La madre proteggerà il germoglio con i suoi rami

Copre la madre il germoglio con i suoi rami

Veronica era incinta. Lo seppero tutti in una sola giornata. Era arrivata a scuola la dottoressa, portarono tutte le classi da lei, prima i ragazzi, poi le ragazze.

Ma sei incinta? chiesero in corridoio Lucia Sammoni e Irina Fugatti a Veronica che non era ancora uscita dallambulatorio.

Forse, rispose lei piano, quasi senza voce, davanti alla dottoressa.

La infermiera sollevò subito la testa, sgranò gli occhi.

Lucia rimase un attimo impigliata nel vestito a metà, mentre Irina, già sulla porta, sgranò gli occhi e si morse il labbro. Uscì così con unespressione sbalordita.

Ragazze, Veronica è incinta! annunciò subito Irina nel corridoio.

Era finita la scuola. La notizia si diffuse tra le aule della scuola di paese, poi, dopo poche ore, lo sapeva già tutto il villaggio.

Quando la madre di Veronica, la signora Galina, arrivò alla drogheria, di ritorno dal lavoro, tutti la salutavano con una cortesia nuova mentre camminava sotto la pioggia primaverile. Perfino le vecchine la chiamavano da lontano.

“Ma cosa hanno oggi tutti quanti?” si chiese Galina, osservando se stessa e temendo che ci fossero problemi con la sua gonna, che tanto le guardavano tutti?

Arrivò a casa, aprì con la chiave. Gennaio era a fare il turno, ventiquattro ore, e Veronica non cera. Era sicuramente in atelier. Ci poteva stare ore, notte e giorno.

Allinizio Galina aveva litigato per questo, voleva che smettesse. “Troppe ore buttate a disegnare,” diceva. In casa cera sempre da fare. Poi, però, accettò: classe quinta superiore la scuola non andava a gonfie vele, ma quello saper dipingere le avrebbe aperto la strada per entrare dove serviva talento artistico. Veronica sapeva ritrarre perfino il diavolo. Negli ultimi tempi aveva vinto concorsi regionali, le sue opere le esponevano a mostre locali.

Carattere diverso dalla madre. Galina era sempre stata viva, sorridente, mentre Veronica era silenziosa, chiusa, pigra. Solo il disegno la catturava.

E il suo insegnante, Massimo De Angelis, la lodava. E Galina rispettava quelluomo, pittore noto, tornato a vivere in paese dopo il divorzio. Prediceva a Veronica futuro da artista. Diceva che in accademia ci sarebbe entrata facilmente.

Veronica rincasò sul fare della sera, con la cartella sotto il braccio.

Finalmente. Siete andati in giro?

Sì. Nel bosco.

Un po presto per stare nei boschi, ancora primavera Me lo fai vedere? Galina si asciugava le mani nel canovaccio.

Le piaceva osservare le opere incompiute della figlia, vedere i bozzetti prendere vita.

Veronica guardò la madre con attenzione. Si vede che la notizia non era ancora arrivata. Che strano. Persino le compagne di terza media lavevano fermata sulluscio:

Ver, ma è vero quello che dicono su di te? Che sei incinta

Lascia parlare, rispose lei. Aveva le mani occupate e tirò avanti.

Quindi è vero o no? Gridarono loro dietro. Lei non si voltò.

Perché non avevano già detto tutto alla madre?

Semplice. La dottoressa era forestiera, la maestra, Marisa, anche lei lenta di capire, doveva elaborare la notizia. Le signore del vicinato avrebbero sicuramente spiato, ma in faccia non dicevano mai niente.

Veronica tirò fuori un foglio e lo mostrò a sua madre: in primo piano una betulla, senza foglie, solitaria. Sembra che sia uscita dal bosco di abeti, si volta indietro con malinconia. Le sue fronde illuminate dal sole in alto, sotto è già ombra. Un piccolo germoglio si rannicchia al tronco, e la betulla lo copre coi rami come uno scudo. Il disegno era ancora a matita, ma già pieno, quasi in rilievo.

E questa betulla dove lhai vista? Galina non riconosceva il luogo.

Da nessuna parte, fece spallucce Veronica. Eravamo alla fossa, ci sono tante betulle tutto qui.

Andò a mettere via i dipinti, a cambiarsi dabito. Era meglio anticipare la notizia alla madre, magari prima che arrivasse la maestra. Ma Veronica decise di mangiare qualcosa prima. Aveva tempo.

