La ragazza con una sola fotografia
La vidi il primo giorno stesso.
Era seduta sullultimo letto vicino al muro, lo sguardo fisso su qualcosa che teneva tra le mani. Non si muoveva, non si voltava per il chiasso alle sue spalle e qui cera sempre rumore: qualcuno che discuteva vicino alla mensa, qualcuno che tossiva in fondo alla stanza, una radiolina appoggiata al davanzale borbottava le previsioni del tempo. Lei se ne stava lì, immobile, e con trenta letti in sala sembrava quasi non esserci affatto.
Posai la scatola di libri vicino alle sedie e mi avvicinai a Rita.
Chi è quella? domandai.
Rita non si voltò. Sistemava le lenzuola sul carrello, contando sottovoce. Aveva trentotto anni, coordinatrice del rifugio, già stanca prima di pranzo.
Si chiama Zita. È qui da quattro mesi. Non ha detto nemmeno una parola. A nessuno.
Mai?
No. Mangia, dorme, si lava. E si siede lì, così. Sempre con quella cosa in mano. Allinizio credevo fosse unimmaginetta sacra. No, è una fotografia.
E documenti?
Niente documenti. Né carta didentità, né tessera sanitaria, né pensione. Abbiamo provato ad aiutarla a recuperarli, lei ha rifiutato. Senza dire nulla. Solo un cenno con la testa e si è girata dallaltra parte.
Guardai Zita. Stringeva qualcosa di piccolo, della grandezza del palmo di una mano. I bordi arricciati verso linterno, macchioline brunastre dacqua. Lo fissava come si guarda dal finestrino di un treno, quando fuori è ormai buio e si vede soltanto il proprio riflesso.
Avevo ventisei anni allepoca. Studiavo scienze sociali alluniversità, fuori corso. Tre pomeriggi a settimana venivo qui, al Porto Caldo un rifugio per senzatetto al terzo piano di un vecchio dormitorio dalle parti di Tiburtina. Odorava di candeggina e minestrone di orzo. Le finestre davano sul parcheggio di un supermercato. Di notte, linsegna gialla illuminava le cuccette vicine e molte donne si lamentavano di non riuscire a dormire. Qui abitavano persone senza indirizzo. Persone a cui, quando chiedevi dove vivi?, la risposta era il silenzio.
E io venivo qui non solo per il tirocinio. Venivo perché mia nonna aveva passato gli ultimi tre anni sola, in un piccolo appartamento a Terni. Le telefonavo la domenica. Dieci minuti, a volte quindici. Credevo bastasse. Pensavo fosse forte. Ma quando andai al funerale, la vicina, la signora Tamara, mi prese la mano e mi disse: Tua nonna scendeva ogni giorno sulle scale. Si fermava vicino alla ringhiera. Sperava che qualcuno entrasse. Io passavo, quando potevo. Ma non ero te.
E io non volevo più arrivare in ritardo. Mai più. Con nessuno.
Misi i libri sul tavolino della sala in comune: gialli, romanzi, un paio di raccolte di poesie. Camilleri, Malvaldi, De Giovanni quelli che si leggono, non si lasciano solo a impolverarsi. Uno lo appoggiai a parte Voce dietro il muro, scritto da Arturo Vento. Era nella scatola del mercatino dellusato, con il prezzo di due euro scritto a pennarello. Non badai allautore, lo presi dalla pila e lo posai accanto ai gialli.
Zita non si avvicinò al tavolo. Nessuna delle donne nei letti vicini lo fece i libri qui si prendono solo se si pensa che nessuno osservi. Verso sera la pila era diminuita di tre unità. Voce dietro il muro era rimasto.
Anche il giorno seguente.
***
Dopo una settimana portai del tè.
Non quello della mensa, con i bicchieri di plastica e lo zucchero in bustina. Presi due tazze dal termos che avevo da casa, con la menta, come faceva mia nonna, e mi sedetti accanto a Zita. Posai una tazza sul comodino davanti a lei.
Lei non mi guardò.
Rimasi lì in silenzio. Bevvi il mio tè. Il profumo di menta mi sapeva destate. Dieci minuti. Poi mi alzai e andai via. La tazza rimase piena sul comodino.
Il giorno dopo la stessa scena. Due tazze, silenzio e menta. Al terzo giorno Zita prese la sua tazza. Non disse grazie. Non annuì. Semplicemente bevve, piccoli sorsi, le mani strette intorno alla ceramica. Così bevono quelli che cercano non il calore del tè, ma quello delle mani attorno.
