Mai dire mai

Oh amico mio, devi ascoltare che giornata ho avuto! Stamattina mi sono trovato sul tetto, furioso, tremante, e davanti a me una nonnina. Sì, proprio una tipica vecchietta italiana col trench sbiadito, i riccioli grigio-lilla sulla testa minuscola, magra magra con le mani intrecciate sulle ginocchia, le gambe deboli coperte da calze color nocciola e le scarpe larghe, quelle che la gente chiama ortopediche. Mio padre, Riccardo, diceva sempre di quelle scarpe: Addio, giovinezza!.

Insomma, mentre la studiavo, mi sono accorto che era proprio come tutte le altre nonnine che incontri al mercato, sul tram, in fila dal panettiere, sedute sulle panchine dei vecchi palazzi in periferia, sciupate dal sole e dal tempo, dove sembrano vivere gli ultimi raggi tranquilli della loro vita. Mio padre scherzava cupamente: Lì ci vanno a finire, in attesa

Solo che questa nonna, su cui mi sono ritrovato a fissare imbambolato, stava sul tetto, e non su una panchina. Seduta proprio allorlo della lamiera verde e fredda bagnata dalla pioggia, con le gambe a penzoloni e lo sguardo fissato in avanti. Una striscia di sole tramontante faceva luce fra le nuvole nere, stringendo gli occhi la vecchietta si aggiustava il basco di lana, infilandosi i ricci dentro con le dita storte dallartrite. Le guance erano tutte accese dalla luce.

Mi veniva da inghiottire a vuoto.

Ma cosa ci faceva una nonna qui? Ma proprio qui, ora!? Doveva essere tutto diverso! Doveva esserci solo io, Filippo, quello che da giorni si strugge, si sente perso, sopraffatto, tutto deciso a modo suo col muso, spettinato, il tetto reso scivoloso dalla pioggia, le nervature della lamiera, il fumo basso che saliva dal quartiere e basta! E il salto, un attimo, terribile, dopo il quale di Filippo non sarebbe rimasto nulla, solo mia madre a soffrire una vita intera. E così lavrei fatta pagare a lei. Così avevo deciso io.

Eppure quel basco di lana ha rovinato tutti i miei piani, mi ha messo a disagio. Con spettatori, tutto perde senso. Non sopportavo lidea che la nonna si mettesse a urlare, a chiamare aiuto, a strattonarmi per le maniche Che i passanti sotto quella pioggia sottile alzassero lo sguardo, mi riconoscessero, chiamassero la mamma. Me la vedevo già correre, distrutta, a supplicarmi di fermarmi, dicendo che mi voleva bene, che non avrebbe retto.

Mio padre, Riccardo De Santis, lavorava in ununiversità e mi classificava le persone: Tipica, avrebbe detto di lei. Lui usava spesso questo termine: la signora Rossi è tipica, la moglie di Bianchi per nulla, la mia maestra è nella norma, mentre il prof di tecnica è fuori da ogni schema.

Sai, papà era estremamente intelligente, quasi uno psichiatra, solo che non curava, osservava e scriveva saggi. Se gli chiedevi cosa facesse, rispondeva:

Io, Filippo, osservo come la nostra società peggiora. Non immagini quanti difetti la gente accumuli! Guarda solo i tuoi compagni di classe…

Respirava per continuare, ma la mamma, Giulia, lo interrompeva:

Dai Riccardo, smettila! Non è giusto parlarne così. Filippo sta bene con quei ragazzi, sono tutti delle brave persone. Basta, chiudi la bocca! Non sopporto più i tuoi ragionamenti!

Lui arrossiva subito, iniziavano a discutere unaltra volta.

La verità è che mamma mi amava anche perché era innamorata del suo sapere, per quanto fosse un po pesante. Ma Riccardo la corteggiava con finezza e rispetto, non aveva fretta, la trattava come una regina. E lei, cresciuta a Firenze con mamma e nonna, si era abituata a sentirsi non abbastanza, sempre goffa e ingenua.

Riccardo invece la faceva sentire importante. Le declamava poesie, le sussurrava parole calde che le facevano tremare il cuore. Laveva notata a una conferenza, tra tanta gente normale. Giulia era perfetta secondo tutti i suoi criteri. E da lì, non si lasciarono più.

Pochi mesi dopo erano sposati. Riccardo voleva subito un bambino. Nacqui io, Filippo, parto difficile, mamma a lungo stanca. Riccardo se la prese con i medici: Sono incapaci! Farò causa, giuro! diceva.

Io, con i capelli rossi come il tramonto su Livorno e la pelle chiarissimamica sembravo suo figlio! Ma nonostante dubbi e silenzi, quando sorridevo al babbo, tutte le sue perplessità svanivano. Ho fatto tutto in anticipo: camminato prima degli altri, parlato con chiarezza già a tre anni, le lettere le sapevo, a quattro leggevo; grazie alla nonna, Angela. Allora papà decise che dovevo andare a scuola a cinque anni e mezzo.

Filippo è più che normale, Giulia! Merita di essere stimolato.