Stava togliendo il grembiule quando vide Marisa, la maestra, spuntare dallaltra parte dello steccato.

Troppo tardi! In calzamaglia e canottiera, Veronica scappò in cucina.

Mamma, cè Elena Pavoni che arriva. Comunque non ti preoccupare per nulla. Non gridare, va bene? Poi ti spiego. Comunque sì, sono incinta.

Galina rimase di sasso al centro della cucina, mentre Veronica si infilava una giacca vecchia da giardino e andava ad aprire.

Lo sa tua madre? sussurrò linsegnante mentre entrava.

Lei annuì.

Buonasera! cantilenò Marisa, con una faccia da funerale.

Buonasera, professoressa, Galina cominciò a sparecchiare, coprendo la pila di stoviglie con il corpo. Forse è meglio andare in camera.

Passarono in soggiorno. Veronica, seduta di fronte alle due donne, in giacca sopra la maglietta.

Io non so nulla, la preside dice di parlare con voi. Che pensate? Marisa balbettava allungando le parole.

Ma… la madre si rivolse alla figlia. E tu sei ancora con la giacca sporca? Vai a cambiarti.

Veronica sarebbe andata volentieri, ma tutta la sua roba era lì. Casa loro era fatta di tre stanze: cucina, camera e uno stanzino ceco, separato con una parete di tavole. Lì dormivano la madre e Gennaio, il compagno di lei.

Prese la vestaglia e andò nello stanzino. Dietro la parete sentiva il dialogo.

Ma da chi sei incinta? Non capisco, domandava Galina.

Ecco, sono venuta per questo rispose Marisa. Lei non ha diciotto anni, il riformatorio è lì a due passi. Sarebbe uno scandalo enorme per la scuola. E mancano così pochi giorni agli esami avete idea delle dicerie?

Sarà un errore. Non può essere.

Ma quale errore! Ha confessato tutto alla dottoressa.

Davvero?

Si sentirono i passi rapidi della madre.

Veronica, vieni qui, la figlia si mise seduta, abbassando la testa. È vero?

Annunciò sì con un cenno.

Ma con chi? Da chi Galina bloccò la frase. Si immaginò la scena e sentì una vergogna insopportabile.

Veronica taceva.

Dai, dimmi, si inserì la maestra. Tanto si viene a sapere tutto, magari lui vuole prendersi responsabilità. Forse vuole sposarti? Dillo, dai…

Veronica non parlava.

Marisa si alzò sbattendo le mani sulle ginocchia.

Eh, vero, Veronica non è da tante parole.

Ma lei non ha mai avuto ragazzi, Galina non riusciva ancora a capacitarsi.

Ed è quello il problema, sospirava Marisa infilando gli stivali. Almeno si saprebbe chi. Magari è un uomo, più vecchio? Veronica, vero che non è un adulto? Veronica restava muta. Eh, ora chi sospettiamo?

Lasciarono la ragazza in casa, uscirono insieme e rimasero a parlare davanti al cancello.

Veronica osservava la madre sconvolta, in ciabatte, col soprabito preso in prestito dalla figlia. Si giustificava con Marisa, annuiva.

A Veronica, di tutta questa storia, la cosa che faceva più male era proprio la madre. Per questo aveva paura a dirle la verità.

Negli ultimi mesi la madre era rifiorita. Aveva conosciuto Gennaio al cantiere forestale. Lui era più giovane di dieci anni, così lei portava vestiti corti, rideva, si era tagliata i capelli e fatta la permanente.

Anche in casa era cambiata laria. Allinizio Veronica era stata contenta. Lei era già quasi adulta, pronta ad andare via. E Gennaio si era subito installato nella loro piccola porzione della casa rurale, che il comune aveva diviso in quattro case. Galina ci era rimasta lavorando al pollaio, e toccava a loro langolo vicino alla stufa.

Col tempo, però, Galina e Gennaio avevano iniziato a litigare. Gennaio guardava da altre parti, la madre si sentiva vecchia, diventava gelosa, perdeva la pazienza alle feste.

E Veronica sentiva che Gennaio se ne sarebbe andato, spaventato dalla gelosia della madre.

Ora, in più, questa faccenda della gravidanza! Che botta per la madre. Si sentiva in colpa, avrebbe voluto vederla felice.