Notai le sue mani. Dita lunghe, giunture nette. Unghie corte, ben limate, tagliate con cura, anche qui, nella sala con trenta letti dove molti avevano smesso di badare a qualunque cosa tranne gli orari.
Rita mi aveva detto: non cè niente da fare. Ci sono persone che non tornano più. Si ripiegano dentro di sé e non cè strada per riportarle fuori. Ne ho viste decine, mi spiegava mentre si sistemava la cuffietta. Tra sei mesi spediremo i documenti ai servizi sociali e lei andrà in struttura. E da lì non è più affar nostro.
Ma io vedevo cose che Rita ignorava, o non considerava importanti.
Zita ogni mattina rifaceva il letto con cura, piegando bene gli angoli, tirava la coperta senza una piega. Il paltò grigio scuro, spesso, con la tasca rammendata lo metteva sempre sullo schienale della sedia con lo stesso gesto. I punti del rammendo erano precisi, regolari, millimetrici. Quei rammendi li fa solo chi ha bisogno di ordine. Chi è abituato a tenere una lista, correggere i quaderni, controllare gli orari.
Non era una donna che aveva rinunciato.
Il decimo giorno le portai un libro. Proprio quello, Voce dietro il muro. Lo posai vicino alla tazza di tè alla menta.
È bello, dissi. Lho letto a quindici anni.
Zita guardò la copertina. Per la prima volta vidi muoversi qualcosa nei suoi lineamenti. Non un sorriso. Nemmeno lombra di un sorriso. Ma langolo della bocca tremò, le mani toccarono il libro, le dita restarono sul titolo.
Tenne il libro con sé.
E quella sera, mentre uscivo e mi voltavo dalla porta, la vidi sdraiata sul letto che leggeva. La foto era sul cuscino, vicino alla testa. Come se avesse bisogno di entrambe: il passato accanto al viso, una storia in mano.
Uscendo, sentii più caldo che dentro.
Passarono altre due settimane.
Ogni volta portavo il tè, mi sedevo accanto, silenzio o parole lievi: il tempo, i libri arrivati, che nella caffetteria di fronte ora facevano cornetti alla ciliegia. Piccole cose, sicure. Mai personali, mai difficili. Zita ascoltava. Talvolta annuiva. Una volta girò appena la testa verso di me quando raccontai del gatto che veniva a mangiare nel retro del rifugio.
Poi parlò.
Era un martedì, quattordici marzo. Fuori, pioggia mista a neve, la radiolina diceva di code sul Grande Raccordo Anulare. Zita bevve il suo tè, posò la tazza e disse:
Vuoi sapere cosa cè nella foto.
Non era una domanda. Era una certezza. La voce, profonda, ogni parola scandita fino in fondo, consonanti limpide. Così parlano quelli che hanno insegnato in classe per ventanni: sanno che se ingoi una sillaba i ragazzini in fondo non ti sentono.
Solo se vuol mostrare, dissi.
Tacque. Cinque secondi, che parvero uneternità. Poi estrasse la fotografia dalla tasca rammendata del cappotto. Con delicatezza, due dita, come si prende una cosa fragile. Me la porse.
Stropicciata, con macchie marroni, i bordi piegati. Si vedeva una donna alla lavagna, intorno dei ragazzi. Indossava una camicetta chiara, capelli raccolti, le mani sulle spalle di due alunni in prima fila. Sorrideva. Un sorriso ampio, sincero quello che si fa quando non ci si accorge del fotografo. O lo si sa, ma in quellistante non importa, perché si sta bene. E i ragazzi intorno sorridevano anche loro. Una quindicina, una classe di prima media. Un bambino con i lacci slacciati, una ragazza con un fiocco bianco fra i capelli.
Sono io, disse Zita. Ventidue anni fa.
Guardai lei, poi la fotografia. La donna nella foto: avrà avuto quarantanni. Sicura, luminosa. Schiena dritta, mani che sanno di gesso. Davanti a me, Zita: oltre sessanta, il cappotto scuro, le spalle magre ma lo sguardo identico. Diretto. Di chi guarda e vede, non solo osserva.
Ho insegnato letteratura ventanni. Scuola media numero quarantasette, città di Arezzo.
Lettere?
