La Fata

La Fata

E quando sarò grande… diventerò una fata!

Caterina, perché proprio una fata?

Perché lo voglio tanto!

Caterina scese dalle braccia della mamma, dove veniva festeggiata per il suo quinto compleanno, e sistemò la sua gonna vaporosa.

Mamma, le fate sono tutte belle e intelligenti! E poi possono fare tutto! E anch’io ci riuscirò!

Certo che ce la farai! rispose Francesca, allungando le braccia per abbracciare la figlia, che però si sottrasse, facendo un passo di lato.

E la torta?

Arriva presto! Vai a giocare con gli altri bambini, stai tranquilla. Ti chiamo io, va bene?

Va bene!

Vedendo i ricciolini, faticosamente arricciati quella mattina, saltellare sulle spalle della figlia, Francesca sorrise:

Sta crescendo proprio decisa! E così sveglia! Chi, a quelletà, sa già spiegare esattamente quello che vuole? Davvero, riesce in tutto!

Limportante è non spezzare questa fiducia in sé! disse Giulia, la sua migliore amica, annuendo. Alcuni appena sentono queste cose dai bambini si mettono a dire che devono essere realisti, che cè una lunga strada da fare… Invece no, bisogna credere in loro, e vedrai che ce la fanno. Fidati! Quando la mia Carlotta entrò per la prima volta in una scuola di danza

Sì, sì, Carlotta è davvero una meraviglia! Ragazze, mi aiutate? È il momento della torta. Francesca roteò leggera sui tacchi e si avviò verso la cucina.

La grande casa risuonava delle voci dei bambini. Il pavimento era coperto di coriandoli colorati e pezzi di palloncini scoppiati. Un mazzo sfatto di tulipani era stato gettato in un angolo alla buona e Francesca, passando accanto, si rabbuiò. Quei fiori erano un regalo di sua madre, Veronica, per la nipotina. Ora viveva lì, ma in passato Veronica passava raramente a trovare la figlia, preferendo tenere la bambina a casa sua.

Non mi sento a mio agio qui, figlia mia. Ho paura di rompere qualcosa, di fare danni. È troppo elegante per me.

Mamma! Piantala con questi discorsi da snob! ribatteva Francesca. Elegante! Solo quanto possiamo permettercelo! Marco lavora giorno e notte, anchio. Abbiamo tutto il diritto di concederci qualche comodità.

Eppure, a casa sto meglio.

Va bene, come preferisci. Per me è importante che Caterina stia bene.

Veronica aveva cresciuto la nipotina da quando era nata.

Mamma, non ho tempo. Francesca si truccava in fretta prima di uscire per lavoro. Se ora smetto, butto via tutto quello che ho costruito in questi cinque anni. Il mondo è così adesso. Una continua corsa. Non sono solo i miei soldi. Ci sono anche le persone che lavorano con me. Certo, anche questo è importante. Ma io devo pensare prima di tutto al futuro di Caterina.

Ma non ti sembra più importante che la mamma stia vicina a lei, ora che è così piccola?

Mamma, per favore! So quello che faccio! Chi, se non me, si occupa della mia bambina? Chi la mantiene?

E Marco?

Mamma, ma stai scherzando? Certo, anche lui farà la sua parte. Ma è un uomo. Oggi cè, domani potrebbe andarsene da unaltra. E poi che succede?

Da dove li prendi certi pensieri, figliola? si stupiva Veronica. Cè qualcunaltra?

Che ne so io?! Non ho tempo di pensarci! Magari sì, magari no. Questa gravidanza e il parto mi hanno tenuta fuori dal mondo. Devo recuperare, mammina. E tu mi aiuterai! Giusto?

Certo che ti aiuterò. Veronica si chinava sulla culla e fissava la nipotina. Così piccola… Tu eri più grande.

Embé? Crescerà.

Caterina era cresciuta fragile e incline ad ammalarsi. Le influenze si susseguivano una dopo laltra e Veronica ormai chiamava con disinvoltura il suo pediatra. Francesca, sempre indaffarata, non aveva mai tempo per occuparsene.

Mamma, ma non ha mica la febbre a quaranta! Cura! Ho una riunione, non posso parlare.

Caterina, con le braccia calde intorno al collo della nonna, affondava il viso sulla sua spalla e piagnucolava piano.

Va tutto bene, tesoro. Ora ti preparo un po di succo, dormi e ti passa tutto. Vuoi che ti legga una favola?

