Nella sacralità della madre bisogna credere…
Quel tipo è stato in carcere in Sicilia. Dicono che durante la guerra era prigioniero. E lei… Guarda un po, e sembrava pure tanto istruita.
Non fa per noi. Guarda che signora… La signora Giulia! È stata lei a scrivere la protesta in Comune quando assegnavano i pezzi di terra. Sempre così silenziosa, ma poi…
Sì, ormai è incinta… Mica ci ha pensato? Da sola con due figli, come farà adesso!
Ma non lo sai? Ha un corteggiatore dellEnte Granai. Donna furba, si atteggia ad intellettuale, ma poi corre in Comune o cerca uomini più agiati, anche col marito vivo…
GIULIA
Le file ordinate dei caseggiati a due piani spuntano accanto ai binari della ferrovia, non distante dalla stazione. Li hanno tirati su in fretta, doveva essere un alloggio temporaneo per gli operai del cementificio e della ferrovia. Il marito di Giulia, Matteo, lavorava lì prima della guerra, capo dellofficina. In futuro, come per tutti, avevano promesso loro un appartamento vero.
Appena sposati, erano arrivati qui nel 39. E nella primavera del 41 era nata la loro Antonella. Prematura, minuscola, tutta livida. Giulia vive solo per lei…
Ma poi la fabbrica chiude è scoppiata la guerra.
Matteo, e io? E la piccola? lo chiede Giulia, con gli occhi pieni di paura.
A Modena, dove sono, Giulia non ha parenti. I suoi genitori sono stati mandati via quando lei era bambina, spediti nel Sud Italia. Una nonna, quella paterna, abita in un villaggio che ormai nessuno ricorda, nelle campagne del Casentino. Povera donna, chissà come se la cava. Quando cera il padre, portava sempre qualcosa alla madre. Ma adesso, chissà.
Matteo parte per il fronte. I caseggiati temporanei, come larca di Noè, si riempiono di famiglie, sfruttati e riparati alla meglio, perché non cè altro posto dove andare.
Il continuo via vai dei treni fa tremare tutto, e le fondamenta cedono. Gli inquilini tappano crepe, sistemano gli infissi, decorano le finestre, storte ma limpide, con gerani e tende ricamate.
I soldi lasciati da Matteo finiscono subito. Ai limiti della disperazione e della fame, un giorno Giulia con Antonella in braccio si fa coraggio e va in Comune. Entra nellufficio, si siede e annuncia: Sono qui per morire. Le trovano un lavoro da tata allasilo. Lo stipendio è basso, ma almeno sfamano i bambini. Così Giulia supera la guerra.
Finita la guerra, Matteo non torna. Giulia e la figlia aspettano, si fanno forza a vicenda… Giulia va a lavorare in fabbrica, prende i viveri con la tessera come tutti, spera in tempi migliori che non arrivano. Chi non ha avuto la notizia del lutto, spera ancora in chi è lontano, anche se la fame continua a mordere.
Dalla finestra della loro piccola stanza, al secondo piano, Antonella e sua madre vedono i treni che passano lenti da sud a nord e viceversa, pieni di merci e gente. Stanno fermi in stazione anche giorni interi, incastrati nei complicatissimi scambi ferroviari.
Negli anni della fame, Giulia si consuma. Era minuta già prima, ora è solo pelle e ossa, il viso scavato dal vento e dalle rughe. Antonella ha sei anni. Chiede sempre da mangiare. I viveri non bastano mai.
Non è più una novità. Giulia si sforza allinverosimile per sopravvivere e aspetta ogni giorno un miracolo. Forse qualcuno la aiuterà.
Il padre è morto in battaglia e sua madre se nè andata subito dopo la guerra. Giulia conserva la sua ultima lettera e guarda la foto consunta, dove la mamma sorride gentile sotto un minuscolo cappello leggero. Bella mamma… E Giulia promette sempre a quella mamma che non mollerà.
Giulia aspetta Matteo. Non ha nessun altro da aspettare, ma la speranza va via poco a poco.
