Non ti darò le chiavi

Non do le chiavi

Capisci che finalmente ce labbiamo fatta? chiesi a Sergio, mentre stavo in mezzo alla stanza vuota, stringendo la chiave fra le dita. Il metallo era freddo e pesante, e la tenevo così forte che i dentini mi avevano lasciato piccoli segni rossi sul palmo.

Certo che capisco, disse lui, abbracciandomi da dietro e appoggiando il mento sulla mia testa. È nostra.

Nostra. Mi sembrava una parola così insolita che la dissi ad alta voce, solo per sentire come suonava tra quelle pareti che odoravano ancora di vernice fresca. Io e Sergio eravamo stati sballottati per cinque anni in appartamenti in affitto. Prima un monolocale minuscolo preso da unamica di Lucia a Quarto Oggiaro, poi due stanze in una casa condivisa vicino a Lambrate, quindi di nuovo un monolocale, questa volta decente, ma con una proprietaria che si presentava senza avvisare per controllare se lavavamo bene le pentole. Cinque anni così. Io avevo quarantadue anni, Sergio quarantasei. Persone adulte che ci avevano messo cinque anni di risparmi, ferie saltate, lavoretti extra e un regalo per lanniversario di mia madre per poter finalmente calpestare un pavimento che fosse nostro.

Lappartamento era piccolo. Due stanze in un palazzone di periferia, a Cologno Monzese, terzo piano, le finestre sul cortile interno. Sergio ripeteva che era la scelta migliore tra tutte quelle viste, e lo pensavo anche io, anche se la prima volta che ero entrata accompagnata dallagente immobiliare avevo provato una certa ansia per langustia dellingresso. Un armadio solo, e anche lì bisognava scegliere quale sacrificare. Poi avevo guardato la cucina. Dava ad est, e al mattino ci entrava il sole. Mi era bastato immaginare un caffè alla finestra, guardando i piccioni che si svegliano. E basta. Scelta fatta.

Ci eravamo trasferiti a metà settembre, con la pittura ancora appena odorosa. Sergio portava scatoloni, io sistemavo i piatti, litigavamo su dove mettere il divano e ridevamo pensando che lo volevamo entrambi vicino alla finestra, ma la finestra era solo una. Alla fine labbiamo piazzato in mezzo, ed è venuto anche meglio. La vicina, signora Antonietta, vedova settantenne, bussò presentandosi con una crostata alle mele. Disse che era contenta di vedere gente normale. In quel momento ho pensato: ecco cosa vuol dire avere qualcosa di proprio.

Ma già quella sera, mentre mangiavamo la crostata direttamente dalla teglia seduti sul parquet perché il tavolo non cera ancora, Sergio si fece improvvisamente serio.

Devo chiamare la mamma mi disse. Ci resterebbe male, se non la invitiamo per linaugurazione.

Appoggiai il pezzo di dolce.

Sergio.

Dai, Lucia… È mia madre.

Lo so, e ti chiedo solo un giorno. Un solo giorno solo per noi due.

Va bene, rispose lui. Solo oggi. Sabato li invitiamo.

Annuii. Un giorno era già qualcosa, per noi.

Per la suocera, Maria Rosaria, potrei parlare per ore e non renderei mai a pieno lidea. Perché il punto non è ciò che fa, ma come lo fa. Non grida mai. Non si arrabbia mai. Entra in una stanza, scrutandola attentamente come se cercasse loggetto fuori posto e, puntualmente, lo trova. Poi te lo fa notare come fosse un favore: Lucia, solo per dirti che questa mensola non è dritta, magari non ci hai fatto caso. Io ci avevo fatto caso. Lavevo messa così apposta, perché il muro era storto e non cera altra soluzione. Spiegarlo a Maria Rosaria sarebbe come spiegare al vento perché soffia da est invece che da ovest.

Settantuno anni, una carriera intera come capo contabile in unazienda alimentare. In casa sua, la parola era legge. Con suo marito, Domenico, tranquillo ed amante della pesca, parlava come con i dipendenti: mai sgarbata, ma definitiva. Lui, ormai, non obiettava più. Sergio, cresciuto in quellambiente, nemmeno.

