Quindici anni di silenzio

Quindici anni di silenzio

Hai comprato di nuovo quella roba?

Giuliana Petrini posò la busta della spesa sul tavolo della cucina senza voltarsi. Conosceva bene la scena che aveva alle spalle: Vittorio era seduto vicino alla finestra, il giornale tra le mani che non leggeva, lo sguardo fisso su di lei sopra gli occhiali. Sempre sopra, mai attraverso. Come se lei fosse una ragazzina beccata a copiare.

È ricotta, Vittorio.

Lo vedo che è ricotta. Chiedo perché hai preso quella nella confezione blu. È troppo magra, sa di acido.

Non è acida, è solo meno grassa di quella che piace a te.

Quindi hai preso quella che vuoi tu, non quella che piace a me.

Giuliana iniziò a sistemare la spesa. Le mele nella ciotola, il pane nel cassetto, il latte in frigo. Ogni gesto, una consuetudine forgiata nei trentotto anni di convivenza: le mani agivano da sole, tutto aveva già trovato il proprio posto da anni.

Ho preso entrambi i tipi disse. Guarda nella busta.

Vittorio non guardò. Ricominciò a fissare il giornale.

Allora la prossima volta avvertimi che prendi due tipi. Così non mi preoccupo.

Giuliana avrebbe voluto chiedere: di cosa ti preoccupi? Ma non lo fece. Era una di quelle domande che si possono fare solo nella testa; dette ad alta voce si trasformano in una lite, la lite in giorni di silenzio, e i giorni di silenzio a sessantadue anni pesano più che a trenta.

Lei aveva sessantadue anni. Vittorio sessantacinque. Vivevano a Firenze, in un appartamento di tre stanze al quarto piano senza ascensore, e già da un decennio Giuliana contava i gradini solo quando scendeva, mai quando saliva. Scendere era un sollievo.

Quella sera la figlia Martina chiamò, come se avesse capito che qualcosa non andava. Martina viveva a Milano, lavorava per una società di spedizioni, era sposata con Sergio, aveva un figlio di sette anni, Andrea, e la dolce abitudine di chiamare la madre ogni martedì verso le otto.

Come va da voi?

Tutto bene, Martinella. Papà legge il giornale, io ho dato una sistemata, tutto tranquillo.

Mamma, dici sempre tutto tranquillo. Ed è proprio questo che fa preoccupare.

Che assurdità.

Non è assurdità, è una constatazione. Di solito la gente dice benissimo, oppure sono stanca, o abbiamo discusso per una sciocchezza. Ma tu sempre tranquillo.

Giuliana si accomodò sulla poltrona vicino allingresso lì la TV di Vittorio arrivava solo come rumore di fondo.

Abbiamo discusso per la ricotta confessò, quasi ridendo.

Per la ricotta?

Ho preso la confezione blu. Lui dice che è troppo acida.

Dallaltro lato della linea il silenzio. Giuliana immaginava Martina nella cucina milanese, quella un po disordinata e calda, con i disegni di Andrea sul frigorifero. Sicuramente pensava a qualcosa che mai avrebbe detto dar voce.

Mamma, non è per via della ricotta.

Martina

Ascolta, te lo volevo dire da tre anni e non trovo mai il momento. Papà ti logora. Lo vedo ogni volta che vengo, sembri quasi avere paura di fare uno sbaglio.

Esageri.

Non esagero. In gennaio hai rotto una tazzina e ti sono tremate le mani per il panico. Io avrei riso, o forse avrei detto una parolaccia. Tu invece sei rimasta immobile, senza fiato, a guardare papà.

Lungo silenzio.

Era una tazzina vecchia, sai? Mi è dispiaciuto.

Mamma

È tardi, Martinella. Andrea non si è ancora addormentato?

Martina sospirò. Quel tipo di sospiro che Giuliana sentiva sempre più spesso: non di fastidio, non di rimprovero. Piuttosto di stanchezza, come chi ha spiegato molte volte qualcosa di ovvio e ormai si è arreso.