Quella della fata?

Anche quella.

Sì!

Un bellissimo libro illustrato lo aveva portato da Londra il papà.

Marco, ma è in inglese! Veronica sfogliava le pagine colorate.

È meglio così! Che impari unaltra lingua subito. Tu hai insegnato tante anni, te la cavi eccome con un libro per bambini!

Sì, sì, ma dovrò mettermi prima di quello che pensavo a insegnare linglese a Caterina.

I pomeriggi con la nipotina, i suoi piccoli dolori e le gioie, erano ormai il cuore della vita di Veronica. E ne era felice. Finalmente sentiva di nuovo di avere una ragione per vivere.

Gli ultimi dieci anni, da quando Francesca si era laureata e poi sposata, erano passati per Veronica come in un sogno sfocato. Vedeva poco la figlia, sempre troppo presa dagli impegni. Stanca di essere rimproverata per le sue timide richieste di vedersi, aveva mollato il colpo. Le mancavano terribilmente i tempi in cui Francesca, tornando da scuola o dalluniversità, si sedeva sul piccolo divano della cucina, tirava su le gambe e, sorseggiando la sua tazza di tè alla menta, raccontava comera andata la giornata. In Francesca era concentrata tutta l’esistenza di Veronica.

Aveva avuto Francesca presto, a diciannove anni. Il matrimonio sbrigativo con un compagno duniversità non aveva reso felice nessuno. Un anno dopo, si erano già lasciati, e la piccola Francesca rimaneva il solo ricordo di quel turbine di emozioni che Veronica non avrebbe mai più vissuto. Poi la madre di Veronica si ammalò, e per dodici anni lei visse avendo cura di una madre allettata che andava perdendo la memoria, e di una bambina bisognosa di attenzioni. Cosa desiderare di più? Veronica si guardava allo specchio e si voltava via. Non era mai stata bella, né semplice di aspetto. Ma in lei c’era qualcosa che catturava e restava impresso.

Quello che in lei era solo accennato, in Francesca diventò bellezza. Vedendolo nella figlia, Veronica si mordeva le labbra per non sorridere troppo. Che bellezza, davvero! Restava solo valorizzarla. Portò Francesca a ballo, a lezioni di musica, le insegnò linglese e il francese. Alla maturità, Veronica poteva dire senza esagerare che aveva cresciuto la miglior figlia che potesse immaginare. Solo una cosa la metteva a disagio: Francesca era molto inflessibile su tutto ciò che la riguardava. Mai lasciava passare uno sgarbo senza rispondere con prontezza. Le sue volontà venivano sempre prima di tutto, anche se la famiglia doveva tirare la cinghia.

Mamma, mi servono queste scarpe. Capisci? Non posso andare al mio primo colloquio con quelle che ho. Devo essere in ordine. È importante!

Veronica tirava fuori i soldi messi da parte per le vacanze e li dava alla figlia. Pazienza il mare. Limportante era che Francesca avesse tutto quello che voleva.

Il matrimonio con Marco fu il culmine degli sforzi fatti. Asciugandosi le lacrime non volute ma dolci Veronica vedeva la sua bellissima figlia attraversare la sala del ristorante più elegante di Milano al braccio del marito. A dire il vero, Marco non laveva mai convinta del tutto. Ma aveva pensato che, essendo gente diversa e lei senza esperienza con uomini daffari, magari era solo una sua impressione. E si rassicurava ripensando a quello che Francesca le aveva detto prima delle nozze.

Mamma, questo matrimonio non è solo questione di sentimenti. Abbiamo un accordo. E quello conta. Gli accordi razionali reggono meglio del solito romanticismo.

Ne sei sicura?

Sì!

E in che consiste questo accordo, figlia mia?

Siamo soci alla pari. Dal giorno delle nozze, ovviamente. Non metto bocca sui suoi soldi di prima. Io devo solo una cosa.

Cosa?

Dargli un figlio maschio. E allora il contratto cambierà a mio favore.

Mi sembra strano…

Ma è giusto, mamma. Il mondo cambia, cambiano anche i legami.

Io voglio solo che tu sia felice.

E lo sarò!

Non ne parlarono più. Francesca simpegnò a fondo nel business avviato da Marco, e intanto cercava di risolvere problemi di salute che le impedivano di portare a termine laccordo.

La nascita di Caterina fu una sorpresa.

