Gabbia Morbida

La gabbia di velluto

Il telefono squillò alle sette e mezza di sera. Giulia Maria stava chiudendo la cerniera sulla borsa da viaggio e quel suono le fece stringere qualcosa dentro, proprio allaltezza dello stomaco.

Sapeva che sarebbe arrivata quella chiamata. Non il suono in sé, ma lo sapeva. Come solo chi ha vissuto cinquantasei anni e ha imparato a leggere i segnali prima che si manifestino.

Giulia, sto morendo disse la madre.

Niente ciao. Niente hai un momento?. Subito.

Mamma, che succede?

Il cuore. Basta. Sento che è la fine. Parti e muoio da sola. Così finirà. In questo appartamento, e nessuno mi troverà prima di mattina.

Giulia guardò la borsa. I biglietti, già stampati e infilati nella tasca laterale. Stefano, fermo sulluscio del corridoio col giubotto, la osservava con quellespressione che ormai conosceva bene. Non rabbia. Stanchezza. Quella stanchezza che non arriva allimprovviso, ma cresce negli anni, come lumido in una cantina.

Mamma, hai chiamato il medico?

Che me ne faccio del medico? Ho bisogno di te. Sei mia figlia. O non sono più tua madre?

Giulia chiuse gli occhi. Quel bolo freddo che conosceva troppo bene rotolò dalla gola giù, lì dove dovrebbe esserci calore.

Mamma, partiamo stasera. Te lho detto. Lo sai.

Lo so, certo che lo so. Dovevi andare da qualche parte con quel tuo uomo mentre tua madre non si muove dal letto. Bravo, brava.

Mamma…

Vai, vai. Non dico nulla. Quando torni, magari non cè più chi ti apre la porta. Dico così, niente di che.

Stefano sparì in cucina in silenzio. Giulia sentì il tintinnio del bollitore.

Arrivo disse nel telefono.

Come?

Arrivo da te, adesso.

Silenzio. Poi, la voce della mamma, un po cambiata:

Ecco, brava. Sapevo che non mi avresti lasciata sola.

Giulia poggiò il cellulare sul letto. Rimase seduta un minuto a fissare il muro. Poi si alzò e andò in cucina.

Stefano guardava fuori. Non aveva fatto il tè. Guardava il buio milanese attraverso i vetri.

Ste, cominciò lei.

Ho sentito.

Dice che è il cuore.

Lo dice tutte le volte, Giulia. Da tre anni. Tutte le volte che pianifichiamo qualcosa.

Però, se questa volta fosse vero…

Si voltò. Non con rimprovero, no. Solo uno sguardo lungo.

Se fosse vero… ripeté lui. Va bene. Vai. Capisco.

Spostiamo, troveremo altri giorni…

Ho già spostato due volte. Ricordi il Lago di Garda? Ricordi Venezia a maggio?

Giulia ricordava. Certo che ricordava.

Non posso più così, disse lui piano, senza rabbia. E quella mancanza di rabbia le fece più male di qualunque urlo. Voglio stare con te. Ma non posso essere sempre dopo tua madre e i suoi malanni.

Non sei dopo.

Giulia. Vai. Davvero.

Lei chiamò un taxi e partì, lasciando Stefano nel suo appartamento, nella sua cucina, alla sua finestra.

Guardava le luci della notte lombarda scorrere dal finestrino e pensava che lui aveva cinquantotto anni e lei cinquantasei; e che forse restavano ancora ventanni buoni da vivere. Se la vita voleva essere generosa.

Sua madre viveva a quindici minuti, in un vecchio condominio di via Carducci. Giulia salì al terzo piano, suonò, ascoltò.

Dalla porta filtrava profumo di lievito e casa: pane fresco, dolci.

Appena suonò, la porta si aprì, senza chiedere Chi è?. Antonietta Graziani era sulla soglia col grembiule, farina fino ai gomiti, le guance accese, vivace viva, fin troppo viva.