Sì, dorme. Mamma, ti richiamo giovedì.

Certo, chiamami.

Giuliana rimase ancora un po nella poltrona, il vecchio abat-jour giallo acceso dal tempo in cui era tutto diverso, anzi, ancora prima che Martina nascesse. Superò traslochi e cadute, resistette a tutto.

In cucina la teiera iniziava il suo brontolio. Segno che Vittorio era in piedi.

Si alzò e lo raggiunse. Lui guardava fuori, verso la notte, la luce del lampione sul tiglio che ogni primavera minacciavano di abbattere e non abbattevano mai. Addosso il vecchio accappatoio verde che Giuliana gli aveva regalato per il cinquantesimo compleanno, ormai scolorito su collo e polsini. Diceva ogni anno che gliene avrebbe preso uno nuovo, ma non laveva mai fatto.

Non dormi?

Tutto ok. Solo un po di tè.

Prese due tazze: quella grande e blu di lui (Miglior Papà, regalo di Martina di ventanni prima) e la sua, piccola e bianca.

Siediti, preparo io.

Si sedettero. Per qualche minuto tacquero, un silenzio diverso da quello del giorno: di notte era meno teso, soltanto silenzio.

Ha chiamato Martina? chiese Vittorio.

Sì. Stanno bene.

Andrea?

Sta benone. A breve inizia la scuola.

Già? Fra poco?

A settembre.

Vittorio annuì, tenne la tazza tra le mani, la posò con attenzione.

Sei arrabbiata per la ricotta disse, non come domanda, ma come affermazione.

No che non lo sono.

Lo sei. Si vede.

Giuliana lo fissò, e nei suoi occhi trovò qualcosa di nuovo, o qualcosa che forse non voleva vedere da tempo. Somigliava allimpegno.

Vittorio, davvero, non mi sono arrabbiata. Sono solo stanca di spiegare ogni volta che è normale prendere due tipi diversi.

Non ti ho chiesto di spiegare. Ho solo chiesto.

Lo hai fatto come se avessi fatto un errore.

Non lo dico con le parole.

Lo dici con il tono.

Di nuovo prese in mano la tazza. Un sorso.

Trovi sempre qualcosa disse lui. Una volta almeno tacevi.

Così era. Giuliana coprì la tazza col palmo per scaldarsi le mani, senza replicare. Fine discorso; come sempre, finiva in una zona neutrale dove andare avanti non aveva più senso.

Una settimana dopo partì per Milano.

Non perché Martina la invitava (anche se da tempo ci provava), ma perché aveva prenotato una visita dalla vecchia amica di famiglia, la dottoressa Zinaida Sergiani, che ora riceveva in una piccola clinica a Porta Romana. Si sarebbe fermata tre giorni da Martina. Vittorio non obiettò non si opponeva mai davvero ai suoi viaggi. Diceva che aveva bisogno di tranquillità, intendendo qualcosa che Giuliana non aveva mai del tutto compreso.

Milano la accolse con il traffico e lodore distintivo del metrò. Martina la aspettava con Andrea che si appese subito alla borsa della nonna traendo la verso lescalator.

Guarda, qui si muove tutto da solo!

Lo so che si muove da solo, cucciolo Giuliana gli prese la mano.

Martina camminava di fianco alla madre, osservandola come sempre: con attenzione, senza giudizio. Come un medico che controlla se qualcosa è peggiorato.

Sei dimagrita disse Martina in macchina.

Macché, sei fissata.

Lo vedo, hai le gote scavate.

È la luce, tesoro.

Nel metrò non è mai una bella luce, lo ammetto. Ma si vede lo stesso.

Andrea dietro faceva le pistole con le dita puntando ai passanti. Giuliana lo guardava e pensava a come crescesse in fretta. Lultima volta laveva visto a febbraio: sembrava più piccolo.