E dire che mi fidavo di quegli studi moderni! sistemava la copertina azzurra convinta che sarebbe stato maschio. Tre volte, mamma! Tre medici hanno detto maschio! E invece? Ti sembra maschio?

Figlia mia, ma cosa cè di male ad avere una bambina?

Ma no, non cè nulla di male! Solo… non me lo aspettavo. E poi adesso…

Arriverà anche un figlio, Francesca. Più tardi, ma arriverà.

Speriamo…

Ma qualcosa si era inceppato. Francesca correva dai medici tra una riunione e laltra, per rincorrere il tempo perduto. Ma niente. Cambiò cliniche, provò di tutto.

Non so più cosa fare, mamma. Le ho provate tutte.

Allora forse è meglio dedicarsi alla figlia che già hai.

Mamma!

Che ho detto? Caterina ha quasi cinque anni. È meravigliosa. E chi lha detto che un padre debba per forza amare solo i figli maschi? Sei intelligente! Cambia la direzione del vostro accordo.

Francesca ci pensò su. Forse la madre aveva ragione.

Allora Caterina deve stare a casa.

Francesca…

Non si discute. Sta troppo tempo con te.

Ma è abituata!

E chi ha detto che dovrà disabituarsi? Francesca sfogliava gli album della figlia. Disegna niente male. Bisogna trovarle anche una buona scuola darte.

Ha già una maestra privata, da un anno Veronica quasi piangeva.

Basta drammi, mamma. Continuerai a vederla come sempre. Non metterò su una tata sconosciuta. Ci sei tu. Avrà anche lautista e tutto il resto. Anzi, potresti trasferirti qui da noi. La casa è grande.

No! Veronica scosse la testa. Non è meglio. Ma voglio passare con Caterina lo stesso tempo di prima.

Le cose però cambiarono. Alla prima febbre alta di Caterina dopo il trasferimento, Veronica fu costretta a trasferirsi dalla figlia.

Mamma, qui abbiamo tutto. Tanto spazio. E Caterina è con te, così stai tranquilla!

Veronica scrutò la stanza dove viveva ormai da una settimana e annuì di malavoglia.

Sì Caterina è vicino

Focalizzata sulla nipotina, cercava di non vedere quello che succedeva in casa. Notava che tra sua figlia e il genero le cose non andavano bene, ma taceva: era una questione che toccava loro, che quasi non vedevano la piccola, sempre spettinata, che correva per le stanze.

Nonna, qui cè più spazio che da te! Caterina girava su se stessa in salotto. Adesso posso prendere un cane?

Non lo so, tesoro. Dovresti chiedere ai tuoi genitori.

Perché? Caterina si fermò e guardò attentamente la nonna. Non è anche casa tua?

No, amore mio. Questa è la casa della mamma e del papà. Io ho il mio appartamento, là posso dirti di sì o di no. Qui no.

Quindi non puoi dire di no neanche?

Dipende. Se versi il latte sul tavolo come stamattina, sì. Ma un cane… quello no.

Chiaro!

Caterina si sedette pensierosa; Veronica si preoccupò. Aveva la stessa espressione di Francesca quando decideva qualcosa di complicato. Di solito, otteneva sempre quello che voleva.

Parlerò con papà! Caterina si alzò decisa.

La conversazione avvenne quella sera stessa. Caterina entrò nello studio del padre, ignorando la sua irritazione.

Mi vuoi bene?

Marco rimase spiazzato. Quella bambina in mezzo allo studio era quasi una sconosciuta. La vedeva poco e in quei momenti le diceva solo Ciao, piccola!. Ma la domanda di Caterina lo colse di sorpresa.

Certo. Tutti i genitori vogliono bene ai loro figli.

Non tutti. Io voglio tu.

Cosa vuoi? Un giocattolo nuovo?

No! Caterina si rabbuiò. Voglio un cane!

Uno robot?

Le sopracciglia di Caterina si alzarono verso la frangia arruffata.

Robot? No! Voglio un vero cane!

Marco chiuse gli occhi, si tolse gli occhiali e si massaggiò il naso.

Grande?

Anche piccolo, basta che sia buono.

Scegli, poi me lo dici. Avrai il tuo cane.

Francesca non era daccordo. Discuterono quella sera a lungo in camera da letto, ignari che Caterina stava seduta nel corridoio, ascoltando tutto.

Veronica ebbe una crisi di pressione e, dopo aver messo Caterina a letto, si ritirò nella sua stanza.

Non è un gioco! Non si può assecondare tutto. Un cane è una vita, serve qualcuno che lo curi.

