Tre cuori e un matrimonio

Tre in matrimonio

Parti o no? domandò Paolo senza distogliere lo sguardo dalla finestra.

Margherita stava in piedi in centro alla cucina con una tazzina tra le mani, fissando la sua schiena. Le spalle contratte, il collo teso. Ormai conosceva quella sagoma a memoria. Si metteva così ogni volta che la discussione coinvolgeva sua madre.

No, rispose tranquilla.

Margherita.

No.

Lui si voltò. Quarantadue anni, corporatura solida, occhi grigi intelligenti che adesso la guardavano con quellespressione sospesa fra supplica e rabbia.

È un anniversario. Sessantacinque anni. Ci aspetta tutti e due.

Ti aspetta a te. A me non ha mai aspettato. Sono di troppo lì, Paolo. Lo sappiamo entrambi.

Esageri.

Margherita posò la tazzina sul tavolo. Piano, senza rumore, anche se dentro sentiva tutto tremare.

Esagero da sette anni? È lunga, come esagerazione.

Lui si passò una mano tra i capelli. Un vecchio gesto, familiare. Vuole dire: non so cosa dire, ma non mollo.

È tua madre, Margherita.

E io sono tua moglie.

La parola rimase in aria. Non come accusa. Solo come fatto che, per qualche motivo, bisognava ancora pronunciare ad alta voce dopo tanti anni.

Non erano più ragazzi. Margherita aveva trentotto anni, Paolo quarantadue. Vivevano a Sesto San Giovanni, in un appartamento al quinto piano con vista sul parco. Margherita era paesaggista, aveva un piccolo studio e alcuni clienti fissi. Paolo progettava case, dirigeva uno studio di architettura, andava da un cantiere allaltro, parlava coi muratori, disegnava di notte. Si erano conosciuti a una festa di amici, entrambi erano arrivati e, dopo mezzora, volevano già andare via. Si erano parlati sulluscio e alla fine erano rimasti fino al mattino.

Sette anni di matrimonio. I primi due furono forse i più belli della vita di Margherita. Non perché tutto filasse liscio, ma perché accanto aveva qualcuno che le permetteva di essere sé stessa.

Poi venne il primo viaggio dai suoi.

Adriana Bellini viveva a Parma. Ex vice-preside, donna dalle regole ferree, con la schiena dritta e la voce impostata da anni di esperienza davanti a classi rumorose. Sessantadue anni, allepoca, con occhi severi ed entusiasmo rarefatto. Il papà di Paolo era mancato presto e lei aveva cresciuto il figlio da sola. Era il suo vanto, la sua spiegazione di tutto, e la sua arma.

Margherita ricordava bene quel primo viaggio. Treno, luglio, odore di polvere sul marciapiede. Adriana li aspettava col bouquet per sé, comprato in anticipo e già un po sciupato. Abbracciò Paolo a lungo e allungò la mano a Margherita, solo le dita, come fanno con gli estranei.

Quindi tu sei Margherita, lanalizzò da capo a piedi con la calma di chi valuta una merce portata per una perizia.

Sì, sorrise Margherita.

Sei un po magrolina. Paolo, la fai mangiare questa ragazza?

Lui rise, come se fosse una battuta.

Anche Margherita decise allora di prenderla come battuta.

Di quelle battute ne arrivarono molte in tre giorni. Adriana sorvegliava il piatto di Margherita, commentava quanto poco avesse preso di risotto, chiedeva del perché dello smalto così strano sulle unghie, si informava se non avesse freddo a stare in casa senza pantofole. Lultima sembrava una premura, ma il tono era diverso: non hai freddo? ma non sai che così non si fa?.

Al secondo giorno la suocera entrò senza bussare nella stanza dei ragazzi. Margherita stava sistemando la valigia.

Metto la vostra biancheria sullultimo ripiano dellarmadio, è più comodo, disse Adriana, aprendolo e agendo per conto proprio.

Grazie, ma non serve, rispose Margherita.

Faccio io.

La notte, Margherita lo disse a Paolo:

È entrata senza bussare e ha spostato le nostre cose.