Come sta papà?

Bene. Ha un po di pressione ballerina ma va in ambulatorio.

Non chiedevo solo della salute. Chiedevo, come va tra voi due.

Martina, non adesso.

Va bene. Stavolta non insisto.

Ma ricominciò quella stessa sera. Andrea dormiva già, Sergio si era ritirato nel suo studio. Cucina calda e confusa, proprio come Giuliana la ricordava dai racconti al telefono. Disegni sparsi, famiglia dipinta: Giuliana fissava a lungo la figura arancione, cercando di capire quale fosse lei.

Mamma, voglio dirti una cosa. Ma non svicolare subito.

Dimmi.

Ho letto molto, negli ultimi mesi, sulla pressione psicologica in famiglia. Non tanto per passare il tempo, quanto perché guardandoti sento qualcosa che mi preoccupa.

Giuliana prese un biscotto al papavero. I semini cadevano sulla tovaglia.

E cosa vedi?

Ti giustifichi. Sempre. Anche quando non cè motivo. Oggi in macchina ti dicevo che sei dimagrita e tu hai iniziato subito a spiegare che era la luce. Era solo unosservazione, non unaccusa.

E allora?

Si chiama comportamento difensivo. Vuol dire vivere in un ambiente dove si è criticati o valutati di continuo, così si comincia a giustificarsi per abitudine, anche senza attacchi.

Giuliana raccolse le briciole nella mano, versandole nel piattino.

Martina, con tuo padre stiamo insieme da trentotto anni. In tutto questo tempo capita di tutto.

Lo so. Anche Sergio a volte non è facile, e neanchio sempre. Ma io non cammino in casa come cammini tu.

In che modo?

Come se aspettassi di essere sgridata.

A lungo Giuliana fissò la tovaglia. Nellomino arancione senza collo, tra due grandi e uno piccolo, probabilmente cera lei.

Vittorio non è cattivo ammise infine.

Lo so. Le persone cattive non vogliono ferire apposta. Ma a volte fanno male semplicemente per come sono fatte. E fa male lo stesso.

Parli come un libro.

Sarà che ne leggo tanti. Martina sorrideva. Ma io ti parlo di te, non dei libri. Mamma, ricordi lultima volta che hai fatto qualcosa solo perché ne avevi voglia? Non perché servisse, non perché qualcuno se lo aspettava. Solo per te?

Giuliana ci pensò. E la domanda era incredibilmente difficile.

Lanno scorso, in campagna. Ho piantato dei fiori, i fiori di campanula. Vittorio diceva che non servivano, meglio le fragole. Ma io le ho messe.

E sono cresciute?

Sì, bellissime.

Martina le mise una mano sulla sua.

Allora ci sei ancora sussurrò.

Giuliana non chiese cosa intendesse. Ma quella notte, nella stanza degli ospiti che Martina così chiamava, rimase a lungo a fissare il soffitto. Andrea russava nella stanza di là. Unauto sfrecciava sotto le finestre. E in testa continuavano a sbocciare le campanule, rosa e arruffate, cresciute contro ogni aspettativa.

Il giorno dopo, appuntamento da Zinaida Sergiani.

Zinaida aveva otto anni più di Giuliana, ormai pensionata ma ancora in attività con qualche paziente. Si erano conosciute ventanni prima, allambulatorio di Firenze. Non proprio amiche, ma fidate.

Fammi vedere, disse Zinaida, osservandola sopra gli occhiali, esattamente come Vittorio sopra il giornale. Eppure, del tutto diverso.

Ho perso un po di peso confessò Giuliana.

Vedo. Misuri la pressione?

Sì, regolare.

E dormi?

Sì. Solo ogni tanto ci metto un po ad addormentarmi.

Da quanto?

Un anno, forse più.

Zinaida appuntò qualcosa su un vecchio taccuino di pelle.