Cè tua madre, cè la domestica. Paghiamola di più. Il cane troverà posto. Faranno passeggiate sane insieme.

E il veterinario? E le mostre? E il resto?

Ci sono cliniche in città? Se vuoi apri la tua. E alle mostre… basta prendere un meticcio e il problema sparisce. Francesca, che vuoi da me? Non vedo mai mia figlia perché non ho tempo. Ma un desiderio così posso soddisfarlo. Che male cè?

Il male è che non è così semplice. È una responsabilità. E il desiderio di avere tutto e subito.

E per nostra figlia è poi tanto male? Se può avere quel che vuole, perché negarglielo?

Francesca taceva. Caterina capì che presto avrebbe avuto il cane. Tutto il resto non contava più.

Arrivò uno spitz, regalo per Caterina. Due mesi dopo, appena una settimana dopo il compleanno, tornò con la nonna nel vecchio appartamento. Francesca, silenziosa e assente, beveva il caffè in silenzio e usciva tutta la giornata, rifiutandosi di parlare con la madre e la figlia.

Nonna, cosha la mamma?

Non posso dirtelo ora. Lo farà lei quando sarà pronta le accarezzava la testa, passando poi a quella del cucciolo.

Perché viviamo ancora da te? Solo due giorni?

No, Caterina, non due giorni. Credo che stavolta ci staremo a lungo

Neanche Veronica capiva molto. Quando, pochi giorni dopo la gran festa di Caterina, Francesca entrò in camera sua, ebbe un brutto presentimento. Francesca aprì la piccola cabina armadio, prese la valigia.

Prepara le cose, mamma. Andiamo via. E fai la valigia di Caterina. Non ho tempo.

Veronica la guardò senza capire, e restò zitta quando vide gli occhi di Francesca.

Va bene, ci penso io Dammi mezzora.

La sera, portando una tazza di tè alla figlia, cercò di incrociare il suo sguardo, mentre Francesca sedeva sul divano come da bambina, le gambe ripiegate e fissava il vuoto.

Non chiedere, mamma. Ci separiamo.

Veronica trattenne il fiato e si voltò verso la porta. Ma Caterina stava guardando i cartoni e non sentì.

Lui ha unaltra. E un figlio…

Francesca nascose la faccia tra le ginocchia, Veronica cercò di consolarla ma, vedendo la figlia ridere, si fermò.

Pensavo stessi piangendo

Non piangerò certo per lui! Così è andata, mamma…

Come e perché Marco avesse deciso di cambiare vita, per Veronica rimase un mistero. Le bastò sapere che il genero fu corretto e che il divorzio fu rapido e senza drammi. Dopo sei mesi Francesca lasciò casa della madre e si trasferì con Caterina nellappartamento accanto, che aveva comprato e rimesso a nuovo. La loro vita prese un altro ritmo, un po più stretto, meno agevole, ma almeno chiaro.

Caterina cresceva caparbia e promettente. Tutto ciò che la interessava, nella loro piccola famiglia veniva messo al primo posto. Francesca ormai le lasciava fare quasi tutto, poco incline a dirle di no.

Francesca, così non va bene.

Mamma, che vuoi? Cresce sveglia, saprà sempre difendere il suo spazio. Adesso bisogna pensare a se stessi.

La cosa mi spaventa. Caterina ha bisogno anche di sua madre.

Ha te, e per fortuna! Sarebbe bello se ci fossi anche io, dici?

E perché no? Lei ascolta te perché tu sai dire di no! A te non interessa.

Voglio che sappia che, se vuole qualcosa, può ottenerla. Non voglio essere la madre che vieta tutto. Meglio amica, no?

Veronica abbassava le mani sconsolata.

E se un giorno non potrà? Se non otterrà tutto ciò che vuole?

Succederà, perché sa quello che vuole. Non è stupida, lo sai anche tu!

Lo so Ma la vita non dipende sempre dalle nostre volontà. Ci sono fattori esterni Tu dovresti saperlo meglio di me

Grazie, mamma! la voce di Francesca diventava fredda, e Veronica taceva distinto. Lo so bene. E non voglio che lo impari anche lei.

Veronica interrompeva la discussione. Non serviva: Francesca avrebbe mantenuto la sua idea. E anche Caterina sapeva che la madre sarebbe stata sempre dalla sua parte. E la nonna? Pure lei lavrebbe appoggiata, nessun dubbio.

