Mio marito è andato in pensione e io… voglio lasciarlo
Signor Giovanni, mi scusi, ma sono in riunione in questo momento. La richiamerò più tardi.
La voce di Andrea, il mio ex vice, al telefono, era fredda e distaccata. Non cera più quella deferenza di un tempo, né la minima traccia di cordialità. Solo la cortesia sbrigativa di chi vuole chiudere una conversazione il prima possibile.
Capisco, Andrea, ma riguardo quellaccordo…
Mi dispiace, signor Giovanni, devo veramente andare. Le conviene rivolgersi allarchivio o al nuovo capo ufficio. Arrivederci.
Click. Tono di linea. Giovanni Ferri abbassò lentamente la cornetta. Era seduto nel suo studio di casa, dietro la stessa scrivania di noce su cui aveva firmato contratti importanti. Ora su quel tavolo cera una pila di bollette da pagare e il quotidiano, già letto tre volte.
Hai chiamato ancora in azienda? si udì la voce di Anna dalla cucina. Una nota di compassione stanca che rendeva tutto più amaro.
Era necessario, bofonchiò lui, evitando il suo sguardo.
Lei entrò in soggiorno, asciugandosi le mani sullo strofinaccio. Anna è sempre stata una donna ordinata e composta. Anche ora, a sessantanni suonati, era curata: i capelli bianchi corti ben pettinati, un filo di rossetto sulle labbra. Sembrava ancora pronta per andare al lavoro, alla sua biblioteca, dove la aspettavano i libri, i lettori, le colleghe. Giovanni la guardava e sentiva stringersi qualcosa dentro. Lei aveva ancora uno scopo, un posto dove andare.
Giovanni, ma che ti tormenti ancora? Sono passati ormai tre mesi.
Non mi tormento, si sollevò di scatto dalla scrivania, come a voler dimostrare che andava tutto bene. Dovevo solo chiarire una cosa.
Anna rimase in silenzio, con quello sguardo stanco che diceva: capisco tutto, ma sono esausta di capire. Poi tornò in cucina. Giovanni restò lì, immobile, ad ascoltare fuori la macchina che passava, la porta dellandrone che si chiudeva. Un mattino qualsiasi. Tutti al lavoro, impegnati. Lui, invece, bloccato tra quattro mura, come un pezzo ormai scartato.
Il primo mese di pensione gli era sembrato una vacanza meritata. Trentotto anni allAlfaTec di Milano, gli ultimi quindici come responsabile dellufficio acquisti. Quella era la sua vita: trattative, contratti, riunioni, telefonate, decisioni di cui rispondeva lui. Era bravo a guidare il gioco, a trattare con i fornitori, a spuntare le condizioni migliori, a farsi rispettare dai sottoposti. Tutti lo stimavano. Chiedevano consigli. “Giovanni Ferri risolve”, “Giovanni Ferri sa cosa fare”, “Senza di lui non si va da nessuna parte”. Parole che erano come ossigeno.
Ricorda bene il suo ultimo giorno. Il saluto nella sala riunioni, la torta, i fiori, i ringraziamenti per la sua insostituibilità. “Sei sempre il benvenuto”, aveva detto il direttore stringendogli forte la mano. Giovanni aveva sorriso, ringraziato, ma dentro sentiva già uninspiegabile vuoto. Sembrava il suo funerale da vivo.
Le prime settimane furono fatte di piccole gioie. Dormiva fino a tardi, guardava la TV, leggeva tutti i giornali. Anna era felice di averlo finalmente a casa, fare colazione insieme senza fretta. Aveva perfino aggiustato il rubinetto che perdeva da mesi e cambiato la lampadina in corridoio. La figlia Francesca passava coi bambini, lui raccontava loro storie della fabbrica, di comera una volta il lavoro.