È a casa sua, Margherita. Vuole aiutare.

Non è aiutare. È…

Non cominciare. Sono solo tre giorni.

Non cominciò. Quei tre giorni si allungarono in una sorta di abitudine alla sopportazione. Unabitudine che si estende con sorprendente facilità.

Al terzo giorno Margherita si prese un malanno. In casa tirava talmente tanta aria che la finestra del bagno non si chiudeva mai. Chiese a Paolo di sistemarla, lui non fece in tempo, la sera le grattava la gola e aveva il naso chiuso.

La mattina dopo, alle otto, Adriana aprì la porta:

Su, ci sono da lavare i vetri. Da me si fa una volta al mese.

Signora Adriana, ho la febbre, disse Margherita.

Trentasette? Non è febbre. Apriamo le finestre, una boccata daria e passa tutto.

Paolo non disse nulla. Più tardi, quando Margherita stava lì col panno davanti alla finestra spalancata, con la gola infiammata, lui venne e sussurrò:

Limportante è non innervosirti. Lei è così con tutti.

Non mi innervosisco. Ma mi ammalo.

Margherita.

Paolo.

Non aggiunsero altro. Lei finì di pulire. Lui andò in cucina ad aiutare la madre.

Uno schema che si ripeté tutte le volte che tornarono a Parma. Ogni due-tre mesi, per feste, compleanni, o così, la mamma sente la tua mancanza. Adriana criticava laspetto di Margherita, il cibo, le abitudini. Buttava il suo shampoo perché rovina i capelli, sostituendolo con uno decente. Quando Margherita disse di essere allergica a certi ingredienti, la suocera le fece quello sguardo che si fa ai bambini che inventano le malattie per non andare a scuola.

Dopo lennesima visita, una volta tornati a Sesto, Margherita provò a parlare con Paolo seriamente.

Non ce la faccio a tornare laggiù, disse. Ci sto male. Non fisicamente. Dentro.

Lui era sugli appunti di lavoro, si fermò, la guardò con attenzione.

Esattamente, cosa ti fa male?

Tutto. Come mi guarda. Cosa dice. E che tu non dici nulla.

Cosa dovrei dire?

Che sono tua moglie. Che conto anchio. Che non si può entrare senza bussare e spostare le nostre cose.

Lui tacque.

È anziana. Non cambierà mai.

Non ti chiedo di cambiarla. Ti chiedo di stare accanto a me.

Sono sempre accanto a te.

No. Sei sempre nel mezzo. Tra me e lei. E non è la stessa cosa.

Rimase in silenzio. Tornò ai suoi fogli. Fine della conversazione.

Margherita pensò: forse sta chiedendo troppo. Magari è così in tutti i matrimoni. Forse le suocere sono tutte uguali e le altre donne vanno avanti, e lei doveva solo resistere. Era il suo errore. Non laver sopportato, ma laver pensato che la pazienza fosse amore.

Passarono i mesi. Le chiamate di Adriana si fecero più frequenti. Un paio ogni giorno, la mattina e la sera. A volte di nuovo la sera. Le conversazioni duravano a lungo. Margherita sentiva dallaltra stanza la voce bassa e paziente di Paolo. Parlava con sua madre come si fa con qualcuno da assecondare. Senza contraddire, senza rischiare tensioni.

Una volta, Adriana chiamò mentre cenavano. Paolo rispose subito.

Paolo, dove sei? Avete ospiti?

No, mamma. Stiamo cenando.

Tutti e due? In settimana?

Sì, cosa cè?

Niente. Pensavo fossi solo. Di solito cenavi da solo.

Mamma, sono sposato.

Mi ricordo. Va bene, non vi disturbo oltre.

Attaccò. Paolo continuò a mangiare. Margherita lo osservò.

Di solito cenavi da solo, ripeté.

Mia madre dice solo quello che pensa.

Lo so. E non mi piace.

Appoggiò la forchetta.

Margherita, è pur sempre una madre. Non è perfetta. Ma è la mamma.

E io chi sono?

Non rispose subito. Poi disse:

Sei mia moglie. È diverso.

Diverso, convenne Margherita. Ma non vale meno.