Dalla Russia nessuna lettera. Giulia sa che il reparto di lui fu accerchiato dai nemici, poi liberato e trasportato lontano, verso lEst. Lhanno spostato sul fronte giapponese, racconta a tutti, anche se sanno bene dove sia davvero. Lei però continua a sperare, almeno per un po.
Racconta ad Antonella che il loro papà è un eroe. E in fondo, è vero. Ha una foto, minuscola, piena di soldati su un carro armato. Non si distingue bene il volto, ma Antonella lo riconosce senza dubbiha gli stessi occhi scuri, col taglio un po triste.
ANTONELLA
Antonella resta a casa da sola quasi tutta la giornata. Fissa lorologio e la ciotola che la mamma le lascia pronta. Per lei mezzogiorno vuol dire poter mangiare: un po di minestra, una fetta sottile di pane nero. A volte non resiste, mangia prima, poi si arrabbia con lorologio che sembra fermarsi.
Dopo va alla finestra, resta lì ad osservare la strada. La fame torna subito e per ingannare lattesa aspetta la mamma. I pomi maturi degli alberi dei cortili privati la tentanovede altri bambini che si arrampicano a prenderli, e lei, dal davanzale, sogna solo un morso, il succo che scorre sul mento. Poi si pulisce col dorso della mano e manda giù la saliva.
Rubare è da disperati! ripete la mamma, ma Antonella invidia quei ragazzi.
Ha ancora paura di uscire nella cucina comune. Odiava quegli odori forti. Ognuno si arrangiava come poteva: il vicino, il signor Ricci, mangiava pane grossolanamente, spezzettandolo nella zuppa di pollo che profumava tutta la stanza. Sua mamma aveva terra, bestiame. Gli altri nelledificio vedevano queste famiglie come nobili di un tempo.
Lodore dei cibi invade la cucina e fa girare la testa ad Antonella, che pensa: Ma come farà a mangiare così tanto? A lei basterebbe un cucchiaio. Vorrebbe chiedere una crosta di pane. Tanto, lui la lascia sempre, ma non si può chiedere, e mai rubare.
PATATE
In autunno Giulia conquista a fatica un appezzamento di patate. Il terreno lì vicino era terra comunale. Verso marzo, ancora con la neve, girava voce che avrebbero diviso la terra tra gli abitanti. Giulia torna a casa dal lavoro, si lega un foulard sopra al basco, afferra una vanga e trascina anche Antonella, che inciampa nella neve.
In quegli anni, ogni metro era oro. Vedono da lontano che la gente corre già al campo. Non ce la fanno. Urlano contro di loro, agitano le mani per tenere il posto. Qualcuno già segna la propria striscia piantando paletti nella neve, altri fanno cumuli dove mettere i confini. Anche i proprietari dei giardini privati si prendono una fetta. Giulia e Antonella girano per il campo, affannate a trovare almeno un angolo libero. Gli stivaletti di Antonella sono già fradici.
Tra tutte le cose brutte, Antonella non ricorda la mamma così sconsolata. La vede piangere lungo il ritorno.
Non fa niente, dai, Antonella. Qualcosa ci inventiamo…
La mattina dopo, la mamma si veste con particolare cura, gonfia il chignon, spilla una broche sul foulard e va in Comune a protestare.
Una settimana dopo, una commissione del Comune arriva a controllare il campo con alcuni soldati. Strappano i cartelli, levano i paletti. Gli uomini guardano in silenzio, solo chiedendo di non dimenticarli nella nuova divisione.
Giulia esulta: adesso sono considerate anche le famiglie senza orto, il numero di persone. Scoprono subito chi era la spia: spaccano una finestra e disegnano un gesto volgare sulla porta. Tutto finisce lì; la gente ha paura.
Giulia e Antonella ottengono cinquecento metri quadri. Il consorzio della zona passa loro alcune ceste di patate da piantare; altre le comprano al mercato. Appena la neve se ne va, la mamma si arma di vanga e comincia a lavorare la terra.
