L’ex fidanzata

– Scusami, Alessia Non ti amo più. Non posso farci niente! Matteo infilava in fretta le sue magliette e i jeans nella borsa, evitando di incrociare lo sguardo della moglie.

Ci sarebbe stato davvero poco da aggiungere: sapeva che Alessia era lì, girata verso la finestra con il suo nasino allinsù e le lentiggini sulle guance, quella stessa espressione che una volta lui trovava irresistibile.

Ora, invece Non sentiva più nulla. Forse erano cambiati i suoi gusti, forse cera semplicemente altro, ma, insomma, adesso amava Eleonora.

Non Nora, non Ele, ma Eleonora. Come si fa a chiamarla diversamente? Sarebbe una banalità, non renderebbe giustizia a ciò che era.

Eleonora era proprio bella: quasi una statua di marmo, quella che ammiri nei musei e resti senza fiato per la perfezione. Nellanima e nel fisico. Almeno così la vedeva Matteo. Chissà perché proprio una come lei si era girata verso uno come lui: era complicata, raffinata, parlava di poesia e di argomenti profondi. Era intelligente.

Non proprio come Matteo: semplice come una pizza Margherita.

Così lo diceva sempre sua nonna, Olga Petronilla, e lei sapeva dirlo bene, dato che era stata lei a tirarlo su dopo che sua madre, persa dietro una nuova fiamma, era sparita, e suo padre lo aveva portato dalla madre, lasciandolo lì come se quel bimbo che ancora non aveva nemmeno un anno non fosse mai esistito.

La nonna Olga non aveva detto niente, aveva solo raccolto Matteo tra le sue braccia e chiuso la porta a doppia mandata. Del passato meglio non parlare. Aveva detto che se mai fossero tornati allimprovviso quei due, non lavrebbe mai dato indietro, quel ragazzino, neanche sotto tortura. Se hanno abbandonato il loro figlio, vadano pure in pace. Niente pietà, niente rimorsi.

Era dura, la nonna Olga. Ma quanto laveva amato Più di ogni cosa. Gli dava sempre il cioccolato migliore e il tempo che aveva. Laveva aiutato in ogni singola cosa.

Solo una volta aveva detto no. Quando Matteo era andato da lei a confessarle del suo nuovo amore, lei laveva cacciato fuori e nemmeno laveva voluto sentire.

Vergognati, Matteo! Ma dove la mandi tua moglie, quella a cui hai giurato amore e protezione fino alla fine dei tuoi giorni?

Da nessuna parte, nonna. Ci separiamo, come fanno tutti.

Ma come ci separiamo?! Nonna Olga aveva arrotolato uno strofinaccio tra le mani e, per la prima volta in vita sua, aveva minacciato il nipote. Ma come ti ho cresciuto io? Non ti ho insegnato a comportarti così!

Matteo aveva preso le parole della nonna, ma non capiva.

Di cosa aveva colpa? Daver smesso damarla? O daver trovato una donna migliore?

Con Alessia era cresciuto. Era sempre stata lei a rimproverarlo allasilo se trattava male la maestra o non voleva finire la pappa. A scuola, durante la cerimonia di inizio anno, le prese erano sue se non si comportava bene. Con i suoi fiocchi nuovi e il mazzo grande di fiori, Alessia sembrava spesso lontana, quasi estranea, eppure Matteo sapeva bene che era la sua migliore amica, la sua compagna di marachelle: dopo la scuola volavano insieme sul vecchio ciliegio dietro casa, e ridevano guardando i gatti litigare o i passeri rotolarsi nella polvere. Avevano pantaloncini identici e le ginocchia sbucciate uguali. Cantava lei a squarciagola le sue canzoni preferite, fregandosene delle sue stonature.

Era tutto un mondo che sembrava fatto per loro finché i genitori di Alessia, un bel giorno, non presero e partirono per lavoro. Lontano, dicevano. In Africa! Tre anni senza vedere Matteo. Quando tornò, Alessia aveva negli occhi tutto quello che aveva visto, e raccontava, raccontava: di come le mancava, di come aveva sognato di tornare sul loro ciliegio e lanciare i noccioli ai passeri, anche se era una piccola maleducazione.