Ah, Giulietta! Che bello che sei arrivata. Sto facendo le focaccine, con la verza. Le tue preferite.

Giulia la guardava: la farina, il grembiule, le guance accese.

Mamma, disse lei, mi dicevi che morivi.

Ma cosa dici! Ho detto che stavo male. Poi è passato. Ho preso la pastiglia, mi sono stesa. Vieni dentro, non lasciare la porta aperta.

Entrò, si tolse le scarpe, appese il cappotto. In cucina, i dischi di impasto già pronti, la padella calda, sotto al canovaccio una pila di focaccine già fatte.

Si sedette sullo sgabello e fissò quella pila. A lungo.

Ma che hai? la mamma sistemava la seconda tornata. Sei stanca? Troppo lavoro?

Ho annullato le ferie, sussurrò Giulia.

Hai fatto bene. Dove vuoi andare in giro di sera.

Le avevo organizzate da tre mesi. Con Stefano…

Con chi? la madre si voltò con quellaria finta-indifferente che usava sempre.

Lo sai benissimo.

Ah, quello. E allora? Partirete domani, o dopodomani. Che vuoi che sia.

Giulia non rispose. Guardava le mani esperte della madre, ottantanni e non tremavano.

Restò fino alle undici e mezza. Mangiò due focaccine perché la mamma la fissava finché non le finiva. Bevve il tè. Ascoltò racconti sulla vicina Loredana, che è diventata proprio sfrontata; e sulla televisione dove non cè più decenza; e sulla pensione che non basta mai.

Tornò a casa dopo mezzanotte.

Stefano non rispose ai messaggi, né quella notte né la mattina dopo.

Tre giorni dopo le scrisse: Giulia, scusa. Non ce la faccio. Sei speciale, ma io non ce la faccio più. Diciotto parole. Tre anni insieme. Diciotto parole.

Non pianse. Strano, ma vero. Rimasta sola nel suo soggiorno, Giulia rilesse quelle parole e dentro sentiva solo il vuoto di sempre. Nulla che facesse male: solo vuoto, come una stanza svuotata dei mobili.

Lavorava nello stesso studio darchitettura da ventitré anni, medesima scrivania, soliti progetti, colleghi noti. Lavoro buono, tranquillo. Giulia Maria Albani, esperta di pratiche edilizie. Affidabile, precisa. Mai una vacanza vera, perché mamma non sta bene.

I due mesi successivi trascorsero così, fra casa, lavoro e le visite a mamma di martedì e venerdì. Mamma chiamò altre tre volte lamentando il cuore. Una volta Giulia andò, le altre consigliò una pastiglia e il letto. Ogni volta trovava la madre in ottima forma.

A metà novembre, nuovo squillo.

Giulia, chiama tu lambulanza.

Non puoi tu?

Non riesco, tremo troppo. Tu chiama. Ma non venire, so che sei stanca.

Giulia sospettò una trappola, come sempre. Ma chiamò e comunque si vestì e uscì.

Lambulanza era già sotto casa. In soggiorno, la madre stesa a letto, accanto un medico dallo sguardo stanco sui cinquantacinque anni. Aveva il viso quieto di chi ha visto molto. Teneva il polso di mamma, contava. Lei lo guardava con quella mescolanza di sofferenza e compiacimento che Giulia conosceva a memoria.

La pressione è normale, disse il medico, Centoquaranta su ottantacinque. Perfetto per gli anni che ha.

Però io sto male, replicò la madre.

Capita. Giri di testa, batticuore. Passa. Ma bisogna muoversi un po.

Da sdraiata va meglio?

Certo. Ma serve alzarsi.

Giulia era ferma sulla soglia. Lui scriveva qualcosa sul tablet.

Signora Antonietta, chiama spesso il 118?

Solo quando sto male.

Quante volte questo mese?

Pausa.

Ehm… qualche volta.

Quattro, disse lui. Ho letto la scheda. Negli ultimi tre mesi, undici chiamate. Pressione sempre nella norma, niente episodi acuti. Vive da sola?

