Scomparso il piccolo Sergio: un bambino disperso…

Si era smarrito un ragazzo di nome Sergio

Allora, che cosa posso augurarti per il nuovo anno, figlia mia? Ovviamente salute. E spero che questo anno nuovo ti porti anche un bravo marito!
Mamma, ma lo dici ogni anno sbuffò Livia con una smorfia, allontanando il pensiero.

Non si erano nemmeno cambiati per Capodanno. Ormai avevano deciso: che senso aveva? Tanto erano solo loro due.

Avevano cucinato di tutto!

Sempre così: passi il pomeriggio ai fornelli e poi, seduto a tavola, ti chiediper chi? La risposta è semplice: per noi stessi.

Sul tavolo le candele ardevano tranquille, i fili delle lucine decoravano lalbero, fuori dalla finestra si sentivano già i botti dei fuochi dartificio, mentre sotto i rami di abete i pacchetti brillavano in attesa della mezzanotte.

Mamma mangiava piano, Livia invece si buttava sul cibo. Non era mai stata pienamente soddisfatta del suo corpo, ma diamine, era Capodanno E poi, che insalate erano venute! Sogno, Cesare, Tamerlano.

La loro palazzina di sedici piani festeggiava il nuovo anno. Alcune finestre brillavano di luci colorate, dietro altre si indovinavano le sagome dei vicini, alcune restavano spente. Magari i proprietari erano fuori, oppure semplicemente non avevano voglia di festeggiare in modo particolare.

Fatti loro.

Cerano anche appartamenti in fermento. Lì le porte dei balconi si spalancavano spesso, si sentiva musica, brindisi, risate di bambini, tintinnare di bicchieri, frusciare di abiti eleganti, odore di pino e di speranza.

Ma la verità era che le persone in quel condominio erano perfetti sconosciuti. Al massimo si conoscevano i vicini di piano, ma quelli sopra o sotto, chi li vedeva?

Tutta la palazzina segnava la stessa data, ma ogni appartamento festeggiava a modo suo, separatamente.

E da loro, io e mamma, modesto, semplice.

Allora, cosa posso augurarti questanno, Livia? Salute, certo. E che possa arrivare un bravo marito!

Ma mamma, sempre con questa storia protestò Livia.

Eh, i desideri delle mamme sono i più robusti. Ma vedrai, arriverà il momento.

Livia mangiava linsalata Tamerlano e spostava il piatto di funghi verso di sé.

In realtà, faceva solo finta di mangiare con entusiasmo, per rallegrarsi e far sorridere anche la madre. Ma dentro si chiedeva: che cosa è più forte, il mio desiderio segreto a mezzanotte o il tuo augurio, mamma? Solo dieci minuti prima aveva espresso lo stesso desiderio della madre.

Eh, quante volte ormai
Forse sono tutte sciocchezze. Se davvero i desideri si avverassero, saremmo tutti felici. Uno desiderava una nuova Fiat 500, uno il tasso sul mutuo più basso, un altro una nuova canna da pesca. Qualcuno un matrimonio, qualcuno un parto felice, ce nera chi voleva solo salute per sé o qualcuno caro.

Così tante speranze, così pochi miracoli.

Livia sognava lincontro. Voleva riconoscere luomo giusto, quello unico. E ovviamente, sposarsi. E ogni anno, sempre lo stesso pensiero, senza esito.

Insomma, un po una festa di illusioni andate a vuoto.

Non è ancora il momento aveva detto mamma.

Eh sì, il momento stava passandoventisette anni! La compagna di scuola aveva già il figlio alle elementari. E poi che noia, pure questa festa, sempre uguale
Nemmeno vestirsi di nuovo vestito avevano voglia. Cucinaronomangiaronotelevisionebrindisi prevedibileregali pochie poi la mamma a dormire e Livia davanti al televisore per le ultime ore.

Come si festeggia il Capodanno così si va avanti tutto lanno!

Vieni sul balcone a vedere i fuochi? propose Livia.
Copriti! Io guardo dalla finestra, tutta quella spesa per i botti disse la madre.