Ma pian piano il suo mondo si restrinse. Giovanni notò che le giornate erano improvvisamente lunghissime. Anna usciva per la biblioteca alle nove, tornava alle sei. Nove ore. Cosa si fa per nove ore? Provava a leggere ma non si concentrava. Le parole scivolavano via, i pensieri lo lasciavano. I telegiornali lo irritavano: tutto va male, notizie sempre storte. A passeggiare al parco, in settimana, si sentiva strano. Solo mamme coi passeggini, vecchiette sulle panchine, qualcuno che non lavora. “Non ci appartengo”, pensava accelerando il passo. “Io ho sempre lavorato”.
La crisi della pensione si infilò silenziosa. Prima era solo noia. Poi nervosismo. Cominciò a chiamare in azienda, prima per cose concrete, poi solo per parlare. Ma le telefonate diventavano sempre più brevi. I colleghi erano presi, frettolosi, rispondevano a monosillabi. Andrea, che aveva preso il suo posto, era glaciale. Giovanni capiva: per loro era già passato. Nuova direzione, nuovi equilibri. Lui fuori dai giochi.
La depressione calava lenta come una nebbia. Giovanni dormiva sempre più tardi, spesso fino alle dieci, anche le undici. Perché alzarsi? Nessuna fretta. Anna usciva in silenzio lasciando la colazione pronta, ma spesso lui non toccava nulla. Non aveva fame. Passeggiava per casa con la vestaglia, riguardava documenti vecchi, fascicoli di contratti. Se il telefono squillava, era qualche pubblicità o Anna che domandava per la spesa. Nessuno che volesse davvero un suo consiglio, il suo parere. La perdita della rilevanza sociale si sentiva come un dolore fisico.
Papà, come stai? Francesca lo chiamò un giorno a metà settimana. La mamma dice che sembri senza energie.
Sto bene, rispose seccato. Mi riposo.
Papà, così non va. Trovati un hobby. In giro ci sono un sacco di corsi. O magari iscriviti a qualcosa.
Non mi servono corsi alzò la voce. Ho diretto persone per tutta la vita, ora dovrei andare ai corsi?
Ma papà, per favore sospirò Francesca. Non voglio farti un torto. Ma la mamma è stanca. Lo capisci che fatica fa? Torna dal lavoro, ti trova così
E io cosa sono? Di troppo, forse?
Non intendevo questo. Perché prendi tutto sul personale?
Riattaccò, non aspettò che finisse. Tremava. Il cuore batteva forte, la rabbia pulsava nelle tempie. “Spappolato”. “Trovati un hobby”. Facile a dirsi. Nessuno può capire cosa si prova nel risvegliarsi un mattino e scoprire che non servi più a nessuno. Che tutto quello che sei stato, tutto ciò per cui hai lavorato trentotto anni, è finito. E ora sei solo un pensionato. Uno qualunque.
I litigi a casa si fecero più frequenti. Giovanni trovava ogni scusa: Anna aveva comprato pane sbagliato, la minestra era salata, parlava troppo forte al telefono. Ogni piccolo difetto finiva sotto la lente, quasi che la sua energia depositata cercasse sbocchi.
Giovanni, basta, un giorno Anna non ne poté più. Erano in cucina, lei preparava la cena, lui borbottava sul modo di tagliare le patate. Smettila di controllarmi. Non sei più in ufficio!
Ti dico solo che così fai prima.
Non ho bisogno dei tuoi consigli sulle patate! si voltò, e nei suoi occhi lui vide una fatica antica, una forsennata disperazione. Cucino da trentacinque anni. Se non ti piace, fallo tu.
Anna, cosè adesso?
E tu, coshai? Posò il coltello, si asciugò le mani. Sei diventato un brontolone. Nulla ti va, ti lamenti sempre. Sono esausta, Giovanni. Capisci? Stanca.
Lui tacque, lo sguardo basso. Dentro ribolliva, ma non sapeva come spiegare che quei controlli, quella polemica erano lunica cosa che gli dava la parvenza di essere ancora utile, che il suo parere contava ancora qualcosa.