Sì. La figlia non viene.

La madre lo disse con un tono tale che Giulia, distinto, fece un passo indietro.

La figlia è qui, disse lei.

Lui si girò, occhi chiari e scoloriti come chi ha guardato spesso il mondo da fuori. Oppure sofferto tanto.

Buonasera, salutò.

Buonasera. Sono Giulia, la figlia.

Andrea Bartoli. Guardò dapprima mamma, poi lei, e negli occhi cera qualcosa che non era pietà, ma comprensione. Forse riconoscenza silenziosa.

Mamma, sono qui, si sedette e le strinse la mano: era calda, forte. Come stai?

Meglio ora che sei arrivata…

Andrea Bartoli finì di scrivere, spiegò la cura, lasciò prescrizioni. Nellatrio, Giulia lo accompagnò alla porta.

Sta bene davvero? chiese sottovoce.

Fisicamente, sì. Per ottantanni, ottima forma.

Lei fece per salutarlo, ma lui attese un momento.

Da molto vivete così? chiese.

Come?

Un gesto verso la stanza. Giulia sorrise amaro.

Si nota?

Un po. La faccia. La conosco.

Anche lei ha una madre?

Un fratello. Avevo.

Lei non chiese altro.

La rivedrò di nuovo, probabilmente, disse lui.

Sicuro, rispose lei. La mamma ama chiamare lambulanza.

Lho notato.

Se ne andò. Giulia rimase nellatrio davanti alla porta chiusa. Poi tornò dalla madre, restò unaltra ora a sentirsi dare della figlia poco attenta, e infine rincasò. Ma pensava solo ad Andrea Bartoli.

Due settimane dopo, unaltra chiamata. Domenica mattina: Giramento di testa, sono quasi svenuta. Giulia arrivò prima dellambulanza.

Andrea Bartoli entrò, salutò lei con un cenno: Buongiorno, e si mise a visitare la madre. Nessuna parola superflua, molta levità. La madre faceva ancor più scena del solito: mano sul petto, occhi al cielo. Andrea notava tutto, Giulia lo avvertiva, ma lui non si scompose. Fece ciò che doveva.

In corridoio, Giulia sussurrò:

Scusi per come si comporta.

Non si deve scusare, rispose lui.

Sono abituata.

Ecco. Le lanciò uno sguardo. Va per caffè?

Come?

Strano, lo so. Ma tra unora smonto, e qui vicino cè un bar decente. Parlare, solo parlare. Sento che ne avrebbe bisogno.

Giulia lo fissò. Adulto, robusto, in divisa blu, viso calmo. Nulla di spettacolare, ma di vero. Serietà autentica, quella che non ha bisogno di esibirsi.

Va bene.

Si incontrarono unora dopo in una caffetteria sulla via del Corso, tre tavolini e caffè ottimo. Presero posto accanto alla finestra.

Mi parli di suo fratello, chiese Giulia.

Era più giovane di sette anni. Quando nostro padre morì, toccò a me badare a lui, poi a mamma, poi scoprimmo che mio fratello da solo non ce la faceva. Cera sempre qualcuno che risolveva per lui. Prima la mamma, poi io. Finché ho capito che non aiutavo. Chiudevo. In una gabbia. Di velluto.

Giulia rimase in silenzio, stringeva la tazzina tra le mani.

Dice che mia madre lo fa apposta?

Non saprei. Non penso a lei. Penso a te.

A me?

Hai la faccia di chi non sceglie da un po di tempo.

Centrato in pieno. Lei guardò fuori, la strada bagnata di novembre.

Tre anni fa stavo con un uomo. Buono. Se ne è andato a settembre.

Colpa di tua madre?

Mia madre era sempre più importante. O meglio: pensavo dovesse esserlo.

Non è la stessa cosa.

No, annuì Giulia. È diverso.