Lo capii già al terzo mese insieme. La prima volta che andai a casa loro, Maria Rosaria apparecchiò un banchetto elegante e mi chiese che lavoro facessi. Risposi che ero grafica in unagenzia pubblicitaria. Annuii: Eh, sarà un lavoretto tranquillo, no? Non per cattiveria, solo come dato di fatto. Tacqui e mangiai la polpetta. Da allora, ho quasi sempre taciuto e mangiato.

Otto anni così. Da quando ci siamo sposati. Cinque di questi passati col promemoria costante di Maria Rosaria: alla tua età si dovrebbe già avere una casa di proprietà. Non lo diceva apertamente: raccontava della figlia di una vicina che è stata in gamba e si è fatta il mutuo a trentanni, oppure del nipote che ha comprato un bilocale anche guadagnando meno di voi, Lucia, guarda caso. Sapeva sempre tutto.

Ora la casa era nostra e quel sabato invitammo tutti: la sorella di Sergio, Paola, con il marito, la mia amica Chiara, due colleghi di Sergio. E naturalmente Maria Rosaria e Domenico.

Arrivarono per primi. Al suono del campanello sentii qualcosa stringersi dentro di me. Non molto, solo quella solita tensione che si avverte prima di un esame: lo supererai, ma un po di tremarella resta.

Sergio aprì la porta. Maria Rosaria entrò con un barattolo di verdure sottolio e una torta nella scatola. Dietro, Domenico con una bottiglia di spumante e la faccia di chi sa che la serata sarà lunga.

Eccoci qua, disse Maria Rosaria guardandosi intorno.

La pausa fu brevissima, tre secondi, ma ormai sapevo interpretarla. Scrutava lingresso: unico armadio, specchio, mensole per le chiavi. Lattaccapanni, acquistato alla Bottega del Mobile sotto casa.

Ingresso piccolo disse infine. Senza giudicare, solo unosservazione.

Ma accogliente, ribatté Sergio.

Sì, sì, era già andata in soggiorno.

Io la seguivo, guardando il nostro appartamento con i suoi occhi. Il divano lontano dalla finestra. Lo scaffale un po storto, perché i pavimenti dei condomini anni 70 non sono mai diritti. Le tende che avevo scelto a righe beige, sperando che fossero moderne e luminose. E pensai: chissà cosa dirà delle tende.

Chiare, commentò. Si sporcheranno facilmente.

Si lavano, risposi.

Mi guardò senza irritazione, come chi ascolta qualcosa di ovvio ma detto fuori luogo.

Certo che si lavano, Lucia. Te lo dicevo e basta.

Domenico si rifugiò silenzioso in cucina, osservando il cortile. Gliene fui grata.

Dalle sette, la casa si riempì. Chiara portò crisantemi arancioni e li mise in vaso sopra il davanzale: la cucina sembrava in festa. Paola mi abbracciò forte, sussurrandomi: Finalmente casa vostra, Lucia. Sono felice per voi. I colleghi, Mauro e Paolo, si trovarono subito con Domenico a parlare di pesca. Si attardarono tanto che Sergio dovette richiamarli a tavola due volte.

Maria Rosaria si sedette a capotavola, non per scelta altrui. Ha sempre preso il posto che reputava suo. Beveva poco, mangiava con grazia, diceva la sua ogni tanto sui vicini di Cinisello o sui prezzi delle ristrutturazioni, annuendo con laria di chi sa già tutto.

Chiara raccontò un aneddoto divertente sul primo affitto insieme al marito: la caldaia che funzionava solo dopo una sberla. Tutti risero, anche Maria Rosaria. Poi commentò: Questo succede quando si prende il primo che capita. Bisogna saper scegliere.

Chiara smise di ridere. Le riempii il bicchiere.

Dopo il dolce, Paola e il marito si avviarono via: dovevano recuperare i figli dai nonni. Poi toccò a Mauro e Paolo, poi a Chiara che mi abbracciò nel corridoio, sussurrando: Tieni duro con un tono che mi fece capire quanto avesse osservato ogni dettaglio della serata.

Rimanemmo noi quattro. Sergio sparecchiava, io lavavo i piatti. Domenico sonnecchiava con il telecomando in mano. Maria Rosaria venne in cucina.

Ti aiuto disse.

Non serve, faccio io.

Se non vuoi, non insisto. Rimase alla finestra, poi disse: Non male, lappartamento. Un po piccolo, ma ci si può abituare.

Asciugai un piatto.

A me piace, risposi.

Tu riesci sempre ad apprezzare ciò che hai. È una bella dote, Lucia. Con te la vita è semplice per Sergio.