Livia si mise il piumino, uscì in balcone. Ottavo piano. I ragazzi sotto ridevano, con loro un Babbo Natale travestito, un po di confusione. In fondo al cortile qualcuno lanciava razzi nel cielo. Dallalto, dagli altri balconi, si sentivano voci e musica.

Livia sospirò guardando i bagliori colorati nel cielo, infine rientrò nellappartamento caldo.

Prima, nella vecchia casa, festeggiavamo tutti insieme nel cortile. Quanti ricordi! Che allegria, che unione! I bambini che correvano, le finestre apertemusica o fisarmonica quello sì era Capodanno! Ora invece scuoteva la testa la madre.

La notte correva secondo il solito copione, nulla faceva presagire novità. Mamma svanì in camera, Livia promise di sistemare dopo e rimase davanti allo schermo a mangiare mandarini e guardare cantanti in abiti scintillanti. Ogni tanto scorreva i messaggi dal cellularegli auguri degli amici, le foto in famiglia o in viaggio.

E il tempo volò più in fretta del previsto. Alle tre cominciò a portare i piatti dalla sala in cucina. Della roba in frigo, i piatti nel lavello, ma lasciò il grosso a domanitanto la mamma, alzandosi presto, avrebbe rimesso tutto a posto.

Stava giusto attraversando lingresso con una pila di piatti quando qualcuno bussò piano alla porta.

Guardò dallo spioncinocera un uomo sui trentanni, in camicia bianca.

Chi è? domandò senza alzare troppo la voce.

Sono Sergio lui girava la testa a cercare, Livia osservava.

Che Sergio?

Luomo si chinò verso lo spioncino, la voce si infilava nella serratura.

Scusi, non è qui che ho festeggiato il Capodanno, vero?

No, non qui! tagliò corto Livia, seria. Ubriaconi ne aveva abbastanza.

Mi scusi!

Ma non sembrava ubriaco, e suonò anche alle altre porte. Solo ad una qualcuno gli aprì, ci fu uno scambio veloce, ma richiusero subito.

Il tipo rimase un po fermo, stringendosi nelle braccia per il freddo, poi salì lentamente le scale.

Bere meno bisogna!mi suonò nella testa, come in una commedia di Capodanno.

Eppure non potevo smettere di pensarci. Ogni volta che passavo nel corridoio, gettavo locchio allo spioncino.

Comera possibile? Si dimentica dove si è festeggiato il Capodanno? Soprattutto così, senza giacca. Era sceso a fumare e sera perso? Che storia

Il rumore dellascensore più volte. Avrà già trovato dove andare?
Aveva quasi finito di sistemare in cucina, ma la curiosità era più forte. Non si può abbandonare un ragazzo infreddolito sulle scale, mi dissi.

Così mi infilai le pantofole e salii invece. Passai diversi pianerottoli, poi mi girai per tornare indietro. Ma eccolo: seduto a terra, tra il dodicesimo e il tredicesimo piano, con la testa tra le ginocchia, la camicia leggera addosso mentre fuori gelava.

Ehi, non ha trovato ancora?
Sussultò e si alzò in piedi.

Io? No, non ho trovato.

Ma chi sta cercando?
Non lo so.

Come?
Tirò le maniche, rabbrividendo.

Stasera cioè, ormai ieri, un amico mha invitato. Erano colleghi e amici suoi, non conosco i cognomi. Ho accompagnato la famiglia Nikiti fino alla macchina, pensavo di tornare su solo un secondo, il tempo di portare una scatola. Invece sono saliti in macchina tutti insieme e sono partiti.

E lei?
Sono rimasto lì. Ho guardato il palazzo e niente, non ricordo né il piano né lappartamento. Forse sono finito nel portone sbagliato, vero? mi chiese come se potessi avere la risposta.

E non ha il cellulare dellamico?
No, lho lasciato su Era in borsa, sotto le giacche, lasciata allingresso.
E il numero lo ricorda?
Scosse il capo. Ovviamente no, altrimenti avrebbe già chiesto a qualcuno di chiamarlo.