Sì. Dal millenovecentoottantasei fino al duemilaventi. Trentaquattro anni, più o meno. Poi la scuola ha chiuso. Riorganizzazione, pronunciò la parola come una diagnosi ormai lontana. Un anno dopo è morto mio marito, Vincenzo. Ictus. Il mutuo non potevo più pagarlo. Hanno ripreso la casa.
Parlava sintetica, senza dettagli. Solo fatti, come i punti di una cartella clinica. Così parla il medico che legge una storia: senza pause, perché se ti fermi ti fermi anche tu.
Ho vissuto da amici. Un anno. Una collega, poi unamica delluniversità. Poi diventava pesante. Per tutti. E sono andata via.
E la foto?
Zita la prese, la lisciò piano, ogni angolo, ogni piega.
Mi ricordo chi ero. Che si può tornare. Anche se sembra impossibile.
Sentii la gola secca, non per pietà. Per qualcosa di più forte. Per come laveva detto: piano, sicura, senza un filo di dubbio. Come se non fosse speranza ma un fatto già scritto.
Signora Zita, domandai. E i ragazzi nella foto?
I miei studenti. Prima B, duemilaquattro. Alcuni partiti, altri cambiati del tutto. Un ragazzo adesso scrive libri. Lho sentito una volta alla radio. Il cognome non lo ricordo. Ma la voce sì.
La voce?
Quandera ragazzino, aveva una voce particolarissima. Bassa, ma quando leggeva le poesie ad alta voce, tutta la classe restava in silenzio. Anche Giacomo, che di solito lanciava le palline, si fermava e ascoltava. Anche alla radio era la stessa voce. Ero in autobus, la sentii e mi aggrappai al mancorrente.
Ripose la foto in tasca. Toccare le cuciture era diventato un gesto abituale, per assicurarsi che la foto fosse lì.
Era un ragazzo chiuso. Il padre se nera andato presto, la madre lavorava in fabbrica. Dopo le lezioni veniva in classe da me. Fingeva di leggere storia, ma in realtà non voleva tornare a casa vuota. Io non lho mandato via mai. Gli lasciavo una mela sul banco. E parlavamo. Di libri, di eroi, del perché Raskolnikov va da Sonia. Chiedeva sempre: Signora Zita, e se leroe non tornasse indietro? Allora? E io rispondevo: Leroe vero, torna sempre. Anche dopo molto tempo.
Taceva, guardando il muro davanti. Non me, non la sala qualcosa che qui non cera più, laula che non esiste più.
Anchio restai in silenzio. Perché a volte il silenzio è lunica cosa che serve.
***
La sera ero nella caffetteria di fronte. Cinque tavolini, odore di caffè macinato e cannella. Il portatile chiuso, il cappuccino ormai freddo. E cercavo.
Scuola media quarantasette. Arezzo. Ex alunni famosi.
Nulla. La scuola chiusa nel 2020, edificio dato a qualche associazione. Sito sparito. La pagina social ferma dal 2021. Ma nellarchivio web trovai una lista: tre nomi. Un ricercatore, un direttore dazienda e Arturo Vento, scrittore.
Cercai: Arturo Vento scrittore.
Mi gelai.
Arturo Vento, trentaquattro anni. Tre romanzi, premio Strega giovani. Esordio: Voce dietro il muro, 2015.
Voce dietro il muro.
Il libro che avevo lasciato a Zita.
Il libro che avevo letto a quindici anni.
Mi appoggiai allo schienale. La barista passò chiedendomi se era tutto a posto. Sì, risposi. Ma non lo era.
Ricordavo quel libro benissimo. Raccontava di un bambino solo in una città piccola, di una professoressa che gli aveva dato attenzione quando nessuno lo vedeva. Che una parola, giusta, data al momento giusto, può non salvarti ma impedire che tu vada in pezzi.
Lavevo letto a quindici anni, sul divano da nonna a Terni. Fuori pioveva, nonna bolliva la composta, io leggevo con un cuscino ricamato sotto la nuca. Avevo pensato: voglio esserci. Voglio ascoltare le persone, quando è importante. Non dopo, non la domenica al telefono dieci minuti.
Per quel libro ho scelto assistenza sociale. Non per le lezioni, né per i libretti delle istruzioni. Per il libro sul bambino e la professoressa della mela.
Lessi unintervista a Vento di due anni prima, lunga, su un portale letterario. Lui parlava della scuola, di Arezzo, del profumo di gesso, del suono delle sedie dopo lultima campanella. E di lei.