Matteo lascoltava a bocca aperta, gonfio di orgoglio. E adesso Alessia non aveva più le ginocchia ossute e il naso buffo di una volta: era cresciuta e diventata una ragazza bellissima, con i riccioli chiari e gli occhi quasi trasparenti. Tutti i ragazzi del quartiere le giravano dietro, ma lei aveva scelto Matteo.

Che shock per i genitori, quando a diciassette anni si presentarono a casa dicendo che volevano sposarsi!

La madre di Alessia svenuta quasi sulla sedia, il babbo con la cintura in mano per la prima volta, ma la nonna Olga intervenne:

Lasciateli fare! Ma non subito. Il mio nipote è giovane, la testa ce lha sulle spalle, ma prima deve imparare a mantenere una famiglia. Si farà il servizio militare, studierà, poi parleremo di matrimonio. Allora, ve la date la vostra Alessia per il mio Matteo? Tra tre-quattro anni? Festa grande e matrimonio degno. Che ne dite?

Che potevano dire i genitori, vedendo lo sguardo felice e un po folle della figlia? Dissero di sì, ma a patto che Matteo prendesse un diploma e imparasse un mestiere. Doveva diventare uomo, doveva rispettare Alessia.

Come se non lo sapesse lui! Di baci ce nerano, certo, ma non erano andati oltre. Sapevano di non poter essere buoni genitori se avessero fatto sciocchezze troppo presto. Matteo si ricordava bene la propria infanzia e sapeva che la nonna non ce lavrebbe fatta con dei pronipoti da crescere.

Quando finalmente si sposarono, fu una festa. Una folla di parenti mai visti, tanto che quando lui serviva solo la nonna, nessuno aveva mai mosso un dito. Ma ora erano tutti presenti.

Nonna Olga non aveva rancore, Matteo nemmeno. Gli occhi solo per la sua Alessia, incredulo di tanta fortuna.

Fu lei, avvolta nel velo bianco come una ciliegia in fiore, che gli sussurrò allorecchio, in mezzo a tutto quel caos:

Ti amo

Sì, glielaveva detto anche prima, ma ora Matteo sentiva quanto era forte il legame. Infrangibile.

Si sbagliava Bastò poco a rompere tutto.

Con Eleonora, Matteo si conobbe per caso. Tornava dal lavoro e la vide accanto alla fermata, a ballare sotto il temporale. Fermò lauto.

Perché farla bagnare così? Pioveva talmente forte che rischiava davvero di trascinarla via!

Ma lei lo guardò di traverso, con una smorfia altezzosa:

Chi le ha detto che non amo la pioggia?

Aveva gli occhi così scuri che Matteo non ne seppe distinguere il colore. E nel suo sguardo cera qualcosa che gli fece saltare il cuore, come se chiamasse a sé una disfatta.

Non venne mai in macchina con lui. Camminarono insieme sotto la pioggia, finirono inzuppati, e quando finalmente arrivarono, lei spalancò il portone e con un cenno gli disse:

Vieni?

Lì, Matteo si persero davvero. Non tornò più a casa quella sera, né la settimana dopo. Sapeva che lo stavano cercando: vedeva le chiamate perse di Alessia e di nonna Olga, ma era come sprofondato in un gorgo. Solo il nome di Eleonora esisteva, in quel vuoto.

Si ripresentò a casa dopo una settimana e mezza. Respinse le braccia di Alessia che si era lanciata verso di lui, e disse con la stessa voce gelida di Eleonora:

Non adesso.

Poi le raccontò, tutto dun fiato, cosa era successo. Se ne andava.

Alessia non fece scenate. Nemmeno capiva, in fondo, cosa le stesse succedendo. Raccolse i suoi vestiti e li ripose accuratamente, poi lo guardò con i suoi occhi azzurrissimi e domandò:

Non mi ami più nemmeno un po?

Qualcosa in Matteo si intenerì, caldo. Ma la vergogna lo soffocava basta! Hai tradito lei. E anche te stesso. Non cè via di ritorno! Va per la tua strada e non far soffrire questa ragazza. Troverà un altro, sarà felice, vedrai.