Scusa, mormorò infine.
Anna sospirò, riprese il coltello.
Vai a vedere la tv. Ti chiamo quando è pronto.
Se nandò in salotto, accese il televisore ma non ascoltava nulla. Davanti agli occhi aveva solo il volto sfibrato di Anna. Sapeva di rovinarle la vita. Eppure non si fermava. Se non controllava almeno qualcosa, se non diceva almeno sulla patata, sarebbe sprofondato definitivamente.
La psicologia di un uomo in pensione era ben più complessa di quanto avesse immaginato. Giovanni si era sempre sentito forte. Aveva superato le crisi degli anni Novanta, aveva salvato il reparto varie volte. E ora non riusciva a gestire la sua esistenza. Un vuoto cresceva in lui, divorava ogni cosa. Dormiva male, la notte restava sveglio ad ascoltare il respiro sereno di Anna. La sua vita non era cambiata. Serviva ancora alla biblioteca, ai suoi lettori. E lui? Chi era adesso?
Il suo vecchio amico, Luciano, chiamò allinizio di ottobre.
Giò, che fine hai fatto? Non rispondi più. Sabato si va a pescare.
Non so, Lucio. Non mi va.
Proprio per questo! Ti passo a prendere alle otto. Non ti azzardare a rifiutare.
Giovanni avrebbe voluto protestare, ma Luciano aveva già riattaccato. Sabato mattina lo trovò davvero sotto casa, clacsonava già. Anna, pronta per uscire con le amiche, lo spinse fuori dalla porta.
Vai. Ti fa bene.
Andò più per farla contenta che per voglia propria. Luciano era energico, solare. Era andato in pensione due anni prima; a lui, sembrava avesse fatto solo bene. Abbronzato, sportivo, con la cassetta degli attrezzi, appariva più giovane dei suoi anni.
Come va? chiese lungo la strada.
Tutto bene.
Fandonie, sorrise. Anna mi ha chiamato. Dice che sei cupo.
Giovanni tacque. Tradimento. La moglie si lamentava anche con gli amici.
Ti capisco, Giò. Anchio ho toccato il fondo il primo anno. Giravo come una bestia in gabbia. Mia moglie un giorno mi fa: o ti riprendi o vado a stare da nostra figlia. Allora ho capito che dovevo cambiare.
E cosa hai fatto?
Prima di tutto ho smesso di chiamare in azienda. Ho accettato di non farne più parte. Serve lasciar andare, come dopo un divorzio. Poi ho iniziato a occuparmi daltro. Pesca, orto, un po di falegnameria. Le mani ricordano come fare, sai? Ma la cosa più importante: non ero morto. Ero solo su un nuovo pezzo di strada. Può essere interessante, se vuoi.
Giovanni ascoltava, irritato. Facile per Luciano, che aveva lavorato con le mani. Lui era stato capo. Era tutta unaltra cosa: basta togliere la posizione e la dignità scompare.
Stettero a pescare fino a sera. Luciano rideva, raccontava aneddoti, pescava. Giovanni osservava lacqua. La calma pesava, prefigurando anni di silenzio. Anni senza scopo. Come accettare la propria nuova condizione, quando dentro qualcosa si ribella gridando: “Valevi qualcosa!”.
Quando tornarono, Anna era sulla porta.
Allora? Comè andata?
Tutto bene.
Sospirò. Sempre la stessa risposta. “Tutto bene”. Lo guardava togliersi le scarpe e pensava che quelluomo, col quale aveva diviso trentasette anni, le stava diventando estraneo. Era chiuso nel suo mondo. Non la ascoltava più, o non voleva.
Una settimana dopo arrivò Francesca con il marito Roberto e i bambini. Anna era contenta, preparava la tavola, accogliente come sempre. Giovanni li salutò freddo. I nipoti lo corsero ad abbracciare; lui ascoltava distrattamente, rispondeva monosillabico.