Non capii se fosse un complimento. Può darsi che neanche lei lo sapesse.

Lucia, volevo chiederti una cosa si girò, parlandomi in tono diverso, né più caldo né più freddo, solo affaristico. Mi lascereste un mazzo di chiavi?

Abbassai il piatto.

Prego?

Una copia delle chiavi. Mi piacerebbe poter venire ogni tanto ad aiutarvi. Sergio lavora tanto, anche tu. Potrei passare di giorno, innaffiare le piante, togliere un po di polvere… Per me non è fatica: sono in pensione, ho tempo.

Rimasi in silenzio tre secondi.

Maria Rosaria, la ringrazio, ma non ce nè bisogno.

Come no? si corrucciò leggermente, ma in modo pacato. Non dico che non siete bravi. Dico che posso dare una mano. È diverso.

Ce la caviamo.

Lucia, non essere testarda. È solo una chiave, io non sono una sconosciuta. Sono la madre di Sergio.

Sergio arrivò con lultima pila di piatti. Guardò prima me, poi sua madre. Dovette percepire qualcosa: posò i piatti, restando lì.

Che succede?

Nulla, rispose Maria Rosaria. Vorrei una copia delle chiavi, per essere daiuto. È normale, Sergio. Quando tuo zio Franco prese casa a Porta Romana, zia Carla veniva sempre. Nessuno mai protestava.

Sergio mi guardò.

Lucia?

Era il momento decisivo. Lo sentii nelle viscere, non nella testa. Otto anni passati ad ingoiare parole. Otto anni a pensare lascia perdere, non vale la pena litigare. Pezzetto dopo pezzetto, mi ero assottigliata dentro. Otto anni sono tanti piccoli pezzetti.

No, dissi.

Maria Rosaria alzò le sopracciglia.

No cosa?

Mi asciugai le mani. Lentamente, non per guadagnare tempo, ma per sentire che i miei piedi stavano davvero sul pavimento. Che questa era la nostra cucina.

Non le daremo le chiavi. Questa è la nostra casa, e chiunque viene qui deve avvisarci prima. Vale per tutti, anche per lei.

Lucia, disse come si fa per fermare un bambino. Stai montando una cosa più grossa di quel che è. Io offro aiuto.

Le credo, dissi. Ci credo davvero. Ma le chiavi non gliele daremo.

Sergio, si rivolse a lui. Dille tu qualcosa.

Ricorderò questo momento. Sergio fermo davanti al frigo, lo sguardo prima a sua madre, poi a me. Sembrava ragionare dentro, in lotta. Era abituato a dire sempre sì alla madre, come un riflesso condizionato. Ma sapevo che ricordava anche altro: i cinque anni di risparmi, i viaggi saltati, i lavori extra che facevo nei weekend disegnando loghi per piccoli negozi. E la sensazione della chiave, fredda e pesante, quando firmammo il rogito.

Mamma, disse, Lucia ha ragione. Le chiavi non le daremo.

Il silenzio era così denso che sembrava materiale.

Fai sul serio, disse Maria Rosaria. Affermazione.

Faccio sul serio. Se vuoi venire, avvisa. Saremo sempre felici. Ma entrare senza chiamare, anche con la chiave, non è quello che vogliamo.

Maria Rosaria ci guardò a lungo. Poi me. Resistei a quella occhiata. Non era facile, lo ammetto. Tremavo sotto le costole; speravo solo che non si notasse.

Capito, disse infine. Daccordo allora.

Uscì dalla cucina. Sentii la sua voce svegliare Domenico in salotto, dicendo sottovoce qualcosa. Un attimo dopo erano allingresso. Domenico fissava le scarpe come fossero nuove.

Grazie per la serata, disse lei, educata. Auguri ancora per la casa.

Mamma… iniziò Sergio.

Va tutto bene, Sergio. È tardi. Dobbiamo andare.

Se ne andarono. Chiusi la porta e ci mi appoggiai dietro. Sergio era vicino; nessuno dei due parlava.

Come stai? chiese.

Non lo so, risposi sinceramente. E tu?

Nemmeno io.

Tornammo in cucina. Feci il tè. Sergio si sedette al tavolo, guardando me mentre versavo lacqua. Disse:

Avrei dovuto dirlo prima, non oggi. Prima.

Oggi va già bene. Va benissimo.

