L’amica immaginaria

Amica Immaginaria

Attorno a Giulia, ormai da tre giorni, si raduna un vero e proprio branco di studenti. Ormai in tutta la scuola si parla di lei come di una veggente e di una psicologa vera. Tutti vogliono assaggiare un po della sua saggezza. Le si avvicinano davanti ai bagni, le si siedono accanto in mensa, cercano di conquistarla portandole cioccolatini, quaderni con i compiti già fatti e altri regali. A tutti dice però di no, con una calma incredibile.

A me piace Davide della 5ª B, secondo te riusciremo mai a costruire una famiglia insieme? chiede sognante la mia compagna di classe, Chiara.

Non te lo consiglio. Davide sembra in gamba, ma si scaccola e poi se le mangia pure. Di fame non morirai, certo, ma credimi, con lui la vita sarà tutta un scavarsi dentro. Giulia risponde, sgranocchiando una fetta di ciambella e sorseggiando il tè.

Che schifo! Va bene… e Tommaso? Sa suonare la chitarra, è bravissimo a scuola! sogna ancora Chiara con il sorriso sulle labbra.

Tommaso tormenta i gatti. Gli lega una lattina alla coda e li fa correre per tutta la via. Crescerà crudele, e poi finirà col darsi al vino.

Perché dici così?

Hai mai visto un chitarrista astemio? E poi, piuttosto che sognare i ragazzi, pensa a sistemare la matematica e smetti di rosicchiarti le unghie o ti ritrovi piena di vermi.

Nessuno vuole essere amico con me. Tutti mi chiamano ciccione e non mi invitano mai, piagnucola Marco della 4ª D, allontanando Chiara che finisce dallaltra parte del tavolo.

Mercoledì aprono le iscrizioni a judo. Vai a parlare con il professore di educazione fisica. Non dimagrirai subito forse, ma almeno nessuno si prenderà più gioco di te. E la tua futura moglie non la devi trattare così.

Giulia si alza e va a lasciare il vassoio al lavandino.

Giulia, secondo te, è meglio che questanno prenda la patente o aspetto lanno prossimo? chiede svagata la professoressa di geografia, vicino alla cucina.

Signora Elena, per la patente serve anche avere lauto. Lei al massimo può ereditare la Panda del babbo… vede la differenza?

Sì, forse… sospira.

Giulia alza gli occhi al cielo e, dopo essersi lavata le mani, aggiunge:

Venda quella poverina, usi i soldi per prendersi una bella bici e dei pantaloncini corti; tra due mesi comunque la portano a scuola in macchina le colleghe. O, guardi, pensi a fare un mutuo: i tassi adesso sono bassissimi, e a trentacinque anni stare ancora coi genitori non è proprio il massimo. Io glielo dico da persona informata…

La professoressa la guarda stupita, mentre Giulia se ne va, facendo ritorno in classe per la lezione di tecnica.

In quei quaranta minuti, mentre le ragazze ancora cercavano di capire come infilare lago nella macchina da cucire o provavano a tagliare un cartamodello, Giulia rammenda i pantaloni portati da casa, restringe una gonna e, alluncinetto, fa un paio di calzini che regala alla professoressa di tecnica, dicendole che alle donne in attesa conviene tenere i piedi al caldo. Linsegnante corre subito in farmacia a comprare un test di gravidanza. Il giorno dopo, la classe mangia una torta al cioccolato squisita come ringraziamento.

Anche a casa, Giulia si comportava in modo diverso. Sgridava la mamma per aver comprato il ragù già pronto e si metteva a fare i tortellini a mano. Invece che passare la sera su YouTube, leggeva I Tre Moschettieri e ogni tanto bisbigliava con qualcuno. Il papà la controllava dal suo laptop, ma Giulia lo rimproverava di star tutto storto. Gli consigliava invece di andare a sbattere il tappeto, invece di girovagare su siti troppo discutibili.

In paese giravano voci strane, i professori chiesero subito lintervento della psicologa. Venne fissato un incontro. In pieno orario scolastico, in sala professori, si riunirono tutti: persino la preside.

Giulia, cara, dicci: qualcuno ti tratta male a scuola? chiede la psicologa con gli occhiali e la frangetta allultima moda.

Quello che mi infastidisce è che alla scuola sono arrivati milioni di euro e ci hanno comprato solo una palestra vecchia e due metri di corda. risponde Giulia, piatta.

Tutti si girano verso la preside che, imbarazzata, si eclissa passando dalla finestra aperta.

Non hai amici?

Amicizia… è una cosa astratta. replica Giulia, arrotolando una ciocca di capelli, fingendosi annoiata. Oggi si gioca a nascondino insieme, domani la tua amica lava i piatti a casa tua mentre tu sistemi la dichiarazione dei redditi.

Ma che centrano i piatti, le tasse? Chi ti ha insegnato tutte queste cose?

La mia amica.

Ecco il nocciolo della questione! La puoi invitare qui?

Ma è già qui spiega Giulia, serenissima, lasciando tutti a bocca aperta.

Ma noi non la vediamo. Come si chiama?

Rosa Paolina.

Addirittura… E quanti anni ha?