Mi accompagnavano dappertutto: nuoto, violino, teatro E ogni sera riferivamo a papà i nostri successi. Lui ascoltava sorseggiando un tè nella sua tazzina di porcellana sottile, staccando piccoli pezzi di crostata, alcune volte si rabbuiava se non era contento. Diceva che la crescita va a balzi, e che dopo i periodi di calma sarebbe scoppiata una valanga di successi. E chi ero io? Il figlio del professor Riccardo De Santis! Apposto

Io crescevo, papà diventava sempre più grigio, soprattutto alle tempie: diceva che erano le preoccupazioni. Si struggeva per il mondo, cresciamo peggio, amava ripetere.

Ma tu, Filippo, e quelli come te, magari ce la farete. Io non vedrò mai come ve la caverete, e calava una pausa drammatica, in attesa che mamma o io lo rassicurassimo con un abbraccio. Ma Giulia, ormai, non lo faceva più. E anche io cominciavo a somigliargli, silenzioso e nervoso.

I litigi tra mamma e papà si fecero sempre più frequenti. Non mi dicevano mai il vero motivo, mi mandavano a fare i compiti. Ma si sa, i genitori litigano, è la vita. Anche il mio amico Matteo diceva:

Litigheranno e basta! con la sua sicurezza infantile.

Peccato che non fosse così.

Un pomeriggio sono rientrato dal nuoto e ho sentito urlare mamma dalla cucina:

Ma come hai potuto anche solo pensare una cosa simile, Riccardo? E tua madre! Portiamola qui da noi, ha bisogno di aiuto. Oppure prendiamo una badante Ma mandarla allospizio, come un cane vecchio scaricato?

Poi si è fermata, forse esagerando.

Papà rispondeva a voce bassa, solo qualche parola riuscivo a cogliere: giusto, ho deciso, la tua famiglia. Diceva che si era sbagliato su mamma, che lei lo aveva deluso, che andava ascoltato e basta. Aveva scelto lei con cura, aveva studiato il passato, la nonna insegnava allasilo, la mamma era unottima contabile.

Tutto a posto, Giulia, tutto! Ma qualcosa mi è sfuggito. Senza di me sei nessuno.

Grazie, veramente. È proprio per te che mi sento un niente, rispondeva lei, piano.

Io non ci ho capito niente, ho solo visto mia madre gettare uno sguardo disperato, poi sono scappato via per strada come un pazzo. Avevo bisogno di aria.

Ho corso attraverso San Frediano, mi sono piegato sui ginocchi per riprendere fiato e mi sono detto: Suvvia, domani sarà tutto come sempre!.

Ma la mattina dopo hanno cacciato Riccardo di casa. Valigia, scatole, qualche camicia, i suoi profumi, i taccuini con i suoi appunti, tutto buttato in fretta nellingresso.

Ma sei matta? urlava lui, cercando di rimettere tutto a posto.

Vattene, basta. Sei solo capace a urlare e minacciare! gli rispondeva lei, lanciando una busta che si rompeva sul pavimento, spargendo occhiali e robetta.

Papà è andato via senza degnarmi di una parola. Forse si è dimenticato di salutarmi.

Mamma, ma che succede? ho chiesto, mentre spazzava lingresso con una rabbia pazzesca.

Da oggi tuo padre vive da solo. Punto.

Ma stai scherzando? Tornerà come sempre, vero?

No, Filippo, non tornerà più. Ma puoi sentirlo quando vuoi.

E se nè andata in cucina, facendo un casino con le stoviglie, e addirittura cantando.

Non sono andato a scuola quel giorno, figurati se me ne fregava qualcosa dei compiti! Avevo mille pensieri, le mani sudate, proprio come detestava papà. Quando mi veniva da stringergli la mano, lui la scostava con fastidio.

Ho provato a chiamarlo, seduto sulla panchina sotto casa, col cellulare. Niente, mi ha mandato via ogni volta.

Alla fine ha risposto gridando:

Cosa vuoi? Lha ordinato tua madre? Diglielo che si mettesse in ginocchio a chiedermi scusa, e forse tornerò. Hai capito?

Papà volevo solo parlare con te Ma aveva già riagganciato. Mi aveva dato del cretino, a me e a mia madre.

Ma io non sono cattivo! Papà non ha capito niente! È colpa della mamma, mai ha detto perché tutto questo.

La sera Giulia non pronunciava parole, beveva caffè su caffè, fumava in silenzio alla finestra. Poi, il giorno dopo, ha deciso: dovevamo prendere la nonna Angela, sua suocera, a vivere con noi.

Ma perché? Lei ha casa sua, qui è piccolo, e poi papà diceva che era strana.

Basta, Filippo! Angela ha solo bisogno di cure, ha sempre aiutato tutti, ci è stata vicino quando eri piccolo. Adesso ha solo bisogno di un po’ di affetto. È giusto così.

Io guardavo mamma con uno sguardo rigido, valutavo. Giusto lo aveva sempre deciso papà

Decidi tu per tutti, hai rovinato tutto! ho urlato, strappando i lembi della tovaglia.

Non potevamo più vivere insieme, mi ha risposto serena. E tuo padre voleva mandare nonna Angela in ospizio. Ma lei è la tua nonna, Filippo!

