Un Attimo di Debolezza

Debolezza di un minuto

Valeria scese in fretta le scale di marmo, camminò lungo lalto cancello di ferro battuto, lasciandosi alle spalle la tranquilla e incantata stazione ferroviaria coperta di foglie dacero, il treno regionale fermo sul binario morto, e un paio di bancarelle, dove due spensierati commercianti calabresi vendevano cetrioli grondanti di rugiada con il solito fiore giallo ormai stanco in punta compressi in sacchetti di plastica, pomodori grandi e rossi come lacrime damore, peperoni venati di verde, noci e tanta profumatissima erba cipollina.

Valeria! Salute e fortuna! Acquisti qualcosa per pranzo, signora mia? Il venditore, Andro, la riconobbe, le sorrise e le agitò energicamente un mazzetto di prezzemolo.

Valeria, di mestiere insegnante, passava quasi tutte le estati nel suo piccolo chalet di legno nei pressi di Pavia, coltivava dalie, margherite, peonie e gigli. Oh, che gigli aveva Valeria! E i meli, piantati addirittura dal bisnonno: ogni anno un raccolto da favola.

Il marito di Valeria, Alessandro, assieme al figlio Michele, si recavano da lei nei fine settimana. Alessandro lavorava e il giovane Michele, in verità, a Pavia si annoiava a morte, veniva a giorni alterni, faceva un po di confusione e poi spariva, ma aiutava sempre la madre per fortuna! senza mai dimenticarsi di lei.

Di solito Valeria faceva la spesa con il marito, che restava in disparte a fumare, mentre lei sceglieva frutta e verdura, chiacchierava con Andro e rideva di gusto. Valeria aveva una risata giovane, chiara, così spensierata da sembrare proprio felice.

Arrivava quindi Alessandro, labbra strette, sguardo critico sulla merce, fronte corrugata.

Quanto fai? domandava, rifiutando quasi indignato il limone offerto da Andro. Questultimo era generoso con i suoi clienti, ma Alessandro mai accettava nulla, per paura che poi volessero farglielo pagare!

Quanto vuoi per tutto questo? insisté.

Valeria si voltava rossa dimbarazzo, dispiaciuta per il tono altezzoso di suo marito verso un uomo gentile.

Ale, lascia, pago io. Prendi solo le buste, mormorava, arrossendo, tirando fuori dal taschino della giacca il portafoglio, contando gli euro…

Una donna così bella e un marito che la rispetta poco! Ma guarda commentava Andro, scuotendo la testa, vedendo la scena.

Valeria portava la busta con patate e cetrioli, mentre Alessandro, come se avesse un colpo della strega, si trascinava dietro la borsa della spesa piena di fragole e pomodori. La borsa batteva sulla sua schiena.

Così mi schiaccia tutte le fragole, sto signore! si lamentava ad alta voce Andro. Ma che maniere sono?!

Valeria e Alessandro erano sposati da una vita, il loro Michele aveva ormai ventunanni e, anche se aveva la sua, di vita, ancora si divideva tra la casa dei genitori e un suo bilocale provvisorio.

La loro routine era serena, prevedibile, monotona quasi. Valeria rincasava al tramonto, sbrigava mille faccende, preparava la cena per i suoi uomini. Loro mangiavano in silenzio, a grandi bocconi, accennando un cenno di approvazione solo se il piatto era riuscito bene; quando qualcosa andava storto, Michele sospirava e Alessandro allontanava il piatto.

Vale, questa roba io non la mangio. Butta via! poi, notando il dispiacere della moglie, aggiungeva con tono più dolce: Ma capita a tutti, Valeriuccia! Ti hanno rifilato carne andata, lo fanno sempre, questi furbetti del mercato. Su, butta che non pensarci!

E allora lui, quasi goffo, la accarezzava sulla schiena, cercando di consolarla. Valeria sospirava, si voltava con un sorriso.

Dai, scusami, Ale. Vuoi unomelette? La faccio subito.

Acconsentiva, chiedeva persino di mangiare in salotto, spaparanzato sul divano: Mi metto a guardare la TV, che oggi sono distrutto. Dammi lomelette lì che cho mal di schiena.