La mia insegnante di lettere. Zita Caruso. Era lunica che vedeva qualcosa in me, quando io non ci vedevo niente. Ho scritto il primo libro pensando a lei. A quello che faceva ogni giorno: restare e ascoltare. Non per dovere. Ma perché le importava davvero.
Sfogliai. Lessi la dedica della ristampa decennale, online. Prima pagina.
A.Z.C. allinsegnante che mi ha sentito.
A.Z.C. Zita Caruso.
Stetti a fissare lo schermo. Il cappuccino ormai freddo, la caffetteria chiudeva tra poco.
La donna per cui Vento era diventato scrittore. Quella per cui era nato il libro che mi aveva portato qui. Lei dormiva ora su una branda in un rifugio. Senza carta didentità. Senza pensione. Senza niente, tranne quella foto appassita cucita nella tasca.
Cercai sul sito della casa editrice il loro contatto.
Scrissi.
Buongiorno, mi chiamo Paola, sono volontaria in un rifugio per senzatetto di Roma. Questo messaggio è per Arturo Vento. So a chi è dedicato il libro Voce dietro il muro. Zita Caruso è viva. È qui. Ha ancora la foto della vostra classe, Prima B, 2004. Ricorda il ragazzo che leggeva le poesie e restava dopo scuola.
Allegai una foto della fotografia, scattata il pomeriggio quando Zita me la mostrò. Sfocata, con il riflesso della lampada, ma i volti si vedevano.
Inviai.
Spensi il computer, raccolsi le cose e uscii nella sera. Cera vento, Marzo sapeva di asfalto bagnato. Solo alla fermata, frugando per la tessera nel giubbino, mi accorsi che avevo le mani che tremavano.
Tre giorni passarono senza risposta.
Controllavo lemail ogni due ore. Nulla. Pensavo: magari è finita in spam, magari la casa editrice non gira i messaggi privati. Forse lui lha letta ma crede a uno scherzo, o una truffa.
Ogni giorno andavo in rifugio, bevevo il tè con Zita. Parlava di più. Solo della scuola. Raccontava degli alunni non per nome, ma per storie. Una ragazza scriveva poesie e le nascondeva nel banco. Le trovavo e ce le rimettevo, con una caramella. Così sapeva che qualcuno aveva letto. Un anno dopo lesse una poesia alla festa di fine anno. Le tremavano le mani, la voce si spezzava. Ma finì. Oppure: Un ragazzo litigava sempre, senza motivo. Le mani sempre con le croste. Nessuno diceva nulla. Gli regalai Il piccolo principe. Non cambiò subito. Ma dopo un mese venne: Signora Zita, anche la Volpe stava sempre sola, vero?
Parlava dei suoi ragazzi come se fossero lì. Come se fosse ieri.
E io pensavo: come si può dimenticare chi ti ricorda così?
Il quarto giorno arrivò la risposta.
Ero sul pullman, il telefono vibrò in tasca. Email. Non dalla casa editrice, ma da lui. Personale. Nome e cognome nel mittente: Arturo Vento. Tre righe:
Paola, ho ricevuto la tua mail. Sto arrivando. Dimmi quando posso venire. Cerco Zita Caruso da quattro anni. Mi dissero che la scuola aveva chiuso. Il telefono non rispondeva. Lindirizzo vecchio trovai estranei. Poi basta. Non sapevo. Grazie.
Quattro anni. Laveva cercata quattro anni. Senza trovarla. Perché lei, in quel tempo, aveva già cambiato mille case, era persa.
Rilessi il messaggio. Gli scrissi data e indirizzo.
Restava la cosa più difficile: dirlo a Zita.
***
Andai la mattina, venerdì. Zita sedeva come sempre sul letto. Foto tra le mani. Cappotto sulla sedia. Fuori, le prime strisce di sole. Qualcuno in fondo aveva acceso la radio: una voce di donna che cantava di rose bianche.
Mi sedetti. Appoggiai il tè. Zita prese la sua tazza.
Signora Zita, devo dirle una cosa.
Lei mi fissò, attenta.
Ho trovato il suo ex alunno. Quello che scrive libri. Si chiama Arturo Vento. Ha scritto Voce dietro il muro, quello che sta leggendo. E vuole venire. Da lei.
