La Casa di Carta

Casa di Carta

Lory, facciamo tardi!

Papà, un attimo! urlò Lorenza, saltellando su un piede solo mentre si infilava il calzino.

I calzini erano esilaranti, uno rosa e laltro verde. Glieli aveva regalati sua zia, Caterina. Anche le scarpe da ginnastica erano diverse tra loro: secondo la zia, adesso in città si usava così.

Lorenza si fidava di Caterina era davvero una donna a cui piaceva la moda. Diceva sempre che, se la natura non era stata generosa, bisognava conquistare il mondo con quello che si aveva.

Lorenza però non era d’accordo con la visione della zia. Sì, Caterina non rispondeva ai canoni di bellezza corrente magra come una lisca, capelli corvini e occhi grigio acciaio , eppure così luminosa e vivace che Lorenza, camminandole accanto, rideva sentendosi diventare invisibile.

Dici che non ti nota nessuno! Guarda, si girano tutti!

Chi? chiedeva Caterina fermandosi e guardandosi intorno.

In quei momenti Lorenza scoppiava a ridere. In fondo, Caterina era ancora una bambina nellanimo. Era più grande lei, ma vicino alla zia, Lorenza si sentiva quasi adulta.

La sua ingenuità sorprendeva sempre Lorenza.

Mi ha detto che gli piaccio! Lorenza, non so che fare!

Ma a te piace?

Moltissimo! Ma mi mette soggezione!

Perché?

È troppo affascinante tutte in ufficio gli girano intorno. Però ha scelto me. È assurdo!

Caterina, tu non sei mai unidea assurda. Sei bellissima e intelligente! Perché non dovresti piacere?

La domanda era più per il cielo che per la zia. Lorenza, per quanto provasse a scalfire quella corazza di insicurezza, non ci riusciva mai. Si arrabbiava, a volte fino alle lacrime, ma non poteva fare altro.

Figlia mia, è difficile cambiare quello che ti hanno inculcato per anni. Il mio papà, Leonardo, scuoteva il capo, cercando di rincuorarmi.

Ma chi, papà? Perché? A che serve far diventare una bella ragazza una che non si fida di sé? Tu non mi hai mai cresciuta così!

Io no. Ma certi insegnamenti Sai, i nostri erano proprio bravi a condizionare.

E Caterina? Dai, papà, ormai lo so che parli di nonna. Ma non lhai mai detto apertamente

Cosa vuoi che dica? Che mia madre ha sbagliato a crescere sua figlia? Non è il caso. Tu ormai sei grande, e sai bene cosa significhi rispettare i genitori. Tua nonna mi ha cresciuto da sola, senza un uomo. Poi è arrivato Giuseppe, lo sai. Gli ho voluto bene come a un vero padre, ha saputo aspettarmi e insegnarmi senza mai imporsi, e soprattutto non lasciava che mia madre interferisse troppo nella mia crescita. Diceva che gli uomini devono essere cresciuti dagli uomini.

Ma allora perché con Caterina non è intervenuto?

Con le figlie femmine ci si sentiva meno in diritto, e ha lasciato fare a tua nonna. Anche lei, in fondo, aveva le sue ragioni.

Quali, papà? Ogni volta che guardo Caterina mi viene da piangere! È brava, forse anche troppo. Ma non crede in sé, sembra sempre spaventata dal mondo. Perché?

Credo che tua nonna abbia sempre avuto paura per Caterina, forse anche troppa. Ricordo che la portava dappertutto per mano, anche in terza media. Pensava che le potesse capitare qualcosa, chissà perché. Era una gravidanza difficile; io e Giuseppe eravamo rimasti molto legati in quel periodo. Lui cucinava il brodo, spremute di melograno, andava al mercato allalba. Lì ho capito quanto tenesse a lei. Aveva mani doro, e mentre costruiva quel cavalluccio a dondolo per te, aspettava solo che nascessi.

Dovè adesso quel cavalluccio?

È in soffitta. Se mai avrai figli, lo tiro fuori.

Papà!

Eh! Prima o poi mi renderai nonno, no?

Non così presto!

Meno male!

Papà!

Che ho detto adesso?

Battutine e risatine servivano a stemperare la tensione, ma mio padre restava consapevole che in famiglia le cose erano sempre state complicate. Da piccola Caterina definiva la nostra casa di carta.

Perché di carta, Cate?

Leo, allora solo uno studente magrolino e indaffarato, trovava sempre il tempo per giocare con sua sorellina. Caterina lo divertiva.

Perché è come il tuo tulipano! replicava mostrandomi il fiore di carta che avevo piegato per lei. Bello, ma guarda

E con una manata lo schiacciava.

Ma che fai?! Esclamai scioccato.

È vuoto dentro. Vedi? Fan un altro!

Ma se poi lo distruggi di nuovo?