A tavola, fu Francesca a sbottare.
Papà, ma che succede? Sei ancora vivo?
Francesca, la fermò Anna.
No mamma, deve ascoltarmi. Rivolta al padre: Papà, rendi insopportabile la vita di mamma. Stai a casa a non far nulla, sempre scorbutico. Trova qualcosa da fare! Gente della tua età si reinventa, e tu invece ti lasci andare.
Francesca, lascia stare, intervenne Roberto.
No, è giusto! insistette. Rendi la vita impossibile a mamma. Lei è sempre stata al tuo fianco e tu neanche un grazie. Solo rabbia e malumore.
Giovanni si alzò, lentamente, stanco. Guardò la figlia, poi Anna che aveva abbassato gli occhi. E capì: anche lei la pensava così. Che fosse un peso. Uscì dalla stanza, si chiuse nello studio, posò la testa tra le mani. Dentro, solo rabbia, vergogna e tristezza. Hanno ragione. È diventato un vecchio inutile.
Di là, i bisbigli. Poi silenzio. Dopo unora la porta dingresso si chiuse: la figlia era andata. Giovanni restò nello studio finché tramontò il sole. Non accese la luce. Rimase lì nella penombra, a meditare che la vita era finita. Non letteralmente, ma la vita che aveva conosciuto, quella di cui era orgoglioso, sì. Rimaneva solo il vuoto e giorni infiniti.
Anna bussò piano.
Giovanni, vieni a cena?
Non ho fame.
Per favore, vieni. Parliamo.
Non cè niente da dire.
Lei restò un istante dietro la porta, poi se ne andò. Giovanni la sentì muoversi per la casa, poi la TV accesa in camera. Unaltra sera. Per lei normale. Per lui insostenibile.
Le settimane seguenti le passò quasi sempre chiuso nello studio. Faceva finta di essere impegnato: sistemava vecchie carte, leggeva, navigava. In realtà non faceva nulla. Lisolamento sembrava lunico modo di non ferire nessuno. Anna cercava di coinvolgerlo, proponeva di uscire, di andare al cinema o da unamica. Ma lui: “Non mi va. Vai tu”. Lei andava. Si allontanava sempre più.
Una mattina, linusuale, si svegliò presto e andò in cucina mentre Anna si preparava per uscire. Lei lo guardò sorpresa.
Alzato così presto?
Lui sedette a tavola, la osservava girare per la cucina. Sempre ordinata, sempre presente. Ma nella sua vita ormai cera sempre meno spazio per lui. Improvvisamente lo capì: se non cambiava, lei lavrebbe abbandonato. Non fisicamente, ma nel cuore.
Anna.
Lei si voltò.
Scusami.
Anna si fermò, la tazza in mano.
Per cosa?
Per tutto. Perché… Si interruppe. Le parole gli si bloccarono in gola. Come spiegare che non voleva, che non sapeva come andare avanti? Che ogni giorno era una lotta con la propria inutilità, con la paura che solo il vuoto lo aspettasse?
Si sedette davanti a lui.
Giovanni, non voglio scuse. Voglio solo te. Il vero te, non questa ombra.
Ma io non so come, la guardò negli occhi. Non so chi sono, adesso che tutto quello che ero non esiste più.
Anna gli prese la mano.
Pensi di essere stato solo un capo? Sei stato marito, padre, amico. E lo sei ancora. Bisogna solo ricordarselo.
Lui avrebbe voluto crederle, ma faceva fatica. Marito, padre, amico erano sempre stati solo riflessi del suo “vero” ruolo. Direttore degli acquisti, Giovanni Ferri: rispetto, stima. Senza quello, tutto il resto sembrava finto. “Aiutare le persone anziane nelladattamento”: aveva letto questa frase su internet cercando risposte. Ma cosa significava? Come si impara a non sentirsi più importante?