Veronica, dai, spiegami. Come è successo? la madre la guardava col dolore negli occhi. E ora che si fa?

Mamma, non chiedere. Io vado a dormire, disse la ragazza, volgendo le spalle.

Ma la madre non desistette. La rivoltò per le spalle, la fece sedere.

Ma sei incinta… Da chi? Dimmi chi è stato.

Nessuno, mamma. È colpa mia soltanto.

Ma come colpa tua? È mai possibile?

Galina fu presa da un sospetto. Il pittore? Solo a lui Veronica andava, non girava con altri ragazzi. Nel gruppo di Massimo lei era la più grande.

Domani mattina chiediamo un permesso, si va dal dottore, chiaro? la madre sembrava calma, si sedette sul letto. Veronica tornò a girarsi verso il muro, raccolta sulle ginocchia.

Sul collo livido della figlia si vedeva fremere una vena blu. Galina sentì una fitta al cuore. Qualcuno aveva fatto del male alla sua bambina!

Allora si preparò. Doveva andare dal pittore e chiarire. Era sempre tra i bambini, la sera doveva esserci. Doveva rispondere di quello che aveva fatto.

Giù la sera si avvicinava, ma ancora la gente tornava dalle vigne. La strada attraversava orti ancora infangati dalla pioggia. Galina sapeva che avrebbe raccolto le scarpe, ma meglio così che attraversare i pettegolezzi delle comari.

Maestro Massimo abitava dopo la scuola, quasi in fondo al paese.

Che umiliazione, presentarsi con quella storia! Lei che laveva stimato, apprezzato. Come aveva potuto?

Giunta davanti alla casa avvolta di lillà, prese fiato e spinse il cancello. Sulla veranda il tavolone con colori, fogli, bicchieroni di pennelli, sedie sfatte. Nellangolo, i cavalletti.

Galina ebbe paura. E se si sbagliava? Non sembrava affatto un luogo di vizi e perdizione.

Dio, meglio lasciar perdere. Stava per tornare indietro quando si aprì la porta e il maestro comparve sulla soglia, con la camicia slacciata, del pane in mano.

Scusi, disse sistemando la camicia. Buonasera. Vuole accomodarsi? Stavamo cenando.

Buonasera. No, anzi, si sta bene qui fuori. O forse torno unaltra volta?

Galina sapeva che Massimo viveva con la madre. Bisognava parlare in privato.

Lui annuì, si mise un maglione e uscì a incontrarla. Galina cercava delle scuse per andarsene.

Tra poco mia mamma porta il tè. In primavera piace berlo in veranda, sa?

Ah, qui non cè tempo per il tè, scappò dalla bocca di Galina.

Massimo la guardò negli occhi.

So già tutto. Qui le voci corrono veloci.

Chi le ha detto qualcosa? Veronica? chiese lei, in ansia.

No, Veronica non parla mai. Ma i ragazzi, le compagne, sanno tutto ormai.

Maestro, non è come sembra Lei capisce.

Veronica è speciale. Le voglio molto bene.

Galina si voltò di scatto verso di lui. Cosa intendeva?

Lei non esce mai se non casa, scuola e qui da lei

Sì, lo so. Magari avrà un innamorato. Le ha detto chi è?

No. E questo è il problema.

La madre anziana di Massimo arrivò sulla porta con il tè. Lui corse ad aiutarla.

Mamma, la faccio io.

Ma no, Massimino, non è pesante. Un tè tirato dal samovar è tutta unaltra cosa. Buonasera, cara Galina. Subito, che porto anche la marmellata. Resto due minuti

Portò marmellata di corniola, miele Quando la donna uscì, Galina si sentì sciocca. Non poteva più sospettare di Massimo.

Lui la servì, bevve, guardandola.

Immagino lei voglia sapere chi è responsabile della gravidanza di Veronica. Forse sospetta anche di me?

No, no! scattò. Adesso le sembrava assurda lidea. Non so più cosa pensare arrossì fino alle orecchie.

Le donne mi hanno sempre interessato, certo, ma mi sarei rivolto a una donna come lei, non a una ragazza.

Non volevo È che magari sapeva qualcosa. Lei è lunica che Veronica rispetta. Se magari aveva confidato qualcosa.

No. La confidenza queste sono cose che non si dicono a un uomo. E poi Veronica è molto chiusa. Forse è proprio la sua delicatezza a renderla brava nellarte. Se non parla, ha le sue ragioni. Pensi

Si faceva buio. Bisognava tornare.