No, voglio mostrarti qualcosa.

Con fatica riempì il nuovo tulipano di plastilina colorata. Poi me lo porse:

Vedi? Ora non lo puoi più schiacciare. È di carta, ma dentro è forte. La nostra casa invece no. Le manca la plastilina.

Mi colpì la profondità di Caterina. Ero rimasto con il fiore tra le mani, realizzando quanta saggezza ci fosse a volte nei più piccoli.

Quelli origami me li aveva insegnati una compagna di banco, Alina. Una ragazza seria, sempre intenta a piegare qualcosa durante le lezioni.

Devo tener occupate le mani per pensare.

A fine ora, sul banco cerano gru, ranocchie, tulipani Nessun insegnante le diceva nulla: era brava in tutto. Io li raccoglievo e li regalavo a Caterina, che ne era felicissima.

Puoi chiederle se mi insegna?

Certo!

Così mi davo da fare per convincere mamma a lasciarci andare al parco con Alina. Portarla a casa non mi sarebbe mai venuto in mente: sapevo che mia madre si sarebbe opposta.

Lorenza Maria, mamma di Caterina e me, era una donna rigorosa. A volte troppo. Lho sempre giustificata dicendomi che aveva solo paura per noi.

Leonardo! Devi pensare al tuo futuro da solo! Nessuno ti deve niente! Ti ho fatto, cresciuto il meglio che potevo. Ora arrangiati! Ho Caterina e non contare troppo su Giuseppe: non è tuo padre.

Non ribattevo mai, e sapevo che, al momento del bisogno, Giuseppe ci sarebbe sempre stato. Ormai lo chiamavo papà senza problemi. Era severo sì, ma era lui il vero pilastro.

Certe chiacchiere, le faceva con me solo quando lui non cera. Avrebbe posto subito fine a certi discorsi. Per lui la famiglia era tutto, e cercava di costruirla nel modo migliore per tutti.

Bene, però, non significa uguale per tutti. Dove il padre pensava bastasse amare e viziare i figli, la madre sosteneva la severità. Sempre in allarme

Mia madre temeva il peggio ventiquattro ore su ventiquattro, persino di più. Questa frase non si sa mai in casa la sentivo sempre. E da quando era nata Caterina, divenne una specie di cantilena.

Non sia mai che qualcuno le faccia del male!

Valeva per tutti: amicizie, insegnanti Solo rapporti professionali erano ammessi, niente abbracci alla maestra. Tutti gli altri erano estranei, potenzialmente dannosi.

Ho sempre provato a capire perché mamma fosse così. Cambiò lavoro, imparò a guidare solo per accompagnare Caterina a tutte le attività. Io aiutavo, ma quando Caterina è cresciuta avevo già una mia vita.

E in quella vita cerano tante cose Alina. E poi, con me, una figlia piccola, Lorenza, che fu un vero shock per mia madre Lei non pensava a una nipote prima dei venticinque anni.

Leonardo! Ma perché così presto? Devi laurearti! rimuginava in cucina, stringendo le spalle a se stessa.

Mamma, non sono più un ragazzino. E sono abituato a prendermi responsabilità. Alina aspetta un figlio. Il mio.

Ma non potevate stare più attenti? Si può ancora rimediare

Basta, mamma. Fermati. Ti fermi ora, per favore. Ho già capito.

Sono uscito dalla cucina, ho dato unocchiata a Caterina e poi un salto da Giuseppe, sempre più malato. Era mesi che combatteva, ma davanti a noi non si lamentava mai. A me, ogni tanto, lasciava intuire qualcosa.

Mi prese la mano più forte del solito, e mi mise le chiavi della casa in mano.

I documenti li sistemiamo in settimana. Per tua madre e Caterina lascio la casa in campagna. Fra poco costruiranno villette e i terreni saliranno di valore. Tu e la tua famiglia fate la vostra strada. Hai fatto bene, Leo. Tuo figlio avrà una casa solida. Promettimi che prenderai cura di loro.

Promesso, papà.

Non ha mai conosciuto Lorenza. Se nè andato una settimana prima che nascesse, senza dire una parola.

Senza che la madre dicesse nulla, ho preso la guida della famiglia e Caterina si è rilassata un po. Sapeva che io conservavo ancora quel tulipano di carta sopra la scrivania.

Perché lo tieni lì? Caterina toccava i petali sentendo la plastilina indurita sotto la carta.

Mi ricorda che non devo mai diventare vuoto. Che ho un compito.

E quale sarebbe?

Riempire la vostra vita di qualcosa di vero. Non solo quella di Lorenza e Alina, anche la tua e della mamma.

Non ti ascolterà mai, Leo.

Ma devo provare.

Sì puoi provare sospirava lei cambiando discorso.

Non voleva che litigassi con nostra madre.

