Quando Irene aveva due anni, viveva in un istituto per l’infanzia. Sono arrivata per fotografare i bambini. Mi hanno affidato i casi più difficili da inserire in famiglia.

Quando Iris aveva due anni, viveva in una casa famiglia per bambini. Ero arrivato lì per fare delle foto ai piccoli che avevano meno possibilità di essere adottati. Mi assegnarono quelli più difficili. Entrai nella sua stanza e vidi una bambina con un viso cupo, contratto, quasi anziano. Che bimba poco carina, pensai. Poi iniziai a fotografarla. E la vidi davvero. Attraverso quella maschera immobile e triste. Si animò.

Non è semplice catturare lo sguardo di un bambino deprivato. Eppure, questa strana bambina guardava dritto nellobiettivo. Senza distogliere lo sguardo.

E improvvisamente vidi la sua anima. Sola, terribilmente sola. Sofferente. Nemmeno la speranza, solo il primo momento della sua vita in cui qualcuno la vedeva davvero. Vedeva la sua anima, respinta eppure comprensiva. Uguale alla mia. Poi abbassò gli occhi e si riempirono di lacrime.

Chiesi alleducatrice: Mi racconti qualcosa di Iris? Devo scrivere un testo.
Cosa vuole sapere?, rispose stancamente.
Cosa sa fare? Parla?
Non fa niente. Non parla. Sta solo seduta a gambe divaricate e dondola fino a toccare il pavimento. E quando si dondola, si lamenta. Non cè nulla da raccontare. Non è nessuno.

Due mesi prima avevamo perso la nostra figlia minore.
La nostra splendida vita si era schiantata contro una parete di pietra e smise di esistere. Ma noi no. Continuammo a vivere in una sorta di altra vita. Una vita DOPO. Camminavamo, parlavamo, mangiavamo, facendo di tutto per nascondere ai nostri figli la disperazione, per non spaventarli. Per dare una speranza che noi, ormai, quasi non avevamo. Pensavo: Potrò mai essere felice di qualcosa? Andavo a scattare foto piangendo in macchina. Poi mi asciugavo la faccia con la neve, uscivo fingendomi normale. Parlavo con voce normale, sorridevo. Tutto falso.

Non volevo unaltra bambina in cambio. Volevo solo sopravvivere. Eppure cera questa Iris con la sua solitudine. Proprio come se non ne avessi già visti mille di bambini soli in queste case, bambini che aspettano. Ma quella solitudine sembrava parlare solo a me…

A casa, dissi a mio caro marito: Non so come dirtelo, davvero ho fotografato questa bambina capisco tutto, ma non riesco a smettere di pensarci pensaci, forse dovremmo rifletterci davvero?
Andrea rispose: Ti rendi conto che non stai bene? Quale bambina? Stiamo a malapena in piedi.
Sì, hai ragione. Ma non credo che tornerò mai a stare bene davvero. Dobbiamo imparare a vivere così.

Andammo nella struttura a vedere Iris. La portarono da noi le educatrici: era minuscola, con il viso sempre contratto, camminava a fatica, storta come un piccolo granchio. Sotto al naso, una crosta verdastra di raffreddore secco. Mio Dio, quanto era bruttina, pensai. Sembrava appena un abbozzo di persona. Che avrò mai visto in lei?

Iris toccò il giocattolo che avevamo portato, cadde seduta, divaricò le gambe e iniziò a dondolarsi, veloce, colpendo il pavimento con la fronte.
E mentre lei dondolava, la direttrice declamava:
Signor Borghi, questa è una bambina nemmeno con un lieve ritardo. Qui cè una grave disabilità mentale, nessuna prospettiva. Dovrà essere affidata ai servizi sociali, capite? Ho già avuto SETTE rifiuti. Non sa fare niente, non fa nulla di quello che dovrebbe per la sua età. Solo si siede a spaccata e si dondola. Qui la chiamiamo ‘La Ballerina’

Fu a quel punto che mio marito, che avevo evitato di guardare per tutto il tempo, disse: Sapete, a noi questa bambina piace. La prendiamo noi.
Gli chiesi poi: Perché lhai detto? Non volevi
Andrea rispose: Ho capito che andava salvata. E che nessun altro lavrebbe fatto.

Abbiamo adottato Iris, lasciando la direzione della casa famiglia in uno sconcerto palpabile.
Iris era in una profonda depressione. Non credeva nel mondo. Il mondo, per due anni, era stato solo pericolo e tradimento. Nessuno laveva mai notata, né amata. E per tutto quel tempo non aveva mai potuto cambiare nulla della propria condizione. Non sapeva chiedere. Non giocava. Strappava e rompeva tutto. Aveva paura, si chiudeva, dondolava. Si lasciava andare in crisi fino a smettere di respirare. Mangiava solo frullato. Camminava appena. Aveva terrore dellacqua, del vasino, del papà, dellascensore, del vento, delle macchine

Dentro di me urlava il mio dolore. Fuori urlava Iris. So bene perché sconsigliano di adottare un figlio quando stai affrontando un lutto così grande. Non hai forze. Tutte le energie vanno nel non frantumarti. E per un bambino devi trovarne molte. Tante. Da qualche parte. Io le prendevo dalla mia stessa sofferenza.

Mi dicevo: La tua disgrazia è piccola rispetto al dolore di questa bambina. Hai perso una figlia, ma hai ancora un figlio, una figlia, un marito, tua madre, amici, un lavoro che ami, una casa. Iris non aveva nulla. Niente. È molto più difficile per lei.

Sapete chi si è rivelata essere questa creaturina esile, cupa, spezzata, sempre lamentosa e depressa, che avevamo accolto? Era la nostra meravigliosa figlia, la piccola Iretta. Le favole si raccontano in fretta, ma ci vogliono anni sono passati nove anni a casa.

Iris è diventata la bambina che era nel disegno di Dio: leggera e allegra, civettuola, buona e gentile, dolce, sensibile e sempre comprensiva nei nostri confronti, una bimba carina. Frequenta una scuola pubblica, in una classe logopedica. Fa immersioni! Immersioni subacquee!

Dice: Mamma, questa volta sono riuscita subito a respirare bene e a cambiare il boccaglio sottacqua In quei momenti, piango.

Adesso Iris è a un campo di diving sullIsola dElba. Ci è andata in aereo. Ha undici anni. Mi chiama tutta felice: Mamma, qui è bellissimo, abbiamo nuotato tanto, anche se cera la mareggiata e il mare era gelido! Ma si sta già scaldando, sono arrivati i nostri mutini e domani torniamo sott’acqua! A cena abbiamo avuto pesce, lho dato ai gatti ce ne sono tanti, sai che non mi piace il pesce! Però ho mangiato il purè. Abbiamo fatto una camminata di tredici chilometri, per poco non mi cadevano le gambe ci sono alberi protetti! Ho fatto amicizia con tante bambine simpatiche! Ho comprato i cracker con gli euro che mi hai dato. E li ho offerti alle altre. Ci dondoliamo sullamaca Mi manchi!

Perché labbiamo salvata. Labbiamo salvata, sì. E ci siamo salvati anche noi. Insieme, su questa zattera. La mia lezione? Nel cercare di dare speranza alla solitudine di unanima, si può tornare a vivere. Bisogna aprirsi, anche stanchi, anche feriti, perché a volte il senso della vita lo trovi proprio quando riesci ad aiutare chi non sapeva nemmeno di poter essere felice.

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