«Per domani deve sparire! Non so come farai, ma fallo!» esclamò Daria, consapevole della difficile situazione con la nonna

**Diario personale**
«Che domani non sia più qui! Non so come farai, ma non voglio più vederla!» gridò Daria, rendendosi conto della complessità della situazione con la nonna. «Che domani non sia più qui! Non importa come, ma fallo! Portala via in silenzio. È troppo vecchia, ormai.»
«Sei pazzo!» esclamò Daria, sconvolta.
«Fa come credi. Ma liberami lappartamento. Non domani, ma non tardare troppo. Ci sono già acquirenti in attesa. Hai capito?!»
***
«Signora Caterina, non si può fare così. Deve mangiare,» disse linfermiera, ritirando il piatto intatto del pranzo. «Alzati, fai due passi. Ti indebolisci sempre di più. Il dottore ha sbagliato a assecondarti. Devi mangiare in sala con gli altri. Lì lappetito torna.»
«Che domani non sia più qui!» risuonavano ancora quelle parole nella mente di Daria.
La nonna taceva. Giaceva voltata verso il muro. Da tre giorni rifiutava di alzarsi. Non andava in sala per i pasti, beveva solo un po di latte la sera. Il medico aveva ordinato di portarle il cibo in camera e lasciarglielo lì.
Avevano provato a parlare con Caterina, a convincerla, ma lei rimaneva in silenzio. Solo le lacrime negli occhi tradivano il suo dolore.
«Buongiorno! Chi abita qui? Come nella favola Chi vive nella casetta?» entrò sorridendo Elena, la volontaria. Aveva una settimana di servizio in quella casa di riposo e aveva deciso di conoscere tutti gli ospiti. Quella camera era lultima del corridoio, in fondo alledificio. Forse erano gli alberi fuori dalla finestra, così fitti da bloccare il sole, a creare quellatmosfera opprimente. O forse era solo la tristezza di quel luogo a pesare così tanto.
Caterina non si voltò. Lanziana accanto, seduta sullaltro letto, osservava Elena con curiosità. Sul tavolino aveva un succo aperto e della frutta: qualcuno laveva appena visitata.
Elena chiuse piano la porta e uscì. Chiese allinfermiera, che innaffiava i gerani sul davanzale, informazioni su quella donna silenziosa.
«Non ha nessuno?»
«Be, una nipote cè, Daria. È stata lei a portarla qui. Ma non si è più fatta vedere. In tutti questi anni, mai una visita. Altri almeno ricevono qualcuno ma qui è pieno di storie così.»
Elena lavorava lì da tre giorni. Cera sempre tanto da fare. Lassociazione di volontariato che la mandava si occupava di diversi posti simili.
Aveva già fatto amicizia con alcuni ospiti. Un anziano allegro le aveva persino insegnato a giocare a scacchi. La scacchiera era nel salone, circondata da poltrone logore, che scricchiolavano come le ossa di chi le abitava.
Ora era quasi finita la settimana, e quella donna in fondo al corridoio era ancora chiusa nel suo dolore. Per fortuna, una psicologa dellassociazione era riuscita a farla mangiare
«Ecco, questo è per lei!» Elena porse un sacchetto a Caterina.
«Per me?» la nonna si sollevò, stupita. «Chi lha portato?»
«Una signora» Elena esitò. «Prendilo!»
«Era bionda? Con una giacca rossa?» chiese Caterina, scrutandola negli occhi.
«Sì! Proprio! Bionda, con la giacca rossa. Non è potuta entrare perché era lora del pranzo. Ha lasciato il pacco alla reception.»
In realtà, era Elena ad aver comprato tutto. Le faceva troppo pena.
Per tutto il giorno, Caterina sorrise. Sembrava irradiare luce. Nel sacchetto cerano una vestaglia calda, un foulard e dei dolcetti. Mostrava tutto alle altre, felice che qualcuno si fosse ricordato di lei. Quella sera, per la prima volta, si addormentò sorridendo.