Antonella guarda la mamma, piccina e decisa, sudare mentre scava. Toglie zolle dure una dopo laltra, le mani subito piene di vesciche. Ma la mamma non si lamenta, sorride ad Antonella, che segue a sbriciolare le zolle più piccole con la vanga più leggera. Anche se le fanno male le mani, si impegna perché vede la mamma che, se può, le lascia i pezzi meno duri.
Quando si fermano per riprendere fiato, la mamma si appoggia alla vanga e le dice: Ancora un po, Antonella mia. Finiamo il solco e poi mangiamo il pane e beviamo il tè…
Non ama parlare male di nessuno, la sua mamma; si asciuga il sudore e guarda il pezzetto di terra ben rivisto. Questa è la loro ricchezza, la speranza di un autunno meno duro, di un inverno in cui sopravvivere.
Zappano la terra, sarchiano le erbacce, portano pesanti secchi dacqua dal pozzo per irrigare. Poi, a settembre, raccolgono le patate. È stato un buon raccolto, e Antonella gioisce non tanto per la patata, ma per la felicità della mamma. Sembra che la mamma voglia baciare ogni tubero: ride di cuore quando trova un bel cespo grosso, si carica il sacco pesante sulle spalle e lo trascina fino alla loro stanza. Nascosta sotto il peso della patate, la mamma sembra scomparire; il suo volto, bello, si sporca ma continua a sorridere.
A casa stendono vecchi stracci e giornali sul pavimento per farle asciugare e coprono tutto per non farle diventare verdi. Lodore di terra secca riempie la stanza, ma a loro non importa: è il profumo della sazietà.
Nel piccolo orto cresce anche qualche carota, un po di barbabietola, poche cipolle. Ed è già una festa.
Una collega della mamma permette loro di tenere parte delle patate nella propria cantina. Antonella vede la mamma che le conta una ad una prima di lasciarle lìsi vergogna, ma ha troppa paura della fame patita linverno precedente. Sa bene che la fame spinge anche chi è onesto a cambiare.
MELE
Proprio in quel periodo di relativa abbondanza arriva un guaio.
Antonella, arriva trafelata la sua amica Lucia dal piano di sotto, Federico vuole andare a prendere le mele. Vieni? Magari ne danno qualcuna anche a noi.
Dopo le scorribande i ragazzi, se erano generosi, regalavano una mela alle bambine. Antonella finge di rimproverarli, ma poi non resiste a quella tentazione così rara. Da quando non mangiava qualcosa di più dolce della barbabietola? Stringe la mela, la coccola tra le mani finché, da sola, la addenta chiudendo gli occhi.
Di solito lei e Lucia si fermavano in fondo alla via, ma questa volta proseguono. “Tanto non facciamo niente di male,” si convincono.
Antonella si china per sistemare il laccio del suo scarponcino, che non vuole saperne di infilarsi nel foro ormai consumato.
Allimprovviso sente Lucia che urla dietro di lei:
Corri, Antonella! e corre, lasciandola indietro.
Ma come fa a correre con il laccio così? Antonella alza la testa e vede arrivare i ragazzi di corsa, senza fiato, con gli stivali che rompono il silenzio. In quel momento qualcuno le mette tra le mani un sacco pesante di tela pieno di mele.
Antonella non pensa di lasciarlo, scappa pure lei, col piede che scivola via dalla scarpa. Ormai quasi alla fine del viale, qualcuno la spinge forte. Cade, si sbuccia le ginocchia. Una mano forte la tira su, le fa male, e la trascina via.
Non ti vergogni?le grida luomo, stringendola forte.Che cosè questo?le strappa il sacco.Dove abiti? Da qua. Adesso andiamo da tua madre…E la trascina via.
Antonella lo segue, stordita, solo dopo qualche metro si rende conto di dove la sta portando.
La mamma è al lavoro…
Al lavoro?lui si ferma.Allora aspettiamo da me che torni. Poi vediamo.