Laccompagno?

No, davvero, torno di corsa. Grazie.

Quando deve partorire? chiese Massimo.

In autunno, penso.

Parlarono ancora. Sulla soglia apparve la madre di lui.

La posso aiutare? chiese, vedendo che Galina raccoglieva tazze.

No, grazie. Massimo mi aiuta. Veronica è proprio una brava ragazza. Non la sgridi troppo. Che vada tutto bene

Galina si avviò verso casa. Si era fatto ormai buio fitto. Laria fresca le pungeva le guance bollenti. Gli stivali affondavano nel fango.

Là, poco lontano, il fiume scorreva con pigrizia. In alto ardeva lultimo riflesso di sole, ma sotto, a valle, era già notte. La terra ansimava, pronta già al sonno.

“Massimo è una brava persona,” pensava. “Ma allora perché Veronica non mi dice la verità? Perché a sua madre?”

E allimprovviso balenò il pensiero, la paura acuta. Gennaio? Lui?! Forse per quello la figlia taceva? Possibile?

Accelerò il passo. Ma poi, vicino casa, si calmò. Anche se fosse stato così, Veronica non lavrebbe mai detto.

Bisognava parlare con Gennaio. Ma la mattina dopo lui rientrava di turno, e doveva andare anche lei al lavoro, e poi subito con Veronica in ospedale. Forse se ne sarebbe parlato più tardi.

Intanto, più pensava che proprio Gennaio potesse essere il padre, più se ne convinceva. Ma Veronica? Forse aveva usato la forza. La fronte si bagnava di sudore, il cuore la stringeva Eppure dentro sentiva una gelosia che bruciava anche da donna verso sua figlia

E se invece era stata davvero colpa solo sua? Aveva rubato la sua felicità di donna Si sentì improvvisamente triste per tutti quei mesi che aveva cercato di dimostrare a Gennaio di essere ancora giovane. Triste per le speranze andate.

La figlia dormiva o fingeva. Galina la lasciò stare.

Il mattino dopo, senza guardarla, svegliò la figlia: Muoviti, ci prepariamo. Bisogna andare a fare le analisi al poliambulatorio, oggi stesso.

Allospedale laccettarono, la dottoressa era gentile ma preoccupata, chiese se la scuola lo sapeva, avvisò che avrebbe dovuto denunciare. Mise Veronica a controllo, collezionò prelievi.

Il parto atteso a fine settembre. Ogni dettaglio era per Galina una martellata. Continuava a non crederci.

Veronica pareva calma, assorta, quasi assente.

Intanto in scuola erano arrivati due carabinieri e una ispettrice dal Provveditorato. Portavano via le ragazzine in presidenza, una dopo laltra. Le prime uscivano rosse in viso, scacciando gli scherzi dei compagni.

Che sia stato magari Sergio? ridevano alcuni, indicando il compagno più grande ma un po svitato. Almeno lui la forza ce lha!

Sergio annuiva, tutti scherzavano ma erano inquieti. Non si vede spesso una compagna incinta così, senza sapere da chi.

Costantino, uno dei ragazzi, sedeva sul davanzale. Non rideva, guardava Vito, il suo migliore amico. Quando questi si avvicinò, mormorò piano, gli occhi bassi:

Vitto, ma voi uscivate insieme? E a Capodanno siete spariti…

Sei scemo? Che centra? Sì, siamo andati due volte, ma mica successo nulla! Non fiatare per nulla. Sei amico o no?

Certo che non parlo.

Entrambi, dopo la maturità, avrebbero dovuto presentarsi allaccademia militare.

Dopo che le ragazze furono interrogate, la maestra, la funzionaria e i carabinieri andarono a casa di Veronica. Trovarono solo Gennaio, rientrato dalla notte, che non capiva la situazione. Quando chiesero di documenti, residenza, legittimità della convivenza, si innervosì.

Galina e Veronica tornarono dallospedale, trovando casa piena di ospiti indesiderati.

Galina era agitata, rispondeva a vanvera, spostava pentole e ciotole, rumoreggiava con le stoviglie e alla fine si mise a piangere.

Veronica, invece, guardava la madre con tenerezza, rispondeva tranquilla alle domande, e quando la madre scoppiò in lacrime, la raggiunse.