Al quarto anno di matrimonio successe qualcosa che Margherita avrebbe portato dentro per molto tempo, come una scheggia sotto pelle.

Erano andati per Capodanno. Adriana aveva preparato tutto con cura, rispettando ogni convenzione. In soggiorno, sulla parete, cera una grande fotografia in cornice. Margherita la notò di sfuggita e si avvicinò. Era la loro foto di nozze, quella donata a Adriana per il primo anniversario. Solo che ora cera solo Paolo.

Margherita si avvicinò di più. La foto era stata tagliata con cura. Lei non cera più.

Signora Adriana, dovè finita la mia parte?

Non si voltò subito. Poi guardò la foto.

Così si vede meglio Paolo. La cornice era piccola.

Ma ha tagliato via me dalla nostra foto di nozze.

Solo tagliato un po. Era la cornice.

Margherita andò a cercare Paolo. Era in cucina.

Paolo. Guarda la foto in soggiorno.

Lui uscì, vide. Rimase zitto.

Mamma, perché hai tagliato la foto?

Era la cornice.

Mamma…

Paolo non fare storie. Ho fatto tutto il possibile per la cena di Capodanno.

Tornò in cucina. Margherita rimase nel corridoio.

Dice che era la cornice, sussurrò Paolo.

Ho sentito.

Non farne un dramma. È Capodanno.

Quella notte Margherita non riuscì a dormire. Pensava alla foto. Che Adriana avesse preso le forbici e, con precisione, lavesse eliminata dalla loro vita. E avesse lasciato appeso solo ciò che restava.

La mattina, mentre Paolo dormiva ancora, Margherita si alzò e prese la foto dalla parete. Girò il cartoncino: in bella grafia da insegnante, cera scritto:

Il pane tagliato non torna mai ad attaccarsi.

Margherita rimase a lungo con la foto in mano. Poi la rimise al suo posto, rivolta verso il muro.

Non disse nulla a Paolo. Non subito. Tornarono a casa, passarono ancora alcuni giorni nel solito ritmo. Poi tirò fuori la foto dalla borsa. Non poteva lasciarla lì, appesa con quella frase in una casa che non le apparteneva.

Leggi il retro, disse, posando la fotografia davanti a Paolo.

Prese la foto. Lesse. Rimase in silenzio a lungo.

È sua la scrittura, disse alla fine.

Sì.

Non lo sapevo.

So che non lo sapevi. Ma ora lo sai.

Sollevò gli occhi su di lei. Dentro cera qualcosa che Margherita non sapeva nominare. Non era colpa, non era rabbia. Qualcosa nel mezzo.

Ne parlerò con lei.

Dici sempre che ne parlerai.

Margherita.

Paolo. Ogni volta dici che ne parlerai, poi ci vai e lei ti accoglie come se io non esistessi. E tu glielo permetti. Non perché tu sia cattivo. Semplicemente non puoi o non vuoi essere diverso, non lo so.

Lui non rispose. Conversazione chiusa di nuovo.

Passarono dei mesi. Adriana chiamava, si presentava senza avvisare, una volta rimase tre giorni occupando lo studio che Margherita usava per lavoro. Tre giorni, Margherita dovette lavorare con il portatile sulla finestra della camera, senza lamentarsi, perché Paolo le aveva chiesto di non creare tensioni.

Quinto anno. Sesto. Margherita notò che diceva sempre meno della sua attività al marito. Una volta riusciva a parlare per unora di una nuova aiuola. Adesso, solo poche parole. Non perché lui non ascoltasse più, ma perché lei era stanca di spogliarsi davanti a chi, nel momento decisivo, si piazzava sempre in mezzo.

Settimo anno. Aprile. Paolo tornò una sera, il mercoledì, e subito disse:

È il compleanno di mia madre. Sessantacinque. Vuole che siamo entrambi. Un grande pranzo, tutti i parenti.

Margherita stava disegnando uno schema di impianto per una villa sullAdda. Alzò la testa.

Quando?

Venerdì prossimo. Per il fine settimana.

Io non ci vado.

Paolo si tolse il giubbotto, lo appese. Tornò.