Restarono lì unora e mezzo. Andrea parlava del lavoro in ambulanza, ventanni di servizio, viveva solo, un figlio a Bologna, chiamava la domenica. Il fratello finalmente ce laveva fatta a camminare con le proprie gambe, non era stato facile, per nessuno.

Come hai smesso di farti carico di tutto?

Ho pensato che se continuavo, lui non avrebbe mai imparato. E io sarei morto scontento, come se avessi vissuto la vita di un altro. Questo secondo pensiero era più forte.

Non è egoista? chiese Giulia.

No.

Andrea non dava consigli. Si limitava a domande, a raccontare di sé. Mai un devi fare così, per questo era facile parlare con lui. Non uno psicologo, ma uno che qualcosa lha vissuta sulla pelle.

A dicembre Giulia aspettava i suoi messaggi. Buonasera, come stai? le regalava un calduccio che prima era un groppo ghiacciato. Non subito, pian piano. Come una stanza che, dopo anni, viene di nuovo riscaldata.

Alla madre non raccontava di Andrea. Non capiva nemmeno perché. Non parlava, e basta.

Teme la tua reazione, disse un giorno Andrea.

Forse.

Che farebbe?

Direbbe che non mi serve. Che ormai sono grande, che non finirà bene, che le viene il cuore, che la abbandono per uno sconosciuto.

E allora?

E poi mi sentirei in colpa.

Interessante, osservò lui. Sai già come va a finire.

Sono ventanni che recito questo copione.

Hai mai pensato a come cambia se cambi ruolo, se non ti senti in colpa?

Mai, confessò Giulia.

Il ventisei dicembre Andrea la invitò per Capodanno sul lago di Como, in una casa in affitto, boschi, tre giorni insieme.

Stava ore a fissare il suo messaggio. Poi preparò il tè, lo bevve, rilesse.

Tre giorni. Trentuno dicembre. Lago.

Cosa farà la mamma.

Nemmeno si chiese: “Io, cosa voglio?”. Sempre e solo: “Cosa farà lei”. Quella paura di deluderla era come una seconda spina dorsale.

Scrisse alla madre: “Mamma, voglio parlarti. Domani posso venire?”

Rispose subito: “Certo, vieni pure. Sono sola.”

Portò il dolce. La madre la accolse in vestaglia, sebbene fosse pieno pomeriggio.

Mamma, devo dirti una cosa.

Parla, parla. Tagliava il dolce senza guardarla. Vuoi il tè?

Sì. Ho conosciuto un uomo.

Il coltello si fermò.

Che uomo?

Andrea. È medico. Ci sentiamo da un mese e mezzo. È una brava persona.

Silenzio. Giulia la fissava di spalle, con quella stretta al petto che tornava puntuale.

Taci, disse lei.

Penso.

Si voltò, viso severo.

Quanti anni hai, Giulia?

Cinquantasei.

Ecco, cinquantasei. E ti metti con uno sconosciuto? A questa età? A correre da un uomo?

Solo volevo che tu sapessi che cè una persona per me.

Una persona. Appoggiò il piattino con uno stridio. Quindi niente tempo per me.

Mamma, io ci sono sempre stata.

Finché non cè questo tuo.

Ascoltami…

No, ora ascolti tu. Guardò Giulia negli occhi. Sono sola. Ho ottantanni. Paiolo è sparito da ventanni. Hai solo me. Chiedo poco: che tu sia vicina.

Sono qui.

Per adesso.

Giulia finì il tè, il dolce; si beccò unaltra ora di lamentele sulla solitudine, sulla vita a questetà, sul fatto che lei aveva vissuto sempre e solo per sua figlia.

Rincasò con la solita assenza, quel filo di vuoto fastidioso che dice hai fatto qualcosa di sbagliato. Che sei una figlia ingrata. Che i manuali di relazione vanno bene solo sui libri, non nei tinelli con caffettiera e servizi.

Di sera scrisse ad Andrea: “Le ho detto tutto.

E?