Volevi lavare i panni, vero, mamma? Vai pure.

Galina si rifugiò nella lavanderia, e la lavatrice partì.

Puoi dire chi è il padre? chiese la funzionaria.

Non cè, rispose Veronica, sorridendo debolmente.

Non dire sciocchezze, caro. Lo sappiamo comè il mondo.

E lo Spirito Santo? ironizzava Veronica, alzando le sopracciglia.

Fai la buffona? Ma siamo seri! È stato volontario? O ti hanno costretto?

Io ho detto che non è successo nulla. Sarà stato il vento è primavera.

Gli adulti mossero la mano, stanchi. Non aveva senso parlare ancora. Galina firmò dei fogli in cui dichiarava di non aver nulla da denunciare.

Non si fa così, Veronica. Siamo tutti qui per aiutarti. Ti ammettiamo agli esami, ma ti prego, preparati a casa. Niente scuola, solo per gli esami. Lattestato lo prendi. Ce la stiamo mettendo tutta, la rimproverava la maestra.

Veronica accompagnò gli ospiti al cancello. Tornando, si trovò nel mezzo di un litigio. Galina accusava Gennaio di tutto.

Ma senti, come hai potuto?

Veronica non capiva di cosa parlasse. Quando lo intuì, le parve assurdo.

Mamma, che dici? Non è stato Gennaio! Lui non centra.

E chi allora? E tu, vattene! Mi hai rovinato la vita…

Urlava, piangeva, urlava. Gennaio taceva, ascoltava.

Veronica, con le lacrime agli occhi, fuggì in veranda, piangendo senza fare rumore. Meglio fare qualcosa, strizzare il bucato, pensare ad altro

Intanto Galina gridava, ripeteva accuse, piangeva. Poi Gennaio si alzò, tirò fuori la vecchia valigia da sotto il letto.

Non volevo proprio oggi, ma ho capito che è ora.

Cominciò a fare la valigia.

Galina rimase pietrificata. Poi si riprese.

Dai, Gennaio. Veronica dice che non centri niente. Lascia stare, resta.

Ma lui non si fermò.

La felicità se ne stava andando. Galina sentiva di aver rovinato tutto da sola.

Gennaio, va bene. Scusami, sono solo una stupida.

Il vecchio radio gracchiava, Gennaio lo alzò.

Veronica sentiva tutto dalla veranda. I panni sgocciolavano freddi, pensava: mamma davvero non capisce che Gennaio se ne sarebbe andato comunque? Questa scenata è solo una scusa per partire, non la vera ragione.

Non ti lascio, urlava la madre sulla porta. Veronica sentiva il cuore stringersi dalla compassione.

Gennaio la spinse da parte, uscì. Veronica vide la madre corrergli dietro, afferrarlo per il cappotto, implorarlo, mettersi davanti.

Galina si fermò solo alla piazza del paese, dove cerano altre donne. Solo allora si rese conto di dove fosse. «Oh Dio!»

Tornò lentamente indietro. Non cera donna più infelice di lei: abbandonata, sola, vecchia, con la figlia incinta.

Anche lei era stata cacciata da casa, incinta. Aveva abortito. E aveva avuto Veronica da un marito ubriacone, scappando via con la bambina. Sembrava che la felicità fosse arrivata e ora…

E lei di chi era la colpa? No capì che Gennaio sarebbe andato via comunque. Bisognava pensarci con calma.

Oddio! Veronica!

Si fermò. Che parole aveva gridato alla figlia?

Precipitò a casa. Chiamò a bassa voce, poi più forte.

Veronica! Dove sei?

Cercò ovunque. Niente, la giacca non cè, nemmeno gli stivali.

E dove poteva andare?

“Forse dal pittore?” Guardò il quadro della figlia.

Dun tratto, nella betulla che guardava al bosco, riconobbe se stessa. E il tenero germoglio, fragile, giovane, era Veronica. E il germoglio sembrava gridare per la protezione della madre betulla.

Dio mio! Che aveva fatto! Si sentiva ribollire la casa. Acchiappò il foulard e corse fuori.

Veronica!!!

Tutto silenzio. Solo la vicina spiava dalla finestra.

Andata via? Dove? Magari avrebbe fatto una sciocchezza.

Galina tornò a correre lungo i confini, tra i rami smossi che graffiavano i polpacci.

Veronica! Gridava, senza vedere quasi la terra, verso la casa del pittore, verso la strada grande.