E a che pensi quando non prendi sonno?

La domanda la colse di sorpresa. Si aspettava pressioni, analisi, non pensieri.

Dipende

Dipende è generico. Pensi al futuro? Al passato?

Penso a quello che succede, ai dialoghi. Ripasso quello che ho detto, cosa avrei dovuto dire diverso.

Zinaida chiuse il taccuino.

Giuliana, ti conosco da tempo. Non sei sciocca. Dimmi chiaramente: cosa sta succedendo?

E Giuliana si trovò, senza preavviso, a raccontare. Non come con Martina, con delicatezza. Ma tutto dun fiato: la ricotta, i silenzi notturni, il bisogno di giustificarsi, la storia delle campanule.

Zinaida ascoltava, senza interromperla.

Hai mai pensato che non sia normale? Non da un punto di vista morale, ma tuo, personale: non ti fa stare bene.

Ho pensato che questa sia la vita.

La vita è di tanti tipi. Zinaida le passò un bigliettino. Ti do un nome. È una psicologa, lavora a Firenze, la conosco bene. Giovane, ma brava. Prova ad andarci.

Zinaida, ho sessantadue anni. A cosa vado da una psicologa?

Proprio per questo. Perché a trenta magari passa da sola, ma a sessantadue no.

Giuliana Petrini. Così la chiamavano da piccola, mai Giuly o Giulianina. La madre diceva che il nome doveva essere pesante, per aiutare a esistere. Era nata a Prato, cresciuta lì, trasferita a Firenze da sposata. Per trentanni insegnante di lettere. Da cinque in pensione. Uscirono in modo semplice: un ultimo giorno in classe, un mazzo di fiori dai ragazzi di terza media e via.

Quel lavoro le piaceva. Amava quando i ragazzi sentivano davvero un testo. Quando qualcuno, proprio quello da cui non ti aspettavi niente, diceva qualcosa di vero su un personaggio e capivi che non era il personaggio: era lui.

Ci pensava nel treno di ritorno verso Firenze. Il biglietto con nome della psicologa era nella tasca del cappotto. Si chiamava Anna Vitale.

A casa, Vittorio laccolse zitto. Scaldata una zuppa improvvisata due giorni per prepararla, di solito non cucinava orzo perlato.

Che zuppa è?

Zuppa.

Di che?

Di quello che cera.

Era, in effetti, buona.

Buona, davvero.

Vittorio la guardò sospettoso, come aspettandosi una battuta. Poi tornò al giornale.

Martina?

Sta bene. Andrea è cresciuto.

A breve a scuola.

A settembre.

Quello lho già detto.

Hai ripetuto la domanda.

Lui non replicò. Giuliana finì, lavò il piatto e andò in camera. Cercò nella tasca: Anna Vitale, psicologa, numero scritto bello in chiaro e ordinato.

Chiamò dopo tre giorni, tenendo il cellulare in mano a lungo prima di decidersi.

Pronto?

Buongiorno. Mi ha dato il suo numero la dottoressa Sergiani vorrei fissare una consulenza.

Certo. Come posso chiamarla?

Giuliana Petrini.

Benissimo, signora Giuliana. Sa già su cosa vuole lavorare oppure vuole solo vedere un po come va?

Solo per capire, per ora. E ho sessantadue anni, se può essere utile.

Ogni dettaglio è importante. Le va bene mercoledì, alle quattro?

Lo studio era in centro a Firenze, in una casa antica con soffitti alti. Giuliana camminava chiedendosi cosa avrebbe detto se avesse incontrato qualcuno di noto. Decise che avrebbe detto la verità: vado da uno specialista, sono adulta, ne ho il diritto.

Anna Vitale avrà avuto quarantanni, una voce calma, taglio corto e degli occhi che guardavano senza mai giudicare. Due poltrone, tavolino basso con lacqua. Nessun fronzolo.

Mi racconti, disse solo.