Francesca si dedicava tutta al lavoro e vedeva poco la figlia, portandola ogni tanto in giro per negozi.

Devi essere alla pari delle altre. Non sei bellissima, ma con gli abiti giusti e il trucco, farai sempre colpo. Ricordatelo.

Caterina seguiva le dritte materne. Francesca aveva un gusto impeccabile. E anche se il viso di Caterina non assomigliava tanto alla madre, il fisico era quello. Presto larmadio della madre divenne anche il suo luogo preferito.

Questo, questo, e forse anche questo. Basta. Il resto lascia stare. Francesca selezionava i vestiti, indicando a Caterina cosa poteva prendere. Con moderazione.

Le compagne di scuola invidiavano la trousse di Caterina, incapaci di capire come la madre potesse regalarle un trucco così costoso.

La pelle è importante. Non trattarla male. Se vuoi usarla, fallo bene. Francesca buttava dalla trousse un mascara economico regalato da unamica. Cosè questo?

Un regalo.

Regali e regali. Ringraziala e butta via. Bisogna avere rispetto per sé stesse, Caterina.

Veronica vedeva tutto ma non tentava più di influire sulla figlia. Sapeva che sarebbe stato inutile. Provava a rendere Caterina più docile, ma senza grandi risultati. La nipote, diplomata, si iscrisse a giurisprudenza, la stessa facoltà della madre e della nonna. Iniziata luniversità, sparì quasi da casa, presa dalla vita studentesca. Veronica praticamente non vedeva né lei né Francesca, così venne a sapere degli avvenimenti solo quando era tutto deciso.

Sposarti? Con chi? le mani di Veronica tremarono e la sua tazza preferita cadde, frantumandosi sulla cucina.

Alessio Bianchi cantilenava Caterina, arrampicandosi sul divano. Ma dai, solo Alessio! Il mio Alessio!

E chi è, Caterina?

Ma un professore. Non il mio! Mica sono matta! Lavora lì, tutto qui.

Lui…

Non è mica vecchio, nonna. È giovane, è uno a posto.

Che Alessio fosse sposato, Veronica lo scoprì da Francesca.

Ma come si prese la testa tra le mani. E lo dici così?

Perché dovrei preoccuparmi? Mi devo angosciare per sua moglie o per suo figlio? Mamma, io penso a Caterina! È innamorata, vuole quelluomo.

Francesca Dio mio, dove ho sbagliato? Veronica si appoggiò al tavolo, cercando di scacciare la nebbia dagli occhi. Non si fa

Non si fa cosa?

Portare via un marito e padre a una famiglia!

Non è mica un agnellino legato! Portato via che sciocchezze, mamma! Francesca versò acqua alla madre. Calmati. E pensa solo alla felicità di tua nipote.

Ma sarà mai felice? sbottò Veronica, e poi scagliò il bicchiere al muro.

Fu un matrimonio senza gioia. I genitori di Alessio non si degnarono di presentarsi. Marco, ormai trasferito in unaltra città, spedì solo i soldi per una casa nuova a Caterina. Francesca la arredò senza nemmeno chiedere alla figlia. Ma Caterina era distratta.

Mamma, guarda! Il vestito è una meraviglia! Lo voglio! danzava Caterina davanti allo specchio.

Si chiama Fata.

La commessa del negozio di spose mostrava a Francesca il velo. Aveva già capito chi avrebbe scelto.

Un segno, Caterina! Ricordi che da piccola volevi essere una fata?

Sì! E ora lo sarò! E la mia vita sarà una fiaba. Tutto andrà bene!

Tutto andrà ripeté Francesca, stringendo il pizzo tra le dita.

Veronica, dopo la cerimonia in Comune, chiamò un taxi per tornare a casa.

Sto male. Non voglio rovinare la festa.

Baciò la nipote e salì sullauto. Voltandosi, vide Caterina che ballava accanto al marito, pronta a liberare la colomba bianca tenuta in mano su istruzioni del fotografo. Veronica rabbrividì. La nipote le sembrò simile a quel povero uccellino spaventato che aspira solo a fuggire via dalle mani che lo stringono.

Che posso fare, Dio mio Ormai? sospirò, poi si fece forza. Dammi la forza, che servirà ancora

Caterina se ne andò dal marito in meno di un anno, subito dopo aver partorito la figlia. La nuova donna di Alessio era una compagna di università di Caterina. Incinta, lei si recò alluniversità per delle carte e sorprese il marito con laltra. Tornò indietro, sbattendo la porta così forte che tremarono i vetri.