Alla fine Valeria non aveva mai problemi a servirlo pure lì, dato il mal di schiena del marito. Lo amava, non come un tempo, certo ormai era tutto più calmo, più maturo ma continuava ad amarlo. Oppure semplicemente la vita era così, e non simmaginava diversa. Il figlio cresceva, pensava: ora è il suo turno di vivere, la nostra storia con Ale è praticamente passata. O quasi

Oggi Valeria aveva chiesto un permesso urgente, trovato qualcuno che la sostituisse e presa subito il treno per Pavia, avvertita da una telefonata della vicina, Antonietta, che riferiva di una cascata dacqua sul loro terreno, impossibile bloccarla.

Comè impossibile, zia Antonietta?! Abbiamo la valvola dietro il cancello, cè pure la farfalla rossa! Cercate per favore, io proprio non posso, ho il lavoro sussurrava Valeria al telefono, lanciando occhiate nervose ai colleghi della sala insegnanti.

Niente da fare, Valeria. Venite voi a chiudere lacqua, io non ho tempo di aggiustare i tubi. E poi, il vostro rubinetto non va. Scusa eh, ho i fatti miei! E poi Ohibò, la finestra della cucina è aperta non sarà entrato un ladro? E riagganciò.

Valeria tentò di chiamare il marito, senza risposta. Finì altre due ore di lezione, convinse unamica a prendere il suo posto e corse in stazione

A Pavia, in autunno, la quiete era quasi mistica. I villeggianti già tornati in città, nessun vociare allegro di bambini o radio a tutto volume, nessun tagliaerba a spezzare la pace, solo qualche martellata di carpentieri speranzosi di finire il tetto prima del gelo, oppure lodore acre ma rassicurante delle foglie bruciate che aleggiava nellaria. Valeria per un attimo si fermò ad ammirare il biancospino carico di bacche rosse e le bacche di rosa canina, paffutelle e rugose come minuscoli melograni, poi riprese il cammino. Oltre il cespuglio di biancospino si scorgeva la loro casetta azzurra con le finestrelle intagliate di pizzo bianco, il portoncino un po storto, la botte per lacqua piovana. La finestra della cucina era davvero aperta, e la tendina azzurra svolazzava felice nel vento.

Ma guarda che smemorata, mi sarò scordata nella fretta pensò Valeria, quindi si mise a cercare le chiavi inglesi. Col rubinetto rotto, toccava arrangiarsi. O spegnere tutta lacqua, ma la serra? E limpianto automatico installato da Alessandro? Ecco, proprio oggi

Così brontolando, Valeria si avvicinò al cancello, quando notò lauto del marito parcheggiata nel garage spalancato. Stava per chiamarlo, ma si bloccò, puntò la punta dei piedi per guardare meglio nel giardino e poi si irrigidì come se qualcuno la avesse colta di spalle con una frustata. Aggrottò la fronte, deglutì, come se avesse in bocca qualcosa di aspro, morse il labbro e, senza voltarsi indietro, sfrecciò via. Qualcuno forse laveva chiamata, ma lei nemmeno sentì. Né si rese conto di come arrivò alla stazione, comprò il biglietto, tornò a Milano e si ritrovò, come un fantasma, in metropolitana. Parole e voci andavano perse, nulla aveva più senso.

Mamma! Mamma, sono a casa, gridò Michele, buttando le chiavi sulla mensola e sferragliando la busta della spesa. Ho preso tutto! Dove la metto, in frigo?

Valeria era ancora in bagno; Michele prestò orecchio, sentiva lo scroscio dellacqua e la lavatrice in funzione.

Era rientrata giusto in tempo e si era rifugiata in bagno non appena aveva sentito la porta dingresso. Nessuno doveva vederla così.

Rimase qualche secondo a osservare il suo riflesso, si chinò sul lavandino, si sciacquò il viso con acqua fredda che odorava di candeggina, si asciugò il viso con il telo appeso.

Miki caro, ho finito presto oggi, sono passata dal parrucchiere poi sono venuta a casa Hai fame? Adesso scaldo qualcosa. Hai preso il pane? E

Parlava veloce, persino sorridendo nervosamente, voltandosi dallaltra parte. Michele la fissava con insistenza, cercava i suoi occhi. Lui la sentiva sempre, la sua ansia, anche quando lei fingeva, scherzava. E capiva bene che la mamma aveva un dolore dentro, allora le dava un abbraccio lungo e forte

Ma che capisca tutto ora no, vi prego! Come glielo dice, poi?! No. Non dirà niente. Punto.