E Giuliana parlò ancora, più a lungo, in modo diverso, perché Anna poneva domande che riuscivano a scavare quello che credeva ormai sepolto.

Quando dice che Vittorio la guarda sopra gli occhiali, cosa sente?

Imbarazzo.

Più precisamentente, come se?

Come se avessi sbagliato.

Sempre?

Quasi sempre.

Ma ha davvero sbagliato qualcosa?

No. Solo portato la spesa.

Quindi la sensazione è separata dai fatti.

Si fermò lì: era una cosa talmente semplice che si chiese comè che in trentotto anni non ci avesse mai pensato da sola.

Quando è iniziata questa cosa? Da tanto si sente così con lui?

Non da subito. Allinizio era diverso.

Come?

Più leggero. O meglio, più coinvolgente. Lui era molto sicuro e questo mi piaceva. Io non lo ero tanto. Pensavo che lui sapesse sempre cosa fare.

E adesso che pensa?

Che semplicemente ha sempre la risposta pronta. Anche se non sempre è giusta.

Quando se nè resa conto?

Da tanto. Ma capire e accettare sono cose diverse.

Anna annuì.

Signora Giuliana, posso dirle una cosa? Può non essere d’accordo. Quello che descrive si chiama svalutazione sistematica. Quando una persona, anche senza cattiveria, dà sempre il messaggio che le cose, i pensieri, le emozioni dellaltro contano un po meno. E uno finisce per crederci.

Ma non lo fa apposta.

Forse sì. Ma non è lintenzione che conta. È quello che succede a lei.

Fuori aprile, il tiglio sotto casa aveva già qualche gemma verde.

E cosa ne faccio, ora?

Per ora lo sa. Capirlo già cambia le cose, anche se di poco.

Camminò per il centro riflettendo su quella parola: svalutazione. Conosceva il concetto in economia. Ma sulle persone? E pure, in fondo, non le era estraneo. Era sempre stato lì.

Continuò le sedute ogni due settimane. Ogni volta usciva con un senso di chiarezza, mai leggero o pesante, solo più limpido.

A giugno Martina e Andrea vennero a Firenze. Sergio rimase a Milano per lavoro. Dieci giorni insieme, strani. Andrea sempre fuori a pallone. Vittorio e Martina che discutevano in veranda, conversazioni lunghe e discrete. Giuliana non ascoltava.

Una sera Martina la trovò mentre sfogliava vecchi album di foto. Non per nostalgia, solo così.

Quando era scattata questa? Martina le sedette accanto, strappandole una foto.

Boh, primi tempi. Prima che tu nascessi.

Lei e Vittorio in riva a un lago. Lui rideva. Anche Giuliana rideva, ma guardando altrove, come attratta da qualcosa fuori campo.

Eri bellissima, mamma.

Ero?

Ma sì, anche ora. Ma giovane, dico.

Avevo ventiquattro anni. Un anno che ci eravamo sposati.

Sorride qui. Non sorride spesso, papà.

Prima sì.

Martina rimise la foto nellalbum.

Come stai veramente, mamma?

Vado dalla psicologa uscì da sola la frase.

Martina rimase immobile.

Da quando?

Da aprile.

E ti aiuta?

Strano, ma sì.

Come?

Capisco meglio me stessa. Perché vivo così.

Martina la fissava.

Glielhai detto a papà?

No.

Glielo dirai?

Non so. Forse no.

Perché?

Dirà che spreco soldi, che la gente normale si arrangia.

E tu che dirai?

Giuliana rimise lalbum a posto.

Non so ancora. Ma ci penso. Prima nemmeno ci avrei pensato, avrei detto hai ragione e basta.

A luglio successe qualcosa che Giuliana ricorderà a lungo. Lei e Vittorio andarono in campagna: una casetta piccola, venti chilometri da Firenze, un orticello trascurato a detta sua, che invece lei amava curare. Le campanule dellanno prima erano rigogliose. Esplodevano vicino alla staccionata, rosa e bianche, proprio come le voleva.