Si è rattristata.

Ovviamente.

Andrea, sto malissimo.

Lui chiamò subito, e lei ascoltava il suo respiro.

Ti sento, disse lui.

Perché sto male se non faccio niente di male?

Perché ti hanno insegnato a lungo che la tua felicità ferisce chi ami.

Ma non è vero.

No, ma la sensazione è reale. I sentimenti dicono la loro verità, anche quando sbagliano.

Lei rise. Inaspettatamente.

Sembri uno molto saggio.

A volte capita. Pausa. Vieni?

Al lago di Como?

Sì.

Guardò fuori: la Milano coperta di neve, si udiva lontana una corriera, i cani ai giardini.

Vengo, decise.

Nei giorni seguenti sistemò le ferie, preparò la valigia, affidò la mamma alla vicina, la signora Claudia Benassi, una pensionata gentile del primo piano, da sempre pronta a dare una mano.

Claudia accettò con entusiasmo. Assicurò che sarebbe passata mattina e sera, che per Capodanno avrebbero visto la tv assieme, che si sentiva meno sola anche lei.

Giulia chiamò la madre il ventotto.

Per Capodanno parto, mamma. Tre giorni, con Andrea.

Silenzio.

Mamma?

Sento, tono calmo e stanco. Studiato di proposito. Vai allora.

Claudia passerà spesso. Avete i numeri. Non sei sola.

Uhm.

Mamma

Vai, Giulia. Vai, capisco tutto.

Capisco tutto in bocca a mamma voleva dire il contrario. Giulia lo sapeva bene. Non aggiunse altro. Solo un ti voglio bene, cui seguì un uhm.

Il trenta Andrea arrivò presto con la sua auto vecchia, ma affidabile, profumato di pino per via di una pallina natalizia sullo specchietto. Appena fuori città venne la neve.

Giulia guardava i campi bianchi e non ricordava lultima volta che era partita così, senza fretta, sentendo che poteva andare e basta.

A cosa pensi? chiese Andrea.

Alla neve.

Un bel pensiero.

E a quanto sia strano. Andare, e non pensare di dover tornare di corsa.

Devi tornare. Il quattro.

Mi capisci.

Certo. Le prese la mano, lieve. Quella paura passerà. Di partire senza permesso. Passa.

Ne sei sicuro?

No, ma ci spero.

Lei rise ancora, e si sorprese di quanto fosse piacevole.

Arrivati sulla sponda del lago, la casa era piccola e confortevole. Legno, silenzio irreale, gli abeti ghiacciati fino allorizzonte.

Meraviglia, disse Giulia appena scesa.

Già, assentì Andrea.

Si sistemarono, mangiarono qualcosa di semplice, guardarono il buio farsi più profondo dietro il lago.

Raccontami qualcosa, chiese lei.

Tipo?

Qualsiasi cosa.

Andrea parlò del lago, delle volte in cui ci era stato da giovane, anche con la prima moglie. Poi a lungo no, e ora, finalmente, aveva trovato il modo di tornare, con altri occhi.

Lamavi?

A modo mio. Eravamo giovani, ma non sempre lamore basta.

Avevate un figlio.

Sergio. Ventotto anni. Bravissimo. Identico a me, ma meno complicato.

Sicuro?

Andrea rise.

Il cellulare di Giulia squillò alle undici e trenta la notte di San Silvestro. Stavano aprendo lo spumante.

Mamma.

Il solito spasmo dentro.

Rispondi, suggerì Andrea.

Ma…

Rispondi.

Mamma?

Giulia, sto male, mi sento morire, pressione a centoottanta su cento.

Chiama subito il dottore, hai chiamato la Claudia?

No… volevo solo te.

Mamma, sono sul lago di Como, non posso arrivare. Chiama lambulanza, ora. E chiama Claudia, che viene subito.

Giulia, è la fine. Lo sento.

Mamma, ti ascolto, per me conta che stai male. Ma ora chiama il 118, sono rapidi. Io chiamo Claudia.