Sbucò presso il fiume, col foulard che sventolava e il respiro corto.

Guardò intorno.

E vide, laggiù, la figura minuta di Veronica con una cesta. Restò immobile, poi chiamò di nuovo, felice:

Veronica!

Corse verso di lei, scivolando sullerba bagnata, agitando le braccia. Veronica si fermò, guardò la madre, sorpresa. Galina la raggiunse, stravolta, con il fiato corto:

Dove vai? Le strappò la cesta dalle mani. Dove vai?

Sopra i panni cerano le mollette.

Al fiume, ai pontili, a risciacquare, mamma. Che hai?

Galina andando avanti piegava la testa, sistemava il foulard.

Ma sei fuori, questi pesi non puoi tirarli! Vengo io. Tu dammi retta a tua mamma.

Chiuditi che prendi freddo, mamma.

Che importa, cè caldo. Ma lacqua è diaccio, non mettere mani dentro. Ci penso io. Hai altro da fare tu, porta in grembo un bambino.

Sui pontili le donne del paese lavavano vestiti. Galina tenne la testa alta. Basta vergognarsi! Sua figlia aspettava un bambino e gliene voleva già bene. Provassero a dire una parola brutta!

Buongiorno a tutte, salutò forte, Veronica, aiutami solo a strizzare. Non devi trasportare pesi!

Poi le signore scambiarono sguardi, mentre madre e figlia lavavano e strizzavano panni insieme.

Avevano passato ciò che non si può raccontare, eppure non sembravano tristi. Si vedeva dai gesti, dalle battute, dalla cura reciproca che cera amore, che cera calore.

Veronica, le disse la madre tornate a casa, Massimo De Angelis dice che magari in agosto puoi dare lesame per la serale, prima del parto. Se vuoi, ti accompagna lui. È bravo, ascoltalo.

***

Di notte un piccolo colpo alla finestra. Veronica si svegliò, tolse di mezzo una piantina, aprì.

Laria fresca di primavera entrò in stanza.

Vittorio, il compagno di classe, si arrampicò agile sul davanzale.

Ciao.

Ciao Ma che ci fai qui a questora?

Non dormivo, rispose senza guardarla.

Vittorio, tranquillo, non ho detto niente a nessuno.

Non ho paura Solo, come sta tua mamma?

Eh, la mia mamma mi capisce, mi aiuta, è la migliore del mondo.

Beata te. La mia non avrebbe capito. Sa qualcosa di me?

Nessuno sa niente, te lho detto.

Capito Vieni agli esami, vero?

Certo. Mi fanno fare la maturità.

Io non ce la faccio a studiare. I carabinieri parlavano di denunciare tutti Un disastro.

Veronica restò zitta.

Non preoccuparti, Vittorio. Nessuno lo saprà. Studia e vai allAccademia. In bocca al lupo.

Ok Se serve qualcosa

No, davvero, va tutto bene.

Allora Non pensarci, ciao.

Saltò dal davanzale, scavalcò il recinto ed incamminò con passo deciso verso il futuro.

Verso il sogno suo.