Solo quello di mia mamma, ma sta a Cosenza

Il primo passo fu inevitabile: non potevo lasciarlo al freddo. Non aveva certo laria di un malintenzionato. Era alto, sportivo, espressione sincera, quasi ingenua. Naso sottile, occhi chiari, mento con fossetta.

Vieni dentro, scaldiamoci almeno un po.

La sua famiglia non si disturba? scese dietro di me.

Sono tutti a letto usai il plurale apposta, per mantenerlo a distanza.

Entrò togliendosi piano le scarpe. Sulla tavola una selva di piatti.

Sto riordinando. Vuoi qualcosa?

Posso?

Aveva fame, si vedeva. Accesi il bollitore per il tè. Poi mi venne unidea.

Ma il suo numero di cellulare lo ricorda?

Sì! sorrise.

Provai a chiamare, ma nulla: era spento.

Ovviamente. Non lho caricato oggi, troppo caos con i preparativi. E la borsa è rimasta là, appesa sotto le pellicce

Va bene. Mangia, mangia, non farti scrupolo.

Si avventò sul cibo col sorriso. Gli scaldai un po danatra.

Quante stanze aveva lappartamento dovera? pensai a voce alta.

Tre. Sicuro. Era lo stesso schema ma lopposto, porte specchiate.

Allora, nel nostro portone potrebbero essere solo sedici appartamenti. Tutti a sinistra salendo.
Che gira?

Mi scusi di nuovo. Uno si perde a Capodanno e sembra un cretino. Avevo bevuto qualcosa, ma il freddo mi ha fatto passare tutto! rise, scuotendo la testa. E adesso che faccio? Senza chiavi, senza telefono

Il problema era chiaro. Tornare a casa sarebbe costato, il fabbro il primo gennaio inutile sognarselo.

Mi tornò lidea: Cè la chat del condominio! Ma solo sul telefono di mamma. Magari qualcuno riconosce lamico, o collega, o lindirizzo giusto.

Vivete solo voi due?
Sì, io e mamma.
Pensavo avesse marito, figli, qualcuno che avrebbe trovato sospetto il mio passaggio

Niente marito sorridevo e lei? Una moglie non la cerca?

Mi ha già perso quattro anni fa. Ora vivo da solo, affitto qui.

Allora resta tranquillo, vado a cercare il cellulare e vediamo.

Mi infilai leggera nella camera di mamma. Si svegliò subito.
Liv, non dormi ancora? Mettiti sotto, su
Vado, mamma.

Tornai in cucina. Sergio stava lavando i piatti. Decisi di aiutarlo davvero: via tutto in frigo e poi in salotto davanti alla tv.

Apro il gruppo della palazzina: silenzio. Ormai la gente usa i gruppi solo per vere emergenze, niente auguri, niente scena social.

Cosa scriviamo, allora?

Oh, sei tu? osservava la mia foto incorniciata.
Eh.
Sei proprio carina Scriviamo qualcosa di buffo?

Ci mettemmo a inventare testi sempre più assurdi. Prima ridacchiavamo sotto i baffi, poi ci tenevamo la bocca per non scoppiare a ridere.

Un uomo ha lasciato il portone e non ricorda quale fosse il suo
No, meglio: si è perso un ragazzo di ventinove anni, nome Sergio
Ventinove
O scriviamo: Si cerca disperatamente Vito Naumo, dove sei, Vito? Sono in casa

No dai, meglio non compromettere questa casa. Mamma non la prenderebbe bene Mi vede come una ragazza per bene.

E invece?
E invece anche davvero.

Allora: Uomo cerca appartamento
esce cinque minuti e non trova più la strada? Ma che stiamo scrivendo?!

Insomma, più ci pensavamo, più venivano sciocchezze. Stavamo spalla a spalla, passando il telefono uno allaltra.
Alla fine, per sbaglio, Livia mandò davvero:

Buon anno a tutti!
Attenzione! Si è perso un ragazzo di ventinove anni, Sergio. Cerca le persone con cui ha festeggiato, ma non ricorda né lappartamento né il telefono degli amici. Aiutateci!