Non vieni?

Pausa. Una pausa che sembrava durare anni. Una pausa che a Giulia non era mai riuscita trattenere.

No, mamma. Non vengo. Ma non sei sola. Chiama, ora.

Chiuse. Chiamò Claudia, spiegò. Claudia fu rapida: Ricevuto, vado subito.

Giulia restò lì col telefono in mano. Andrea tacque. Ma era accanto. Bastava questo.

Non vado. Lo disse a se stessa.

Lo so.

Mi sento malissimo.

Lo so.

Però non vado.

Lo so, Giulia.

Gli strinse la mano. Lui la strinse ancora.

A mezzanotte guardarono il bosco innevato dalla finestra. Da qualche paese in lontananza sintuivano i fuochi dartificio, lì solo il silenzio e le stelle.

Buon anno, disse Andrea.

Buon anno, rispose lei.

Il cellulare restò muto per unora, poi Claudia scrisse: Sono da Antonietta. Chiamata il dottore, niente di grave, picco controllato, già dorme. Sta bene. Tranquilla.

Giulia rilesse più volte. Pressione calata, dorme.

Non sentì né sollievo né colpa. Qualcosa di diverso. Un rilascio quieto, come dopo aver deposto un peso.

Tutto bene? chiese Andrea.

Sta dormendo.

Lui annuì.

Hai tenuto duro.

Volevo correre da lei.

Lo so. E proprio per questo, hai tenuto duro.

Non capiva bene, ma non chiese altro.

Passarono due giorni sereni. Passeggiate nel bosco, aria fresca, libri, silenzi condivisi. Una pace nuova.

Il primo gennaio chiamò la madre.

Come stai, mamma?

Viva, voce secca, ma viva.

Claudia dice che hai dormito bene.

Parla troppo.

È una brava donna.

Sì, concedette mamma. Ha portato la crostata ai mirtilli.

Buona?

Abbastanza.

Era qualcosa. Giulia sorrise. Andrea le fece cenno di pollice.

Mamma, rientro il quattro. Passo da te.

Va bene.

Ti voglio bene.

Pausa breve.

Anche io, disse mamma. Non uhm. Anche io.

Era proprio qualcosa.

Rientrarono il quattro, come previsto. Andrea salì per un caffè, si mise a scrutare la libreria, proprio come la prima volta.

Leggi anche saggistica? chiese.

Provo a capire cosa mi succede.

E che succede?

Ho sempre avuto paura di ferire mamma. Da sempre. Se sbagliavo, non urlava, ma mi guardava. E taceva per ore.

Il silenzio fa più paura delle urla.

Molto di più. Aprì il vino, brindisero. Non so dire no a mamma. Non ci sono mai riuscita. Lei piange, o dice che sta male, oppure tace. E io crollo.

Si chiama ricatto emotivo.

Lo so. Lho letto. Ma sapere e saper fare sono due cose diverse.

Divere, ammise Andrea.

Non la guidava, ascoltava. Forse era questo il segreto. Lei era a suo agio.

A metà dicembre Giulia aspettava la sua chiamata serale. Quando scriveva Buonasera, come stai?, quella pietra che portava nello stomaco diventava un tiepido cuscino. Un po alla volta. Come una stanza che riprende calore dopo linverno.

Alla madre non raccontava nulla. Non sapendo il perché.

Temi la sua reazione, diagnosticò Andrea.

Forse.

Che dirà se lo sa?

Che è inutile, che sono troppo avanti con gli anni, che finirà male, che le viene il cuore, che la sto lasciando per uno sconosciuto.

E…

E mi sento in colpa.

Interessante. Cioè, conosci la trama.

La recito da ventanni.

Ma hai mai pensato a recitare una parte diversa? A non provare colpa?

Mai, davvero.

A dicembre Andrea la invitò sul lago di Como a Capodanno. Tre giorni, niente folla. Solo loro.