Mille cose passarono tra di noi in pochi secondi. Lei restò immobile, la tazza ferma a metà strada dalla bocca. Il silenzio parve allungarsi, anche la radio tacque.
Poi appena una parola:
No.
Signora Zita, aspetti.
Non voglio che mi veda così. Qui. Su questa branda. Con questo cappotto. No.
Abbassò la testa. Per la prima volta vidi le mani chiuse a pugno, le nocche bianche. La tazza le scivolò, la presi al volo.
Avevo ventisei anni e nessuna risposta. Ero davanti a una donna che ventanni aveva insegnato ai ragazzi a trovare le parole e io le avevo finite. Nessuna era abbastanza.
Poi ricordai.
Ha detto lei: Per ricordare chi siamo, si può tornare.
Zita alzò lo sguardo.
Lha detto lei, ripetei. Non io. Lei. Passa ogni giorno a guardare quella foto, perché crede che si possa tornare. E adesso… Ecco. Lui viene. Si ricorda di lei, signora Zita. Lha cercata quattro anni. Numero, vecchio indirizzo niente. Ma non ha dimenticato.
Mi studiava. Sentivo che qualcosa cambiava in lei non il viso, più in fondo. Come un nodo che si scioglie, che ogni giorno si era stretto.
Quattro anni? domandò piano.
Quattro.
Guardò la foto, accarezzò il volto di un ragazzino in seconda fila magro, capelli scuri.
Lui. Arturino. Stava al terzo banco sulla finestra. Guardava sempre fuori, come se altrove ci fosse qualcosa di più. Ma quando lo chiamavo, leggeva in modo che dimenticavo persino di respirare.
Piegò la foto. Rimise in tasca. Disse:
Va bene.
Arturo arrivò sabato.
Aspettavo fuori. Uscì dal taxi: alto, cappotto scuro. Unabbronzatura dorata: segno di chi lavora molto allaperto, magari nel giardino di casa. Portava una busta di carta. Dentro qualcosa di piatto, squadrato.
Paola? chiese.
Sì.
Grazie, disse. E sulla voce pesava qualcosa di grosso. Non lemozione, ma il peso di quattro anni di assenza.
Lo accompagnai in sala. Zita era in piedi accanto al letto. Non seduta, diritta. Cappotto sulle spalle, foto in tasca. Schiena dritta, come nella foto di ventidue anni prima. Pareva prepararsi a una lezione.
Arturo si fermò a tre passi.
Signora Zita?
Lei annuì.
Fece un passo.
È proprio lei, disse. Lho riconosciuta dalla voce. Quando dice va bene. Lo diceva sempre, quando finalmente capivo un concetto. Va bene. E sorrideva, appena, da un lato.
Zita lo guardava. E vidi tremarle il mento, appena.
Sei cresciuto, Arturo.
Sono cresciuto, rispose. Sono cresciuto e ho scritto un libro. Su di lei. Voce dietro il muro. Nessun altro mi ha mai ascoltato, quando non parlavo.
Tirò fuori il libro dalla busta. Una ristampa in copertina rigida. Gli fece vedere la dedica.
A.Z.C. allinsegnante che mi ha sentito.
È suo, disse. E lo è sempre stato.
Zita prese il libro. Lo strinse al petto. Chiuse gli occhi.
Feci un passo indietro. Non era più il mio momento. Era il loro.
Si sedettero insieme. Parlarono a lungo, forse unora o più. Dalla porta non sentivo le parole: la sala era grande, la radio di nuovo accesa. Ma vidi Zita ridere. Per la prima volta in cinque mesi. Si coprì la bocca come fanno le donne che hanno dimenticato la gioia, ma la stanno riscoprendo. E Arturo rise con lei. Poi tacquero, lui appoggiò la mano sulla tasca rammendata: dove cera la foto.
Poi mi chiamarono.
Paola, venga.
Zita dice che è stata lei a portare il mio libro, ancora prima di sapere chi fossi.
Sì, dissi. Era nel mucchio dei libri usati. È stato un caso.
E che lo aveva letto a quindici anni.
Sì.
Arturo mi guardò. Aveva occhi profondi, ci leggevo unemozione che non riuscivo a nominare. Non sorpresa, non solo gioia. Di più.
Capisce quello che sta succedendo?
Sì: Zita lha insegnato a lui. Lui ha scritto il libro. Il libro è capitato a me, sul divano di nonna a Terni. Io sono diventata volontaria. Ho trovato Zita.
Un cerchio.