Lei ci rimarrà male.

Lo so.

Per molto.

Lo so, Sergio.

Prese la tazza tra le mani. Fuori, il cortile era buio e silenzioso. Lontano, passò un treno.

Sei stata coraggiosa, disse. Sei stata la prima a parlar chiaro.

Non risposi. Rimasi seduta, sentendo il tremore sotto le costole quietarsi, piano piano, senza scomparire del tutto.

I giorni dopo furono strani. Non tristi, ma strani. Maria Rosaria non chiamava. Di solito telefonava a Sergio ogni due-tre giorni, con notizie banali: per sapere come stavamo, per parlare di vicini, per ricordare il compleanno di qualcuno. Ora il telefono taceva. Sergio lo controllava più spesso del solito, per una settimana intera. Lo vedevo prendere il cellulare, guardarlo, rimetterlo giù.

Telefona tu, suggerii un giorno.

No, rispose. Tocca a lei, stavolta.

Era una sua scelta, non dissi altro.

Invece chiamò Paola, tre giorni dopo linaugurazione.

Lucia, la mamma non vi ha chiamati?

No.

Nemmeno a noi. Papà ha scritto che “ci resta male”. Che è successo?

Raccontai tutto, senza tanti dettagli. Paola ascoltò in silenzio.

Capito, disse. Hai fatto bene.

Davvero?

Sul serio, Lucia. Lei fece identico con noi, quando entrammo nella nostra. Io cedetti e diedi le chiavi. Veniva spesso, tre volte a settimana almeno. Paolo stava impazzendo. Poi persi le chiavi, per caso, e non le feci rifare. Si offese per quattro mesi. Poi andò meglio.

Quindi ci resterà male a lungo.

Probabile. Ma poi passa.

La parola poi me la sono tenuta dentro, come una piccola lanterna in fondo a un corridoio.

Intanto la casa prendeva vita. Al mercato comprai un grande cactus in un vaso di terracotta e lo misi sul davanzale in cucina. Accanto gli stava bene una tazza di ceramica coi ricci disegnati, regalo di Chiara, che per cinque anni avevo tenuto in scatola per paura di rovinarla negli appartamenti in affitto. Ora la esponevo senza pensieri, e la cosa mi dava una gioia inattesa.

Finalmente Sergio montò la mensola del bagno a modo suo, con un faretto sopra lo specchio. Da Luce&Colore, il negozietto vicino, prendemmo una piantana color ambra per il soggiorno. La sera, accendendola, la stanza diventava quasi irreale, ma in senso piacevole: morbida, accogliente.

Tre giorni a settimana lavoravo da casa. La casa era tutta mia, allora. Preparavo il caffè, ascoltavo la musica che volevo, senza mai temere una visita improvvisa. Era una sensazione nuova. Solo dopo compresi cosa fosse: sicurezza. Sentirsi sicura in casa propria. Suona ovvio, ma per me non lo era mai stato.

Maria Rosaria restava in silenzio.

Passò una settimana. Poi unaltra. Sergio andò a trovarli da solo la domenica, riferendomelo dopo. Disse che la madre parlava poco, fredda, e Domenico, felice di non parlare del tema casa, raccontava di una nuova tecnica di pesca invernale.

E tua madre? domandai.

Offesa. Ma resiste. La conosci, non piangerà né farà scenate. Tiene il viso duro.

Che faccia fa?

Così rise, mostrando il mento tirato e la bocca con una piega storta.

Scoppiai a ridere, ma smisi subito, sentendomi in colpa.

Sergio, ti pesa?

Sì ammise. Ma non ci torno sopra. Se avessi ceduto sulle chiavi, non mi sarei rispettato.

Lo disse semplicemente, e per questo gli credetti.

Un mese in silenzio. Poi un altro. Maria Rosaria chiamava ogni domenica sera: solo cose pratiche, se stessimo bene, se Domenico doveva vedere un medico. Niente casa, niente chiavi. Sergio rispondeva breve, poi metteva giù come se avesse superato una prova fastidiosa.

Pensavo a mia suocera più spesso di quanto credessi. Non avevo rancore: era una comprensione nuova, adulta, di chi vede una persona non solo nel ruolo che ricopre nella propria vita. Maria Rosaria era sempre stata la capa. In ufficio, a casa. Costruiva, organizzava, decideva. Aveva cresciuto Sergio e Paola quasi da sola: Domenico era una brava persona, ma di carattere debole. Lei aveva conquistato lappartamento a Cinisello quando era impensabile, aveva fatto della cura e del controllo il suo modo damare. Non conosceva altro modo.