Oddio, lho inviato davvero!
Sergio afferrò il telefono, anchio cercai di strapparglielo. Ma era fatta.
In pochi secondi arrivarono le risposte:

Ragazzo Sergio, qui appartamento 87, secondo portone, sesto piano. Ti aspettiamo, siamo un gruppo di amiche! Serve proprio un Sergio!

Messaggio inoltrato nella chat generale. Coraggio, Sergio!

Subito dopo:

Ser, hai vodka? Se sì vieni in 121.

Sono sola, mi sento triste. Sergio, anche tu?

Che casino in questa casa! Neanche si riesce a dormire! Almeno invitatemi!

Caro Sergio, passa da me. Almeno ti scaldi, quarto piano, nonna Nunzia.

Evviva Sergio! Ti aspettiamo nel cortile, aiutiamo a trovare la casa!

Posso aiutare anchio? Appartamento 72.

Certo, aiutiamolo tutti!

Capodanno significa aiutarsi: vi aspettiamo giù!

In pochi minuti il messaggio aveva acceso la chat.
Li invitavano ovunque, lo aspettavano fuori, urlavano dai balconi.

Livia, sembra che sia scoppiata una festa là fuori! dissi guardando dal balconcino.

Sergio, scendi! gridava qualcuno.

Secondo te devo andare? chiese lui.

Sì, devi! Sembra che si sia svegliato tutto il condominio.
Ma con la camicia non ti lascio uscire. Mettiti il cappotto di mia madre.

In ascensore ci specchiammo: io in piumino beige e berretto nero, lui troppo alto per il cappotto di mamma.
Uno sguardo, un lampo, una stretta di mano rapida.

Appena le porte si aprirono ci accolse una folla:
Eccolo! Il nostro Sergio!

Musica, brindisi, gente ovunque, persino Babbo Natale e un corista.
Sergio veniva trascinato di qua e di là, qualcuno gli offriva bicchieri, qualcuno lo voleva ospite a tutti i costi, cerano anche signore in vena di conquiste.

Io osservavo tutto da parte, sorridendo.

A un certo punto un giovane urlava:
Sergio, sono Vito! Vieni!
Trovato! gridò la folla in coro.

Alla fine, capii che aveva confuso portone e piano, aveva festeggiato nel terzo portone.

Restituii il cappotto di mamma, volevo salutarlo, ma il caos mi separò da lui. Colpi di chitarra, cori, la folla che festeggiava, io che piano piano me ne tornavo su. Avevo freddo e sapevo che mamma poteva svegliarsi.

Arrivata a casa, la prima cosa fu cancellare le chat dal telefono di mammaniente allarmi inutili per lei.
Buttai un occhio dal balcone: Sergio si guardava intorno, cercava qualcuno Me? Bah! Ormai aveva amici ovunque.

Mamma sbucò sul balcone, avvolta in una coperta:
Liv, eri fuori anche tu? Sembra quasi una festa di quelle vere, eh? Che bello, come ai vecchi tempi! Chissà chi lha organizzata.

Non saprei

Gli serviva solo una scintilla, un piccolo stimolo e tutti insieme hanno fatto festa. Bello che sia andata così.

Eppure, una lieve nostalgia rimaneva

**

Il primo di gennaio mi alzai alle undici, ripensando a tutto quello che era successo. Forse questo sarebbe stato un anno diverso, migliore.

Mamma preparava la borsa: come da tradizione, la sera avrebbe visto la sua amica Luciana. Io la aiutai a scegliere labito: aveva bisogno dei miei consigli, diceva che ormai senza di me non ci sapeva fare.

Il due gennaio andai a trovare Chiara, la mia compagna duniversità, che ormai abitava in una villetta fuori città, con il marito e due bambini, la più piccola appena due anni.