Che succede?

Bisogna dare una bella disinfettata là dentro disse Caterina, indicando laula da cui era appena uscita. Ci sono scarafaggi.

Ritirate le carte, telefonò al padre per chiedere aiuto.

Che, scappi con la coda tra le gambe? la rimproverava Francesca. Non vuoi proprio mettere a posto le cose con lui?

A che serve, mamma? Caterina rispose fredda, scegliendo i vestiti della figlia.

Perché è giusto. È la tua famiglia.

Giusto? Che vuol dire giusto, mamma? Forse è giusto ricevere lo stesso trattamento? Ho sempre pensato che tutto sarebbe stato come volevo io. Ma non mi sono mai chiesta come sia volerlo per qualcun altro

Che dici?

Dico che quella prima di me aveva anche lei i suoi sogni. Voleva lamore, un papà per suo figlio Poi sono arrivata io, magica, e ho deciso che tutto quello non le serviva più. E ora qualcun altro ha deciso che non serve più a me. Questo è il giusto, mamma

Ma che dici! Non ci credo che, in una situazione difficile, ti comporti come una bambina offesa.

No, mamma. Non hai capito. Non sono più una bambina. Questa è la verità. La fatina è cresciuta… Le ali non tengono più. Sono diventata grande

Francesca continuava a parlare, ma Caterina non la ascoltava più. Doveva solo capire come andare avanti.

Veronica preparava le valigie, asciugando ogni tanto le lacrime e badando alla pronipote.

Non preoccuparti, tesoro! La mamma è forte. Ce la faremo

Francesca non andò via con loro. Veronica le lasciò le chiavi di casa, chiese di bagnare le piante, ma poi lasciò perdere.

Non importa. Limportante è che ti prenda cura di te.

Anni dopo, in un vecchio parco, una giovane donna camminava tranquilla. Una bambina, che a tratti correva avanti, a tratti la prendeva per mano chiacchierando, le somigliava talmente tanto che era chiaro: era sua figlia.

Guarda cosa abbiamo fatto oggi allasilo! la piccola frugò nello zainetto portato dalla mamma e tirò fuori una bacchetta con una stellina di carta stagnola in punta. Oh! Si è schiacciata

Cosè, Nicoletta?

Una bacchetta magica! Come la fata della storia. Solo un po sgualcita.

E allora? Caterina fissò la stellina, la raddrizzò e agitò la bacchetta. Visto? Funziona! Nessun problema!

Come lo sai? Nicoletta spalancò la bocca. Che desiderio hai espresso?

Che tutto vada bene! E che tutti stiano bene!

Non funziona Nicoletta abbassò la testa. La nonna è in ospedale.

E invece funziona. È già a casa.

Davvero? Nicoletta saltellò felice.

Sì. Torniamo e la troverai lì.

Dai, fammela a me! Ora tocca a me! la bambina strappò la bacchetta alla madre e, dopo qualche ondeggiamento, sussurrò qualcosa.

Che desiderio hai espresso?

Non te lo dico!

Così non vale! rise Caterina, sistemando i ricciolini che spuntavano dal berretto della figlia. Io te lho detto.

Va bene, uno solo lo dico. Tutti gli altri no. Ne ho tantissimi.

Allora, qual è?

Che staremo sempre insieme… Nicoletta quasi lo sussurrò e Caterina si inginocchiò davanti a lei.

Nicoletta… Parli della nonna?

La bambina annuì.

Questo non posso promettertelo. Non sono proprio una fata. Un po, sì. Ma non tutto dipende da noi. Possiamo stare insieme il più che possiamo. E vogliamo bene anche se non siamo vicine. Se tu vai all’asilo o io vado al lavoro, ci vogliamo sempre bene. E pensiamo sempre l’una all’altra, vero?

Nicoletta annuì e sollevò la bacchetta.

Allora posso cambiare il desiderio?

Come vuoi!

Desidero che la nonna guarisca completamente e che possiamo stare insieme a lungo, tanto a lungo. Va bene così, mamma?

Caterina si alzò, si pulì la gonna e annuì seria.

Va benissimo. Il desiderio più giusto che cè! Ora andiamo a far vedere la tua bacchetta magica alla nonna. Sono sicura che anche lei ha un desiderio segreto. Facciamoglielo esprimere. Lei che è una fata vera!

Davvero?

Ma certo! La fata migliore del mondo!

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