E la mamma, dopo la morte di Giuseppe, sembrava aver tirato un muro. Caterina non capiva che cosa le fosse successo, ma io lo sapevo bene. Quando mio padre ci lasciò, io avevo solo quattro anni: ricordo ancora le crisi di mia madre che, rompendo un vaso di cristallo contro il muro, mi mandava a stare nellangolo, poi piangeva, poi abbracciava. Io ero sempre un po corazzato.

Ma non piangi mai, Leo! E io che mi scervello per educarti Vieni qui! Anche tua madre ti vuole bene!

Cercavo di proteggere Caterina da tutto ciò, ma vivere in casa con mamma non era una buona soluzione. Alina era troppo fragile per stare in mezzo alle nostre tempeste emotive.

Figlio mio, te lavevo detto! Per fortuna Lorenza sta bene! Povera Alina Un cuore così debole E tu che corri sempre fra casa e lavoro Il destino si sceglie

Serravo la mascella e ringhiavo tra i denti:

Mamma, smettila subito! Finiremo per litigare!

Ma dai, non volevo

Troppo diretta! Poi prendevo Lorenza dalle braccia della nonna e scappavo a casa, spesso dimenticando di chiedere a Caterina come andasse.

Lei non si lamentava. Aveva preso parecchio dal padre: silenziosa, chiusa, seria fuori ma profondissima dentro.

Con la mamma, però, cerano attriti. Lamore e la fiducia erano costantemente sulla punta del rasoio, e basta poco perché tutto si spacchi.

Alina se nè andata cinque anni dopo la nascita di Lorenza. Una mattina non si è svegliata. Stavamo preparando la colazione, io facendo piano per non svegliarla; il bollitore si rovesciò, il gatto scappò sotto il tavolo, mi scivolò di mano la tazza. Ma la fretta non serviva più. Entrai in camera e capii subito. Il mondo si fermò, restava solo un pensiero: Lorenza!.

Mi avvicinai al suo letto, poi a quello della bambina. Il gatto di pezza, lunico che Lorenza portava ovunque, era lì. Mia figlia era dalla nonna, lavevo portata via la sera prima. Stringendo lorecchio cucito del peluche mi misi a urlare dal dolore, come una bestia.

Dopo non ricordo più nulla per settimane. Facevo il necessario: un po di cucina, qualche lavoretto, badavo a Lorenza. Lei mi stava sempre vicino, come per proteggermi, senza mai chiedere della mamma. Allinizio non ci feci caso, poi la vidi entrare nella stanza chiusa di Alina, sedersi per terra e, abbracciando la foto della madre, cominciare a parlare con lei. Lì capii che sapeva tutto.

Non la fermai. Appena uscì, la strinsi. Le annodai le trecce, come potevo, e le chiesi:

Chi te lha detto?

La nonna. Mi ha detto che dovevo starti vicino, che non dovevo parlare di mamma perché ti faceva soffrire.

La strinsi ancora di più, lei quasi pianse, allora mi ritrassi subito.

Scusami, piccola puoi parlare di mamma con me quando vuoi! Non ascoltare nessun altro! Solo me, hai capito?

Dallabbraccio, e dal modo in cui pianse subito dopo, capii che era stata troppo sola col suo dolore. Mi odiavo per averla lasciata in quella solitudine, e mi arrabbiai ancor di più quando, la notte dopo, venne Caterina.

Era bagnata fradicia, la notte era piovosa senza fine. Quando aprii, Caterina mi abbracciò con tutta la sua forza.

Caterina! Cosa succede?

Fa male Tremava anche in braccio a me.

Lambulanza arrivò mezzora dopo, poi dormì tutta la notte nel letto di Lorenza, senza dire nulla.

Alla mattina mi accorsi dei lividi sulle sue braccia.

Che cosè stato?

Lei cercò di nasconderli con le maniche larghe della mia maglietta, ma fu inutile.

Caterina?

Non voglio parlarne.

Devi, Cate. Solo così posso aiutarti. Cosè successo?

Scoppiò a piangere con le lacrime agli occhi, annuendo.

È stata la mamma? chiesi con voce spezzata.

Fece solo un cenno. Poi mi prese la mano e la portò al viso.

Non lasciarmi sola con lei, Leo. Ho paura

Cercando di consolarla, pensavo a una soluzione. Uno scontro non avrebbe risolto nulla. Se mamma aveva davvero oltrepassato quel limite, la situazione era grave.

Raccontami. Solo così posso aiutarti. Non piangerai più, te lo prometto! Ti fidi di me?

Caterina mi guardò, esitò, poi si fece forte. In quel momento aveva davvero lo sguardo di nostro padre.

Non avrei potuto deludere Giuseppe. Se lei aveva bisogno, era mio dovere aiutarla.

La mamma ha scoperto che esco con Massimo. Ti ricordi di lui?

Quello coi capelli lunghi? le passai una tazza di tè.