Il pane lho preso. È lì, sul tavolo. Ma, tutto bene? domandava lui con quello sguardo tipico, fisso, indagatore.

Io? Figurati. Sono solo arrivata prima, mi sono lavata. Ora preparo cena. Tu siediti.

Valeria gli diede una carezza, fece in tempo a sfiorargli i capelli e lo baciò sulla guancia. Michele si piegò docile.

Dalla mamma odorava di profumo e un po di sapone, ma i suoi occhi erano tristi, profondamente tristi.

Che prezzemolo profumato! Come quello di Andro! sgranocchiava felice Michele, osservando la madre che, tolto il grembiule, aggiustava con un gesto deciso i capelli prima di sedersi davanti.

Ma va là Al mercato sono tutti uguali. Su, mangia che le polpette si raffreddano. Mangia! Valeria spinse il piatto verso di lui e si mise anche lei a cenare.

Quando torna papà? Gli devo parlare della moto. Il vicino, il signor Gianni, mi vuole regalare la sua Vespa. Voglio vedere cosa ne pensa papà, spiegò Michele.

Papà? Non so è ancora al lavoro Arriverà, rispose smarrita Valeria, si rialzò dun colpo per mettere a bollire lacqua per il tè, ma allimprovviso si sentì girare la testa. Era sempre più frequente, forse la pressione.

Ma, stai cadendo! Stai attenta! Michele la sostenne per le spalle e la rimise seduta. Ti stanno ammazzando con tutto sto stress! Questo lavoro è una rovina! sbottava come se fosse ormai il padrone di casa, fiero del suo ruolo di uomo, anche se non il primo. A che ora sei andata a dormire ieri? Io lo so, erano le tre, chi credi di prendere in giro? Devi dormire di più, altrimenti ti ammali, proprio come dici sempre a me! Ma a chi serve tutto questo? E correggi i compiti, e fai la brava. Ma parliamo!

Michele la rimproverava proprio come la nonna Paola una volta faceva con Valeria, quando lavorava a scuola da mattina a notte. Paola, venuta in visita, la rimproverava per tutto, compreso il marito. Alla mamma o al nipotino non risparmiava mai nulla: uno per la camicia macchiata, laltro per i giochi sparsi. Ormai la nonna non cera più, ma Michele sentiva ancora la sua voce nella testa

Io non parlo? Mangio, Miki, mangio! Grazie per il tè. Valeria cercò di suonare allegra. Senti, per Capodanno che ne dici se andassimo via, da qualche parte?

Michele si bloccò a metà sorso.

Tipo? Noi andiamo sempre alla casa in campagna, tradizione Rinnovare lanno nelle nostre mura, allaria buona gracchiò lui, mangiando una caramella. Era un goloso incallito.

Nonna Paola lo rimproverava sempre, la nonna paterna la signora Dorina invece lo viziava con montagne di dolci. Le due nonne si parlavano a stento, i loro mariti sospiravano: come dividere lunico nipote?

Io non ci voglio tornare, basta campagna! Troviamo una pensione, un agriturismo. Qualcosa al caldo, con un vero letto rispose Valeria, sorseggiando il tè.

Michele amava guardare sua madre bere il tè. Era un gesto rassicurante: vestaglia leggera, pantofole coi fiori, tazzina col piattino blu cobalto del servizio buono Le dita curate della mamma che sollevano la tazza con grazia, un sorso, un sorriso. Se stava bene lei, stava bene lui.

Ma non questa sera.

Vai pure, lascio la cucina a posto io. Vai a rilassarti! Valeria iniziò a sbarazzare in fretta e spinti fuori il figlio Michele oppose una debole resistenza e poi andò in camera sua.

Non sentì il citofono, né la voce della mamma dietro la porta, né i toni tesi. Si addormentò e si perse la scena…

Alessandro riapparve vicino alle nove con la consueta teatralità, sbattendo la porta, togliendosi le scarpe, stiracchiandosi davanti allo specchio.

Vale! Miki! Cè nessuno vivo? Sono a casa! Nessuno mi accoglie? gridò, imprecando contro le scarpe del figlio e si diresse in cucina, dove la luce era ancora accesa. Valeria era ai fornelli, pareva che stesse cucinando il risotto.

Ué, ciao! tuonò il marito e si sedette. Mi dai qualcosa da mangiare?

Valeria sussultò, abbassò il fuoco.

