Caro diario,
oggi mi è capitato di trovarmi in una situazione imbarazzante, e penso sia il momento di scribacchiarla, così da non dimenticare la lezione che mi ha insegnato.
Sentiamo, è un po’ sconveniente ammetterlo, ho sorriso colpevole, tamburellando le dita sul tavolo del piccolo ristorante di Trastevere, ma ho lasciato il portafoglio a casa, tutte le carte sono lì. Potresti pagare il conto per me? Mi sento davvero a disagio
Loredana, trattenendo un sospiro di sorpresa, ha afferrato la sua borsa. Seicento euro per una cena per due non è una spesa da poco, ma non è neanche una catastrofe per lei; da tempo guadagna abbastanza da non doversi preoccupare di cifre così modeste.
Certo, nessun problema.
Il cameriere ha portato il lettore di carte; Loredana ha inserito la sua tessera. Lo schermo è lampato di verde, confermando lavvenuto pagamento. Ho annuito con gratitudine e lho aiutata a alzarsi, tenendola per il gomito.
Fuori un vento frizzante mi ha trafitto le ossa. Loredana ha tirato su la sciarpa per scaldarsi. Io lho seguita in silenzio, perso nei miei pensieri, poi mi sono fermato sotto un lampione e mi sono girato verso di lei.
Sai, devo confessarti una cosa, ho iniziato con una strana sfumatura nella voce, il portafoglio era in realtà con me. Anche le carte.
Loredana è rimasta immobile, un brivido le è corso lungo le gambe.
Come, dunque?
Era una verifica, ho estratto dalla tasca della giacca un portafoglio di pelle nera e lho fatto girare tra le dita. Volevo assicurarmi che tu mi stia accanto non per i soldi. Capisci? Ora so che non sei una persona mercantile, ma indipendente.
Loredana ha sospirato lentamente. Dentro di lei si è chiuso un nodo. Un sorriso le è rimasto impigliato nella gola, ma ha finto di sorridere, sforzandosi di apparire serena.
Sono felice di aver superato la tua prova, ha detto con la massima dolcezza.
Io ho riso di sollievo, lho abbracciata alla spalla. Loredana si è stretta a me, nascondendo il volto per non farmi vedere le mascelle tese. Dentro di lei tutto si ribaltava. Una verifica così, quasi da bambina, la faceva sentire umiliata.
Le settimane successive sono volate nella consueta routine. Poi, un giorno, mi sono inginocchiato e le ho chiesto di sposarmi. Era un momento romantico, e Loredana ha detto sì.
La preparazione del matrimonio è iniziata subito. Loredana ha comprato un abito in una boutique di Via del Corso color crema, con maniche di pizzo. Abbiamo prenotato un ristorante per quaranta persone e inviato gli inviti.
Mia madre, Giulia, veniva tutti i weekend, lodandomi a più non so dire, come se volesse vendermi al mercato.
Davide è un ragazzo responsabile, canticchiava versando il tè in tazze di porcellana quasi trasparenti, sempre disponibile, non dimentica mai la mamma. Loredana, sii felice che Davide ti ha scelto.
Loredana annuiva e sorrideva, ma le parole di Giulia le scivolavano via senza attaccarsi. Ha imparato a spegnere lascolto quando la futura suocera iniziava i suoi monologhi.
Due settimane prima del matrimonio, le ho proposto di trasferirsi da me, in un appartamento di nuova costruzione al quindicesimo piano, con grandi vetrate e vista sul Tevere. Loredana ha accettato, anche se dentro di sé qualcosa la turbava. Ha iniziato a impacchettare; le scatole hanno invaso il suo monolocale.
Il giorno del trasloco Loredona portava la prima scatola di cuscini decorativi e cornici. Io lho incontrata alla porta dingresso, aiutandola a farla salire nellascensore.
Lappartamento odorava di vernice fresca e mobili appena montati. Loredona ha posato la scatola sul pavimento dellentrata, si è stirata, massaggiandosi la schiena dolorante.
Lho preso per mano e lho trascinata fuori.
Vieni sul balcone, ti mostro il panorama.
Siamo saliti su un balcone stretto. Il vento scompigliava i capelli di Loredona, e lei ha chiuso gli occhi di fronte al sole accecante. Il Tevere scintillava sotto di noi, riflettendo il cielo. La città si estendeva fino allorizzonte.
Allimprovviso ho chiesto:
Passami il cellulare, voglio scattare una foto con questo sfondo.
Loredona ha frugato nella tasca dei jeans e mi ha consegnato il suo smartphone nero. Lho guardato, poi, con un gesto improvviso, lho lanciato sopra il parapetto.
Loredona è rimasta pietrificata. Il tempo sembrava fermarsi. Guardava giù, verso il piccolo punto che scompariva tra i cespugli dellingresso. Un freddo silenzio le ha avvolto il cuore.
Che facciamo, cara? ho sorridendo incrociato le braccia sul petto.
Loredona ha spostato lo sguardo dal pavimento a me, con una calma distaccata.