Vittorio passò lì davanti.

Dovresti eliminare quellerbaccia, lungo la recinzione!

Non è erbaccia, sono campanule.

Pure loro occupano spazio.

Spazio ce nè.

Si fermò. Guardò Giuliana, poi i fiori, poi di nuovo lei.

Sei cambiata, di recente.

In che senso?

Sei diversa. Replichi.

Ho sempre replicato.

No. Prima dicevi la tua e poi tacevi. Ora non taci.

Giuliana sentì crescere in petto non ansia, bensì stabilità.

Forse ho qualcosa da dire.

È Martina che ti ha messa in testa queste cose?

Nessuno mi ha messa niente in testa. Ci penso da sola.

Lui la guardò ancora un po, poi entrò in casa. Giuliana rimase tra le campanule. Ne toccò una, con due dita. I petali erano vivi, umidi di rugiada.

In agosto da Anna Vitale fu diverso.

Sta cambiando il suo modo di agire disse la psicologa. Lo sento dal modo in cui parla.

Ho smesso di acconsentire subito. Non litigo, semplicemente non sono più daccordo.

E cosa succede?

Lui si sorprende. Si infastidisce un po. Ma soprattutto si smarrisce.

E lei come reagisce?

Allinizio vorrei fare un passo indietro. Abitudine. Ma poi resto ferma.

È difficile?

Moltissimo. È come camminare contro un vento che ha sempre soffiato in un verso, e ora lo sfidi.

Anna sorrise.

Bellissima immagine.

Sono insegnante di lettere. Mi vengono bene, le immagini.

Risero. Giuliana notò che la risata era leggera: cosa rara negli ultimi anni.

Giuliana, posso chiederle una cosa personale? Se vuole, non risponda.

Chieda.

Ha mai pensato a come vorrebbe vivere da qui in avanti? Non parlo di Vittorio, ma di lei. Cosa le serve per sentirsi viva?

La parola viva era pesante.

Sì. Vorrei scrivere.

Che cosa?

Non lo so ancora. Quando insegnavo, scrivevo qualche volta. Note, racconti, solo per me. Poi smisi. Un giorno Vittorio lesse un racconto e disse che era roba da dilettanti. Da allora non ho più aperto il quaderno.

Quanto tempo fa?

Una quindicina di anni.

Il quaderno esiste ancora?

Credo di sì, in qualche armadio.

Lo trovi disse con semplicità Anna.

Lo trovò in ottobre, sistemando il ripiano alto dellarmadio in camera. Copertina blu, un normale quaderno da scuola, solo più spesso. Giuliana lo aprì, lesse la prima frase della prima nota. Semplice: Lautunno questanno è arrivato allimprovviso, come sempre.

Si mise a ridere. E a piangere appena dopo. Prese il tè, tornò al quaderno.

A novembre scrisse un racconto breve. Per nessuno. Solo per sé. Parlava di una donna che piantava fiori nonostante le ripetessero che erano inutili. Non era proprio lei, ma neppure qualcun altro.

Martina chiamò quella settimana.

Come stai, mamma?

Scrivo.

Cosa?

Racconti. Brevi.

Pausa.

Davvero?

Davvero. Non ridere.

Non rido. Sono contenta. Me lo farai vedere?

Vedremo.

Papà lo sa?

No.

Glielo dirai mai?

Giuliana guardò fuori. Novembre, tiglio nudo fuori dal vetro, passeri gonfi come palle. Ma lo sguardo andava oltre, sulla fetta di cielo lattiginoso che solo novembre può offrire.

Gli dirò che scrivo. Non so se glieli mostrerò. Ma glielo dirò.

E secondo te cosa dirà?

Qualcosa dirà. Ma non mi spaventa più come una volta.

È un grande passo, mamma.