Là trovai per caso un Babbo Natale giocattolo abbandonato tra i rifiuti.
Come mai qui? chiesi.

Dovera? Non me ne sono neanche accorta! rispose Chiara raccolto il pupazzo. Era sotto lalbero.

È stata Gemma disse il piccolo Andrea, riferendosi alla sorella.

Scoprii che Gemma, al suo primo spettacolo di Natale, aveva avuto paura di Babbo Natale in carne e ossa e, tornata a casa, aveva nascosto la versione giocattolo buttandolo di nascosto.

Tornai a casa sfinita, con un po di invidia per Chiara: lei una vera famiglia, io

Raccontai tutto a mamma, le mostrai i video dei bambini, poi ci buttammo sul divano a guardare un film.

Il cellulare di mamma continuava a suonare.

Non ne posso più si lamentava Da due giorni non cè pace.

Ancora auguri? sbadigliai.

Macché, è altro. Noi qui tranquille, ma nel palazzo cè ancora chi cerca una ragazza!

Che ragazza? chiesi, mentre ricominciava il film.

Non so. Dicono che la notte di Capodanno una ragazza abbia aiutato qualcuno, ora la cercano. Un certo Sergio
Mamma non faceva molto caso, ma io sì.

Presi il telefono, scorsi i vecchi messaggi nella chat del palazzo.

“Amici! Sergio, quello smarrito a Capodanno, ora cerca la ragazza che lha salvato e che gli piace. Sta in un trilocale con la madre, piano medio, capelli scuri Aiutiamo Sergio!”

La chat era un turbine di messaggi. Qualcuno scherzava, qualcun altro suggeriva di organizzare una nuova festa, altri che si dovesse cercarla gridando sotto le finestre. Chi ricostruiva il messaggio cancellato, chi azzardava nomi.

Liv, si capisce il film? Vieni qui!

Sì, sì credo che stiano cercando me mormorai.

Cosa? Chi cerca te? Mamma non mi sentiva, presa dal finale del film.

Vedendo il mio sguardo, si preoccupò.
Liv, che succede?

Forse, quella ragazza quella ragazza sono io

Ma no, figlia mia. Noi abbiamo passato Capodanno tranquille

Mamma, guardati il finale. Dopo ti racconto.

Mi rifugiai in camera, presi il mio telefono. Cercai le chiamate: avevo provato a chiamare il suo numero, doveva averlo ricevuto, almeno come chiamata persa.

Lo trovai.
Pronto?
Pronto! la sua voce.

Sergio, sono io
Un respiro tirato.

Sei tu! Ti abbiamo trovata! Stavo per fare un giro porta a porta pur di rintracciarti. Come ti chiami davvero, sconosciuta?

Livia.

Buon anno, Livia! E sappi che non mi perderò più. Sto arrivando.

Da me?
Da te. E bisogna anche fermare questi matti della chat, o non smettono più di cercare!

Risi.
O magari è proprio quello che serve alla gente: cercare qualcuno, fare qualcosa insieme, sentirsi vivi

Chiudemmo. Lui era già in viaggio.

Mamma entrò in camera:
Hai perso il film finale! Che è successo allora?

Mamma, forse il tuo augurio di Capodanno si avvera subito

Laugurio? Non capisco

Chi può dirlo? È stato il desiderio segreto, laugurio della mamma, o solo il momento giusto.
O è solo una magia, come solo nelle notti di Capodanno si può credere: che i sogni, almeno per un istante, si avverino.