Mangia qualcosa, su.

Non ora. Sì, lui. Ma giuri che non cera niente di serio! Siamo andati solo al cinema due volte e per una passeggiata in centro, di giorno! Neanche mi ha baciato, pensa tu!

Tranquilla, ti credo. Ma cosha fatto la mamma?

Urlava, mi scuoteva, diceva delle cose terribili Non posso ripeterle! Perché mi tratta così? Cosa ho fatto di male? Ho sempre fatto il possibile per non deluderla, lo sai bene! E poi mi ha urlato che finirò come te, a fare la madre precoce Scusa! Non volevo ma io sono davvero così? Così ingenua?

Caterina si mise a piangere così forte che per un attimo non seppi cosa fare.

Poi ascoltai listinto: lei assomigliava tantissimo a Lorenza in quel momento. Così laccolsi fra le braccia, come facevo con Lorenza, e le asciugai le lacrime borbottando:

Alluvione in arrivo! Nessuno ti farà più male, hai sentito? Nessuno! Nemmeno la mamma! Ho promesso a papà che non ti avrei lasciata mai.

Caterina mi guardò, e io più sicuro ripetei:

Nessuno, hai capito? Sta con Lorenza ora, che tra poco si sveglia. Dai qualcosa da mangiare alla piccola, io vado da mamma.

No, Leo!

Devo farlo. La spinsi a finire il panino. Forza, lavati la faccia. Niente paura.

Il confronto con mia madre fu una faticaccia. Piangeva, urlava; chiedeva che Caterina tornasse subito a casa, poi supplicava di restituirle la vita.

Mamma, Caterina rimane da me.

La fermai con un gesto quando stava per ricominciare a gridare.

Fino a quando non si riprende. Vale anche per te: calmati.

Ma, Leonardo! Ha scuola! Controlli! Gare di ginnastica! La pagella!

Ti ascolti? Non lhai neanche cercata stanotte! E se non fosse venuta da me?

Pensavo fosse a casa!

Tu vuoi solo controllare tutto. Non vedi che siamo esseri umani, non statuine! Ci hai mai chiesto, davvero, come stiamo? Nemmeno dopo che Alina è morta. Parli sempre di scuola, futuro, risultati. Ma Caterina ha me! E se anche prendesse tutti quattro non importa: posso pagarle privatamente gli studi. Lo sapevi che vuole diventare veterinaria? Non medico come volevi tu, veterinaria! E lo diventerà. Ci penso io!

Non puoi decidere per lei! Sono sua madre!

E questo ti dà il diritto di schiacciarla? Mi sono calmato di colpo.

Davanti a me non cera più una tigre, ma una donna smarrita.

Le presi le spalle, guardandola negli occhi.

Mamma, vuoi rimanere sola? Non ti sto ricattando. Così rischi di non riavere più né me né Caterina. Io non la lascio mai. E dopo tu cosa farai? Pensaci.

La baciai sulla fronte, uscii e mi sedetti sui gradini della solita scala condominiale.

Chissà quante volte avevo corso su e giù da lì stavolta però ero svuotato, rimasi seduto, a contare i gradini.

Alla fine il cellulare che iniziò a vibrare mi ridestò. Tornai a casa sapendo che dovevo fare.

La mia strategia funzionò. Lorenza non riuscì a mantenere il silenzio a lungo. Dopo due giorni si presentò da me, cercando di ricucire con Caterina.

Non fu facile. Caterina non perdonò subito. Ancora per anni il loro legame era una specie di altalena sbilenca.

Lorenza ci mise tanto impegno, capendo che ormai i figli non erano più bambini da abbracciare e controllare. Piuttosto, si chiedeva: Loro due sono insieme, e io?

Caterina si laureò e trovò lavoro in una prestigiosa clinica veterinaria. Lorenza rideva di gusto quando vedeva lo sguardo disperato del padre ogni volta che la zia si presentava a casa con un altro paziente.

Caterina! Ma è un pitone!

E allora? Dai, Leo, guarda quanto è carino! Toccalo, è caldo! Solo finché il padrone non torna dal viaggio.

Pure ha il nome?

Certo! Si chiama Giorgio.

Lorenza rideva e minacciava il padre di seguire le orme della zia.

Non se ne parla! rispondevo, mimando lorrore.

Casa, lavoro, gli incontri un po imbarazzati con la nonna. Caterina viveva come per inerzia. Lorenza mi supplicava di presentarla a qualcuno, ma niente.

Poi la notizia:

Voglio presentarvi il mio fidanzato sussurrò Caterina con gli occhi bassi. E niente scherzi!

Ma scherziamo? Da piangere, semmai! La abbracciava Lorenza.

Il destro della zia, un po rosicchiato da un cucciolo il giorno prima, saltò fuori da sotto il letto: Lorenza si mise la scarpa e corse verso il corridoio.