Margherita.

No, Paolo.

È un anniversario.

Ho capito.

È mamma.

Sì. Ho capito anche questo.

Si sedette di fronte. La guardò con la stessa espressione di quellinizio conversazione. Chiedeva e si arrabbiava insieme.

Non puoi una volta sola…

Ci sono stata tante volte. Tante volte una volta sola. Ogni volta una volta sola.

Margherita, se non vieni si offende.

Si offende sempre. Paolo, ascoltami bene. Adesso ti dico una cosa e voglio che tu la ascolti. Non rispondere, non giustificare, solo ascolta.

Lui annuì.

In questo matrimonio siamo sempre stati in tre. Tu, io e tua madre. E quando cè da scegliere, scegli sempre lei. Non perché la ami di più. È una questione di abitudine e paura, credo. Ma il risultato è uno solo. Scegli sempre lei.

Non è giusto.

Forse sì. Ma è la verità.

Non la scelgo. Ti chiedo solo di sopportare.

Sette anni, Paolo. Sette anni che sopporto. Sai cosha scritto su quella foto. Lhai visto. E mi chiedi ancora di andare al suo anniversario e sorridere a tavola.

Si alzò, camminò avanti e indietro.

È una donna sola. Non capisce quello che fa.

Lo capisce benissimo. Ha fatto la vice-preside. Sa bene come funzionano le persone e le parole. Tagliata col righello, Paolo. Non è distrazione.

Si fermò.

Cosa vuoi da me?

Voglio che scegli. Non me contro di lei. Ma la tua famiglia. Questa, qui. Noi due.

Sono entrambe la mia famiglia.

No. Lei è tua madre, è diverso. E sei tenuto ad amarla. Ma non a lasciarle fare quello che fa con me. E non dovresti obbligarmi ad andare ancora lì.

Lungo silenzio. Poi, piano:

Margherita, non posso non andare al suo anniversario.

Puoi andare. Da solo.

Da solo?

Da solo. Sei suo figlio. Ma io non vengo. E se non puoi accettarlo, Paolo, non so cosa dobbiamo fare.

La guardò. In casa era silenzio assoluto. Solo una macchina, lontano, passava sotto casa.

Sei seria?

Serissima.

Prese la giacca. Margherita lo guardava tirar fuori la valigia dallarmadio, metterci dentro le sue cose. Ci mise venti minuti. Lei non mosse un dito. Dentro, una strana sensazione: né sollievo né dolore. Simile a quando finalmente rimetti giù qualcosa di pesante.

Vado da mamma, disse lui sulla soglia.

Lo so.

Margherita.

Paolo. Vai. Non ti sto cacciando. Ma non posso più fingere che vada tutto bene, quando non va bene da sette anni.

La porta si chiuse.

Margherita rimase sola a lungo. Poi si alzò, si versò dellacqua, tornò al tablet. Schema di piantumazione. Siringa vicino alla recinzione, cotoneaster lungo il vialetto, ortensie rosa davanti al portico. Lavorò fino alluna di notte, perché non sapeva cosa fare di meglio col silenzio.

Adriana Bellini lo accolse davanti al palazzo, anche se era tardi. Stava sulle scale, stretta nel cappotto, con le mani unite.

Quando Paolo uscì dal taxi con la valigia, lei sospirò.

Paolo. Sei solo.

Solo, mamma.

Lei non è venuta.

No.

Adriana fece una smorfia, poi unespressione mesta, scosse il capo.

Ecco, lo sapevo. Lho sempre detto, che era così.

Mamma, basta.

Non dico niente. Sono solo contenta che tu sia arrivato, tesoro.

Lo abbracciò. Forte, come chi riprende finalmente ciò che gli mancava.

Salirono su. Adriana si diede da fare in cucina, mise su il tè, tagliò il pane, spiegava chi sarebbe venuto allanniversario, quale torta aveva ordinato, che il vicino laveva aiutata a spostare il divano. Paolo sedeva al tavolo a fissare la tazza.

