Un bambino gioca ogni giorno con un anziano in piazza senza sapere che lui…

Avevo otto anni e il mio posto preferito al mondo era piazza Garibaldi. Non per gli altalemi arrugginiti o la sabbiera piena di foglie secche, ma per il signor Giovanni.

Ciao, campione! mi gridava sempre dalla sua panchina quando mi vedeva arrivare di corsa dopo la scuola.

Il signor Giovanni aveva i capelli bianchissimi, portava sempre un cappello di feltro marrone e le mani più rugose che avessi mai visto. Ma erano mani gentili, che sapevano fare barchette di carta e mi avevano insegnato a fischiare con le dita.

Mamma, posso andare in piazza? le chiedevo ogni pomeriggio.

Unora, Luca. Non di più rispondeva senza alzare lo sguardo dai suoi documenti.

Mamma lavorava sempre. Diceva che doveva mantenere la casa da sola da quando papà se nera andato. Non mi chiedeva mai cosa facessi in piazza o con chi giocassi.

Il signor Giovanni mi raccontava storie incredibili. Diceva che da giovane aveva viaggiato per il mondo, che aveva conosciuto pirati nei Caraibi e una volta aveva cenato con un re in Europa.

Davvero hai conosciuto un re? gli chiedevo mentre dividevamo i biscotti che portava sempre.

Vero come il sole che splende mi rispondeva strizzandomi locchio. Ma il tesoro più grande che ho trovato nei miei viaggi non era oro né argento.

Cosera allora?

Una famiglia. Una moglie bellissima e un figlio che sembrava proprio te alla tua età.

Quando lo diceva, si rattristava. I suoi occhi azzurri, che brillavano sempre quando mi vedeva, diventavano opachi come il cielo prima della pioggia.

Dove sono adesso?

Mia moglie è in cielo sospirava. E mio figlio beh, a volte le famiglie si rompono, campione. Come un piatto che cade e va in mille pezzi.

Ma i piatti rotti si possono riparare con la colla.

I piatti sì sorrideva triste. Le famiglie sono più complicate.

Eravamo amici da tre mesi quando il signor Giovanni mi fece una sorpresa.

Prendi, questo è per te disse, tirando fuori una scatola di legno dalla tasca del cappotto.

Dentro cera un orologio da tasca dorato, antico e pesante.

Era di mio padre, e del padre di mio padre mi spiegò. Un giorno sarà tuo, quando sarai grande.

Perché lo dai a me?

Perché sei speciale, Luca. Più speciale di quanto credi.

Quella sera mostrai lorologio a mamma. Non lavevo mai vista impallidire così.

Dove lhai preso? mi gridò, strappandomelo dalle mani.

Me lha dato il signor Giovanni, il mio amico della piazza.

Il signor Giovanni? Comè questuomo?

Gli descrissi il mio amico: alto, capelli bianchi, occhi azzurri, sempre col cappello marrone.

Mamma si sedette al tavolo della cucina e fissò lorologio a lungo, come se fosse un serpente velenoso.

Luca, non voglio che torni in quella piazza. Mi hai sentito?

Perché?

Perché lo dico io. E restituiscimi quellorologio.

No! È mio! Il signor Giovanni me lha regalato!

Mamma me lo tolse e lo chiuse a chiave in un cassetto.

Quelluomo è pericoloso. Non voglio che ti avvicini più a lui.

Per una settimana, mamma mi accompagnò e venne a prendermi a scuola. Non mi lasciava andare da solo da nessuna parte. Mi sentivo come un prigioniero.

Perché non posso più vedere il signor Giovanni? le chiedevo ogni giorno.

Perché è un bugiardo rispondeva. E i bugiardi fanno male ai bambini.

Ma sapevo che il signor Giovanni non mentiva. I suoi occhi erano buoni, e mi aveva insegnato che i bugiardi non guardano mai negli occhi quando parlano.

Venerdì, riuscii a scappare. Dissi a mamma che andavo in bagno durante la ricreazione e corsi in piazza.

Il signor Giovanni non era sulla sua panchina. Chiesi alla signora che vendeva fiori se lavesse visto.

Ah, poverino mi disse con aria triste. Il signor Giovanni si è ammalato. Lo hanno portato allospedale tre giorni fa.

Allospedale? Quale ospedale?

AllOspedale Civile, ma

Non la lasciai finire. Partii di corsa.

LOspedale Civile era a sei isolati di distanza. Arrivai sudato e senza fiato. Alla reception, uninfermiera mi disse che il signor Giovanni era nella stanza 204.

Lo trovai in un letto bianco, attaccato a macchine che facevano rumore. Sembrava piccolo senza il suo cappello.

Signor Giovanni! gridai.

Lui aprì gli occhi e sorrise, ma era un sorriso debole.

Campione sapevo che saresti venuto.

Stai male?

Un po disse, cercando di tirarsi su. Vieni qui, devo dirti una cosa importante.

Mi avvicinai e lui mi prese la mano con le dita fredde.

Luca, sai comè il tuo cognome completo?

Luca Rossi Bianchi.

Sapevi che Bianchi era il cognome di tuo papà?

Sì, mamma me lha detto.

Sapevi che anche il mio cognome è Bianchi? Giovanni Bianchi.

Il mio cervello impiegò qualche secondo a capire.

Sei sei un mio parente?

Le lacrime gli scendevano sulle guance rugose.

Sono tuo nonno, campione. Tuo papà era mio figlio.

Il mondo mi girò tutto intorno. Tutto iniziò ad avere senso: perché mi aveva regalato lorologio, perché diceva che ero speciale, perché si rattristava quando parlava della sua famiglia.

Perché mamma non me lha detto?

Il signor Giovanni mio nonno sospirò profondamente.

Quando tuo papà morì, tua mamma e io litigammo. Per soldi, per la casa cose da adulti che non contano. Lei si arrabbiò così tanto che mi proibì di vederti. Cambiò casa, quartiere, per non farci trovare.

Allora papà aveva una famiglia?

Aveva un padre che lo adorava. E che ora adora te, anche se siamo stati insieme così poco.

Per questo mi hai regalato lorologio?

Era del tuo bisnonno, poi mio, poi di tuo papà. Ora è tuo di diritto.

In quel momento entrò mamma di corsa, furiosa e spaventata.

Luca! Ti ho cercato dappertutto!

Si fermò quando vide mio nonno. Si guardarono a lungo, senza parlare.

Maria disse mio nonno con voce dolce.

Giovanni rispose mamma, con la voce rotta.

Mamma le dissi, perché non mi hai detto che il signor Giovanni era mio nonno?

Mamma si sedette sulla sedia accanto al letto e si coprì il viso con le mani.

Perché ero arrabbiata sussurrò. Troppo arrabbiata.

Perché?

Quando morì tuo papà, io e tuo nonno litigammo per tutto. Per la casa, per il negozio, per i soldi dellassicurazione. Pensavo volesse solo togliermi qualcosa, non che volesse conoscerti.

Non volevo toglierti nulla, Maria disse mio nonno. Volevo solo conoscere mio nipote.

Lo so piangeva mamma. Lo so, e mi vergogno. Per tre anniOra il vecchio orologio è appeso alla parete della nostra cucina, e ogni volta che lo guardo sorrido, perché è il segno che anche le famiglie più spezzate possono ritrovarsi, se solo si ha il coraggio di perdonare.

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