Ciao Perché così tardi? Ti ho chiamato mille volte.

Sono rimasto bloccato al lavoro. Riunione, e poi mi hanno trattenuto ancora dal capo: non si decideva mai a firmare i preventivi. Io davvero non capisco come certa gente ignorante e incapace possa avere quei posti di comando! sbottò Alessandro, avventandosi sul piatto.

E chi ci dovrebbe stare, allora? domandò Valeria.

Lui quasi si strozzò. Pareva ovvia la risposta!

Ma Vale, che domande fai?

Niente. Sono stata in campagna oggi, Ale.

E allora? Ci siamo già andati insieme domenica, che volevi?

Non domenica, oggi. Ti ho visto. Con quella donna. Ale, ma come ti è saltato in mente?! È la casa dei miei, della mia nonna! Ma non potevi trovare un altro posto? Valeria afferrò uno strofinaccio come se volesse tirarglielo in faccia; Alessandro si ritrasse, ma lei si limitò a pulire il tavolo, sogghignando. Devi andartene, da me e Michele. Questa sera.

Alessandro la fissò sconcertato. Ma come? Che ci faceva lì lei, che doveva stare al lavoro? Lui si era organizzato: aveva preso le chiavi dalla borsa di Valeria il giorno prima, chiamato la sua amante Nadia, portata in macchina fino a lì. Nadia, che non aveva mai visto la casa, tutta convinta della loro avventura. Ormai la casa era di Alessandro. Aveva sistemato tutto lui, dalla pavimentazione al sistema idraulico!

Ma lei? Come ci era arrivata così, proprio oggi? E ora lo voleva cacciare Ma dove sarebbe dovuto andare?!

Ma che dici, Vale?! Dove dovrei andare? Che avresti visto tu, in quella maledetta casa in campagna?! sbatté il pugno sul tavolo.

Ho visto tutto. Vedi, la nostra veranda si vede benissimo dal cancelletto. Te lo dico chiaro: finisci di mangiare, prepari le tue cose, saluti Michele e poi te ne vai, capito? E a lui dirai tu il perché. Con le tue parole! Valeria si voltò verso la finestra, la notte fuori, nello specchio vedeva il volto tirato del marito che giocherellava nervoso col cucchiaio.

Ma che sarà mai dopo un po sbottò lui sì, ero lì. Con una donna. E allora? Valeriuccia, sono stupidaggini! Sei gelosa? Io le regalavo solo dei bulbi di gladiolo, a Nadia!

Ho visto bene come glieli regalavi. Eh sì, conosco la scena, ridacchiò Valeria. Nadia, eh? E che avrebbe lei, che qui manca? sbottò urlando, tirando il piatto a terra; Alessandro scattò sulla sedia, raggomitolando le gambe. Ho fatto tutto come volevi! Pure la residenza qui, che ti sentivi sempre precario! Camminiamo in punta di piedi io e Miki, che non ti disturbi a riposare. Tua madre nelle nostre case ogni weekend a dirmi che ti faccio morire di stenti Oh, il mio Ale, poverino! Sè massacrato! imitò la suocera Valeria. Vuoi che glielo dica perché sei così? Faccio bene? Devo avvisarla che prepari le valigie per la nuova nuora? Ma colei che trovi in campagna, non ti starà dietro in ospedale. Non ti curerà, non ti farà il brodino, non ti legherà i piedi. Ma come hai potuto, Ale?! Portare unestranea nella nostra casa, dove è cresciuto nostro figlio?! Ti odio. Ti odio!!

La seconda piatto a terra. Valeria quasi si divertiva a vedere il marito ritrarsi per il rumore dei cocci, impaurito come un cagnolino.

Vale, ma che fai?! Alessandro si alzò e allungò le braccia per abbracciarla, ma lei si divincolò. Valeriuccia, è niente! Sono pur sempre un uomo A volte Dai, finirà tutto. Non menarmi! Ascolta! Le prese la mano, la strinse dolcemente. Siamo esseri umani, Vale! Ma solo te ho mai amato, lo sai! Nadia, beh, quella è una scema, cha solo un bel corpo e la testa vuota. Mi sono fatto tentare, ma solo per stanchezza lavoro come un mulo e

Come un caprone.

Scusa?

Ho detto, come un capo-rone, mordi lerba come ti pare! E sì, questa Nadia, scema vera? lo fissò ironica, e davvero per un attimo Alessandro le sembrò un capro. Mancava solo la barba.