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La madre proteggerà il germoglio con i suoi rami
L’Ingrata — Sveva, abbiamo fame! Basta poltrire! — tuona accanto all’orecchio la voce infastidita del marito. La testa le scoppia, la gola brucia, il naso è tappato! Prova ad alzarsi — il corpo sembra di ovatta. Non c’è da stupirsi se si è ammalata. Tutta la settimana un caldo estivo, poi ieri sera neve mista a pioggia. Primavera… Chiamare un taxi era impossibile: con questo tempo, figurati. Ha dovuto tornare dal lavoro con l’autobus. Ha aspettato mezz’ora, gremito. Si è infilata a fatica. Poi ancora a piedi dalla fermata. Eppure aveva chiesto al marito di passarla a prendere. — Svevina, siamo andati da mia mamma con Mattia. Torniamo tardi. — le aveva comunicato Vittorio. Come sempre… Così Sveva è arrivata a casa stanca, fradicia e infreddolita. Guarda l’orario — le otto del mattino. Sabato. — Vitto, mi porti il termometro per favore? — prega la donna. — Cos’hai? Ti senti male? — si stupisce Vittorio. — E la colazione? — Potete farvela voi? — chiede la moglie. — Come, da soli? E Mattia? — Ha dieci anni! E tu sei un uomo adulto. Preparate due uova? Insegno io a Mattia già da tempo, ormai è grande. — Gli hai insegnato a cucinare? — sbotta il marito. — Certo. Che c’è di male? Passa tutto il giorno sul telefono, non fa mai nulla. — risponde Sveva con una spallucciata. — Sei fuori? Un maschio non deve cucinare, non deve nemmeno imparare! È roba da donne! — scatta Vittorio. — Basta! Andiamo dai miei, visto che tu non ci pensi. Torniamo domani sera. E i “maschi”, rapidamente, se ne vanno dalla mamma di Vittorio. Sveva si alza a fatica, trova il termometro, mette l’acqua per il tè e riflette… “Com’è successo tutto questo? Quando ho perso quel momento in cui il marito cucinava senza problemi anche per lei, in cui ci si prendeva cura l’uno dell’altro durante la malattia? Quando è cambiato tutto? Perché improvvisamente tutte le faccende domestiche sono diventate solo un mio dovere?” Il termometro suona: 39,2. La giovane prende le medicine e torna a dormire! Poco dopo la sveglia il telefono. Mamma: — Svevina, perché non rispondi? Sono preoccupata, la mattina mi chiami sempre. — si agita Vittoria Alessandri. — Mamma, sono un po’ ammalata. Ho preso le medicine e mi sono rimessa giù. — risponde rauca Sveva. — Un po’! E dove sono Vitto e Mattia? Dalla mamma di nuovo? — brontola mamma. — Sono andati via con Mattia. Per non prendersi l’influenza. — dice debolmente. — Ma davvero ci credi? Per non prendersi l’influenza… Potevano almeno lavare un piatto! — si arrabbia la mamma. — Su, mamma… — prova a replicare, ma non la lascia finire. E Sveva sa di avere ragione. — Non “mammare”! Avevo dato mia figlia in sposa, non in schiavitù! Hai misurato la febbre? — Sì. Era alta stamattina. Ora meglio, ma sono senza energie. — si lamenta la figlia. — Rimani a letto! Ora viene papà a prenderti. Devo farti riprendere! Così non va — ammalata da sola. Aspetta. — e chiude la chiamata. Sveva si tira su piano, si lava, prepara due cose, prende il portatile, pronta ad accogliere il padre. — Oddio! — fa il padre – una mano sul cuore — vedendo la figlia. — Che c’è papà? — si preoccupa Sveva. — Ah, sei tu! Pensavo di aver trovato la morte! Una morticina! — Papà, mi spaventi! — sorride. — Andiamo? — Andiamo. Aggrappati bene a papà, che non ti porti via il vento! — la aiuta a salire dolcemente in auto. — Magra e stanca così… Tua mamma ha ragione, sembri schiava! Scusami, ma non stai bene! Sveva non replica. Stanca. A casa dei suoi, tutto è caldo, accogliente, felice. Vittoria Alessandri si dedica alla figlia e la sera Sveva si sente già meglio. Chiama Vittorio per dire che non rientra, ma lui: — Eh, che vuoi dirmi? Non posso portarti medicine. Ho bevuto una birra con papà. E’ sabato! Guardiamo la partita. Ah, mamma vuole parlarti. — e passa il telefono. — Sveva! Sei una donna! Non si può lasciare i propri uomini senza da mangiare, neppure se stai male! Cosa conta, in famiglia? Soprattutto per i maschi? Stomaco pieno, casa calda e silenzio! E tu? Malata, bevi una pastiglia e non pensi più a nulla! — sentenzia Ksenia Antonelli. La mamma, che passa di lì, afferra il telefono: — Mia cara consuocera! Ma tuo