Lo so.

A dicembre Giuliana lo disse a Vittorio.

Dopo cena, lui col giornale, lei col quaderno. Lui lo notò e infine chiese:

Cosa scrivi?

Racconti.

Abbassò il giornale, la fissò, diretto, senza occhiali, senza filtri.

Da quando?

Dallautunno.

Perché non mi hai detto nulla?

Non sapevo se ne valeva la pena.

E perché non sarebbe valsa la pena?

Non si era mai aspettata quella domanda. Giuliana incontrò il suo sguardo.

Una volta hai detto che era roba da dilettanti.

Vittorio si oscurò.

Quando mai?

Quindici anni fa. Lessi un testo e dicesti che era robetta.

Lui non ricordava affatto, si vedeva.

Non credo di averlo fatto apposta.

Lo so.

Quindi per una parola non hai scritto per quindici anni?

Per tante parole. Quella me la ricordo.

Silenzio. Vittorio piegò il giornale, lo lasciò sul tavolo.

Me li farai leggere, un giorno?

Non so.

Va bene. Tè?

Volentieri.

Andò a prepararlo. Giuliana lo guardava sparire in cucina e pensava che forse è così che funziona la vita: non grandi discorsi, ma piccole svolte impercettibili.

Che cambiassero davvero qualcosa, non era sicura.

Gennaio arrivò con la chiamata di Martina.

Mamma, io e Sergio pensavamo: magari venite giù voi a Milano per Capodanno prossimo? Andrea ormai si diverte con il nonno.

Chiedo a papà.

E tu, che ne dici?

Io ci verrei volentieri.

Allora devi convincerlo tu.

Risata.

Martina, una domanda. Quel disegno sul frigorifero, la famiglia. Quella figura arancione senza collo

Sei tu, mamma.

Immaginavo. Il più piccolo.

Mamma, non è il più piccolo. È quello in mezzo. Andrea dice che quello centrale è il più importante.

Piccola pausa.

Centrale?

Sì. Tiene insieme tutti, dice lui.

A sette anni?

A volte i piccoli capiscono di più degli adulti. Ah, mamma posso dirti una cosa?

Dimmi.

Sono fiera di te. Non dovevi cambiare per forza. È più facile lasciar stare, a una certa età. Invece tu non lhai fatto. Devi essere orgogliosa.

Giuliana rimase ancora in silenzio. Fuori, gennaio soffiava neve sul tiglio. I passeri si gonfiavano nei rami.

Non so ancora come finirà ammise.

Nessuno lo sa. Va bene così.

Martina, tu sei felice?

Dici di testa mia? Sì. Si lavora tanto, Sergio è impegnativo, Andrea mi sfinisce. Ma sì, sono felice.

Menomale. E tu, mamma? Sei felice?

Giuliana ci pensò seriamente.

Non so bene cosa significhi. Credevo di saperlo, ora penso che siano attimi. Brevi.

Ne hai alcuni?

Sì. Quando scrivo. O quando leggo. O quando penso alle campanule.

Le campanule mamma, le devi piantare ancora. Questanno.

Lo farò.

Tante.

Tante.

E rimasero in silenzio. Quello tra madre e figlia: mezzo detto, mezzo sottinteso. Non serve aggiungere altro.

Poi Martina chiese:

Posso fare una domanda sciocca?

Certo.

Se a ventiquattro anni avessi saputo tutto, avresti comunque scelto papà?

Ancora una pausa, onesta.

Non so. Forse è la domanda sbagliata. Perché senza, non ci saresti tu. Ma ci sei. Ci sono Andrea, le campanule.

E ora cosa farai?

Vivere. Scrivere. Andare da Anna. Non aver più paura delle parole robetta.

Mamma.

Cosa?

Me lo farai leggere, un racconto, prima o poi?

Giuliana fissò il quaderno, sul davanzale al sole.

Te lo farò leggere, quando sarà pronto.