Sono pronta!

Ma davvero? scettico, alzai le sopracciglia e finsi di sbuffare. Tanto ormai Caterina non ci perdona neanche più il ritardo.

Su, papà! Abbiamo ancora mezzora!

Dopo, li vedemmo camminare insieme nel viale del parco.

Papà, è lui? Quello col ciuffo?

Il sussurro di Lorenza era così forte che Caterina la fulminò con lo sguardo, minacciandola col dito.

Massimo.

Leonardo.

Una stretta di mano, un sorriso, un cenno.

Lorenza.

Ciuffo! rise Massimo, guardando affettuosamente Caterina. Dai, Cate, sorridi! Così! Vorrei che tu sorridessi sempre. Accidenti, belle scarpe! Le voglio anchio!

Lorenza mi scambiò uno sguardo complice, si mise a ridere, e solo allora si accorse che nello sguardo della zia era sparito lacciaio, sostituito dallargento. Ne rimase incantata, battendo le mani.

Che cè? Siamo tutti un po matti nella nostra famiglia. Abituati!

Allora sono al posto giusto! Massimo scoppiò a ridere. Mi unisco volentieri. Anzi: come si dice, famiglia o squadra?

Famiglia, Massimo, famiglia! rispose Lorenza, facendo locchiolino a Caterina e prendendomi sotto braccio.