***
«Daria. Si chiama Daria, una ragazza giovane,» chiese Elena davanti a un vecchio palazzo. Accanto a lei, unanziana teneva in braccio un cagnolino.
«Daria? La conosco bene. Adesso vive come un barbone, alla stazione. È irriconoscibile. Prima era una bella ragazza, si vedeva con quel suo tipo ma lui lha ingannata. Lha lasciata senza niente.»
Elena si era affezionata a Caterina. Finito il servizio, aveva deciso di indagare. Trovata lindirizzo, aveva chiesto in giro. Quella vicina, Anna Maria, era stata utile.
«Viveva qui con un certo Luca. Affittavano al secondo piano. Litigavano sempre, di notte dist

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«Per domani deve sparire! Non so come farai, ma fallo!» esclamò Daria, consapevole della difficile situazione con la nonna
Ho 30 anni e pochi mesi fa ho chiuso una relazione durata otto anni. Niente tradimenti, niente urla, niente scenate. Un giorno, però, seduta di fronte a lui, ho realizzato una verità dolorosa: nella sua vita ero la donna “in attesa”. E la cosa più triste è che probabilmente lui nemmeno se ne rendeva conto. Per tutto quel tempo siamo stati fidanzati, ma mai una vera convivenza. Io vivevo dai miei, lui dai suoi. Ho una professione e lavoro in azienda, lui ha un ristorante tutto suo. Eravamo entrambi indipendenti – ognuno con i propri impegni, orari e soldi. Nessun motivo economico per non costruire qualcosa di più. Ma la decisione veniva sempre rimandata. Per anni gli ho proposto di andare a vivere insieme. Mai parlato di nozze in grande o piani complicati. Gli ho sempre detto che il matrimonio non è obbligatorio, che una firma non definisce quello che siamo. Gli ho spiegato che la nostra relazione è solida e che potremmo condividere uno spazio, la quotidianità, una vera vita insieme. E lui trovava sempre una scusa: che più avanti, che non è il momento, che il ristorante, che è meglio aspettare. Col tempo la nostra storia è diventata una perfetta routine: ci vedevamo in certi giorni, parlavamo a certe ore, andavamo sempre negli stessi posti. Conoscevo casa sua, la sua famiglia, i suoi problemi. E lui conosceva i miei. Ma tutto avveniva nel sicuro, nel comodo – senza rischi, senza cambiamenti reali. Eravamo una coppia stabile, ma bloccata. Un giorno ho avuto una consapevolezza che mi ha fatto male: io crescevo, ma la relazione no. Ho iniziato a pensare al tempo che passava. Che se continuavamo così, a quarant’anni sarei stata ancora la “fidanzata storica”. Senza una casa insieme, senza progetti veri, se non quello di vederci e farci compagnia ogni tanto. Non perché lui fosse una brutta persona, ma semplicemente perché non voleva quello che volevo io. La decisione di chiudere non è stata impulsiva, ci ho pensato per mesi. Quando finalmente gliel’ho detto, nessuna lite. Solo silenzio. Lui proprio non capiva. Diceva che stavamo bene, che non mancava niente. In quel momento ho avuto la conferma: per lui era sufficiente. Per me, ormai, non più. Poi è arrivato il dolore. Perché anche se sono stata io ad andarmene, restavano le abitudini. I messaggi, le telefonate, il “tempo condiviso”. Mi accorgevo che mi mancavano cose che non erano amore, ma routine. La sicurezza del conosciuto. Quello che non mi aspettavo era la reazione degli altri. Pensavo che mi avrebbero criticata, detto che esageravo, che otto anni non si buttano via così. Invece ho sentito tutt’altro. Mi hanno detto che era ora, che una donna come me non deve restare ferma, che avevo aspettato fin troppo. Ancora oggi sto attraversando questa fase. Non cerco nessuno. Non ho fretta.