Le cose più importanti

La cosa più importante

Federico Andreini non riusciva proprio a lavorare, niente da fare! Il capitolo non veniva e basta! E ormai la consegna era tra un mese, le scadenze erano ferree e poi si vergognava anche un po con se stesso: ma come, Federico, sei uno sprovveduto per far fare figuracce al professore?

Caro mio, qui non si scherza! Stiamo parlando della tesi di dottorato! borbottava il suo relatore, Michele Giacomelli Sadocco, Michele per gli amici, Sadocco con nome e cognome per aspiranti dottori poco entusiasti come Federico, appunto. Federico era lì davanti a lui, spento, quasi verdognolo, lo sguardo di un uomo spacciato. E poi mica vai per il dottorato leggero, ragazzo mio! Per quelli chiudiamo un occhio, sono giovani, si capisce… Ma conosci la Rumanzini? Federico annuì. Tutti conoscevano Polina Rumanzini, la chiacchierona, tondetta e rubiconda.

Non ne dubito! fece una smorfia il professore, masticando il nome come se fosse una specialità strana. Beh, quella lì è incinta di nuovo, ti immagini? E di nuovo ha rimandato la discussione. Ma quando fa in tempo a fare tutto ‘sto casino?!

Michele Giacomelli era immerso nella scienza, la realtà quasi non la vedeva: chi si sposava, chi si licenziava, chi diventava pelato, a lui non interessava. Davanti a Federico, il professore bagnava un ficus moribondo ma non notava che lacqua tracimava sul parquet, lasciando una chiazza scura che scorreva tra le assi consumate da centinaia di piedi. E va avanti sereno. Tra poco la sua segretaria, Ilaria, sarebbe corsa a pulire, agitandosi con gli orecchini dambra: Michele, tranquillo, niente lo distrae, lui è tagliato per le grandi cose!

Anche Federico Andreini vorrebbe essere così: scientifico fino al midollo, ma niente da fare. Le faccende quotidiane lo assimiliano, e in testa solo un gran vuoto, scientifico e definitivo, come se tutte le conoscenze si fossero sciolte in uno zabaglione. Ogni tanto cerca di affiorare, annaspando senza costrutto. Dicono che la tesi di Sadocco sia stata scritta in un mese: spettinato, cravatta storta, scheletrico, con le scintille negli occhi. Poi, bum, la super tesi! Federico laveva letta ricorda poco. Diventa sempre più smemorato.

…Va bene la Rumanzini, è donna concesse Sadocco con magnanimità Lasciamola fare la mamma, il titolo glielo diamo pure. Ma per i dottorati veri, Federico! Non si tira la corda, sennò si rischia di sembrare degli incapaci. E non venirmi con le scuse! batté il palmo sul tavolo Se non scrivi, non va, non si attacca… Lasciale per il Rettore queste favolette. Io voglio il risultato!

Eh, lo so… Eppure tutto mi sembra in testa… bofonchiò Federico, ciondolando come uno scolaretto agitato e tamburellando sul tavolo. Ma vengono sempre a distrarmi, professore! Continuamente…

La moglie. Tutta colpa sua. Mentre Federico prova a scrivere, lei spunta nella porta, sorride e bisbiglia:

– Federico, vuoi un tè? O magari ti preparo un caffè?

Lui rifiuta: non cè tempo, agita la mano e la scaccia, ma lidea è già volata via, sommersa nel profumo del tè…

E, nonostante il rifiuto, Valentina si presenta lo stesso in studio con il vassoio: la (vera) tazza di tè indiano, né troppo forte né leggero, la marmellata di visciole scure che solo Valentina sa fare, e i biscotti di pasta frolla. Federico li ama infinitamente.

Lo sapevo che non avevi tempo, quindi ho portato tutto qui! spiega allegra Valentina, sposta fogli e libri, chiude il portatile, soffia via la polvere e incastona il vassoio davanti al marito.

Assaggia lei per prima, pasticcia sul piattino, lui pure vorrebbe sentire il sapore esattamente dallo stesso punto dove lei ha baciato la tazza. Federico e Valentina, freschi sposini: lui trentasette, lei tre anni meno, ancora inseparabili dopo due anni di matrimonio.

Vale! Ma che combini, Vale?! la riprende Federico, tutto enfatico, lasciando perdere ogni pensiero peccaminoso. Ma dai, non è il momento! Non capisci che sono pieno di idee, che non riesco a stare dietro, a scriverle? E tu che mi distrai sempre! Poi, con i tuoi biscotti, finirò per non entrare più nel mio completo fortunato. Portalo via! Subito!

Valentina sospira, lascia la stanza, forse bisbiglia anche una scusa, ma non porta via il vassoio. Il tè profuma, la marmellata è una tentazione, e i biscotti paradisiaci…

E Federico cede di nuovo. Mangia, beve, sorride quasi, ma poi vede una macchia di marmellata sulla manica e si rabbuia. Come può concedersi un biscotto proprio ora che la discussione è vicina?

Litigavano spesso, lui sempre più spesso la trovava offesa, di spalle…

Sì, disturba. Lei lo disturba, su questo Federico è certo!

Lha anche detto ad alta voce, perché Sadocco annuisce.

Capisco… Sì risponde drammatico tamburellando sul tavolo. Ma sa che le dico? esclama dimprovviso. Federico quasi sobbalza. Vada un po a casa mia in campagna! Io non ci vado da una vita, non avrà niente di speciale, ma cè una biblioteca fornita che fa paura. Vada! Ecco qui chiavi e indirizzo scrive il professore su un foglietto di ricette e lo passa a Federico.