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La Casa di Carta
Un regalo da uno sconosciuto Il messaggio nella chat aziendale spuntò tra fogli Excel e mail urgenti come una decorazione natalizia in mezzo ai faldoni: «Colleghi, parte Secret Santa! Scambio anonimo di regali in ufficio. Budget massimo: 20 euro. Link al modulo in basso». Arturo rilesse il testo e controllò automaticamente l’orologio nell’angolo dello schermo. Mancavano dieci giorni lavorativi a fine anno, due settimane al risultato trimestrale, tre giorni alla rata del mutuo. Da mesi misurava tutto in scadenze. Le reazioni in chat fioccavano già: gif di renne, commenti sarcastici, domande sul budget. La responsabile HR, Katia, aggiunse subito: «Non è obbligatorio partecipare, ma è molto consigliato. Creiamo la magia del Natale!». Arturo finì il caffè ormai freddo e cliccò sul link. Il modulo chiedeva nome, settore, consenso ai dati. In fondo lampeggiava “Partecipa”. Esitò un attimo, immaginando una nuova tazzina inutile sul suo già affollato tavolo. Poi pensò al suo nome senza regalo nella lista. Premette. — Anche tu ti sei buttato nella lotteria? — chiese Sandro dell’ufficio accanto, sporgendosi dalla sua scrivania. — Spero mi capiti qualcuno ironico. Ho già in mente il regalo: un libro su come gestire il tempo al capo! — È anonimo, però… — ricordò Arturo. — Proprio per questo è più divertente. Immagina la sua faccia quando scopre il dono… — Sandro fece una smorfia comica e ridacchiò. Arturo, educato, sorrise e tornò al report. Dopo un po’, i numeri si confondevano. Da qualche parte organizzavano set regalo per i partner, tra chi proponeva cioccolatini costosi e chi voleva risparmiare. Al bar la mattina si discuteva della tredicesima: ci sarà? La taglieranno? “In natura” sottoforma di pacchi regalo? Tutto scorreva come un sottofondo natalizio: l’albero finto della reception, le palline plasticose, i biglietti neutri “Stimati partner, auguri…”. Arturo aveva due obiettivi per quell’anno: raggiungere il bonus a fine trimestre, e non perdere la pazienza con il figlio per i voti. Entrambi sembravano difficili uguale. La sera ricevette una mail: “Il tuo Secret Santa”. La aprì in metro, pressato da giacconi e zaini. «Ciao Arturo! Il tuo destinatario: Arturo De Rosa, settore analisi». Rilesse. E ancora. Il convoglio sobbalzò, qualcuno gli sfiorò la spalla. In chat fioccavano screenshot: «È un bug?» «Anche io ho estratto me stesso!» «Nuovo livello di auto-analisi». Katia rispose: «Sì, è saltato tutto. Non facciamo in tempo a cambiare, l’IT dice che è tutto legato agli ID. Prendiamolo come un esperimento. I regali si portano comunque, si finge tutto. L’importante è tenere viva la magia». «Che magia, se so già sono io?» scrisse uno. «Immagina che sia uno sconosciuto che ti capisce davvero», rispose Katia col’emoji dell’albero. Arturo chiuse la chat e infilò il cellulare in tasca. In metro, qualcuno parlava a voce alta di budget di fine anno. Si guardò nel vetro scuro: quarantuno anni. I capelli reggono ma alle tempie già qualche filo grigio. Il viso stanco, non vecchio. Giacca da centro commerciale, orologio in finanziamento, smartphone come quello del direttore. Un regalo a se stessi, come da uno sconosciuto, pensò. Cosa potrebbe regalarmi questa persona? Non aveva risposta. Il giorno dopo, al bar, si discusse solo di quello. — Dovrebbero annullare tutto, — sbuffò Paolo, il legale, spegnendo la sigaretta. — Manca lo spirito. Il Babbo Natale segreto deve davvero essere segreto. — A me piace, — ribatté Anna del marketing. — Finalmente posso regalarmi qualcosa di decente. Basta sciarpe coi cervi. — Ma te le compri già da sola, — osservò qualcuno. — Non proprio. Ci sono cose che non mi concedo mai, — Anna sorrise. — E questa è la parte interessante. Arturo ascoltava in silenzio. In testa giravano le solite idee: cuffie, powerbank, nuovo mouse. Tutte cose che avrebbe potuto comprare senza giochi, tornando a casa dal lavoro. Ma tutto sembrava più un accessorio che un regalo. — Tu cosa ti regali? — chiese Sandro in ascensore. — Non so, — ammise Arturo. — Io mi prenderei la PlayStation. Ma il budget non basta, — Sandro rise. — Prenderò birra artigianale e scriverò “da Santa”. E io? — pensava Arturo rientrando in ufficio. — Cosa vorrei se qualcuno mi vedesse davvero? Non il collega, né il pagatore del mutuo, né il padre “che non passa abbastanza tempo col figlio”. Ma… chi? Un uomo? Non trovava la parola. La sera entrò in un centro commerciale. Tutto illuminato, musica, offerte “regalo perfetto”, “set per lui”, “per uomini di successo”. In ogni poster un uomo in cappotto costoso e sguardo sicuro. Nessuno aveva occhiaie e debiti. Entrò nel negozio di elettronica. Sullo stand le cuffie “best seller”. Un commesso spiegava a un ragazzo le differenze tra modelli. Ecco, cuffie. Pratico. Musica, podcast. “Mi prendo cura di me”, rifletteva Arturo. Prese la scatola, la girò. Il prezzo rientrava nel budget. Ma è un acquisto come tutti gli altri. Che senso ha? Compro sempre ciò che “deve avere” uno come me: telefono, orologio, scarpe decenti, giacca non da saldo. È davvero un regalo? Rimise la scatola e uscì. Il libreria faceva più caldo. All’ingresso pile di libri motivazionali: “Diventa la versione migliore di te”, “Fai tutto e meglio”, “Felicità pianificata”. Arturo ne prese uno, lo sfogliò, trovò le solite frasi su “zona di comfort” e “efficienza” e si sentì più stanco. Nel fondo c’era lo scaffale dei romanzi. Passò il dito tra i libri, riconoscendo qualche autore. Da studente divorava romanzi in una notte e alle lezioni ci arrivava con occhi rossi. Poi lavoro, mutuo, bambino, e la lettura era diventata “da fare”. Forse un libro? Ma quale? E poi, chi vorrebbe regalarmi un romanzo sapendo che non trovo mai il tempo di leggere? Uscì a mani vuote. In testa, solo pubblicità e musica di sottofondo. A casa, la moglie chiese: — Sei cupo? — No, tutto bene, — rispose togliendosi le scarpe. — Gioco in ufficio. Regali. — Ancora candele e tazze? — ironizzò lei. — Stavolta ognuno si regala da solo. La piattaforma si è incasinata. — Beh, è fantastico, — mise la pasta sul tavolo. — Prenditi qualcosa che non ti concedi mai. — Tipo? — Non so. Lo sai tu meglio. Tacque. Il figlio sfogliava il libro di scuola, fingeva di studiare. — Di solito vuoi qualcosa di specifico: telefono, orologio, zaino. Sei uno che ama queste cose. — Però le compro quando servono, — disse. — Non per sfizio. — Allora magari non un oggetto, — suggerì lei. — Un buono. Un massaggio. Una giornata libera. Qualcosa… — Per la giornata libera serve il capo che non scriva di domenica, — la interruppe. Lei sorrise. — Allora chiedi a Babbo Natale un capo così. — Non bastano venti euro, — scherzò. Quella notte faticò a dormire. In testa i negozi, gli slogan dei poster, le altrui speranze: “carriera”, “successo”, “prosperità”. Importanti, ma come decorazioni che togli a gennaio. Cosa vorrei davvero, senza giudizi? Né colleghi, né moglie, né figlio, né genitori, né banche? Ancora nessuna risposta. A una settimana dal party l’ufficio era frenetico. Prime buste regalo spuntavano sulle scrivanie. Qualcuno le nascondeva nei cassetti, qualcuno in bella mostra. In chat discussione su dress-code, menu, giochi. Katia scrisse che ci sarebbe un presentatore, dj e “il momento Secret Santa”. Arturo ancora senza regalo. — Che aspetti? — chiese Sandro. — Poi rimangono solo avanzi. — Ci sto pensando, — replicò Arturo. — Su, prenditi qualcosa di utile. Io mi sono regalato un kit per griglia. Sempre voluto, mai trovato tempo. Così me lo prendo. A pranzo al bar del piano terra, tra code, chiacchiere su figli, traffico e “Regala alle feste” sugli schermi. Seduto, controllò il cellulare. Aprì un sito. “Regalo per uomo quarantenne”. Gli apparve: orologi, portafogli, gadget, alcolici, barcode per barbiere. Sempre e solo come dovrei apparire, pensò. Mai come mi sento. Chiuse la finestra. Aprì la casella personale. Offer, sconti, “inizia l’anno con una nuova versione di te”. Tra le mail, una da un portale di corsi online: “Nuovo corso di fotografia. Iscriviti entro domenica”. Fotografia. Ricordò la vecchia reflex comprata dieci anni prima, quando ancora non aveva figlio e il mutuo era solo una prospettiva. Allora, nei weekend, scattava per la città: strade, vetrine, gente. Poi la macchina foto finì in armadio: prima niente tempo, poi energie, poi sembrava una sciocchezza. Ma dai, banale, ribatté la voce interiore. Quarantenne che riscopre vecchia passione. Se si mette a fare l’artista, fa ridere. Allontanò il vassoio. Dentro sentiva disagio: come quando ci si scopre vulnerabili. Non voglio cambiare vita. Solo… Non concluse. Il telefono vibrò. Il capo: «Cifre del trimestre, per stasera». Arturo sospirò e tornò in ufficio. La sera cercò la vecchia macchina fotografica in corridoio. Pesante, fredda. L’accese, batteria morta. Nel cassetto una carica. La moglie lo guardò stupita: — Fotograferai di nuovo? — Volevo vedere se funziona, — rispose. Appena la batteria si ricaricò, uscì sul balcone e fece qualche foto al cortile. Nulla di che: auto, finestre, neve, lampioni. Ma guardando nel mirino il rumore mentale si affievoliva. Non spariva, ma si calmava. Si rese conto di respirare più lento. Forse è questo il regalo? — pensò. — Non l’oggetto, ma il permesso di dedicarmi a questa cosa. Un’ora a settimana. Senza sentirmi sciocco. La cosa lo intimidiva quasi, subito la voce critica tentava di ridurre tutto a cliché. Ma un pensiero più delicato diceva: E perché no? Spendi per oggetti che dimenticherai. Qui, invece, forse qualcosa che ti piace davvero. Tornò al computer e riaprì la mail sul corso di foto. Moduli su composizione, luce, paesaggi urbani. Lezioni serali, due volte a settimana, online. Prezzo ok col budget. Un regalo da uno sconosciuto – pensò. – Uno che ricorda ciò che mi piaceva e non lo considera stupido. Cliccò “Compra”. Restava la “confezione”: alla festa, il dono deve essere fisico. Non basta dire “Mi sono iscritto”. Serve qualcosa da mettere in una scatola. Comprò una semplice agenda blu, senza disegni, e una busta. Stampò la conferma del corso, la mise in busta. Sulla prima pagina dell’agenda scrisse: “Per le fotografie che farai ancora”. Grafia incerta ma leggibile. Poi studiò una nota da affiancare: voleva che suonasse come parole di chi sa davvero come vive, non di un poster motivazionale. Dopo vari tentativi, ecco il testo: «Ad Arturo. Un promemoria: non sei