Quella notte non dormì. Nella sua vecchia stanza, identica a ventanni prima. Stessa mensola coi libri, stesso tappetino ai piedi del letto. La madre aveva conservato tutto. Era come se il tempo si fosse fermato lì, dove lui era solo suo figlio.

Pensava a Margherita. Alle sue parole. Tre in matrimonio. Sceglieva sempre la madre. Avrebbe voluto negare, trovare prove che non era così. Ma pensava e pensava e nessuna prova veniva.

La mattina si alzò tardi. Adriana era già vestita, col grembiule.

Ti ho sistemato la valigia, annunciò. Le cose sono nellarmadio.

Paolo si fermò in cucina.

Perché lhai fatto?

Come perché? Così non si stropicciano. Alcune le ho già messe a lavare.

Mamma, non te lho chiesto.

Ho fatto io.

Non rispose. Si sedette con la tazza.

Paolo, nel tuo cappotto cera questa, Adriana gli portò la foto. Quella che Margherita aveva preso e che lui aveva portato senza sapere davvero perché. Forse voleva solo rivedere quella scritta dietro.

Adriana posò la foto accanto alla tazza, in silenzio.

Paolo guardò la fotografia. Poi la madre.

Sei stata tu a scrivere quella frase.

È solo un detto.

Ma lhai scritta dietro la nostra foto di nozze, che ti abbiamo regalato. E hai tagliato via Margherita con le forbici.

Era la cornice.

Mamma. Guardami negli occhi e dimmi che è stato un caso.

Adriana lo fissò. Per tre secondi nei suoi occhi passò qualcosa di molto onesto. Poi tornò labituale riserbo offeso.

Non ho fatto nulla di male. Ti proteggevo.

Da cosa?

Da lei. Non ti ama. Mai amato.

Mamma…

Lho capito dal primo giorno. È fredda, calcolatrice.

Mamma, basta.

Sono una madre. Lo so.

No. Hai deciso di saperlo dal primo giorno, poi hai fatto di tutto perché fosse vero. Le hai buttato lo shampoo, spostato le cose, obbligata a lavare i vetri con la febbre. Lhai tagliata dalla foto, ci hai scritto che è pane staccato. Non è premura. È…

Si fermò. Adriana lo guardava spalancando gli occhi.

Paolo.

Tutto fatto apposta, mamma. Non è sbadataggine, non è vecchiaia. Sei una donna intelligente, hai passato una vita tra le persone. Sai quello che fai.

Mi parli come a unestranea.

Ti parlo da figlio, che solo ora capisce qualcosa di importante.

Lei pianse. Non forte, ma sommessamente, col fazzoletto, con una dignità perfino nel pianto.

Ho fatto tanto per te. Ti ho cresciuto sola.

Lo so.

E ora tu…

Mamma. Ti voglio bene. Non cambierà. Ma non starò più zitto quando cè qualcosa che va detto. E ora torno a casa.

Ma il compleanno è dopodomani.

Lo so.

Parti prima dellanniversario?

Andò in camera. Aprì larmadio. La madre aveva messo tutto a posto. Come se non ci fosse altra vita, altra valigia, altro appartamento a Sesto.

Cominciò a fare la valigia.

Paolo! Adriana sulla soglia Cosa fai?

Faccio la valigia.

Ma… il compleanno! Tutti verranno! Ho ordinato una torta a tre piani.

Mamma. Ti chiamerò. Parleremo meglio. Ora devo andare.

Per colpa sua. Lo fai per lei.

Lo faccio perché è giusto. Non è la stessa cosa.

Chiuse la valigia mentre lei parlava. Sentiva ogni parola: le riconoscenze, i sacrifici, la solitudine. Sentiva e, per la prima volta, non sentiva quella corda che lo tratteneva. Non perché fosse diventato insensibile. Ma perché finalmente vedeva cosa fosse davvero.

Non amore. Una corda.

Sottile, fatta di amore vero e vero dolore, ma sempre una corda.

Uscì. Sulle scale, si fermò, tornò indietro, aprì la porta.

Buon compleanno, mamma. Abbi cura di te.

E richiuse.