figlio è malato? O non è buono? O dev’essere tenuto come un bamboccio per essere accudito così? — sbotta Vittoria Alessandri. — Ma semplicemente è famigliare! E poi, i maschi sono fatti così. — la suocera, sorpresa. — Vittoria, e tu? — Io? A… schiantata! Sto risollevando mia figlia. Il vero uomo non riesce neppure a portare una medicina — preferisce la birra… Sua moglie sta male, lui è contento. — tra consuocere non c’è mai stato feeling, ma forse Ksenia un po’ temeva Vittoria. — Che sciocchezze. Sono andati via solo per non disturbare Sveva. — sbuffa Ksenia. — Guarda te, vuole medicine, coccole! Semplicemente è pigra, non pensa più agli uomini! E loro fanno parte della famiglia! Vabbè, mi prendo cura io dei miei uomini! Vostra figlia è una “cuculo”! Vittoria osserva il telefono muto. — Figlia mia, ne vale la pena? Sei giovane! Ora basta proprio. — fuori di sé la mamma! Poi arriva un messaggio da Vittorio: ”Sveva, mi mandi i soldi? Non mi bastano fino a paga. Ho speso per Mattia. Dovevo pagare tutto io — attività, vestiti, tutto!” “Ma tutte le bollette per la casa, la spesa, le ho pagate io tutto il mese! Va bene così?” — stupita da tanto coraggio. “Certo. Casa è tua! Dai, manda i soldi, su. Sto andando al supermercato!” — insistente. “Non ne ho. Li ho spesi per le medicine.” — inventa. “Cosa? La tua malattia ci costa troppo! Chiedi ai tuoi.” — replica lui. “Chiedi a tua madre.” — risponde Sveva. “Ma dai! Lei non capirebbe dove finisce il mio stipendio.” — Vittorio. “Nemmeno io capisco.” — risponde. “Sono un uomo adulto. Ho le mie esigenze e spese. Non devo rendere conto né a te, né a mia madre! Sto entrando al supermercato. Manda!” — scontroso. “Non mando!” — chiude lei. Segue una pioggia di messaggi: ingrata, madre snaturata, moglie pessima e altro ancora… Alla fine Sveva risponde alla mamma: — Non serve più, mamma. Davvero. Tutta la sera e la notte marito e suocera si alternano a scrivere messaggi carichi d’ira. Lui furioso, lei la “edifica”. Sveva silenzia. Domenica mattina, la chiamata: — Sveva, io e Mattia restiamo dalla mamma. Lei sì che ci vuole bene! Era giusto non sposarti in fretta. Lo sapevo: non sei una madre! Sei una cuculo! — chiude Vittorio. — Bene così! Che dici, figlia? — la guarda il padre. — Vedo solo il divorzio. Non ne posso più. — Sveva fissa l’omelette fragrante. Decisione presa. Ma che fatica! — Benissimo! Madre, io esco. A pranzo forse non faccio in tempo. — avverte uscendo papà. — Svevetta, ora prendi le pastiglie, spegni tutto e dormi. Devi riprenderti. — la mamma la accarezza. Obbedisce. Domenica. Domani si lavora. Dorme. Si sveglia per pranzo. Il padre è appena tornato. — Tieni. Sono i tuoi. Quegli altri puoi buttarli. — le dà le nuove chiavi. — Che…? — Sveva non capisce. — Ho cambiato la serratura a casa tua, raccolto le cose di Vittorio e Mattia e portate ai suoceri. Quello che manca dagli pure dopo. Tu stai qui con noi? Va bene? E per il telefono… dimenticalo, più sicuro così. In cucina la mamma, serena. Era il loro sogno da tempo. Ma hanno aspettato che fosse Sveva a capire. Sveva ha chiesto il divorzio. Quante accuse ha sentito: “sfasciafamiglie”, “cuculo”, “mamma, lasciamo perdere”, “ingrata” e altro ancora… Eppure è felice. Per la prima volta da anni! Il divorzio è rapido. Niente figli comuni, niente beni da spartire. Un anno dopo il matrimonio, Vittorio aveva preferito portare a vivere con sé il figlio — più conveniente che pagare il mantenimento. L’ex moglie era d’accordo. Solo che aveva “dimenticato” di consultare Sveva. O anche solo di avvisarla. Non gli importava che Sveva e Mattia non fossero riusciti a legare, che il ragazzo le rendesse la vita impossibile. Aveva “dimenticato” che la casa era di Sveva. Dimenticato tutto. Anche la moglie — tanto era più comodo. Lui è uomo! Il padre! E Sveva? Che dire di lei? L’ingrata! Punto! Ma il giudice ha rimesso le cose a posto! Il giudice chiamato da Vittorio, che si era “dimenticato” di tutto! Vittorio e il figlio stanno dalla nonna, che li tiene d’occhio e insegna le faccende di casa. Tre uomini da soli non è come uno! Duro. Ma Sveva è felice! Si è comprata una macchina! Basta ammalarsi per strada. Cosa può fare a 27 anni dopo un divorzio difficile? La cosa giusta! Amare sé stessa!