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Scomparso il piccolo Sergio: un bambino disperso…
— E tu non hai motivo di sederti a tavola. Tu devi servirci! — dichiarò mia suocera. Stavo accanto ai fornelli nel silenzio della cucina del mattino — in pigiama stropicciato, i capelli raccolti in modo disordinato. Profumava di pane tostato e caffè forte. Sullo sgabello accanto al tavolo sedeva mia figlia di sette anni, immersa nell’album da disegno, intenta a colorare ghirigori con i pennarelli. — Anche oggi prepari quei tuoi panini dietetici? — arrivò una voce alle mie spalle. Sussultai. Alla porta stava mia suocera — volto di pietra e tono perentorio, incapace di accettare repliche. Era ancora in vestaglia, i capelli tirati in uno chignon, le labbra serrate. — Ieri, tanto per dire, ho pranzato come capitava! — continuò, sbattendo lo strofinaccio sul bordo del tavolo. — Né brodo, né un pranzo normale. Sai fare le uova? Come si deve, non con quelle tue… mode moderne! Spensi il fornello e aprii il frigo. Nel petto mi si strinse una spirale di rabbia, ma la ingoiai. Non davanti a mia figlia. E non in uno spazio dove ogni centimetro sembrava ripetermi: “Tu qui sei solo di passaggio”. — Ora preparo, — dissi con fatica e mi voltai, per non farle vedere la mia voce tremante. Mia figlia non distoglieva lo sguardo dai pennarelli, ma con la coda dell’occhio osservava sua nonna — silenziosa, raccolta, inquieta. “Vivremo da mia madre” Quando mio marito propose di trasferirci da sua madre, sembrava una soluzione logica. — Restiamo da lei — solo per poco. Due mesi al massimo. Tanto è vicina al lavoro, e tra poco ci approvano il mutuo. E lei non è contraria. Tentennai. Non perché fossi mai stata in conflitto con mia suocera. No. Siamo sempre state cortesi l’una con l’altra. Ma conoscevo la verità: due donne adulte nella stessa cucina — è un campo minato. E mia suocera era una donna con un bisogno maniacale di ordine, controllo e giudizi morali. Ma non avevamo quasi scelta. Abbiamo venduto il vecchio appartamento in fretta, il nuovo era ancora da sistemare. Così in tre ci siamo trasferiti nel suo bilocale. “Solo temporaneamente.” La routine del controllo I primi giorni passarono tranquilli. Mia suocera era impeccabilmente cortese, aggiunse uno sgabello in più per la bambina e ci offrì una fetta di torta. Ma già dal terzo giorno sono iniziati i “regolamenti”. — In casa mia c’è ordine — proclamò durante la colazione. — Alle otto si sveglia. Le scarpe solo nella scarpiera. Spesa da concordare. E la TV bassa, sono molto sensibile ai rumori. Mio marito scrollò le spalle e sorrise: — Mamma, siamo qui per poco. Resisteremo. Io annuii in silenzio. Solo che “resisteremo” iniziava a sembrare una sentenza. Cominciavo a scomparire Passò una settimana. Poi un’altra. La disciplina diventava sempre più rigida. Mia suocera tolse i disegni di mia figlia dal tavolo: — Danno fastidio. Rimossa la tovaglia a quadretti che avevo messo io: — Non è pratica. I miei cereali spariti dalla mensola: — Sono lì da troppo, saranno scaduti. I miei shampoo “spostati”: — Non voglio avere cose in giro. Io non mi sentivo nemmeno un’ospite, ma una persona senza voce e senza diritto di opinione. Il mio cibo era “sbagliato”. Le mie abitudini — “superflue”. Mia figlia — “troppo rumorosa”. E mio marito ripeteva sempre: — Abbi pazienza. È la casa di mamma. Lei è sempre stata così. Io… giorno dopo giorno perdevo me stessa. Rimaneva sempre meno della donna serena e sicura che una volta ero. Ora c’era solo adattamento continuo e sopportazione. Vivere secondo regole che non sono le mie Ogni mattina mi alzavo alle sei, per prendere il bagno per prima, preparare la crema di riso, vestire mia figlia… e non incrociare l’ira di mia suocera. Alla sera cucinavo due cene. Una per noi. E una “come si