Il treno ci mise quattro ore. Poi ancora unora di regionale. Paolo guardava i campi, le macchie di bosco, le luci sparse dei paesi nelle sere che calavano. Ripensava a Margherita e ai tre in matrimonio. Sapeva che era vero e aveva sempre fatto finta di nulla.

Arrivò a Sesto alluna di notte passata. Salì al quinto piano. Suonò.

Lunga pausa. Poi passi.

Margherita aprì col vecchio maglione. Lo guardò, guardò la valigia, lo guardò di nuovo.

Il compleanno è dopo domani, disse.

Lo so.

Sei tornato.

Sono tornato.

Rimase sulla porta.

Posso entrare, Margherita?

Sì, fece un passo indietro.

Entrò, posò la valigia. Odore di caffè e qualcosa di familiare, di casa. Sul tavolo, i disegni del suo progetto.

Hai lavorato?

Sì.

Si sedette. Lei rimase in piedi.

Devo dirti una cosa.

Ti ascolto.

Ho visto la foto. Da mamma. So che avevi letto la frase già a Capodanno. E non avevi detto nulla.

Margherita annuì piano.

Perché non me lhai detto allora?

Perché lavresti giustificata.

Chiuse gli occhi un istante.

Sì. Probabilmente sì.

Le hai detto qualcosa?

Sì. Ha pianto. Ha parlato di sacrifici. Sono andato via lo stesso.

Lei lo guardava. Non riusciva mai a capire cosa pensasse.

Paolo, disse infine, non voglio che tu perda tua madre. Non lho mai voluto. Mi volevo te. Al mio fianco. Dalla mia parte.

Lo so. Lo sento. Adesso lo sento.

Lo senti.

Sì.

È tardi.

La parola cadde leggera, senza rabbia.

Lo so che è tardi. Non ti chiedo di fingere che non è successo nulla. Ti chiedo di lasciarmi una possibilità di essere diverso. Di essere una parete tra te e quello che ti fa male.

Margherita andò, si sedette di fronte.

Una parete, ripeté.

Sì. Tra te e ciò che ti distrugge.

Lei lo fissò a lungo. Poi si alzò, andò in cucina, si versò dellacqua. Tornò.

Non prometto che tutto tornerà subito a posto.

Non lo chiedo.

E non prometto di dimenticare.

Non chiedo nemmeno quello.

Allora. Vai a dormire. Sei stanco.

Annuì. Si alzò. Sulla soglia, si voltò.

Margherita. Perdonami.

Non rispose subito. Poi:

Vai a dormire, Paolo.

Non era un ti perdono. Ma qualcosa lo era.

Passò un anno.

Presero una casa di campagna a trenta chilometri da Sesto. Laveva trovata Margherita stessa, tramite una conoscenza, con un giardino incolto e un vecchio melo vicino alla recinzione. Passò la primavera a vangare le aiuole, scegliere arbusti, disegnare tracciati sul terreno. Davanti alla porta, mise tre ortensie bianche che aveva portato da un vivaio di Lodi. La vicina, la signora Caterina, si sporse oltre la siepe:

Che piante sono quelle?

Ortensie. Fanno fiori a luglio.

Di che colore?

Prima bianchi, poi crema, a fine estate un tocco di rosa.

Bella roba, approvò la signora.

Margherita sorrise e tornò al lavoro.

Paolo imparò a dire no. Gli costò tempo e fatica. La prima volta che la madre lo chiamò dicendo di sentirsi poco bene e che avrebbe dovuto salire, Paolo chiamò un vicino e propose di avvisare il medico. Quando si scoprì che Adriana stava benissimo, ma voleva vedere il figlio, lui rispose:

Mamma, vengo il mese prossimo. Come abbiamo detto.

Lei chiuse la chiamata. Poi richiamò unora dopo. Fu una conversazione dura, con accuse e lacrime di rito. Lui le lasciò dire tutto. Poi ancora:

Mamma, vengo il mese prossimo.

Margherita era seduta lì accanto e non ascoltava apposta. Ma dopo, lui le disse:

Era molto arrabbiata.

Lo so, rispose Margherita.

Hai sentito?

No. Lo so e basta.