Settanta.

E cosa ti dice ancora?

Che i denti bisogna lavarli dalla gengiva in su, che il cane nel nostro cortile non è cattivo ma spaventato e affamato, che i parenti non vanno dimenticati. E che negli ultimi cinque anni le vostre tasse sulla casa sono state calcolate male. Dovete andare al Catasto e rifare il calcolo, perché hanno usato la rendita catastale e non il valore di mercato.

La psicologa prende nota, sottolineando due volte lultima questione.

Chiamarono i miei genitori, impegnati a lavoro. Il papà urlò nel telefono, stupito:

Aspettate! Ma… così si chiamava mia mamma! È morta dieci anni fa…

Tutti si fanno il segno della croce e sussurrano preghiere.

Appunto. Dieci anni e nessuno mai che passi a trovarla, lerba mangia tutto, la recinzione è storta Giulia si stringe nelle spalle.

Guarda… ho sempre pensato di andarci ma non ho mai avuto tempo… borbotta papà, evidentemente commosso.

Lincontro termina.

Il giorno dopo andiamo tutti al cimitero. Mia nonna non lho mai vista, solo sentita nominare in rare storie di papà. Troviamo la tomba a fatica: quel campo di marmo era una volta un bel bosco. Io porto un mazzo di tulipani gialli in una bottiglia di plastica tagliata. Papà sistema la recinzione, mamma strappa lerba.

Papà, la nonna dice che sei davvero una brava persona, ma sei troppo preso dal lavoro e da Internet. Così non ti avanzano minuti nemmeno per me.

Papà arrossisce, annuisce.

Dille che cambiamo tutto mi accarezza la testa, poi sfiora la foto sbiadita sulla lapide.

Ora nonna è tranquilla e non verrà più a trovarmi, ma io già sento che mi mancherà: era davvero allegra, gentile e intelligente.

Era proprio così, tua nonna vedeva davvero oltre le cose. Cè altro che ti dice?

Sì. Che la tua dieta dei cetrioli non vale niente: se vuoi dimagrire, vai in palestra! E che aprire un conto in franchi svizzeri è stato un errore bisogna pensarci meglio prima di certe decisioni. E per quel cemento scadente che hai ordinato per la base della casetta in giardino…