Io non ho rubato, davvero,Antonella piange.Passavo soltanto, loro
Lo so, lo dite tutti. È da mesi che qui spariscono mele. Basta!e continua a trascinarla.
Arrivano davanti allenorme casa dietro un alto cancello di legno. È una villa con le finestre dalle persiane verdi, immersa nei fiori dautunno. Da dietro la casa spuntano rami pieni di mele tardive, e si sentono i versi di una capra, di una mucca.
Dentro è tutta unaltra storia rispetto alla cameretta di Antonella: la stanza è spaziosa, un tavolo grande con la tovaglia ricamata, uno scaffale pieno di libri rilegati, ninnoli di porcellana in una vetrina, piatti di pregio, e sopra il letto un tappeto con un castello, un lago, cigni, un principe e una principessa. Antonella resta seduta sul divano, la schiena dritta. Ha il terrore di ciò che la aspetta, le dispiace solo per la mamma.
Intanto osserva luomo: basso, stempiato, il viso arrossato per la corsa, indossa un vestito gessato, dal taschino spuntano delle matite. Cè anche la madre di lui, anziana e mezza sorda. Lui urla:
Non senti più niente, mamma! Rubano sotto il naso e tu niente. Se non fossi rientrato ora chissà come finiva! Ci portano via tutto. Questa banda di ragazzacci!
Antonella si sente morire di paura, se le avessero detto di sparire avrebbe accettato subito.
Ma ecco che lanziana si avvicina alla bambina.
Non aver paura, piccina. Lui urla, ma non fa nulla. Hai fame?
Antonella scuote la testa, lo stomaco chiuso dalla paura.
Hai fame, hai fame,insiste la nonna dirigendosi in cucina. Poco dopo la chiama, ha preparato un piatto caldo che profuma di brodo e basilico.
Le parla con dolcezza e Antonella si vergogna, teme di mangiare troppo in fretta. Luomo passa, dà unocchiata, non dice nulla.
Poco dopo arriva la mamma di Lucia, la signora Teresa, tutta trafelata:
Signor Paolo, le bambine non hanno rubato. Erano lì, sapevano che forse arrivava qualche mela, ma non hanno scavalcato o altro…
Il signor Paolo la ascolta, non molla Antonella, dice che chiamerà la madre. Qualcuno già lha avvisata, perché arriva poco dopo, affannata, il basco storto, si scusa e stringe Antonella al petto.
Basta, suPaolo si addolcisce.Mica è stata lei a scavalcare. È solo capitata in mezzo ai ladruncoli!
Mette alcune mele nelle mani di Giulia, che rifiuta. Allora le offre ad Antonella.
Non chiamerò nessuno, state tranquille,promette mentre le lascia uscire.
Antonella è sollevata e chiede alla mamma come mai non sembri contenta anche lei: non hanno subito una vera punizione, dopotutto. Si sente in colpa: forse la mamma è delusa da lei, quasi una ladra. Si aspetta un sermone, ma la mamma rimane silenziosa.
POCO DOPO
Il signor Paolo si presenta a casa loro, porta una busta con una focaccia ripiena; Antonella non resiste, la mangia subito. Sul tavolo si parla del raccolto, la mamma prepara il té ma rimane tesa, quasi triste. Parlano di lavoro, del tempo. Antonella vede che la mamma aspetta solo che lui se ne vada. E in effetti, quando se ne va, la mamma si rilassa subito.
Paolo torna ancora, questa volta con un barattolo di caramelle mai viste prima. Mandano Antonella a giocare. Ma dopo la sua visita, la mamma piange. Forse il signor Paolo la rimprovera ancora per le mele?
Passa un mese e Lucia annuncia:
Tua mamma ha un fidanzato, vero?
Quale fidanzato?
Paolo, no? Non vuole sposarlo, però… Mia nonna dice che dovrebbe accettare: lui lavora come ragioniere allEnte, ha soldi, una casa, mentre la vostra situazione è dura. Linverno sarà difficile.