Nonna Olga non disse una parola quando seppe tutto. Gli chiuse la porta in faccia. Gli mandò a dire, tramite un amico, che non voleva vederlo più finché non rinsaviva.

Ma Matteo era annebbiato. Si era immerso nella nuova vita senza nemmeno capire se gli piacesse davvero o meno.

Nessuno che laspettasse a casa, ormai, o che chiedesse se aveva mangiato. Si lavava da solo magliette e calzini.

Eppure, per casa, Eleonora girava in abiti trasparenti, quasi impalpabili, e lo guardava sempre come se non esistesse. E a lui sembrava bastare per essere felice.

Non riusciva nemmeno a chiamarla con dei vezzeggiativi. Era lei, diversa dal resto del mondo, silenziosa, fredda come un ghiacciolo. Forse era proprio questo che laveva incantato: pensava di poterla sciogliere, farla sorridere come faceva Alessia, chiara e solare.

Ma a Eleonora non serviva nulla di tutto ciò. Né calore, né dolcezza.

Un giorno lo respingeva, quello dopo lo chiamava, lo teneva incatenato come un gatto col topo. E lui non capiva davvero cosa volesse da lui. Correvano i giorni, i mesi, lui inseguiva lei, e dimenticava Alessia, la nonna, il mondo.

Passò un anno, poi un altro. Matteo dimagrì, divenne una specie di levriero: sempre pronto a scattare. Di notte gli si affacciavano sogni inquietanti, gridava nel sonno, invocando aiuto: non per Eleonora, ma per Alessia. Quando la sognava, dormiva sereno come un bambino, la mano sotto la guancia; e a volte, svegliatasi per caso, Eleonora lo spingeva con fastidio:

Rombi come un motore!

Ma non era vero. E, svegliandosi, Matteo si rigirava dallaltra parte e aveva paura di riaddormentarsi: sapeva che Alessia non sarebbe tornata fino al mattino, e gli altri sogni lo spaventavano. Rimaneva a fissare il muro fino allalba, poi in cucina a prepararsi la colazione da solo. Eleonora non mangiava mai; solo un caffè, nero e amaro come la sua anima, che non aveva mai conosciuto né amore né compassione.

Un anno dopo, Eleonora lo cacciò via.

Tu mi hai stufato più del radicchio amaro! Fuori da casa mia! e si misero pure a litigare quando Eleonora tentò di scavargli un occhio con ununghia laccata. Matteo non se laspettava, ma schivò il colpo.

Sei impazzita?!

Come si fa a non impazzire con uno come te? Tu non sei nemmeno un uomo!

E allora cosa sono? domandò lui, lasciandole i polsi delicati.

Sei un pezzo di legno! gli gridò Eleonora, spingendolo via. Fuori di casa mia! Fuori!

Matteo era confuso. Abituato ormai a quella vita, non sapeva più da che parte andare. Stava riempiendo la stessa vecchia borsa di sempre con le stesse magliette ormai lise, e guardava Eleonora in attesa che cambiasse idea.

Più veloce, per favore!

Ele

Nemmeno cominciare! Non ti voglio vedere mai più! Capito? Tanto è più facile far ragionare un sasso che te! Almeno, la pietra ha una forza della natura; tu, nulla! Vai va da quella tua Alessia!

Chissà perché, uscì proprio quel nome dalla bocca di Eleonora. Matteo non parlava mai dellex moglie, né della nonna. Come se non fossero mai esistite. E Eleonora capiva che, se una nuova «passione» avesse attraversato la vita di Matteo, lei stessa sarebbe stata cancellata come le altre.

Forse era per questo che era così arrabbiata. Chissà.

A quel nome, però, Matteo scattò.

Da Alessia?

E davanti agli occhi gli riapparve il suo primo amore: il naso allinsù, le lentiggini, i capelli doro. Il gesto familiare di Alessia che si scostava la frangia dagli occhi, quello sguardo attento come a domandargli: «Che cè, Teo? Sei stanco?»

Sì, stanco sussurrò Matteo, prendendo la borsa. È ora di tornare a casa.