Non dire così, Vale. Da insegnante, poi! Nadia è stata solo una debolezza di cinque minuti. Ma nel quello, gli occhi rapaci si posano sulla figura della moglie, che stringe la vestaglia per pudore non arriva nemmeno a te. Nadia, a letto, non sa fare nulla. Dopo i suoi pancake ho avuto unacidità che manco il bicarbonato E la caccio, promesso! Non io, il capo. Mi invento una scusa: via dal nostro ufficio! Solo puttanella! Quindi, Vale, non preoccuparti. Ho sempre amato solo te. Basta così. Facciamo pace, no? Versa il tè, dài!

Prende la loro tazza, quella elegante, gliela offre, ma proprio in quellistante qualcuno lo attacca da dietro, martellandogli la schiena di pugni e lacrime.

La tazza scappa di mano ad Alessandro e va in frantumi a terra. Si volta terrorizzato. È Nadia, piangente, con righe nere sulle guance, una strega in carne e ossa.

Che ci fai qui?! sussurra lui, ritraendosi.

Sì, Ale, è venuta a prenderti. Me lha detto: voglio il tuo Alessandro mio. Io sono giovane, lui mi ama, tu, cara, gli sei solo di peso. Siete vecchi, avete davanti solo la vecchiaia e le padelle. Me lo dia, signora. Ecco Ale, prendetevelo. Uscite entrambi di casa, vi prego! spiegò Valeria. Era ormai esausta, pronta a crollare a terra.

Nadia strillava ancora, tirava la camicia di Alessandro, lui fuggiva dagli artigli. Poi arrivarono Michele e il vicino di casa, zio Leo. Buttarono fuori a calci Nadia e il marito di Valeria, poi Michele raccolse in una grossa sacca tutte le robe del padre e gliele buttò giù per le scale.

Nadia era già scappata a piangere dallamica. Alessandro restava ad aspettare, docile.

Dàmmi le chiavi dellauto! ordinò al figlio.

Vai a piedi, visto che sei così giovane! sbatté la porta in faccia al padre.

Poi si sedette accanto alla madre, afflosciata come una marionetta scarica, piangeva tanto che le lacrime bagnavano le mani di Michele.

Mamma! Mamma mia! Sei la migliore, lo sai? Ti amo tanto e non ti lascerò mai sola! Non piangere! Ma perché non me lhai detto? E perché cera quella lì? Mi sono perso tutto

Nadia era corsa via per prima dalla casa. Aveva visto Valeria al cancello, il volto smarrito e vecchio, e aveva pensato che sarebbe stato facile portare via un uomo a una così grigia. Alessandro la amava! E presto, col suo nuovo ruolo di vicecapo, la sposava bene così! Ma almeno, affrontiamo la questione da persone civili, vado e parlo con la rivali.

Nadia aveva trovato lindirizzo dal cellulare e, ancora raggiante per i baci, era partita per Milano, aveva comprato un dolce, infilata dietro a un vecchio nellandrone e suonato il campanello

Poi però alla vista di Valeria ferma, composta, tutta da insegnante sera quasi pentita. Aveva solo ventisette anni, il cuore a mille.

…Allora, me lo dà, signora? domandò Nadia dopo mille giri di parole.

Valeria si era aggrappata alla tenda, morso il labbro fino al sangue.

Prenditelo pure. Non è mica una capretta da giardino! Ma vorrei avvisarti ma non finì, perché in quel momento rientrò Alessandro e la invitò ad aspettare nella stanza accanto, per sistemare tutto a tre…

Mamma, perché piangi così? Michele le si infilò nei capelli, annusando il suo profumo proprio come una puledra.

Miki, ascolta, io cioè aspetterò un bambino. Ora non so come fare. Se il papà ci ha traditi Lho scoperto da poco, sono vecchiotta, ma voglio questo figlio. Lo amo già. Non abbandonarmi, Miki, almeno finché non nasce. Non so come si va avanti, ma troverò il modo. Per ora proprio non riesco, piangeva.

Michele rimase di stucco, fischiò piano e si grattò la testa. Poi sorrise di nuovo, fischiando tra i denti.

Quindi mi nasce un fratello?

Perché fratello, per forza? Potrebbe essere una sorella. Io ho sempre voluto una femmina. Spero che non ci resti male sussurrò Valeria.

