Ho detto no alla mia famiglia

Ho deciso. Intesto lappartamento a Matteo. Non ti dispiace, vero, figlia mia?

Donatella posò il cucchiaino. Il metallo colpì piano la tazzina.

A Matteo? Ma ha tre anni.

Così crescerà già sistemato. Io mi trasferisco da te. Ormai vivi da sola, lo spazio cè.

Giovanna Bertolini stava nellingresso, il cappotto ancora addosso. In mano la borsa, da cui spuntava una scartoffia. Lodore del suo profumo, Notte dargento, laccompagnava da ventanni ogni volta che andava a fare la spesa in Corso Garibaldi. Sempre quel profumo, che nella testa di Donatella portava presagiuna specie di ansia da temporale estivo. Dolce e pesante, invadeva i quaranta metri quadri del suo bilocale di Via delle Camelie.

Donatella si alzò senza una parola e andò in cucina. Mise su lacqua per il tè. Le mani, con labilità della routine, impilarono tazze, tirarono fuori i cucchiaini, la zuccheriera. Ma dentro la testa rimbombava solo una parola: intestare.

Vuoi il tè? chiese con voce piatta.

Sì, grazie, tesoro. La madre entrò finalmente in soggiorno, si tolse il cappotto, lo abbandonò sulla sedia. Si sedette sul divano, locchio che scorreva subito critico su ogni oggetto. Qui fa freschino, eh. I termosifoni non lavorano?

Funzionano.

A me sembra freddo. Da noi in Via Verdi si sta bene. Gabriele chiama subito lamministratore, appena si raffredda una valvola.

Donatella piazzò la tazza davanti a sua madre e si sedette. La osservava: le solite rughe ai lati degli occhi, la bocca piegata in una linea sottile. Sessantotto anni portati bene. I capelli bianchi, freschi di parrucchiere. Maglioncino azzurro, quello nuovo che Gabriele aveva vantato su WhatsApp: Ho fatto un regalo alla mamma, era contentissima.

Il notaio ci aspetta domani, proseguì Giovanna, mescolando lo zucchero. Alle dieci. Gabriele ha già raccolto i documenti, ha sistemato tutto. Un genio, il mio ragazzo.

Ma la mia parte lhai chiesta?

La madre sollevò gli occhi, sorpresa.

Quale parte? Sei mia figlia, mica una conoscente. È sempre famiglia: lappartamento resta a noi, solo intestato a mio nipote. Matteo crescerà, ne avrà bisogno.

Metà di questa casa è mia, mamma. Sui documenti. Metà.

E allora? Giovanna sorseggiò, fece una smorfia. Uff, brucia. Tanto non ci abiti. A Gabriele, Claudia e il bambino serve spazio. Io vengo da te, che sarà mai?

Donatella pose lo sguardo su una vecchia foto in cornice, rimasta dagli anni 90: la famiglia. Papà, mamma, lei e Gabriele. Avrà avuto undici anni, il fratello otto. Lei ai margini della foto, quasi tagliata fuori. Gabriele in centro, ben saldo nelle braccia della madre, anche se ormai era grande. Sorrideva beato. Il padre guardava altrove. Donatella, invece, in disparte, le braccia dritte, il viso serio.

Non me lhai nemmeno chiesto, ripeté piano.

E dovrei chiedere a te? sbottò la madre, appoggiando rumorosamente la tazza. Sono tua madre, so cosa è meglio.

Tu hai sempre saputo cosa è meglio.

Appunto! Giovanna annuì, soddisfatta daver rimesso la figlia al suo posto. Gabriele era felice. Mamma, quanto sei saggia. Non tutte le madri si farebbero in quattro così.

Donatella tornò in cucina, rovesciò il tè nel lavandino. Guardò fuori dalla finestra: novembre ingrigiva i palazzi, i lampioni già accesi illuminavano mucchi di foglie zucche appiccicate al marciapiede. Il netturbino in gilet arancione trascinava le foglie con una lentezza perfetta per meditare sul karma.

Ci penserò, disse lei, senza voltarsi.

Non cè nulla da pensare, domani alle dieci. Prendi appunti: Studio notarile Fumagalli, Via della Libertà.

Ho detto che ci penso.