Sì, dissi.
Arturo si alzò.
Signora Zita, disse. Non resterà qui. Voglio aiutarvi. Documenti, casa, lavoro se vorrete.
Non voglio carità, rispose lei, con voce decisa, da insegnante.
Non è carità, ribatté lui. È un debito. Mi ha dato un mestiere. Mi ha dato una lingua. Mi lasciava una mela sul tavolo, perché non tornassi solo. Ho tre libri, un premio e una casa. E lei qui. È ingiusto. Voglio sistemare le cose.
Zita zitta. Ma non abbassava lo sguardo.
Non in un giorno, continuò lui. Né in una settimana. Tutto il tempo che serve. Documenti, una stanza, il tempo di capire. Non sparirò. Già una volta ho perso il suo numero e lho persa. Non succederà più.
Zita lo fissava. Lo sguardo era identico a quello nella foto di ventanni prima. Diretto, di chi valuta davvero.
Va bene, disse.
E sorrise. Appena, da un lato.
***
Un mese dopo.
Salivo le scale del secondo piano di una vecchia palazzina in zona Tiburtina. Dieci minuti dal rifugio. Appartamento condiviso, tre camere, un corridoio lungo, una bici appoggiata al muro e lodore della cipolla fritta. Zita viveva nellultima stanza, la finestra dava sul cortile.
La porta era aperta.
Stanza piccola letto, sedia, comodino, una mensola di libri. Tanta pulizia. Sul davanzale, tre libri impilati. Appeso vicino alla porta, il solito cappotto spesso, la tasca rammendata vuota.
Perché la foto ora era sul comodino. In cornice. Legno semplice. Non più stropicciata: Zita laveva restaurata e ora sotto il vetro sembrava diversa. Non un brandello da nascondere in tasca, ma parte del presente. Da mostrare, non vergognarsi.
Zita era alla finestra, leggeva. Alzò la testa.
Un tè? chiese.
Sì, risposi.
Si alzò e andò in cucina. La sentii parlare con la vicina: Buongiorno, signora Valentina. Il bollitore è libero? La voce chiara, profonda, ma più leggera ormai. Come se un peso si fosse finalmente staccato.
Guardai la foto incorniciata. Una donna alla lavagna, ragazzi intorno. Il ragazzino magro in seconda fila quello che sarebbe diventato scrittore. Linsegnante caduta in miseria. E che non lo era più.
Arturo aveva mantenuto la promessa. I documenti a posto in tre settimane, con laiuto di un avvocato. Carta didentità, tessera sanitaria, pensione. La stanza laveva trovata Rita, grazie ai contatti in Comune. Arturo aveva pagato i primi mesi. Zita aveva già fatto domanda come bibliotecaria alla biblioteca del quartiere, in via Volontè, su suggerimento e lettera di Rita.
Portò due tazze di tè. Con menta. Come ai vecchi tempi: allora la portavo io, ora la portava lei.
Grazie, dissi.
Per il tè?
Per la frase. Che si può tornare.
Si sedette di fronte. Unaltra camicia, chiara, col colletto piccolo. Simile a quella della foto.
Sai, disse, tornare non vuol dire dove si era. Non nella scuola quarantasette, non ad Arezzo, non al 2004. Tornare vuol dire andare dove si è veri. Pensavo che la foto fosse solo passato. Invece è futuro. È quello che dentro resta sano, anche quando fuori cade tutto.
Guardò la cornice, poi me. Capii che ora vedeva prima le persone non solo la foto. Era tornata.
Finimmo il tè. Mi alzai.
Passo giovedì, dissi.
Vieni pure, sorrise. Io ci sarò.
Due parole. Io ci sarò. Per chi, sei mesi fa, non aveva più neanche un indirizzo, voleva dire tutto.
Uscendo, aprile odorava di terra bagnata e verde fresco: i cespugli in cortile avevano già i primi germogli, piccoli, brillanti come nei disegni dei bambini. Camminavo pensando a come a quindici anni avevo letto un libro e deciso che avrei voluto esserci, quando conta.
Ed eccomi qui. Accanto.
La fotografia ora è sul comodino. Non in tasca. Non in mano. Incorniciata, sotto vetro. E la donna nella foto sorride larga, aperta, da chi sta bene.
Come Zita, cinque minuti fa, mentre mi serviva il tè.
Si può tornare. Lei lo ha dimostrato.