solo report e call. Regalati un po’ di tempo per guardare il mondo diversamente. Spero ne farai buon uso. Il tuo Babbo Natale». Rilesse. Una stretta al petto. Non enfasi, ma bisogno. “Babbo Natale” era più premuroso di come lui si trattava di solito. Ripose tutto: conferma corso nella busta, busta nell’agenda, agenda incartata in carta marrone e chiusa con nastro rosso. Il regalo era umile. Ma senza marchi, né slogan. La festa era nella sala del piano terra: tovaglie bianche, luci, dj con hit pop. Colleghi arrivavano: abiti eleganti, camicie da lavoro, senza badge. I regali su un tavolo a parte, con nomi. Arturo appoggiò il suo, osservò gli altri: sacche con logo, scatole colorate, strane forme incartate. — Pronto a rivelarti a te stesso? — gli strizzò l’occhio Katia. — Finché si può, — rispose. A metà serata il presentatore annunciò: “Ora il momento speciale”. Musica abbassata, luci soffuse. Tutti ormai rilassati. — Amici, questo Secret Santa è davvero… segreto. Ognuno mago di se stesso. Ma, per gioco, facciamo finta di nulla. Risatine in sala. — Ora uno alla volta: si prende il regalo col proprio nome e si apre qui. Ricordate: conta ciò che scoprirete su voi stessi. Ancora un motivatore, pensò Arturo, stanco. Quando toccò a lui, si accorse che era emozionato. Prese il pacchetto “Arturo De Rosa” e tornò al tavolo. — Dai, vediamo! — suggerì Sandro. — Speriamo non siano calzini! Arturo sciolse il nastro: agenda e busta. Sulla busta, il suo nome. Le mani tremavano leggermente. — Non è una griglia, almeno, — Sandro osservò. Arturo aprì, sistemò il foglio. C’era chi gridava: “Mi hanno regalato un buono SPA”, chi mostrava un gioco da tavolo. La contabile Svetlana nascondeva gli occhi dietro un libro di yoga, Katia rideva sulla tazza “Migliore Collega”. Arturo lesse la nota. E ancora. Le parole, scritte da sé, ora sembravano davvero di un altro. Non sei solo report e call. Qualcosa dentro si smosse. Un lieve imbarazzo, come se lo avessero colto di sorpresa. E insieme sollievo: chiunque fosse, non giudicava. — Cos’hai ricevuto? — insisteva Sandro. — Un corso di fotografia. E un’agenda. — Bel pensiero, — fischiò Sandro. — Qualcuno si è impegnato. Sarà uno creativo, chissà. Ma non si deve cercare, vero? — No, — disse Arturo. — Bene, — Sandro già pensava alla sua griglia. — Così la prossima festa farai tu le foto. Tornerà utile. Arturo chiuse l’agenda. Lo speaker scherzava, la gente ballava. Tutto rumoroso intorno, ma dentro c’era calma. Sul cellulare della moglie, attendeva il messaggio: “Com’è andata?”. Arturo scisse: “Normale. Regali buffi. Mi sono preso un corso” — e poi cancellò, sostituendo con: “Spiego dopo”. A casa rientrò quasi a mezzanotte. Il palazzo silenzioso, solo una porta che sbatte. La cucina illuminata, odore di mandarini. La moglie leggeva, il figlio già a letto. — Che regalo hai avuto? Appoggiò agenda e busta. — Tutto qui? — Dentro c’è altro, — aprì la busta. Leggendo il foglietto, lei gli chiese piano: — L’hai scritto tu? — Sì, e ho pagato il corso. Di fotografia. Lei annuì, senza ridere, né ironizzare. — Un bel regalo, — disse. — Ti piaceva. — Era tanto tempo fa. — E allora? “Tanto tempo fa” non vuol dire “finito”. Lui scrollò le spalle, ma dentro qualcosa si era mosso: come un mobile riscoperto. — Vedremo, — disse. Il primo gennaio si svegliò senza sveglia. Fuori, mattina grigia, auto nel cortile, un po’ di neve residua. La testa pesante, non dolorante. Moglie e figlio dai suoceri, lui li avrebbe raggiunti dopo. Silenzio in casa. Caffè, seduto al tavolo. Agenda aperta, sulla prima pagina: “Per le foto che farai ancora”. Accese il portatile, cercò la mail del corso. Primo modulo introduttivo disponibile. Audio tranquillo, niente “efficienza”, solo attenzione a luci e ombre. Per una volta non controllò le mail di lavoro. Telefono in camera, nemmeno voglia di prenderlo. Finito l’intro, prese la reflex e uscì. Il freddo era pungente, non gelido. Gente col cane, altri buttavano le immondizie delle feste. Sul parco giochi, una sola stella filante. Alzò la macchina e guardò nel mirino: rami, fili, balconi. Nulla di speciale. Ma scattando, sentì di fare qualcosa di minimo ma importante. Non per report, non per KPI, non per slide. Solo per sé. Scattò ancora, tornò a casa, trasferì le foto. Quasi tutte insignificanti. Ma una, dove nel vetro dell’auto si rifletteva il palazzo accanto, lo colpì. La ingrandì. Nel riflesso, la sua sagoma, macchina in mano. Un regalo da uno sconosciuto, pensò. Che sono io. Ed è giusto così. Chiuse il programma, finì il caffè. Le email, le urgenze, il lavoro lo aspettavano. Ma aveva anche il suo corso, e quell’ora da dedicare solo a sé. Aprì l’agenda, scrisse la data. Poi: “Cortile, mattina, riflesso sul vetro”. Una riga modesta. Ma era davvero sua. E dopo molto tempo, pensò al futuro non solo in rate e report. Nello spazio piccolo che si era aperto, poteva finalmente guardare avanti e scegliere cosa volere. Era poco. Ma basta per respirare. Si versò altro caffè e aprì il programma del corso. Alla fine, uno spazio per appunti. Scrisse: “Non cancellare per lavoro”. Sorrise: la vita avrebbe trovato il modo di cambiare tutto. Ma ora almeno aveva diritto di provarci. E anche questo era un regalo.