Silenzio. Donatella sentì la madre raccogliere la borsa, infilarsi il cappotto, avviarsi verso la porta dentrata.

Mi fai soffrire, Donata. Sei sempre stata testarda. Non come Gabriele.

La porta si richiuse. Donatella restò lì, a fissare la finestra, finché non sentì il ronzio dellascensore. Poi si coricò sul divano, con il cappotto ancora addosso. Guardava il soffitto, una crepa serpeggiava verso il lampadario. Ogni sera, invece di contare pecore, contava le biforcazioni di quella crepa.

Arrivò un messaggio. Marina.

Come va? Vieni al Caffè Relax, ho fatto i biscotti davena, sono ancora caldi!

Donatella fissò lo schermo. Digitò: Grazie. Passo domani.

Posò il telefono sul petto. Chiuse gli occhi.

Ricordi. Aveva otto anni. Compleanno di Gabriele. Tavola imbandita, gli ospiti già spariti. Un unico pezzo di torta gigante, con la rosa di crema. Lei lo guardava, leccandosi le labbra. La madre porge il pezzo a Gabriele.

A te, amore. Sei il festeggiato.

E Donata? chiede Gabriele, la bocca piena.

Donata è grande. Condividerà unaltra volta, vero, piccola?

Donatella annuì. Uscì dalla cucina, si chiuse in stanza, si sdraiò fissa sul soffitto. Il papà entrò dopo un po, si sedette accanto.

Non ci restare male, disse sottovoce. La mamma vuole molto bene a Gabriele. È il piccolo.

Non sono offesa, rispose lei.

Il padre sospirò e se ne andò. Lei rimase a contare le piegheche allora non cerano nemmeno.

La mattina dopo Donatella si alzò presto con mal di testa. Doccia, vestiti, era lalba. Doveva uscire alle sette e mezza, venti minuti a piedi fino alla Termoidraulica Rossi. In autunno camminare le piaceva: aria frizzante, foglie scricchiolanti, la gente chiusa nelle sciarpe che non ti notaperfetto per pensare e basta.

In ufficio odore di caffè e carta stampata. La senior contabile, Nives, era già a lavoro.

Buongiorno Donatina. Stai pallida stamattina.

Tutto bene, solo ho dormito poco.

Devi prendere le pasticche di vitamine. Io MultiPlus, ogni giorno. Miracoloso.

Donatella annuì, accese il computer. Aprì i fogli di calcolo, iniziò a inserire numeri. Righe, colonne e virgolela routine che lenisce, non devi pensare a niente.

A pranzo non andò in mensa. Si infilò il giaccone e uscì a camminare. Passò due isolati, entrò nel parchetto cittadino. Un tempo funzionava persino la fontanaadesso restava solo una vasca di cemento con le foglie morte per tappeto. Le panchine deserte. Donatella si sedette, sandwich alla mortadella in mano, senza toccarlo, guardando il vento che faceva tremare i rami.

Telefonata. Gabriele.

Non rispose. Lo mise via. Messaggino dopo 30 secondi: Donata, che hai? Mamma è triste. Richiamala.

Donatella cancellò il messaggio, morse un pezzo di sandwich. Pane duro, mortadella anonima. Masticava lentissimo. Le venne in mente quando a dodici anni la mamma la spedì sotto la pioggia per comprare il pane mentre Gabriele aveva febbre. Lei tornò fradicia, pane al sicuro sotto il giubbotto. Diede il sacchetto alla mamma, che annuì senza nemmeno guardarla, impegnata con il termometro del figlio.

Donata, vai a cambiarti. Zitta, che Gabriele dorme.

Nessuna zuppa calda, si arrangiò col pane vecchio e marmellata. Quando la febbre prese pure lei, la mamma la liquidò con Trentasette e cinque? Passerà col tè e un po di miele.

A scuola ci andò comunque. Al ritorno, la madre stava già cucinando il brodo per Gabriele. A lei, pane con burro.

Donatella tornò che la pausa pranzo era finita. Nives la fissò preoccupata.

Sicura di stare bene?

Sì sì.

La sera, tornando a casa, squillò di nuovo il cellulare. Stavolta rispose.

Donata, allora? La mamma mi ha detto che non vuoi firmare.

Non ho detto no, ho detto che ci penso.