I giorni scorrevano uguali, lenti. Novembre portò pioggia e grigiore. Giovanni guardava dalla finestra, vedeva la vita fuori: gente che correva al lavoro, bambini a scuola, il mondo che va avanti senza di lui. A volte invidiava pure il netturbino: almeno aveva uno scopo, piccolo ma suo.
Anna smise di insistere. Aveva capito che le parole non servivano. Viveva accanto, fidando che prima o poi lui trovasse la sua strada. Francesca non tornava più da quel litigio erano passati quasi due mesi. Si sentiva ancora più in colpa. Aveva rotto con la figlia, allontanato la moglie, perso gli amici. Cosa gli restava?
Una sera, Anna leggeva in camera e lui era in soggiorno davanti alla TV spenta, immerso nei pensieri più neri: e se fosse proprio la fine? Non la morte, ma il termine della vita come senso, progetto. Solo esistenza, senza scopo. Gli venne paura. Resterà solo questo, altri dieci, ventanni?
Si alzò, uscì sul balcone. Laria di novembre pungeva. Guardò le luci di Milano. Là fuori la gente viveva. Lui, al nono piano, solo con quella domanda: chi sono, ora?
Che fai? Vieni dentro, prendi freddo, Anna lo raggiunse, gli mise la giacca sulle spalle. Vieni al caldo.
La seguì docile. Lei si sedette sul divano, cercò un vecchio film. Rimasero lì così, in silenzio. Giovanni guardava lo schermo ma non vedeva niente. Pensava che Anna, nonostante tutto, era ancora lì. Non era andata via, laveva sopportato. Perché? Lo meritava davvero?
Anna, le sussurrò.
Sì?
Grazie per non avermi lasciato.
Lei gli sorrise e, con gli occhi lucidi:
Sei scemo, Giovanni. Ti amo, voglio solo che tu torni a vivere.
Labbracciò, impacciato come se avesse dimenticato come si facesse. Lei si strinse a lui. Rimasero così, fino alla fine del film. Quella notte Giovanni dormì un po meglio. Non bene, ma meglio. Qualcosa dentro si era spostato. Poco, ma si era spostato.
Dicembre portò il freddo e la neve. Giovanni cominciò a uscire dallo studio. Non che tutto fosse risolto, ma la compassione verso sé stesso diminuiva. Notò che anche Anna era stanca. Un giorno, tornata dal lavoro e iniziando a cucinare, lui le disse:
Posso aiutarti?
Lei si fermò, sorpresa.
Davvero?
Sì. Che ci vorrà mai a sbucciare delle patate?
Cucinarono insieme, in silenzio. Non era il silenzio pesante di prima, ma qualcosa di più sereno. Anna spiegava, lui si impegnava. Le mani erano impacciate, le patate irregolari, ma a lei bastava sorridere. Durante la cena, Anna disse:
È bello cucinare insieme.
Giovanni annuì piano. Era una sciocchezza, ma dopo cena respirava meglio.
Luciano lo richiamò prima di Capodanno.
Giò, sei ancora tra noi?
Sì, ci sono.
Allora vieni in campagna, cè da spalare la neve. In due si fa prima.
Questa volta andò volentieri. Passarono il giorno a spalare viali e portare legna. Era faticoso, il corpo dolorante, ma alla sera si sentiva meglio, fisicamente stanco ma con la mente sgombra. Davanti al tè, Luciano disse:
Lo sai, vero? Abbiamo lavorato tutta la vita per vivere. Ora che finalmente cè tempo, non sappiamo come farlo. Ironico, no?
Giovanni sorrise.
Vero.
Ma si può imparare. Io ho imparato. Ogni giorno penso: che faccio oggi di bello? Boschi, bricolage, cinema con mia moglie. È libertà. Nessun capo, nessuna ansia. Sei libero.
Libertà. Prima la pensione sembrava la fine. Ma forse era davvero una libertà, solo che lui non la sapeva usare. Tutta la vita scandita da doveri, orari, aspettative. Ora poteva vivere per sé, basta volerlo.