La macchina non si accese per nessun motivo e, alla fine, Matteo partì a piedi, attraversando tutta Firenze a piedi, verso dove, sperava, qualcuno lo aspettasse ancora.

Ma nessuno aprì la porta, per quanto bussasse alla vecchia casa della nonna.

Che cerchi, Matteo?! spuntò la vicina dal piano di sotto Non c’è più! È tanto che non cè.

E dovè finita la nonna Olga?

E te ne ricordi adesso, eh? Dove sei stato tutto sto tempo?! Ringrazia la tua Alessia che non lha lasciata da sola quando non sapevamo più come rintracciarti! Ha avuto un ictus, sai! E tu che ne sai, eh?

La borsa scivolò dalle mani di Matteo.

Cosa? Ma Perché

Perché!? la vicina sbottò. Abbiamo provato in mille modi, ma tu hai cambiato lavoro, telefono, sparito come polvere al vento!

Quando?!

Un anno! Un anno ormai!

E dovè? Sta bene?

Non dire stupidaggini, maledetto! Sta bene. Alessia lha portata da lei. Lha curata, lha fatta tornare in piedi, mentre tu facevi insomma, lartista con altre! E non si è mai lamentata, sebbene le pesasse. Madre malata, padre morto, ora pure la tua nonna. Ma ha resistito. Lei sì che è forte, la tua Alessia! E non come certi altri!

La porta si chiuse con uno schianto. Matteo corse giù per le scale, dimentico persino dellascensore, e si precipitò verso la piccola casa che un tempo lui e Alessia avevano condiviso, lasciata a lei dal nonno.

Lo accolsero.

E Matteo, appena varcata la soglia, si accasciò sul pavimento, il volto tra le ginocchia, incapace di alzare lo sguardo verso chi stava davanti a lui, un bambino fra le braccia.

Sei tornato? Vieni, la nonna ti stava aspettando.

E tu? scappò dalle labbra di Matteo, senza il coraggio di guardarla.

Io? Io ho smesso di aspettare molto tempo fa, Teo. Non si può costringere qualcuno ad amare.

Come hai chiamato nostro figlio?

Andrea.

Un bel nome.

Me lha suggerito la nonna. Era anche il nome di tuo nonno. Era un bravuomo.

Non come me

Hai tutta la vita davanti, Teo. Puoi ancora capirci qualcosa.

E tu, Alessia? Tu hai trovato il tuo posto?

Ma certo! la risata di Alessia era lieve, ma così genuina che a Matteo si strinse il cuore. Eccola qui la mia vita!

Alessia baciò il bambino sulla testa e, posandolo a terra, lo spinse verso Matteo:

Vai. Conosci tuo padre!

Un urletto arrabbiato fu la risposta del bambino, che si opponeva allabbraccio del papà.

E così, papà! Datte una mossa! Alessia riprese il piccolo in braccio e spostò lo sguardo verso Matteo Vai a salutare la nonna. E prenditi le chiavi dellappartamento. Sarà vuota, ma almeno avrai un tetto.

Alessia, magari

Magari niente, Teo scosse la testa Alessia È stato, ma è passato. Se vuoi vedere tuo figlio, sarò contenta. Un bambino ha bisogno del padre. Il resto dimentica.

Tu non hai dimenticato

No rispose semplicemente Alessia. Non ci sono riuscita. Ho provato. Mi hai fatto troppo male, Matteo.

Grazie per la nonna

Non si ringrazia per queste cose. È normale tra persone che si rispettano.

Matteo avrebbe voluto dire altro, ma gli mancavano le parole. Si perse nel blu limpido degli occhi di Alessia, senza trovare più nientaltro da aggiungere.

Passarono alcuni anni e, un pomeriggio, nel Parco delle Cascine, si incrociarono due famiglie.

Papà! Andrea agitò la mano verso Matteo, stringendo la manina della sorellina che cercava di raggiungerlo.

Ciao figliolo! Matteo stringeva più forte la carrozzina, cingendo la nuova moglie con un braccio, mentre salutava Alessia che passeggiava con il marito.

Giostre e gelato, papà? Alessia rise, guardando la sua bimba nel tentativo di superare Andrea.