Non è che cè tanto da pensare. Lappartamento non ci interessa più di tanto, ma a Matteo servirà. È pur sempre tuo nipote.

Anche mio.

Appunto, quindi firmerai. Il notaio ci aspetta.

Donatella stava zitta, ascoltando il respiro scocciato del fratello.

Mi hai sentita?

Sì.

Allora cosa fai?

Domani non vengo.

Cosa?!

Non vengo dal notaio.

Ma sei seria?! La mamma lha preparato tutta la settimana! Documenti, appuntamento e tu…

Gabriele, è anche metà mio. È la legge. Non ho mai dato il consenso.

Consenso? Sei mia sorella! Dimenticato cosè la famiglia?!

La voce si fece urlo. Donatella allontanò il telefono: egoista, senza cuore, sei sempre stata così.

Calmati, Gabriele.

Non mi calmo! Sempre invidiosa! Sempre! La mamma ha sempre amato più me!

Donatella lasciò il telefono sul tavolo. Si sentiva ancora urlare da lontano. Andò in cucina a bere, le mani tremavano.

Tornata nella sua stanza, il telefono finalmente muto. Un ultimo messaggio: Ne riparliamo quando ti sarai calmata. Ma domani presentati comunque.

Donatella andò sul divano senza nemmeno togliersi le scarpe. Si arrotolò nella coperta. Pioveva. Scese il sonno, ma i pensieri giravano vorticosi, come una vecchia pellicola.

Aveva sedici anni quando il postino portò la lettera di ammissione alluniversità a Firenze. Aveva vinto la borsa di studio, cera pure il posto in studentato. Donatella saltava per casa, corse a dirlo alla madre mentre mescolava la zuppa.

Dimmi.

Giovanna lesse muovendo le labbra. Poi restituì la lettera.

No.

Cosa?

Non vai da nessuna parte. Chi resta con me e Gabriele? Tuo padre sta fuori tutto il giorno, Gabriele tra poco ha gli esami, ha bisogno daiuto. Se tu vai via, io resto sola.

Mamma, ma è Firenze! Il mio sogno!

I sogni. Sei una ragazza. Si sta bene anche qui. Ti trovi un lavoro, magari esce pure qualche fidanzato. Che te ne fai di Firenze?

Ma mamma…

Ho detto no. E non dirlo a papà; lo conosco, mi darebbe ragione.

Donatella restò con la lettera in mano, zitta in cucina. Poi la bruciò nel lavandino, guardando la carta diventare nera e scomparire nello scarico.

La sera dopo la madre disse al padre:

Donata resta qui. Si iscrive allistituto tecnico. Contabilità. Giusto, a una ragazza va bene anche così.

Il padre guardò Donatella. Lei annuì. Non aggiunse altro.

Quella notte Donatella si alzò a bere. Si scontrò nel buio collo sgabello, si fece male. La madre le disse Metti lacqua ossigenata.

Passarono giorni, settimane. Al lavoro, giorno dopo giorno, uguale. A pranzo ancora in quel parchetto. Guardava le foto della famiglia sul telefono sempre Gabriele al centro, col padre a pescare, col grembiulino il primo settembre. Lei in un angolo o dietro la macchina fotografica.

Chiamò la madre, ma non rispose. Messaggio: Tesoro, il notaio ci ha aspettato. Gabriele è deluso. Abbiamo rimandato a dopodomani. Vieni?

Donatella cancellò il messaggio e tornò al lavoro.

Quella sera, tornando a casa, sentì le voci sulle scale. Cerano Gabriele e Claudia. Lui con la faccia accaldata, lei timida in seconda fila.

Finalmente, sospirò Gabriele Aspettiamo qui da unora.

Per?

Dobbiamo parlare. Facci entrare?

Donatella senza una parola aprì la porta.

Tè? chiese.

Lascia stare. Andiamo al sodo. Siediti.

Lei si accomodò su una sedia, Claudia si mise in disparte.

Donata, ma perché devi sempre complicare le cose? La mamma ha bisogno di tranquillità. Tu la puoi ospitare, che problema cè? Lappartamento è grande.

Non ho mai detto che sarebbe un problema.

Allora basta. Firmi la rinuncia, intestiamo tutto a Matteo e stiamo tutti sereni.

