissà, forse domani Michele riuscirà a tornare. Quasi a casa ora passo a trovare la Nonna, bisogna dirglielo. Magari le serve qualcosa, anche se il pane glielho portato laltro giorno ma lei mangia sempre pochissimo.
La bisnonna di Michele, la mia adorata Nonna Giuseppina, viveva a due case da noi, novantatré anni compiuti la scorsa estate. Da tempo sola, ma non voleva venire a vivere con noi, preferiva restare indipendente, anche se eravamo sempre pronti ad aiutarla.
Mamma ha aperto la porticina, la pala era là, segno che papà era passato il giorno prima. Ha pulito il sentiero fino alluscio, spazzato un po il gradino, poi è entrata:
Nonna Giuseppina, Nonna Giuseppina! urlava, battendo i piedi, scuotendo la neve Nonna, sono io, Giovanna, sono venuta a trovarti!
Nessuna risposta, la nonna dormiva, peccato svegliarla. Mamma si è tolta il cappotto, gli stivali, ed è entrata nella camera e lì.
Giaceva Nonna Giuseppina a letto, le mani giunte, tutta vestita di pulito, una tunica chiara mai vista prima, un fazzoletto bianchissimo, nuovo di zecca. Mamma si è avvicinata, commossa, ha asciugato una lacrima e le ha abbassato lentamente le palpebre.
Sullo scrittoio, la mia foto, limmagine di San Nicola e un mozzicone di candela.
Grazie Nonna, hai proprio aiutato Annalisa. È nato il suo bambino. Lha chiamato Nicola. Ma tu lo sapevi già, vero Nonna? le ha sussurrato un bacio sulle guance grinzose. GrazieFuori, la neve aveva smesso persino di cadere. Nel silenzio del mattino, una luce opalescente filtrava tra le nuvole, investendo il villaggio di un colore nuovo, come se tutto fosse stato lavato da quella lunga notte. La voce di Maria Grazia si alzò dalla cucina, roca ma allegra, mentre allestiva la colazione per tutti: un odore di pane caldo, di latte e legno acceso si confuse alleco stanca dei pianti di Nicolino.
Annalisa si svegliò con il piccolo stretto a sé, la pelle morbida del bambino contro il suo cuore, e sentì una leggerezza mai provata: il dolore era solo unombra lontana, cancellato da una tenerezza incontenibile. Sorrise tra le lacrime, la mente ancora avvolta in sogni confusi di mani antiche, di carezze e parole dolci che venivano da unaltra vita.
Quando Michele arrivò, ore dopo, ansante e infreddolito, portava la neve sulle spalle e la paura negli occhi: temeva di aver perso tutto, di essere arrivato tardi. Trovò invece Annalisa che sorrideva nel dormiveglia, la stanza scaldata dal calore della famiglia; vide Nicolino già appoggiato contro il petto della madre, minuscolo e perfetto, e crollò in ginocchio, stringendosi il viso tra le mani.
Non ci fu bisogno di parole, perché quel bambino gridava già abbastanza per tutti. E in quellistante Annalisa sentì la presenza della Nonna farsi limpida come luce sulla neve, una presenza gentile e rassicurante, come se la loro storia, dun tratto, avesse trovato la sua continuità: un cerchio racchiuso dalla nascita e dalla morte, dallabbraccio silenzioso dei vivi e degli spiriti.
Fuori, il primo sole limpido dellanno sciolse appena le punte dei tetti, facendo brillare ogni cosa di riflessi insensati. Sulle finestre, il ghiaccio si sciolse in gocce grandi, scorrendo tiepido lungo il vetro. Annalisa si chiese se suo figlio avrebbe mai creduto a queste storie: notti di neve, nomi sussurrati tra veglia e sogno, promesse mantenute da chi veglia da lontano.
E mentre tutto il paese si svegliava sotto la coperta candida, lei chiuse gli occhi con Nicolino stretto sul cuore, sentendosi al sicuro dentro un amore antico che la neve e il tempo, per una volta almeno, non avrebbero mai potuto coprire.