Mio papà cè! per Antonella il papà è ancora un eroe di guerra, semplicemente bloccato da qualche parte. La mamma lo aspetta, tiene le foto, legge le lettere. Nei suoi occhi cè una felicità da bambina che Antonella riconosce come amore.
Fidanzato, fidanzato! E magari tuo papà ormai…
Antonella si ostina e non si arrabbia. Lucia è ignorante, non capisce che se papà fosse morto sarebbe arrivata la notizia ufficiale, come per tanti. La mamma non si sarebbe data pace; invece, ogni giorno dice tanto papà tornerà.
Lettera
Lautunno cede il passo allinverno con gradualità. Allalba, la brina secca lerba, la pioggia gela le pozzanghere, poi una nevicata copre tutto il panorama. La neve si posa persino sul cappello del postino.
Antonella vede il signor Dotti, il postino, entrare nel loro androne. Anche da piccola, si ricorda: durante la guerra il signor Dotti si fermava sotto il portone e urlava Non è unorribile notizia! È una lettera! O stava zitto, e allora era davvero il peggio. Era severo e chiuso. Consegnava le lettere e una bottiglia, beveva un sorso e la porgeva a chi riceveva la notizia triste. Se non potevano bere, lui si allontanava in silenzio per continuare il giro di case.
Antonella aveva paura di lui, e adesso, dopo la guerra, anche se il funereo annuncio non lo faceva più, ogni volta che arrivava tremava.
Prendi questa lettera,le porge la busta il postino.
Antonella chiude la porta e aspetta che vada via; poi appena lui esce, riprende la lettera col coraggio di chi teme il peggio e la lascia sul tavolo. Non sa leggere, aspetta la mamma.
Giulia rientra, stanca come sempre, non fa caso alla busta. Antonella le lascia il tempo di cambiarsi e poi le indica la lettera. Lei la strappa di fretta, la legge, scruta il retro, controlla che non ci sia qualche altro foglio, come in cerca di una parola in più.
Antonella non regge la tensione, corre tra le braccia della mamma, sbircia la lettera. Questa volta è corta, solo poche parole e alcuni numeri. I numeri Antonella li riconosce.
Il viso di Giulia è perplesso, ma non piange.
Mamma, papà è morto?
Giulia guarda la figlia come se non riuscisse a seguire il suo pensiero.
Cosa? Ma che dici, Antonella! No! Papà è vivo. Solo che Non potrà tornare ancora per molto. Hai capito? Non tornerà, ma è vivo.
Antonella scoppia a piangere, ma si rifugia nel collo della mamma. Va bene così! Limportante è che papà non è morto, che la mamma non soffre.
Leggila, leggila tutta…
E la mamma legge di quanto va tutto bene, di quanto ama loro due e che un giorno si rivedranno. Legge fino allultima parola, e Antonella si meraviglia di quante cose si possono dire con poche lettere.
E quei numeri? Cosa sono?
La mamma piega subito la lettera.
Sono delle date, tutto qui. Anche tu, Antonella, non dire a nessuno che papà ha scritto. Meglio così.
Perché? Lucia dice che papà è morto e che tu sposerai Paolo…
Sciocchezze, Antonella. Abbiamo un papà, lui non è morto: non ascoltare nessuno. Promettilo.
Antonella promette.
E in primavera rimettono le patate. E Antonella sente la mamma e il signor Paolo parlare nel campo.
Giulia, ci ho pensato. Va bene così, qualunque cosa. Non ti mollo.
No, Paolo. Andatevene. Ce la faremo da sole.
Ma lo sai che a uno come me basterebbe uno schiocco di dita…
Lo so…
Paolo è seccato, ma aiuta comunque a piantare le patate, in silenzio.
Intanto Lucia chiacchiera che la mamma di Antonella è incinta, e non di papà, ma di Paolo.
Anche Antonella nota la pancia della mamma. Una sorellina in arrivo. Nel dopoguerra i bambini sanno poco di certe cose. Antonella non vuole credere a Lucia: per lei quel piccolo sarà solo della sua mamma e del papà. Di chi altri potrebbe mai essere…