Rilesse il messaggio dieci volte. Poi preparò il tè, lo bevve, rilesse.

Tre giorni.

Scrisse alla madre: Posso venire domani? Voglio parlarti.

Rispose: Certo. Vieni.

Arrivò con il dolce. Mamma in vestaglia.

Mamma, devo dirti una cosa.

Dimmi.

Sto conoscendo un uomo. Andrea. Un bravo uomo.

La madre non parlò. Tagliò la torta. Le spalle tese. Poi si girò.

Conosci chi? A questa età?

Sì. Sto bene.

Così mi lasci sola.

No, resterò sempre vicina.

Finché non cè lui.

…Mamma, ascolta…

Ascolta tu. Sono sola. Ti chiedo solo di restare.

Ci sono.

La madre non replicò. Giulia capì che non cera altro da aggiungere.

La sera scrisse ad Andrea: Glielho detto.

Reazione?

Triste. Mi sento male.

È normale.

Lui telefonò. Lei ascoltò in silenzio.

Ti ascolto, sussurrò lui.

Perché mi sento così?

Perché si cresce credendo che la propria gioia sia dannosa.

Ma non è vero.

No. Ma il dolore è reale.

Lei sorrise.

Vieni lo stesso?

Certo.

E così fu.

Si organizzarono con la signora Claudia, per non lasciare la madre sola.

A Capodanno, neve e silenzio.

Squillò il telefono. Era la madre.

Mi sento morire, pressione alta!

Mamma, chiama il dottore. Claudia è sotto. Non sono sola.

Ma… non puoi venire?

Una pausa lunga, troppo lunga.

No, mamma. Ma non sei sola.

E stavolta rimase. Con Andrea. Con se stessa.

La mattina dopo, messaggio: Crisis lieve, dorme tranquilla. Tutto sotto controllo.

Fu un sollievo strano: non gioia, non colpa, solo pace.

Rientrata, la vita cominciò a scorrere diversamente. Martedì e venerdì da mamma. Più telefonate serene. Claudia continuava ad andare. Nel giro di settimane, meno lamentele. Poi, un giorno di marzo:

Dicono che al centro anziani organizzano corsi di ginnastica. Claudia si è iscritta. Dovrei andare?

Certo mamma. È bello.

Non so… sono vecchia.

No, sei in forma. Camminare fa bene.

Boh… vediamo.

Ci andò. Poi ancora. In aprile conobbe altre donne. In maggio, gita sulla Darsena. Più sorrisi al telefono.

Andrea conobbe la madre in aprile, quasi per caso, portando la spesa insieme a Giulia.

La madre lo guardò a lungo.

Entrate, che aspettate.

Durante il tè domandò ad Andrea del lavoro, del figlio, dei viaggi. Andrea rispose calmo, scherzoso, la madre annuiva, commentava.

Quando uscirono:

Ti ha presa in simpatia, osservò Giulia.

Era importante?

Sì, sorrise lei, e si vedeva che provavi a conquistare punti.

Sempre, davanti alle madri, rise lui.

A maggio, durante una cena, Andrea propose:

Giulia, vuoi sposarmi?

Il coltello le cadde.

Cosa?

Ti dico: sposiamoci. Davvero.

Sei serio?

Del tutto. Ho cinquantasette anni. Ginocchia a terra non ce la fanno, ma il cuore funziona.

Lei guardò lui, la cucina, i pensili, la palla di Natale da gennaio.

Va bene, rispose.

Va bene che accetti?

Sì.

Sorrise lui. Solo un sorriso. Tornò ai fornelli.

A giugno si sposarono. Cerimonia semplice. Due amiche di lei, il figlio di lui, Sergio, che arrivò da Bologna. Un giovane uomo calmo come il padre. Verso la fine della serata, discuteva già con Giulia di architettura.

La madre non venne in Comune: Le mie gambe no, vieni dopo. Ma quando Giulia raccontò tutto, disse:

Va bene. Buona fortuna.