Scendi e portami la SIM, ha risposto fredda, quasi indifferente.
Io ho scoppiato a ridere, ho tirato fuori dal jeans il suo telefono e lho agitato davanti al naso di Loredona, come un prestigiatore che tira fuori un coniglio dal cilindro.
Sorpresa, ho detto, godendomi il momento. Vedo che non ti dispiace. Prendilo, era solo una gag, il mio vecchio telefono era pronto a volare.
Loredona ha afferrato il suo smartphone, osservato il graffio sul vetro protettivo, ha passato un dito sullo schermo. Dentro di lei cresceva unirritazione nera e pesante. Ha alzato gli occhi verso di me.
Non sono un elettrodomestico per le tue prove, ha detto a bassa voce.
Io ho smesso di ridere; il mio volto si è allungato, le sopracciglia si sono sollevate.
Dai, non fare scenate, era solo uno scherzo. Non offenderti, ti voglio bene.
Loredona ha tolto dallanulare un anello doro con un piccolo diamante e me lo ha porso.
Cosa fai? ho indietreggiato, come se mi avesse lanciato un serpente. Lo restituisco, ha messo lanello sul mio palmo. Simili prove colpiscono la mia autostima. Non intendo sposare un uomo così infantile e meschino.
Loredona, sei seria? Per una sola burla? la sua voce tradiva un lamento.
Si è voltata e ha varcato la soglia dellappartamento. Le scatole rimanevano intatte nellentrata. Ha preso le chiavi dellauto, la borsa e lunica scatola, e si è dirottata verso luscita.
Loredona! Aspetta! ho corso dietro di lei nel corridoio. Parliamone!
Non cè nulla da discutere, ha lanciato alle spalle, ma posso spiegarti in parole semplici: non hai superato il test.
Loredona ha rimesso la scatola in macchina, si è seduta al volante, ha avviato il motore. Io ero fermo alla porta, a fissarla svanire. Poi è sparita verso casa.
Lì laria profumava di caffè, libri vecchi e di lavanda. Loredona si è tolta le scarpe, è andata in cucina, ha messo lacqua a bollire. Il cellulare ha vibrato: era io. Lho rifiutato, poi è arrivato un messaggio: Scusa, ti ho ferita. Incontriamoci e parliamo. Lho cancellato, ne è arrivato un altro, e un altro. Ho bloccato il numero e spento le notifiche.
Nei giorni seguenti ho chiamato da numeri sconosciuti, ho scritto sui social, ho chiesto ai nostri amici comuni di dire che mi sarei corretto e che ero davvero pentito.
Loredona ha ignorato tutto. Non le importava più del denaro speso per il matrimonio, del ristorante prenotato, degli inviti già inviati. Lunica cosa che contava era non dover più chinare la testa davanti a un ego che si nutriva di prove degradanti.
Il suo abito da sposa era rimasto nel armadio, avvolto in una fodera protettiva. Lha tirato fuori, ha sistemato le maniche di pizzo. La nipote, Carla, le aveva chiesto di aiutarla a scegliere labito per il diploma. Il vestito ora sarebbe stato perfetto per lei, più che per una sposa che non avrebbe più celebrato.
Seduta sul divano, Loredona ha abbracciato le ginocchia, ha osservato il tramonto attraverso la finestra. Il cielo si scuriva, tingendosi degli ultimi raggi del sole. La città ribolliva sotto, indifferente alle nostre drammatiche vicende. Da qualche parte, forse ancora nel suo nuovo appartamento sul Tevere, Davide si chiede perché lei abbia tagliato tutto così bruscamente, senza capire che le prove feriscono e che lamore non si misura con esperimenti.
Il cellulare ha vibrato di nuovo, un numero sconosciuto. Loredona non ha risposto. Ha acceso la musica, si è infilata sotto il plaid e ha chiuso gli occhi. Dentro regnava una quiete leggera, come se avesse deposto un pesante zaino dopo un lungo cammino.
Due giorni dopo, Carla è arrivata, irrompendo nella casa con un urlo di gioia non appena ha visto labito.
Zia Loredona, è davvero mio? stringeva il pizzo al petto, girandosi davanti allo specchio.
Sì, ho annuito, osservando gli occhi della nipote brillare. E tu non ti servirà più?
No, ho altri progetti.
Carla mi ha abbracciato, il suo profumo di shampoo floreale e giovinezza mi ha avvolto. Ho accarezzato la sua schiena. È stato un sollievo sapere che il vestito non si sarebbe perso. È stato un conforto aver fermato il percorso in tempo, senza rimpianti, solo una leggera tristezza per il tempo sprecato e le speranze infrante.
Ma ora è finita. Sono libera, e questa libertà vale più di qualsiasi prova. La lezione che porto con me è semplice: lamore vero non ha bisogno di trappole né esperimenti; si basa sulla fiducia reciproca e sul rispetto, non su chi può superare un test inventato dallorgoglio.