Alla bisnonna piacerà! Andrea corse verso la nonna Olga seduta su una panchina. Gelato però per le femmine lo scelgo io! Se no si sporcano tutto!

Il riso dei bambini echeggiò tra i viali del parco, Alessia sussultò quando il marito la convinse a salire sulle montagne russe, ma Matteo guardava con occhi cupi la sua ex moglie ridere felice con i figli.

Perché fai quella faccia, Matteo? Nonna Olga gli prese il braccio, costringendolo a seguire il suo passo. Hai lasciato scappare la tua felicità? Volata via come un pettirosso a primavera.

Nonna, basta

Basta niente! la canna della nonna batté il selciato, vibrando denergia. Abbiamo ciò che non sappiamo amare! E quando lo perdiamo piangiamo! Per te, Teo, tutto arriva tardi: prima che ti svegli, sarà suonato già mezzogiorno! Guarda bene la tua Marina. Non ti basta? Quella è la felicità che il destino ti ha dato, e nemmeno sai perché. E ora vuoi lasciarla andare anche tu? Basta lagne e guarda al futuro, guarda con speranza! Come ha fatto Alessia quando sei andato via. Si pente? Magari! Fidati di me! Il primo amore non si scorda mai. Ma lei ha trovato la strada per andare avanti. Non si gira indietro né dà colpe a nessuno, anche se ce ne sarebbero. E tuo figlio lo crescerà bene, ci puoi scommettere. Tu puoi anche diventare saggio, Teo, oppure rimanere sempre uguale. La scelta è tua.

La nonna andò dietro ai bambini e Matteo, sollevando il viso verso il cielo, si asciugò di nascosto le lacrime. Poi richiamò la moglie:

Marina, vuoi un gelato?

Teo

Alla dieta ci pensi domani! E poi, sei già la più bella di tutte!