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L’amica immaginaria
La piccola orfana porta un anello speciale al banco dei pegni per salvare un randagio: il gesto del gioielliere sconvolge tutti Cinque anni fa il mondo di Leonardo si è frantumato — e poi rinato, più luminoso che mai. Allora sua figlia Marta, angelo di sei anni, ha iniziato a perdere le forze. Il suo sorriso, capace di illuminare ogni stanza, si affievoliva. I medici, prima cauti poi freddi, hanno pronunciato la sentenza: malattia incurabile. Tumore al cervello. Una parola che fa tremare solo a pensarla. Ma per Marta non era una condanna — era una sfida, affrontata con la dignità di una regina. Leonardo e Galina, genitori dal cuore spezzato prima ancora di capire quanto potesse spezzarsi, hanno fatto di tutto per dare a Marta una vita normale. Sognavano che andasse a scuola, imparasse a leggere, contasse, leggesse una favola prima di dormire. Sognavano ciò che per molti è routine, ma per loro era un’impresa. Hanno assunto una tutor — Daria, donna dalle mani calde e dal cuore saggio. Dopo due settimane, Daria ha notato un sintomo inquietante: dopo ogni lezione, Marta soffriva di forti mal di testa. Stringeva le tempie, impallidiva, ma insisteva: «Voglio studiare, devo farcela». Daria, preoccupata, ha consigliato ai genitori di consultare un medico: — Potrebbe non essere solo stanchezza. Bisogna indagare. Seriamente. Galina, guidata dall’intuito materno, ha capito che qualcosa non andava. Ha prenotato subito una visita. Il giorno dopo, tutta la famiglia — padre, madre e la fragile Marta — si è recata in ospedale. Leonardo, imprenditore sicuro di sé, si ripeteva: «Sono cambiamenti dell’età. Passerà». Non poteva accettare che sua figlia fosse malata. Marta era un miracolo — nata a 37 anni, quando nessuno ci sperava più. Ogni mattina ringraziavano Dio per lei. Ora Dio sembrava volerla riprendere. Tre ore — un’eternità — in clinica. Il medico era gelido. Il giorno dopo, lasciata Marta con la tata, i genitori sono tornati per i risultati. In ufficio li ha accolti il silenzio e uno sguardo pesante. — Vostra figlia ha un tumore al cervello, — disse il medico. — La prognosi è negativa. Galina vacillò. Il volto di Leonardo si pietrificò. Era incredulo, rifiutava la realtà. Era un errore. Un errore dell’universo. Hanno consultato altre cliniche, ma la diagnosi era sempre la stessa. È iniziata la battaglia. Per ogni giorno, ogni respiro. Leonardo e Galina hanno venduto tutto: azienda, casa, auto. Sono volati in America, Germania, Israele. Hanno pagato per cure sperimentali, per le migliori cliniche, per un filo di speranza. Ma la medicina si è arresa. Marta si spegneva, lentamente, ma sempre con il sorriso. Una sera, mentre il sole colorava la stanza d’oro, Marta ha sussurrato al padre: — Papà… mi avevi promesso un cagnolino per il compleanno. Lo voglio tanto… Ce la farò? Il cuore di Leonardo si spezzò. Le strinse la mano e le disse: — Certo, piccola. Te lo prometto. Galina pianse tutta la notte. Leonardo fissava il buio dalla finestra, sussurrando: — Perché la prendi? È così buona… Prendi me! Prendi me al suo posto! Lei serve al mondo, io no! La mattina dopo portò a Marta un cucciolo di golden retriever dagli occhi dolci. Il cucciolo saltò sul letto e Marta, per la prima volta dopo tanto, rise. — Papà! Che bello! — esclamò, stringendo il cucciolo. — Lo chiamerò Zeus! Da quel giorno furono inseparabili. Zeus divenne la sua ombra, la sua voce. I medici le davano sei mesi. Marta visse otto. Forse fu l’amore per Zeus a darle forza. O forse fu un dono dal cielo. Quando Marta non poteva più alzarsi, parlava piano al cane: — Presto me ne andrò, Zeus. Per sempre. Forse mi dimenticherai… Ma voglio che tu ricordi. Prendi il mio anello. Tolse il piccolo anello d’oro e lo mise sul collare. Le lacrime le rigavano il viso. — Così ti ricorderai di me. Prometti. Pochi giorni dopo Marta se ne andò, tra le braccia dei genitori, con Zeus accanto. Galina impazzì dal dolore. Leonardo non si riconosceva più. Zeus smise di mangiare, aspettava. Dopo una settimana sparì. Leonardo e Galina lo cercarono ovunque. Sentivano di aver perso l’ultimo dono di Marta. Passò un anno. Leonardo aprì un banco dei pegni e una gioielleria, chiamandoli «Zeus». In ogni gioiello, un ricordo. Una mattina, Vera, la sua assistente, disse: — Leonardo, c’è una bambina in lacrime. Puoi venire? In foyer c’era una bambina di nove anni, vestita di stracci, con occhi identici a quelli di Marta. — Che succede, piccola? — chiese dolcemente. — Mi chiamo Uliana, — sussurrò. — Ho un cane… Muktar. L’ho trovato sporco e affamato. L’ho salvato. L’ho nutrito come potevo… anche rubando. Per questo mia zia mi picchiava. Vivevamo in cantina. Lui era il mio protettore… La voce tremava. — Oggi dei ragazzi l’hanno avvelenato. Sta morendo. Non ho soldi per il veterinario. Prenda questo anello. Era sul suo collare. La prego, aiuti Muktar… Leonardo guardò la mano della bambina. E sentì la terra mancargli sotto i piedi. Era proprio quell’anello. D’oro. Piccolo. Con un graffio all’interno — il segno di Marta. Si inginocchiò, con le lacrime agli occhi. Tutto tornò al suo posto. — Indossalo, — sussurrò, rimettendo l’anello al dito di Uliana. — La sua padrona sarebbe felice che tu ami il cane come lei amava Zeus. — Zeus? — chiese Uliana. — Ora ti racconto tutto. Ma prima andiamo a salvare Muktar. Arrivarono alla casa fatiscente. In cantina, su un vecchio materasso, c’era il cane. Magro, sofferente. Ma quando Leonardo entrò, il cane lo leccò. — Zeus… — sussurrò Leonardo. — Mio caro, ti ho ritrovato. In clinica i veterinari lottarono per la vita del cane. Uliana pregava. Galina, arrivata all’ultimo, abbracciò la bambina: — Ora vieni da noi. Giocherai con Zeus. Lui ti aspettava. Dopo un’ora Zeus era salvo. E Uliana aveva una nuova vita. Veniva ogni giorno. Galina la vestiva come una principessa. Ma un giorno Uliana non arrivò. Zeus si agitava, annusava l’aria. — È successo qualcosa, — disse Galina. — Andiamo, — rispose Leonardo. — Zeus sa dove andare. Arrivarono alla casa. L’odore di muffa e disperazione. Al secondo piano aprì una donna ubriaca e rabbiosa. Zeus corse in camera. Sul letto c’era Uliana. Lividi. Sangue. — Cosa le avete fatto?! — urlò Galina. — Colpa sua! Ruba! — strillava la zia. — Lei è una criminale, — disse Leonardo gelido. — Verranno a prenderla. Ora portiamo via la bambina. In ospedale curarono Uliana. Leonardo e Galina, con tutte le loro conoscenze, ottennero la revoca della tutela. Uliana divenne loro figlia. Non per legge — per amore. E Zeus? Ogni sera ai suoi piedi, con l’anello al collare. E ogni volta che Uliana lo accarezzava, sussurrava: — Tu ti ricordi di lei, vero? Di Marta? E Zeus la guardava, le leccava la mano. Come a dire: «Sì. Ricordo. Ricorderò sempre. L’amore non muore. Cambia solo forma.» Così, dal dolore e dalle lacrime, è nato un miracolo. Un miracolo chiamato — speranza.