Non la giustificavo, ma la capivo. Era differente.

Chiara chiedeva di lei ogni volta che ci vedevamo. Uscivamo ognuna due settimane alla Teiera di Rame, una caffetteria tranquilla, senza musica alta, vicino a Porta Venezia non per amore del posto ma per la quiete. Chiara prendeva sempre cappuccino e cornetto, io americano e, in stagione, qualcosa di zucca. A novembre era zuppa di zucca: faceva freddo e ci stava bene.

È ancora offesa? domandò, stringendo la sua tazza.

Sì.

A lungo.

Paola dice fino a quattro mesi.

E tu, come stai?

Pensai, sinceramente, prima di rispondere.

Mi pesa. Non perché rimpiango ciò che ho detto, ma perché questo silenzio schiaccia. Penso che forse avrei potuto usare parole più tenere.

Con altre parole non avresti espresso il concetto.

Forse sì.

Lucia, non hai fatto nulla di male. Hai solo detto di no.

Lo so. Ma no a volte significa tanto.

Chiara tacque.

Ricordi quando mi raccontavi della vecchia padrona di casa che si presentava senza avvisare?

Certo che sì.

Era la signora Ninetta, piccola, sempre con lo stesso cappotto marrone. Arrivava il mercoledì, talvolta di più. Bussava, entrava, dava unocchiata dappertutto. Diceva che era per un controllo. Una volta ero appena uscita dalla doccia, in accappatoio, e lei mi guardava come se fosse lei davvero la padrona. Ed era vero: io lì ero nessuno.

Mi sentivo male, dissi.

Adesso invece sei a casa tua. Per davvero.

Era vero. Ero davvero a casa.

Dicembre arrivò portando freddo e pomeriggi che si facevano sera troppo in fretta. Io e Sergio addobbammo un piccolo abete vero, preso al mercato vicino alla stazione. Appesimo le decorazioni: quasi tutte sopravvissute ai vari traslochi dentro una scatola col nome Natale scritto col pennarello rosso. Fra tutte, una palla di vetro col Babbo Natale sbeccato, che avevo comprato col mio primo stipendio, ancora prima di conoscere Sergio. Era sempre la prima che appendevo.

A Capodanno non invitammo nessuno. Solo noi due, film classici, mandarini e qualche piatto improvvisato da me. A mezzanotte, cin cin con i bicchieri alla finestra aperta sul gelo. Subito dopo richiudemmo, ridendo dal freddo.

È stato un bellanno, disse Sergio.

Nonostante tutto?

Proprio per quello.

Avevo capito. Lanno era stato bello proprio perché cera stato anche il difficile. Ci eravamo passati insieme e non ci eravamo arresi.

Maria Rosaria mi chiamò lotto gennaio. Non a Sergio, a me.

Vidi il suo nome sullo schermo e restai alcuni secondi a guardarlo. Poi risposi.

Lucia, disse. Usava il mio nome completo solo nei momenti importanti.

Maria Rosaria.

Volevo farvi gli auguri di buon anno. In ritardo.

Grazie, anche a lei.

Pausa.

Come state?

Bene. Ci stiamo ambientando.

Avete messo lalbero?

Sì, vero.

Bravo. I veri fanno più atmosfera.

Un altro silenzio. Ero seduta in cucina, fissando il cactus. Aveva superato dicembre ed era vigoroso.

Lucia, disse, e cera qualcosa di diverso nella voce, non tenerezza, piuttosto uno sforzo, come di chi porta un peso ma non vuole farlo vedere. Vorrei venire, un giorno. Se per voi va bene.

Nessun problema, risposi. Basta chiamare prima e ci mettiamo daccordo.

Sì, certo. Chiamerò.

Bene.

Saluta Sergio.

Lo farò.

Chiuse. Rimasi venti secondi a fissare il telefono. Poi mi alzai, mi versai dellacqua e bevvi piano, tutto il bicchiere.

Lo raccontai a Sergio la sera, quando tornò.

Ha chiamato? chiese sedendosi sul divano, perplesso.

Sì. Vuole venire. Ha detto che avvisa prima.

Tutto qui?

Tutto qui.

Rimase silenzioso.