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L’ex fidanzata
Parente è sempre parente, ma quando l’eredità chiama… — Niente case, figurati! — sbottò il cugino con una mano. — Marisa ha già preparato le carte per venderne una e prendersi una villetta fuori città. E mamma finisce in quella più piccola. Adesso però, mamma ci si mette di traverso: «Queste mura sono mie, non me ne vado da nessuna parte!». Liti tutti i giorni. Marisa minaccia: se la suocera non trasloca lei prende il bambino e se ne va. E io… io ormai mi sono affezionato a mio figlio. Chiara ascoltava e non sapeva se ridere o arrabbiarsi. — Quindi Marisa vuole vendere l’eredità prima ancora di averla, e zia Antonietta cacciarla in un buco? Splendido. E voi vorreste che andassimo a convincerla a lasciarvi vivere nel lusso tranquilli? — Ecco, più o meno… — brontolò Valerio. — Voi le volete bene, siete famiglia, in fondo! Chiara si tolse i guanti di gomma, che fecero uno schiocco umido e fastidioso. Le dita raggrinzite dal continuo lavare e sbiancare. Guardò le proprie mani, poi il vetro perfettamente pulito, riflesso dal sole che tramontava, e sentì ribollirle dentro un’irritazione sorda. Era l’ultima finestra del quattro vani di zia Antonietta. — Chiara, hai finito? — si sentì la voce perentoria — Vieni in cucina, ho fatto la lista di cosa serve in farmacia. E le tende… le tende non le hai ancora appese! Sono lì sul balcone a prender polvere. Chiara sbirciò in salotto. Antonietta, seduta nella sua poltrona preferita, circondata da cuscini, indicava con solennità il tavolo della cucina. — Zia, — cercando di controllare la voce, — sono dalle nove qui. Prima i pavimenti, poi le finestre, poi i lampadari. Basta, non ce la faccio più. Mi si spezza la schiena. — Oh! — protestò Antonietta. — A venticinque anni ti lamenti per la schiena? Che vergogna! Alla tua età io lavoravo in fabbrica a turni e poi tiravo pure avanti la casa. Tua madre, l’ultima volta, ha fatto prima di te. Questa generazione non regge più niente… Chiara prese la lista in silenzio. Prima era la nonna, poi la sorella minore di Antonietta, ora lei. Antonietta è sempre stata “la più grande”, “la speciale” di famiglia: due appartamenti nello stesso stabile — uno suo, uno del figlio Valerio (cinquantenne, vita di lavori umili, ai limiti della sopravvivenza). Valerio da lei solo per i vassoi di polpette — lavare le finestre no: “l’uomo non fa certe cose”. Lo diceva sempre zia. — Domani passa Valerio, — aggiunse la zia, — preparagli un sacchetto con la spesa che ho fatto: io non posso portare pesi. Chiara posò il foglio. — Zia, domani non vengo. E nemmeno dopodomani. Antonietta si pietrificò. — Da quando in qua sei così impegnata? Tua madre aveva ben più da fare, e non si tirava indietro! — Perché ora Valerio ha la moglie, Marisa, giusto? — Chiara si appoggiò allo stipite — È più giovane di mamma, ha energia da vendere, e vive a due passi. — Marisa… — la vecchia fece una smorfia — Marisa è una donna seria. È incinta. E ha già un figlio che va alle elementari. Non può pensare alle mie finestre, lei deve pensare al nido. — Incinta? — rise Chiara — Valerio ha cinquant’anni, Marisa ne avrà quaranta. Entrata già incinta, se ricordo bene. Valerio è sicuro che sia suo? — Come puoi dire certe cose! — strillò Antonietta. — È sangue del mio sangue! Se dice che è suo, è suo! Finalmente un erede. Era ora, sempre tutto a voi… Ecco servito. Chiara lo sapeva che prima o poi sarebbe arrivata. Per anni: “quando muoio, case a Olga e a te, perché a Valerio niente figli”. Per questo hanno tirato a lustro anni di pavimenti e sopportato pretese. — Quindi ora gli eredi sono Marisa e i figli. — Chiara sollevò la borsa. — Giusto così. Auguri. — E non fate finta d’offendervi! — la zia partita in quarta — La famiglia è famiglia! Ché non mi avrete mica aiutata per il lascito! Vergognatevi! — La vergogna ce l’ho, zia. Proprio per questo vado. E le finestre ve le pulisce Marisa: mandate la spesa sul suo smartphone, ora tocca a lei lavorare per l’eredità. Chiara uscì senza voltarsi. All’uscio, una doccia di imprecazioni. *** Una settimana dopo, consiglio di guerra a casa di Chiara. Mamma Olga piangeva. — Chiara, mi ha telefonato. Tre ore ad urlare! Che l’abbiamo lasciata sola, Valerio sparisce nei garage, Marisa col mal di stomaco: “le fa male persino l’odore della polvere!” — Ma senti te! — Chiara le appoggia una tazza di tè. — Le nausee non impediscono di portare due borse di spesa alla “vecchia”? Marisa abita lì da mesi, non ha mai lavato un piatto per la suocera! — No… dice che “è ancora ospite”. — Ospite un corno: è già residente lì, Valerio lo diceva. E programma pure il restauro dopo che zia passa a miglior vita… Mamma si asciuga la fronte. — Però sembra brutto… abbiamo sempre aiutato. La nonna diceva… “Non lasciate mai sola Antonietta!”