Metà casa è mia, Gabriele.

Ma che te ne fai? Non ci vivi neppure!

Ma la pago da quindici anni.

Gabriele si zittì. Claudia abbassò lo sguardo.

E allora? Hai più soldi di noi, vivi da sola. Noi abbiamo un bambino.

Quindi vuoi intestare la casa solo per quello?

Che cè di male? Il nipote! La nonna pensa al nipote!

Ma la sua metà può farne quel che vuole. La mia la chiedete a me.

Sei incredibile! Sempre tirchia! Invidiosa! Pure la mamma diceva che eri fredda e nessuno ti avrebbe voluta!

Silenzio di tomba. Claudia si raggomitolò ancora di più.

Adesso uscite, disse Donatella.

Cosa?

Usci. Subito.

Mi cacci? Tuo fratello?!

Ora.

Gabriele spalancò la bocca, guardò la moglie. Claudia si alzò in silenzio, prese il giubbotto.

Andiamo, sussurrò a Gabriele.

Ma che vadano tutti al diavolo! urlò lui andando via. Vedrai che la mamma capirà chi sei!

Donatella rimase seduta sulla sedia. Poi si alzò, bevve un bicchier dacqua. Dentro sentiva una gran pace. Ma era solo assenza.

Si ricordò quando Gabriele portò a casa la prima moglie, Annamaria, una tipa colorata e rumorosa: Vivete con noi! diceva la mamma Senza famiglia Gabriele non ce la fa. Lei in camera piccola, Donatella sulla branda pieghevole in salotto.

Solo per un po, diceva la mamma. Tre mesi dopo Donatella prese una stanza in affitto in periferia, ma continuava a pagare la bolletta dellappartamento di famiglia. Quando Annamaria se ne andò, Gabriele frignava a telefono: Donata, vieni, sto male! Lei andava, la mamma gli regalava carezze e zucchero nel tè.

Due anni dopo arrivò Claudia, silenziosa come unombra. Perfetta per la famiglia, secondo la mamma. Claudia diede alla luce Matteo e sparì anche lei nella routine.

Donatella vedeva tutti solo a Natale. Portava panettoni, ascoltava i successi del figlio della mamma, i vanti sulle nuove imprese di Gabriele. Poi, a casa, tornava alla sua vera vita: lappartamento silenzioso di Via delle Camelie, il lavoro in Termoidraulica e i caffè sporadici con Marina.

Andò a letto tardi quella sera, i pensieri sulle parole di Gabriele: Fredda, invidiosa, senza cuore. Forse era vero che lo invidiava. Ma cosa? Lessere stato sempre perdonato, sempre il cocco.

Il mattino dopo, un suono al citofono. Ancora la madre, una busta da cui si sprigionava il profumo della torta di mele fresca.

Buongiorno, tesoro. Ho fatto la tua torta preferita.

Entrò in cucina, mise la torta sul tavolo e la tagliò. Crosta dorata, mele che colano dal bordo.

Gabriele ha chiesto la torta, ma ne ho portata anche a te. Siediti, mangiamo.

Donatella mangiò. Il sapore era quello di quando era piccola dolce, ma sempre una fetta avanzata, quella del giorno dopo.

È buona? chiese la madre.

Buona.

Allora, Donata. Cosa gli hai detto ieri a tuo fratello? Era agitato. Claudia dice che lhai mandato via.

Lho invitato a uscire.

Perché?

Era scortese.

Ma Gabriele è buono! Solo un po nervoso… capisci che la casa serve a Matteo?

Certo.

Allora firmi?

Donatella posò la tazza. Guardò la madre, il suo viso soddisfatto, sicuro che avrebbe detto sì.

No, mamma.

Come no?

Non firmo.

La madre gelò.

Stai scherzando?

No.

Ma… Perché? Sei mia figlia! E io vecchia! Dove vado io?

Non sei vecchia, mamma. Hai sessantotto anni. Hai la pensione e uno spirito di ferro. Puoi vivere da sola.

Sola?! Con Gabriele, Claudia e il bambino?

È la tua scelta, mamma. Non la mia.

Ma siamo famiglia! Siamo una famiglia, Donata!

Una famiglia dove lamore, lattenzione e pure lappartamento finiscono sempre tutti a lui.