Ecco.

Ecco.

Sospirò. Non un sospiro di sollievo, né di paura. Un respiro di chi sente la storia cambiare verso.

Sei contenta?

Pensai.

Non so ancora, ammettei. Vedremo quando chiamerà, come si comporterà. Non è la fine di niente, Sergio. È solo il prossimo passo.

Sì, convenne. Il prossimo passo.

Chiamò a fine gennaio. Venerdì sera, quando eravamo in casa.

Sergio, disse al telefono, possiamo venire domenica? Se non vi disturbiamo.

Aspetta, chiedo a Lucia.

Mi guardò. Annuii.

Va bene, mamma. Venite per mezzogiorno.

Bene. Porto una torta di mele, ti piacciono.

Molto.

Domenica arrivarono puntuali. Maria Rosaria col solito cappotto, ma con una sciarpa blu scuro. Domenico con la teglia della torta.

Ci fu un po dimbarazzo in corridoio. Maria Rosaria guardò in giro, mi preparai al commento, ma non disse niente. Si tolse le scarpe ed entrò in soggiorno.

Avete già tolto lalbero, notò, guardando langolo dovera prima.

Eh sì.

Peccato. I veri durano di più.

Bevemmo tè. Domenico raccontava della sua gamba, niente di grave, solo letà. Maria Rosaria mi chiese del lavoro. Le parlai del nuovo progetto: un logo per una piccola panetteria; avevo proposto tre versioni e il cliente aveva scelto quella che mi piaceva meno, ma che poi si era rivelata la più giusta.

Maria Rosaria ascoltava, non annoiata, ma davvero attenta.

Allora cè qualcosa di buono, commentò. Nel tuo lavoro, dico. Se la gente sceglie ciò che gli piace.

Sì, risposi.

Bene così.

Dopo il tè, Domenico chiese di vedere il panorama dalla nostra cucina; su una foto aveva visto un bel cortile. Sergio lo accompagnò, rimasero lì a chiacchierare, forse ancora di pesca.

Io e Maria Rosaria restammo sole in soggiorno. Lei guardava la piantana.

Fa una bella luce calda, disse.

Sì, ci piace.

Tacque un momento, poi:

Lucia, non sarei venuta tutti i giorni, sai.

La guardai. Non guardava me, fissava la lampada.

Forse non tutti, risposi.

Accennò un sorriso: non offesa, piuttosto la reazione di chi si sente letto dentro.

Non chiedo le chiavi, disse. Solo per chiarire.

Lo so.

Bene. Prese la tazza, un sorso. Buon tè. Che miscela?

Prato Montano, marca piccola, lo trovai per caso. Buono, vero?

Segnatemelo, per favore.

Certo.

Fuori era grigio, ma non cupo. La solita luce dinverno, quando il cielo bianco dà lillusione che tutto sia sospeso, come acquerello. Il mio cactus era lì sul davanzale. La tazza coi ricci accanto. Maria Rosaria sul nostro divano, col nostro tè. Non era bello né brutto. Era la vita.

A febbraio richiamò ancora, chiedendo se poteva passare sabato. Accettammo volentieri. Si presentò con una marmellata di prugne fatta da lei, insieme a Domenico, che portava un pesce sottovuoto, risultato di una pesca dellanno prima.

Dopo che se ne andarono, Sergio mi confessò che non si aspettava un simile gesto. Pensava che la madre avrebbe resistito più a lungo, o trovato altre strategie.

Magari lo farà, dissi.

Può darsi, ammise lui. Ma per ora no.

Per ora no.

Lavavamo i piatti insieme, lui li insaponava, io li asciugavo. Fuori, le luci dei lampioni accendevano il cortile. Qualcuno stava portando fuori il cane, un batuffolo chiaro che scavava la neve col muso e starnutiva.

Secondo te, come continuerà? chiese Sergio.

Presi in mano un piatto, bianco con il bordo blu, quello comprato il primo mese qui.

Non lo so, sorrisi. Vedremo.

Fuori, il cane finalmente trovò ciò che cercava, scodinzolò. Il padrone lo accarezzò. Si allontanarono, lasciando le luci dei lampioni a illuminare la neve in silenzio.

Sergio, dissi.

Dimmi?

Niente. Così.

Lui sorrise. Misi il piatto sulla mensola. Sulla nostra mensola. Nella nostra cucina. Nella nostra casa.

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