Non un finalmente. Non sono felice per te. Ma era molto.

Andrea aveva prenotato per luglio il viaggio: Roma, Firenze e Amalfi. Due settimane.

Guardando i biglietti, Giulia ripensò alle ferie annullate: le Cinque Terre, Venezia, il Lago di Garda. E a Stefano.

A volte pensava a lui, senza dolore. Un senso di realtà, di comprensione: aveva avuto ragione.

Pochi giorni prima della partenza, passò dalla madre.

La mamma parlava di Nina, che sera fatta male in gita, e di come Claudia e lei le portassero qualcosa da mangiare e tenerle compagnia.

Mamma, sei contenta?

La madre la fissò.

Perché?

Così, in generale. Come stai?

Tese la tazza, sollevò le spalle.

Così. Si sta. Passeggio, respiro. Claudia, Nina. Ogni tanto mi annoio. Ma va bene.

Mamma, io parto per lItalia, con Andrea. Due settimane.

Lo so. Hai detto.

Claudia…

Giulia, so tutto. Non sono una bambina. Vai.

Giulia la guardò.

Mamma…

Vai. Si mise ai fornelli. Portami qualcosa di buono.

Che cosa?

Olio. Dicono che lolio italiano è il migliore.

Te lo porto.

Ecco.

A casa preparò la borsa, Andrea leggeva la guida.

Sei in ansia? chiese lui.

Un po.

Per tua madre?

No, per me stessa.

Perché?

Non ci credo. Che sia semplice, pensare e partire.

Lui chiuse la guida.

Qualcosa succederà, disse. La vita fa sempre scherzi. Ma ora partiamo.

Sì. Stavolta non annullo.

Sicura?

Lei lo fissò: quegli occhi sbiaditi, la palla di Natale ora appesa alla libreria (deve restare tutto lanno).

Sicura.

Lui riaprì la guida.

Qui dice che ad Amalfi bisogna ordinare limoncello nei bars piccoli. Non nei posti turistici.

Non bevo limoncello.

Io sì, anche per te.

Allora sei a posto.

Logico. Sorrise. Per gli Uffizi, a Firenze, ho prenotato a maggio, appena tu hai detto sì.

Lei rimase in piedi, con la borsa.

Hai prenotato a maggio?

Certo. Sono ottimista.

Sicuro di te.

No. Sicuro di te.

Posò le cose, andò a sedergli accanto. Lui la guardò.

Che cè?

Niente.

Sedere vicino, un giugno luminoso. I bimbi ridevano in cortile.

Il cellulare lampeggiò: messaggio della mamma. Giulia lo lesse.

Che dice? domandò Andrea.

Dice che Nina sta meglio, sono pronte per riprendere le passeggiate.

Ottima notizia.

Sì. E aggiunge: Porta buon olio e fatti le foto. Voglio vedere.

Andrea restò zitto.

Rispondile, suggerì.

Che scrivo?

Che mostrerai tutto.

Giulia digitò: Mamma, ti farò vedere tutto. Guarderemo insieme.

La madre rispose presto: Intesa.

Giulia mise via il telefono. Guardò le mani, poi Andrea.

Partiamo dopodomani.

Andiamo, disse lui.

A Roma.

A Roma.

E nessuno ci trattiene.

Nessuno.

Lei sospirò, lungo, come se lasciasse andare tutto ciò che aveva trattenuto. Non tutto, non subito. Ma qualcosa sì.

Andrea, sussurrò.

Mmm?

Grazie.

Di cosa?

Di avermi lasciata libera di scegliere.

Lui la guardò serio.

Ho impiegato anni a capire che la libertà non si regala, disse. È la cosa più dura.

Più dura che aspettare?

Molto.

Lei annuì. Da fuori, risate leggere, aria calda destate. Suoni che non dovrebbero riempire niente, ma qualcosa riempiono.

Prepariamo cena? chiese Andrea.

Prepariamo.

E andarono insieme.

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