Passarono il Capodanno in casa, loro quattro: Giovanni, Anna, Francesca con Roberto. I nipotini erano dai nonni materni. Era una serata tranquilla. Francesca era ancora un po chiusa, ma osservava il padre per capire se fosse cambiato. Giovanni si sforzava: sorrideva, scherzava, chiedeva dei bambini. Era faticoso, le parole faticavano ad uscire. Ma ci provava. Allo scoccare della mezzanotte Anna brindò:
Al nuovo anno. E alla nuova vita. Impariamo ad essere felici qui e ora.
Giovanni sollevò il bicchiere, guardò Anna. Lei gli sorrise per davvero. Da mesi non vedeva un sorriso così.
Dopo le feste la vita tornò routinaria, ma qualcosa era cambiato. Giovanni si alzava prima, faceva colazione con Anna, laccompagnava alla porta. Poi usciva a camminare. Prima solo nei parchi, poi iniziò anche a passare di tanto in tanto in biblioteca. Anna si meravigliò al vederlo.
Ma che ci fai qui?
Un giro. Posso?
Certo.
Passeggiava tra gli scaffali, sfogliava libri. Prese qualche giallo, che prima non avrebbe mai letto per mancanza di tempo. A casa leggeva, e incredibilmente si appassionava. Le storie lo prendevano, la mente si rilassava. Anna era felice.
Ti fa bene, gli disse una sera mentre leggeva in poltrona. Sembri più sereno.
Non rispose, annuì soltanto. Dentro non era ancora tutto tranquillo. Ma i momenti di tristezza erano meno frequenti. Più gestibili.
A febbraio Luciano gli propose di iscriversi al circolo degli scacchi della Casa della Cultura.
Lì si trovano soprattutto pensionati come noi. Si gioca e si ride.
Giovanni tentennava. Uscire, conoscere nuova gente, accettare la pensione: difficile. Ma Anna lo incoraggiò.
Fatti coraggio. Al massimo provi una volta.
Andò. Cerano una quindicina di uomini, seduti, concentrati sulle scacchiere. Luciano lo presentò, uno gli propose una partita. Accettò. In gioventù era stato bravo, poi il lavoro aveva assorbito ogni passione. Ma la memoria funzionava: vinse due partite. Il compagno lo salutò rispettoso:
Sei in gamba. Torna anche domani.
Giovanni andò a casa soddisfatto. Non era la stessa soddisfazione dei tempi doro, ma comunque buona. Era ancora capace, sapeva fare qualcosa. Forse era quello che Luciano intendeva: una nuova vita dove il valore si misura in modo diverso.
Anna si chiedeva ogni giorno come aiutare il marito a superare la pensione. Leggeva articoli, parlava con amiche nella stessa situazione. Tutte dicevano la stessa cosa: tempo, pazienza e lasciargli trovare la sua strada. Lei ci provava. Non era facile guardare la persona che ami andare in pezzi. Ma ora che marzo riportava sole e prato, vedeva i cambiamenti. Giovanni era diverso: non quello di prima, ma nuovo. Era ancora taciturno, a volte distante, ma non perso nel suo buio. Ci provava. E questo era già tanto.
Un pomeriggio di marzo, in cucina, pioveva fuori, ma in casa era caldo e intimo. Anna sfogliava una rivista, Giovanni fissava la finestra. Dopo un po disse senza voltarsi:
Anna, pensavo questa primavera potremmo andare in campagna. Luciano mi insegna a piantare le verdure.
Anna alzò lo sguardo.
Tu, nellorto?
Perché no? Non mi credi?
No, sono solo contenta. Certo che andiamo.
Lui sorrise. Da responsabile di un grande ufficio, ora nellorto. Prima sarebbe stato inaccettabile. Ora, quasi non gli importava. Forse questa era laccettazione: non più lotta, ma accordo con ciò che si è diventati. Sì, non è più un direttore. È un pensionato. E dopo? La vita continua. Altra, ma continua.