Non ha spiegato altro. Ormai ero grande, toccava a me capire.

Il giorno dopo, ho aspettato che mamma uscisse, mi sono chiuso in camera. Ho scritto una lettera. Che lei aveva distrutto la mia vita, che mai le avrei perdonato aver mandato via papà, e ora anche la nonna in casa, tutto deciso da lei!

Poi eccomi, col vento freddo che mi gonfiava la maglietta come una vela. Avevo la pelle doca.

Anche la nonna sembrava avere freddo; si stringeva le spalle, mi ha visto e sorridendo mi saluta.

Buonasera, sono riuscito a dire.

Salute a te, figliolo! Sei venuto anche tu a vedere il sole? Vieni, siediti qui accanto.

Volevo gridare che non ero lì per il tramonto. Ma non lho fatto. Ho camminato fino lì, facendo un rumore assurdo con le scarpe. Avevo paura che qualcuno si affacciasse, chiamasse i pompieri.

Tranquillo, non cè fretta. Vieni a vedere, guarda come il sole bacia la terra.

Ho alzato lo sguardo. Il tramonto si andava chiudendo piano piano, le nuvole a coprire i colori come palpebre stanche.

Il sole bacia la terra. Mia nonna Angela lo diceva destate, quando la sera si sedeva davanti alla casa tutta azzurra col portoncino che sapeva di basilico. Lo ricordo ancora, anche se papà poi mi ha fatto andare sempre in vacanza nei campi estivi.

Ricordo la nonna, di recente: fragile, spaesata, con lo sguardo perso.

La vecchietta sul tetto si è mossa, poi mi fa cenno giù con un dito.

Vai, se devi buttarti, fallo laggiù, almeno non schiacci la macchina di nessuno. Ma non toccare il glicine, dai, povero. Sta lì da anni.

Sorrise, come se nulla fosse.

Allimprovviso mi sono sentito ridicolo. Tutto il mio dolore, tutta la rabbia mi sembravano capricci. La nonna diceva:

Quando non puoi farci più niente, allora sì che è finita. Parla con tua mamma, chiedile. E poi, se proprio vuoi, fai quello che devi. Però lascia il glicine a chi verrà dopo.

E niente, mi è salito il magone. Mai più papà? Mai più una macchina guidata da me? Mai una ragazza da baciare, mai qualcuno che dica Filippo è proprio sveglio Mai più. Che parola pesante.

Ero più spaventato per me che per la mamma, lo confesso.

Ora volevo solo tornare a casa.

Ma dovevo portare giù anche quella nonna, mi preoccupava lasciarla lì, da sola!

Dai, torniamo da noi, le preparo un tè, ok? Qui rischia di cadere, non si può stare!

Lei, tignosa: non si muoveva.

No, qui mi sta bene, figliolo. Di qua sono solo di peso. Vai, che tu hai ancora davanti tutta la vita.

Allora sono corso giù, ho chiamato mamma, le ho spiegato confusamente e lho tirata su dal portone. Siamo saliti insieme, di corsa, gli ultimi gradini Non cera più nessuno. Solo il glicine, i lampioni che si accendevano lentamente sui parcheggi, e una cagnolina che correva sullerba.

Sarà rientrata, no?

Forse

Diceva le stesse cose di nonna Angela, mamma. Del tramonto, ti ricordi?

Mamma si è seduta lì, sul tetto, stanca. Occhi lucidi. La vedevo pensare a sua suocera, allospizio, alla visita della mattina. Mi racconta con la voce rotta che alla nonna, a pranzo, non avevano dato neanche la forchetta: la badante si era scordata di lei. Così, Angela aveva mangiato la minestra con le mani, vergognandosi. Doveva stare con noi, a casa, ha sussurrato fra le lacrime.

Io allora lho stretta forte forte, come facevo da piccolo nelle notti in cui mi svegliavo spaventato.

Così la lettera che avevo scritto è finita nella spazzatura, insieme a tutti i mai che mi pesavano addosso.

Portare la nonna a casa è stato un casino legale ed emotivo. Papà diceva che mamma voleva solo la pensione della suocera e ha fatto di tutto per impedirci di vederla. Ma Angela ha capito tutto: una volta firmato tutto il necessario, ha lasciato la sua casa a lui, e si è fatta portare da noi.

Prendetevela questa vecchia! ha detto Riccardo quasi rincuorato. Almeno così avete tutto più semplice.

Abbiamo portato nonna Angela a vivere con noi. È dura, certo, ma almeno una cosa è sicura: io e mamma non ci pentiremo mai di averle voltato le spalle. Mai.

E ogni tanto, ancora oggi, penso alla vecchietta sul tetto. Ma nessuno sa chi fosse, nessuno lha mai più vista. Forse non era vera, forse sì. Ma quando guardo il sole baciare la terra, so che tutto va come deve. Alla fine, solo lamore ha davvero senso, e la scienza di papàbeh, magari serve per capire le cose, ma non per spiegarle davvero. Se non ce lhai dentro al cuore, non basterà mai.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

12 − eleven =