. — E noi siamo sempre state le sue donne delle pulizie gratis. Ora che c’è la donna d’iniziativa col pancione, fuori subito. Sai che c’è? Che lavi le finestre a Marisa, ora. Il telefono di mamma vibra. “Zia Antonietta”. — Non rispondere, — ordina Chiara — Forza, mamma. Fallo, una volta sola. — Ma chiamerà fino a scaricare la batteria… — Che lo faccia. Due ore dopo il telefono si arrende. Ma subito ne arriva uno a Chiara. Sms da Valerio: “Oh, la mamma chiama, non rispondete? Ha la pressione su e manca da mangiare. Cercate di muovervi, sennò vengo io a farveli passare i capricci”. Risposta: “Valerio, adesso sei marito e pure papà. Tua moglie è arzilla: vai a fare la spesa, o mandala a lei — fa bene anche per la gravidanza. Basta col servizio famiglia. Addio.” *** Tre mesi. Chiara e mamma non mettono piede da Antonietta. Mamma tentenna, Chiara non cede. — Vuoi ricominciare a fare la cameriera a Marisa? Vai! Valerio, alla fine, si presenta. Sembianze da reduce: barba incolta, giacca macchiata. — Bravo, si vede che hai fatto tardi — rincara Chiara all’entrata. — Che vuoi? — Non fare la spavalda, Chiara, — prova a passare, ma lei lo blocca. — Mamma è peggiorata. È intrattabile. Marisa non la sopporta, dice che ha perso il senno… — Cos’è successo? — arriva Olga dalla cucina. — Valerio, avanti… — Mamma, non farlo, — avverte Chiara, la madre la scansa. Valerio crolla sulla sedia, esala un sospiro: — Insomma: o io, o mia madre, dice Marisa. È nato il bambino, urla sempre. Mamma entra ogni mezz’ora a dirci come si fa tutto, grida che Marisa è una sfaticata, non fa mai le finestre, c’è polvere ovunque… Marisa piange: “non sono la cameriera, sono moglie!” — Aiuta tua moglie, prendi la spugna, — sorride amara Chiara. — Lava tu le finestre, una volta! — Io? — sgranò gli occhi. — Lavoro! Sono guardiano! Mi stanco! E poi non è cosa da uomini… Olga sospira. — Trenta anni che pulisco gratis; ora fate voi. — Ma ci vuole poco, tre ore: finestre, cucina, polvere, pavimenti… — Vai da Marisa, — lo liquida Chiara — Dille: le pulizie ora spettano a lei. Noi, tutt’al più, veniamo per un caffè. Pulizie, mai più! *** Un mese dopo, Chiara cede alla richiesta della mamma di andare a trovare la zia. Apre Marisa, e la investe un fetore nauseabondo: piedi sporchi, minestra andata a male, roba indefinibile. — Da chi cerchi? — Marisa la squadra. — Sono qui per Antonietta. — La famosa nipote rinnegata… accomodati. Lei si tiene in camera sua, imbronciata. Zia, sbrindellata sulla poltrona di sempre, ora pareva una vecchina chiusa e sconfitta. Le finestre, un tempo lucidate da Chiara, ora erano opache, con aloni di pioggia e una tenda storta. — Ciao zia, — posa dei cioccolatini. La vecchia alza la testa. — Sei venuta… a vedere come marcisco viva? — Ma che dici? Ora hai “la tua” famiglia: figlio, nuora, nipote… — Famiglia… — annuì la zia — Ieri hanno messo la serratura a questa stanza. Dicono: “non uscire quando abbiamo ospiti”. Valerio zitto — mangia polpette che lei compra. Tutto sporco… se mi lamento, Marisa dice che pulisco io. Ma non posso, non ci riesco più… E s’inghiozza. — Io li ho aiutati… a modo mio… Ieri Marisa mi fa: “speriamo tu liberi alla svelta la stanza, dobbiamo fare la cameretta”. Valerio seduto, zittito. Quasi compassione. Ma Chiara si scuote. — Zia, prendiamo un tè? — Se mi lasciano mettere su l’acqua, dice che il gas costa… Marisa fa capolino: — Di che bisbigliate? — Si poggia al muro. — Chiara, già che ci sei guarda il rubinetto in bagno: Valerio non riesce a sistemarlo. Và pure a pulire il gabinetto… Chiara la trafigge. — Marisa, sono ospite. Mica la colf. — Dai, ora non fare la difficile! Le case che tanto non vi servivano? Dimostra quanto ci tieni alla nonna. Che qui c’è da fare, noi abbiamo il bambino! — Non ci servono, Marisa. Le case sono già vostre. Ora tocca a voi — finestre, bagno e tutto il resto. Buon lavoro! Marisa resta di sasso. — E quindi chi fa assistenza a ‘sta vecchia? — Tu, Marisa. E tuo marito. Neanche il tè: la padrona di casa vera butta fuori Chiara. *** Antonietta ora sta in una casa di riposo. Valerio, ormai totalmente succube, ce l’ha mandata lui stesso. Una delle case è stata venduta, per la villetta. La famiglia ora sta bene, tra la villa e la casa a quattro camere in affitto. Chiara ogni tanto va a trovare la zia. Povera vecchia — pensava — che spreco la sua eredità…