Cosa si può fare dopo la pensione? Ora la domanda non sembrava più disperata. Orto, scacchi, libri, aiutare Anna in casa. Forse altro arriverà. La chiave non era sostituire il lavoro, ma trovare qualcosa fosse anche piccolo che desse soddisfazione.
Francesca tornò a fine marzo coi bambini. Questa volta fu tutto più sereno. Giovanni giocava coi piccoli, raccontava aneddoti della fabbrica, senza malinconia. La figlia notò il cambiamento e in cucina, da soli, gli disse:
Papà, sembri meglio.
Ah sì? fece spallucce.
Scusa per quel giorno. Non volevo essere dura.
Fa niente. Avevi ragione. Ero a pezzi.
Ora invece sei bravo. La mamma dice che vai al circolo, che vuoi lavorare nellorto.
Ci provo.
Lei lo abbracciò forte. Lui la accarezzò, il cuore stretto in una morsa. Sua figlia, ormai adulta, con la propria vita. Ma ancora gli voleva bene. Nonostante tutto.
Come mantenere lautostima dopo la pensione? Non cè una risposta facile. Giovanni sapeva che ci sarebbero voluti mesi o anni. Forse non avrebbe mai davvero accettato del tutto la nuova condizione. Ma ci provava. E già quello era tanto.
Ad aprile arrivò il primo caldo. Giovanni e Luciano andarono in campagna, iniziarono a preparare la terra. Era dura, faticosa, ma faceva bene alla testa. Alla sera, seduti fuori con il tè, Luciano gli disse:
Vedi, e tu che avevi paura.
Paura di cosa?
Della vita senza lavoro. E invece la vita cè. È diversa, ma cè.
Giovanni tacque. Luciano aveva ragione. La vita, anche se meno appariscente e importante, continua. È fatta di attimi semplici: un tramonto, vincere a scacchi, un sorriso di Anna che ti dice: grazie.
A maggio, quando i tulipani sbocciarono al parco, Giovanni rientrò da una passeggiata più presto del solito. Anna non era ancora tornata. Mise a bollire lacqua per il tè, e godette quella quiete domestica, che prima percepiva come una condanna. Ora era solo silenzio. Non buono, non cattivo. Solo silenzio.
Quando Anna arrivò, stanca, con la borsa pesante di libri, la accolse in ingresso, le prese la borsa.
Giornata dura?
Sfinita. Inventario eterno. Si tolse le scarpe, andò in cucina. Hai già fatto il tè. Grazie.
Sedettero insieme, sorbendo il tè, lei raccontava della biblioteca, del lavoro, di una nuova collega. Giovanni ascoltava, ogni tanto commentava. Una sera qualunque. Ne sarebbero venute a migliaia. E ora non aveva più paura. O quasi.
Dopo cena, in salotto, Anna leggeva, lui aveva tra le mani il giornale. Lasciò la pagina, la fissò. Lei leggeva, non si accorgeva del suo sguardo. Capelli bianchi, rughe leggere agli occhi, mani affaticate. Trentasei anni insieme. Avevano vissuto tutto: primi tempi senza soldi, gli anni Novanta in aziende di crisi, malattie, crescita della figlia. E ora anche questa crisi. Anna era rimasta. Ha resistito, sperato, atteso.
Anna.
Lei sollevò gli occhi.
Sì?
Avrebbe voluto dire qualcosa di importante, grazie, ma le parole non uscivano. Come spiegare che la persona vicino a te è lunico sostegno? Allora stette zitto, lei sorrideva in attesa.
Io… si interruppe. Ancora non so cosa farò di tutto questo tempo libero.
Anna chiuse il libro con calma. Lo guardò a lungo, seria. Poi piano disse:
Ma vuoi provarci, almeno?