deve”, per lei. Senza cipolla. Poi con cipolla. Poi solo nella sua pentola. Poi solo nella sua padella. — Non chiedo molto — diceva con rimprovero. — Solo che si faccia come si deve. Come da persone normali. Il giorno in cui l’umiliazione fu pubblica Una mattina ero appena riuscita a sciacquarmi la faccia e accendere il bollitore quando mia suocera entrò in cucina senza nemmeno bussare, come fosse normale entrare così. — Oggi vengono le mie amiche. Alle due. Tu sei a casa, quindi prepari la tavola. Cetriolini, insalata, qualcosa per il tè — niente di complicato. “Niente di complicato” per lei significava una tavola da festino. — Ah… non lo sapevo. Gli ingredienti… — Farai la spesa. Ti ho scritto la lista. Non è niente di difficile. Mi sono vestita e sono andata al supermercato. Ho preso tutto: pollo, patate, aneto, mele per la torta, biscotti… Tornata, ho iniziato a cucinare senza fermarmi mai. Poco prima delle due era tutto pronto: tavola apparecchiata, pollo ben cotto, insalata fresca, torta dorata. Sono arrivate tre pensionate — in ordine, con i riccioli e profumi di altri tempi. E già al primo minuto ho capito di non essere “parte della compagnia”. Ero “il servizio”. — Dai, dai… siediti qui, accanto a noi — mi sorrideva mia suocera. — Per servirci. — Per servirvi? — ripetei io. — Che sarà mai? Siamo anziane. Per te non è fatica. E così di nuovo: con il vassoio, con i mestoli, con il pane. “Porta il tè.” “Dammi lo zucchero.” “L’insalata è finita.” — Il pollo è un po’ asciutto — si lamentava una. — Hai bruciato la torta — aggiungeva un’altra. Stringevo i denti. Sorridevo. Raccoglievo i piatti. Versavo tè. Nessuno mi chiese se volevo sedermi. O prendere fiato. — Quanto è bello quando c’è una giovane padrona di casa! — disse mia suocera con finta bontà. — Da lei dipende tutto! Ed è lì… che dentro di me qualcosa si è spezzato. La sera ho detto la verità Quando le ospiti se ne furono andate lavai tutti i piatti, misi via gli avanzi, lavai la tovaglia. Poi mi sedetti sul bordo del divano, una tazza vuota in mano. Fuori stava facendo buio. Mia figlia dormiva raccolta come un gomitolo. Mio marito al mio fianco — immerso nel telefono. — Senti… — dissi piano, ma decisa. — Io così non ce la faccio più. Lui sollevò lo sguardo, stupito. — Viviamo come estranei. Io sono solo qui per servire tutti. E tu… tu te ne rendi conto? Lui non rispose. — Questa non è casa. È una vita in cui continuo ad adattarmi e a stare zitta. Lo faccio per nostra figlia. Non voglio sopportare altri mesi così. Sono stufa di essere comoda e invisibile. Lui annuì… lento. — Capisco… Scusa se non mi sono accorto prima. Cerchiamo una casa in affitto. Qualsiasi cosa… purché sia nostra. E cominciammo a cercare già quella sera. La nostra casa – anche se piccola L’appartamento era piccolo. Il padrone di casa aveva lasciato vecchi mobili. Il linoleum cigolava. Ma quando ho varcato la porta… mi sono sentita leggera. Come se finalmente avessi ritrovato la voce. — Ecco… siamo arrivati — sospirò mio marito, posando i bagagli. Mia suocera non disse nulla. Non provò nemmeno a fermarci. Non so se si sia offesa, o se abbia semplicemente capito di aver esagerato. Passò una settimana. Le mattine iniziarono con la musica. Mia figlia disegnava per terra. Mio marito faceva il caffè. E io guardavo tutto questo e sorridevo. Senza stress. Senza fretta. Senza “abbi pazienza”. — Grazie — mi ha detto lui una mattina, abbracciandomi. — Per non essere rimasta in silenzio. L’ho guardato negli occhi: — Grazie a te, per avermi ascoltata. Adesso la nostra vita non era perfetta. Ma questa era casa nostra. Con le nostre regole. Con i nostri rumori. Con la nostra vita. Ed era reale. ❓E tu cosa ne pensi: se fossi stata al mio posto, avresti resistito “per poco” o te ne saresti andata già dopo la prima settimana?