La madre rimase a bocca aperta. La tazza versò un po di tè sulla tovaglia.

Mi abbandoni?

Non ti abbandono. Solo che non decidi tu della mia metà della casa.

Questa non è una proprietà! È la casa di famiglia!

In cui non mi sono mai sentita davvero a casa, mamma.

Non dire assurdità!

Dimmi quante volte mi hai detto che mi volevi bene?

Silenzio.

Mai, rispose Donatella. Mai in quarantatré anni. A Gabriele tutti i giorni. Ti ho sentita io.

Ma lo sai benissimo che ti voglio bene!

No, mamma.

La madre si alzò di scatto, la faccia contratto, la bocca stretta e bianca.

Sei uningrata! Ti ho cresciuta, vestita, nutrita. E tu…

Hai cresciuto Gabriele, mamma. Me hai solo sopportato.

Come osi?

Perché è la verità.

La madre prese la borsa, lasciò la torta, uscì. Donatella rimase sola. Guardava la crosta rimasta sulla tovaglia, la chiazza di tè. Si mise a pulire, lavò i piatti finché lacqua si fece fredda. Poi sul divano, a fissare il solito cielo.

Il cellulare restò silenzioso. Nessuna chiamata. Solo un messaggio la sera: Come va? Vieni in Relax, facciamo due chiacchiere. Vengo domani, rispose.

Si ricordò di quando, venticinque anni, portò a casa un ragazzo conosciuto in ufficio, Marco. Cinema, caffè, una sera lo invitò a cena. La madre servì la pasta saltando ogni attenzione, solo domande a Gabriele, blindata nel suo regno. Marco fu gentile due mesi, poi sparì anche lui. Sembri sempre distante, le dicevano tutti.

Lindomani Donatella andò in negozio da Marina.

Donata! Pensavo ti fossi ammalata.

Solo tanti casini.

Sempre tua madre?

Eh già.

Brutta storia, sospirò Marina, col tono di chi ne sa qualcosa. Ma scusa, ma che le devi esattamente? Te lha messo lei quel senso di colpa: un classico. Così ti sente sempre in debito.

È mia madre.

E quindi? Avere figli non è una concessione divina! Amare e rispettare è diverso. Ti ha mai rispettata?

Donatella scosse la testa.

E allora? Coshai da farti perdonare?

Non lo so… Ma mi sento sempre così.

La colpa non spetta a te. Prendi fiato e dì no, almeno una volta.

Lho appena fatto.

Marina labbracciò.

Brava. Finalmente una volta che fai la cosa giusta.

Donatella uscì a camminare. A casa, il tè avanzato, la torta. La sera telefonò Gabriele, stranamente gentile.

Dai, Donata, mettiamo una pietra sopra. Sei adulta, sono adulto. Anche mamma lo ha presa male, va be, niente rinuncia. Facciamo la donazione, anticipiamo uneredità a Matteofirmi i fogli e via. Tanto vuoi bene al nipote, no?

Gabriele, non firmo niente.

Silenzio. Poi la voce cambiò di colpo.

Cosa?

Niente. Non do il consenso.

Stai togliendo una casa a un bambino!

Non la tolgo a nessuno, ci vivete già.

Ma non è intestata a noi!

È mia e di mamma.

E allora? Siamo famiglia!

Una famiglia dove uno è sempre il re, Gabriele. Io sono stufa.

Sei stufa tu? Io lavoro e mantengo la famiglia!

Tu vivi dalla mamma, lei mantiene te.

Ma vattene! e chiuse il telefono.

Donatella respirò. Andò in bagno a lavarsi la faccia. Ogni volta che si guardava allo specchio, ci vedeva una donna stanca, capelli spettinati.

Le notti senza sonno, i pensieri che la portavano sempre lì, allangolo di ogni foto di famiglia.

Il giorno dopo, in ufficio, la solita routine. Pranzo ancora sulla stessa panchina.

Da un numero sconosciuto: Sono Claudia. Possiamo parlare?

Perché no, pensò Donatella. Passa stasera alle sette. Da sola.

Claudia arrivò puntuale, pallida, con la coda bassa, senza bambino.

Posso sedermi? domandò.

Siediti. Un tè?

Sì, grazie.

Donatella bollì lacqua, aspettò. Claudia stringeva la tazza tra le mani.