E quando sarà pronto?

Sarò io a deciderlo, Martinella.

A febbraio si iscrisse a un corso. Non di terapia, né salute; di scrittura. Centro culturale di quartiere, ogni giovedì: piccoli gruppi di adulti che scrivevano. La prima lezione tacque, ascoltando gli altri leggere. Tornando a casa pensò che magari fosse una follia, a sessantadue anni ricominciare qualcosa.

Poi pensò: no. Non è follia, solo qualcosa di nuovo. E ora sapeva distinguere tra nuovo e assurdo.

Quando rientrò, Vittorio le chiese:

Sei stata ancora dalla psicologa?

No. Al laboratorio di scrittura.

La fissò come se dovesse capire qualcosa di sconosciuto, senza rabbia, solo spaesato.

Fai sul serio?

Sì.

Perché?

Perché mi piace.

Lui annuì lentamente, come chi digerisce una novità.

Bene. Hai fame? Ho lessato le patate.

Un po, sì.

Appese il cappotto ed entrò in cucina. Le patate erano buone, niente di strano come la zuppa dorzo. Vittorio mangiava in silenzio fissando il piatto.

È lontano, il laboratorio?

Mezzora a piedi.

Giri da sola la sera?

A febbraio è già buio, ma ci sono i lampioni.

Potevi prendere lautobus.

Preferisco camminare. Pensare.

Annuisce, di nuovo. Il silenzio fra loro però era diverso ora, non pieno di pressione, ma come di parole in cerca di ordine.

Giuliana

Dimmi.

Io Sinterruppe. Una smorfia. Forse sono pesante, a volte.

Giuliana posò la forchetta.

Sì, lo sei.

Non lo faccio apposta.

Lo so.

È che per me le cose devono andare come si deve. Quando non vanno, mi innervosisco.

Vittorio, come si deve è tuo, non universale.

Ci sto lavorando.

Davvero?

Inizio a capirlo. Tu sei andata dalla psicologa anche per questo?

Anche.

E cosa ti insegnano lì?

A sentire cosa voglio, cosa mi fa star bene, cosa per me è importante.

Prima non lo facevi?

Lo sentivo, ma non gli davo importanza.

Si fece silenzio. Poi Vittorio sparecchiò.

Dovremmo parlare, io e te. Sul serio. Ma non lo so fare. Non sono capace di parlare davvero di queste cose.

Nemmeno io ero capace.

Ora lo sei?

Sto imparando.

Le rivolse uno sguardo lungo, strano.

Possiamo imparare insieme?

Giuliana rimase in silenzio. Pensava alla foto in riva al lago, alla copertina blu del quaderno, alle campanule nate nonostante tutto. Al disegno di Andrea, dove la figura centrale tiene insieme tutti. E alle parole di Anna: puoi cambiare solo te stessa. Ma quando cambi tu, a volte cambia anche chi ti è vicino.

Non sapeva se sarebbe stato quel caso.

Vittorio la fissava e aspettava.

Possiamo provare rispose.

Lui annuì, si sedette di nuovo. Versò il tè: la sua tazza blu, la sua bianca. Piazza in mezzo una ciotola di biscotti al papavero, comprati il giorno prima.

Giuliana prese la tazza fra le mani.

Fuori era febbraio. Il tiglio infagottato di neve. Da qualche parte, nella terra gelata della campagna, dormivano i bulbi delle campanule. Rosa, bianche, arruffate. In primavera sarebbero ricomparse. Di questo, era sicura.

Vittorio aprì la bocca, la richiuse. Poi, finalmente:

Mi racconterai mai cosa scrivi?

Quando sarò pronta.

E quando lo sarai?

Giuliana lo fissò sopra la sua piccola tazza bianca.

Lo decido io, Vittorio.

Lui sbatté le palpebre, poi piano:

Va bene.

E il loro silenzio, da lì in poi, fu diverso.

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