Adriana verso la nuora non si addolcì mai. Sarebbe stato troppo bello per essere vero. Continuava a telefonare, a lasciar cadere frasi su quella donna e su come il figlio fosse cambiato in peggio. Qualche volta mandava a Paolo articoli su mogli giovani che allontanano i figli dalle madri. Paolo non le leggeva più. Non perché volesse vietarselo. Semplicemente aveva smesso di sentirsi tirato dentro.

Una sera Margherita beveva tè in terrazza. Paolo era accanto a lei con un libro, che però non leggeva davvero. Il telefono trillò. Lui guardò lo schermo.

Mia madre mi fa gli auguri per la giornata dellarchitetto.

Rispondile.

Già fatto. Mise via il telefono. Guardò il giardino. Come vanno le ortensie?

Sono già nate le gemme. Fra una settimana fioriranno.

Bianche?

Prima bianche. Poi crema.

E poi?

A fine estate, un po rosa.

Lui annuì. Dietro la recinzione passò la signora Caterina col secchio e li salutò. Margherita rispose al saluto.

Paolo, disse piano.

Sì?

Non credi che abbiamo perso anni?

Tacque.

Lo penso.

Anche io.

Pausa. Leggera, senza tensione. Solo una pausa.

Ma non abbiamo perso tutto, disse lui.

Margherita guardò le ortensie, poi lui.

No. Non tutto.

Trillò di nuovo il telefono. Stavolta il suo. Un cliente da Lecco, richiesta di preventivo. Rispose, chiuse, riprese la tazzina.

Paolo.

Sì?

Tua mamma chiamerà.

Lo so.

Oggi o domani. Troverà un motivo.

Forse.

Risponderai?

Lui la guardò. Negli occhi cera qualcosa di nuovo, una determinazione serena.

Risponderò. Dirò quello che cè da dire.

E basta?

E basta.

Margherita appoggiò la tazza. Nel giardino dei vicini il vento agitava le chiome. Le ortensie ondeggiavano. Le gemme tese, verdi, pronte ad aprirsi, perché questa è la loro natura. Aprirsi, fiorire, cambiare dal bianco al crema, al rosa pallido. E poi di nuovo inverno, di nuovo primavera.

Margherita osservava i cespugli e pensava che sette anni sono tanti. Che certe cose non si riparano, diventano solo diverse. Che ancora, a volte, sobbalza se qualcuno suona allimprovviso. Che la fiducia non è una scelta fatta una volta per tutte. È qualcosa da ricostruire ogni giorno, mattone dopo mattone, e non sai mai cosa ne verrà fuori.

Non sapeva se Adriana avrebbe chiamato oggi o domani. Non sapeva come Paolo si sarebbe comportato fra un anno. Non sapeva se ne sarebbe nato un vero cambiamento, o se avrebbero solo imparato a convivere con una ferita che non si richiude.

Ma le ortensie stavano lì, davanti allingresso. E questo almeno, lo sapeva.

Paolo, disse.

Sì?

Versami ancora un po di tè.

Si alzò, prese la sua tazza e uscì. Sentì la porta della cucina chiudersi, il bollitore mettersi in moto, la voce di lui, forse rivolta a sé stesso.

Fuori era silenzio. Solo vento. E le ortensie.

Dopo qualche minuto tornò con la tazzina.

Tieni.

Grazie.

Rimasero seduti, in silenzio.

Da qualche parte a Parma, forse, Adriana Bellini guardava fuori dalla sua finestra pensando al figlio. Forse stava componendo il suo numero e poi rimetteva giù il telefono. Forse raccontava alla vicina della moglie di Paolo. Forse tirava fuori un vecchio album e guardava le foto di un bimbo che allora era solo suo.

Questo Margherita non voleva saperlo.

Stringeva la tazza con entrambe le mani e guardava il cielo farsi scuro sopra il giardino.

Domani mattina sistemo il vialetto vicino alla recinzione, disse. Cè da aggiungere della ghiaia.

Ti aiuto?

No. Faccio io.

Va bene.

Lui aprì il libro. Lei bevve il tè.

E tutto era, semplicemente, così.

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