Gabriele insiste perché vostra madre firmi. Dice che deve intestare tutto a Matteo. Ma adesso vostra madre tentenna. Gabriele urla sempre di più. Dice che la butterà fuori.

Aveva gli occhi rossi.

Ho paura, Donata. Anche per Matteo. Non dorme più tranquillo. Io… io mi sento uno zero.

Perché non lavori?

Non vuole. Dice che la moglie devessere a casa, come sua madre.

Tua suocera ha lavorato fino alla pensione.

Claudia sollevò la testa: Davvero?

Davvero.

Claudia riprese:

Donata, firmi?

No.

Perché?

Donatella ci pensò su. Difficile spiegare. Questione di rispetto verso se stessa.

Perché posso dire di no. E lo faccio.

Claudia annuì. Capisco. Io non ci riesco. Mi sento… debole.

Non sei debole. Sei spaventata, che è diverso.

Claudia la guardò come se nessuno glielavesse mai detto.

Ma io… lo amo.

Lamore non è paura. Se temi qualcuno, non lo ami.

Claudia annuì e si alzò. Devo andare. Se scopre che sono qui, si arrabbia.

Se serve, chiamami.

Quella notte Donatella, di nuovo, non dormì. Messaggio della madre: Vieni. Gabriele mi urla. Vieni.

Rispose: Mamma, non posso risolverti i problemi con Gabriele. Parla con lui.

Risposta: Senza cuore. Sono tua madre. Spense il telefono, lo mise via.

Per diversi giorni, nessuna notizia. Fino a una mattina di pioggia: la madre bussò, fradicia, coi documenti in mano.

Posso restare? Almeno finché non trovo una stanza.

Donatella la fece accomodare.

Sì. Ma solo per un po.

La madre tirò il fiato.

Grazie, tesoro.

E poi, con voce rotta:

Non firmo più. Ieri Gabriele mi ha spinto. Mi ha dato della vecchia rimbambita. Che sono solo un peso. Che devo andarmene.

Donatella la ascoltava, finalmente senza rabbia.

Tu avevi ragione. Ho cresciuto lui. Sopportato te. Grazie per aver saputo dire no. Io non ci sono mai riuscita.

Per la prima volta da una vita, Donatella vide solo una madre sconfitta. Non un nemico.

Ora basta, mamma. Se vuoi, resta qui. Ma ognuna con la sua vita. Niente chiacchiere su Gabriele.

Daccordo.

Così visseroognuna in una stanza, la sera in silenzio.

La madre piangeva sottovoce di notte, Donatella ascoltava. Ma non cerano più parole inutili.

Un giorno la madre disse che aveva trovato una stanza in affitto, lavrebbe presa a breve.

Non mi odi, vero?

No. Non odio nessuno. Sono solo tanto stanca.

Lultima notte arrivò Gabriele, barcollante.

Dovè la mamma? chiese mezzo ubriaco.

Dorme.

Svegliala. Devo parlarle.

Gabriele, vai via. O chiamo i carabinieri.

Tua sorella che chiama i carabinieri al fratello! Sei fuori.

Fuori di qui, adesso.

Stava per tirarle uno schiaffo, ma si fermò. La madre uscì dalla stanza e guardò Gabriele. Era diventata vecchia in una notte.

Mamma, torniamo a casa.

No, Gabriele. Stavolta no. Non torno.

Il figlio urlò, la madre non vacillò. Donatella si piazzò davanti a lui. Gabriele ci sputò quasi sui piedi e se ne andò.

Per la prima volta, Donatella strinse le spalle della madre, come avesse dieci anni.

Scusami.

Non cè bisogno.

La mattina dopo la madre se ne andò, con la borsa e il solito profumo. Si salutarono sulla porta con una gentilezza nuova, un po improvvisata.

Sei forte, mamma, disse piano Donatella.

Anche tu.

Mi chiamerai?

Sì.

Quando?

Quando sarà il momento.

Chiuse la porta. E finalmente, nella casa vuota, nel silenzio vero, Donatella capì che dire no può essere molto più difficile che dire sì. Ma dopo, respiri meglio.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

six + seventeen =

Ho detto no alla mia famiglia
Come mia suocera è rimasta senza appartamento