Lui no, non ci sarebbe rimasto male, anzi, felice! Tutti i suoi amici avevano fratelli o sorelle, e a lui pareva una cosa bellissima

Valeria fu dimessa dal reparto maternità a fine maggio. Michele, in giacca e cravatta, tutto fiero, si era pure fatto tagliare i capelli, con un mazzo di margherite aspettava mamma e la sorellina.

Quando Valeria apparve, camminando lenta e dolente, Michele diede i fiori a una infermiera qualsiasi, poi andò dalla madre un po impacciato.

Ti voglio bene, mamma! finalmente disse, guardando la piccola peste tra le sue braccia. La neonata gridò qualcosa, poi fissò Michele. Da lì nacque un amore nuovo, inspiegabile, esplosivo, turbolento, ma fortissimo: lamore tra Violetta e il suo fratello maggiore. Se un amore era morto, uno nuovo era nato!

E io te ne voglio, amore. Tieni, prendi Violetta, disse Valeria.

Allinizio Michele fece il timido, aveva paura, poi trovò il coraggio, prese la sorellina e le fece locchiolino. Violetta si voltò dallaltra parte.

Ma, mi sa che non le piaccio.

Sei piaciuto eccome, è solo un po timida, rispose la madre. Andiamo a casa, sì?

A casa li aspettava la nonna Dorina, che aveva pulito tutto, aiutato Michele a prepararsi, riempito il frigo e ora aspettava in silenzio, temendo che la ex nuora la cacciasse.

Valeria non la cacciò. Violetta aveva diritto a una nonna, e per il resto avrebbe deciso il tempo

Dopo il divorzio, Alessandro qualche volta tornò da Valeria, supplicando di riprovarci; poi si trasferì in unaltra città, mandando solo il mantenimento per Violetta. Ma Michele non lo lasciava avvicinare troppo alla sorellina, bastava un accenno di pugno e Ale scappava. E poi Ale si arrangiava, sentiva solo un fastidio al fianco, forse il fegato? Ma sapeva che se si fosse davvero ammalato, Valeria sarebbe corsa da lui. Perché in fondo lei lo amava ancora, povera sciocca! Lo avrebbe sempre amato, pensava Filippo lui era Adone e David, dopotutto! Non appena Valeria si fosse calmata, cresciuta Violetta, lavrebbe ripreso in casa. Un uomo in famiglia serve sempre!

Vedrai che tornerò! si promette Alessandro ogni Capodanno. Per ora niente da fareMa intanto Valeria non pensava più ad Alessandro, non mentre guardava Violetta dormire nel piccolo letto di legno accostato al suo, o ascoltava Michele che raccontava storie alla sorellina facendola ridere forte. La casa era cambiata: silenziosa, ogni tanto, ma anche piena di piccoli rumori nuovi la lavatrice che gira più spesso, le risate improvvise, le canzoni che Michele metteva alla radio per ballare tenendo Violetta tra le braccia, fino a stancarsi tutti e tre e restare seduti sul tappeto, vicini.

Valeria si scoprì diversa, più fragile e più forte insieme. Cerano giorni in cui la tristezza la mordeva ancora alle spalle, ma bastava la manina di Violetta che si stringeva alla sua, o il braccio di Michele che la avvolgeva alla sprovvista tornando da lavoro, per ricordarle che la felicità, quella vera, non è mai rumorosa: è una carezza silenziosa quando hai il cuore scomposto.

E così, in un pomeriggio di giugno, con il profumo delle dalie che entrava dalle finestre spalancate, Valeria mise a cuocere una torta di mele con Violetta in braccio e Michele seduto al tavolo dei compiti. Sentì nellaria, per la prima volta da tanto, una gioia piena, simile a quella che aveva creduto perduta. Le venne quasi da ridere, pensando alle debolezze degli altri e alle sue: quanti minuti bastano, nella vita, a cambiare tutto?

Mamma, hai sentito che buona? chiese Michele addentando la torta ancora calda.

Sì, tesoro mio, sussurrò Valeria, e il suo sorriso era limpido, finalmente libero. Quella sera scrisse sul calendario, senza che nessuno la vedesse: Oggi abbiamo avuto coraggio. E capì che non era stata mai così viva, così capace di amare, anche nella sua debolezza.

Fu la più dolce delle vittorie.

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