Ma non vorrei disturbare! Vado io così? Federico si stringe nelle spalle.

Ma figurati! I vicini sono abituati, nessuno si lamenta. Una volta, però, un mio amico ci andò di notte, senza accendere le luci. La vicina, la signora Tamara, pensò che fosse un ladro e arrivò col fucile… Ma vada di giorno, presenti si, saluti, andrà tutto bene. Forza, vada, sono di corsa! Sadocco lo caccia con un gesto. Federico si alza, raccatta fogli e portadocumenti, si scompone. E unultima cosa! lo richiama dalla porta. Prenda anche sua moglie, Valentina, vero? Sa usare il tagliaerba?

Tagliare lerba? balbetta Federico.

Certo. Il terreno è una giungla, io non ce la faccio più: lartrite… Dateci un taglio! Magari ne viene fuori anche la sua tesi!

Federico scrolla le spalle: tagliare lerba? Sì, sapeva farlo da ragazzo, basta ricordare come…

Valentina si fece dare un permesso, confezionò cibo e panini, fece la spesa e, tutta emozionata, si preparò per la partenza.

Ma perché ci ha dato la casa, Fede? chiedeva scrutando il volto del marito. Federico, ma devo portar via il costume? Andrò a far due passi nel bosco?

Lui era già pensieroso.

Non avrò tempo, Vale. Mi serve la libreria, materiale per lavorare, e poi cè da tagliare lerba, me lo ha detto chiaramente. Per la tesi. sospirò pesante già solo allidea.

Va bene! Se vuoi, posso usare il falcetto, me lha insegnato la nonna! esulta Valentina, galvanizzata. Cosa prendiamo ancora, Fede? Stivali di gomma non li abbiamo E il cestino nemmeno.

Eh, infatti, no. Dai Vale, basta chiacchiere: mi gira la testa! e scartabellava carte senza senso. Dovè la chiave della macchina?

Sul gancetto allingresso, come sempre risponde tranquilla Valentina, cercando il costume: Almeno mi godo un po di sole!…

Trovarono la campagna di Denisano in un attimo. La pandina di Fede, che in realtà era la vecchia Fiat del papà, attirava lo sguardo di ogni capra, ogni cane dietro ogni cancello, e anche qualche vecchietta che vendeva le prime mele dellestate si fermava curiosa a guardarli.

Valentina salutava entusiasta, sorrideva ai capretti, si godeva quellaria fresca di prato.

Ecco, devessere qui Federico parcheggiò accanto a un vecchio recinto. Ma figurati Così vive un professore?

Un vero relitto di casa: tetto verde di muschio e il comignolo torto, da una parte la siepe di lillà, dallaltra una tettoia malmessa; pezzo di campo grande e selvaggio, alto derba, sciame di api e farfalle. Lidea che Federico aveva di campagna professorale era ben diversa: qui si avvertono assenza di tende di pizzo e vialetti ordinati!

Si vede che si è lasciato andare, una volta però guarda qui: le aiuole cerano Valentina indicò una coroncina di mattoncini con dentro una rosa ormai secca. Anche lorto! Chissà perché non viene più, eh?

Federico non rispondeva: la guardava, in quel vestitino di lino color panna, capelli rame quasi come il grano maturo, così delicata

Fede, che cè? sussurrò lei.

Niente. Dai, entriamo! la precedette, calpestando ciuffi derba.

La casa era su due piani, stranamente accogliente e vissuta. Una stanza con la credenza piena di piatti, utensili da cucina, stufa, un grande tavolo tondo e pesante, con le sedie ornate di intagli. Pulito tutto, sembrava aspettarli.

La camera da letto era più buia, la finestra coperta da una vecchia mela: tra i rami, mele già giallo-rosse si affacciavano sui vetri.

Sulla parete di fronte al letto, una foto incorniciata.

Chi sono questi? chiese curiosa Valentina.

Boh. Forse Sadocco giovane, e sua madre.

Ma sono davanti a questa casa! Lei comera bella! si illumina Valentina.

In effetti la mamma di Michele sembrava una diva: treccia corvina, lineamenti fini, occhi verdi, sguardo sicuro.

E il papà? indaga Vale quando Federico torna con le borse.

Cè una storia triste Credo che sia morto quando Sadocco era ragazzino. Lha detto, ma io, sinceramente, non ricordo bene Federico si rabbuiò.

Valentina sospirò. Peccato…

Dopo pranzo, Federico sparì di sopra nella stanzetta-studio: scrivania con lampada verde mai vista: solo nei film statuetta romana bronzea, penna con supporto a forma di razzo.

Qui dentro ci sarà mica nata la tesi leggendaria, in un mese? Qui è tutto perfetto per la concentrazione! pensava Federico, un po invidioso. Ma lui, niente: in testa solo nebbia, tre settimane di panico, una sensazione tipo andare avanti a sgombrare macerie senza vedere mai la fine.

Guardava i dorsi dei libri nella vetrinetta: raccolte, saggi storici, manuali, le opere di Sadocco e dei suoi amici E poi, sorpresa: un volume di poesie di Pascoli. Strano errore: Sadocco aveva sempre detto (anzi, sentenziato) di non capire la poesia.

Federico che cè? Valentina lo abbracciò da dietro, soffiando sul collo.

Federico sobbalzò.

Niente, Vale, vai fuori a farti un giro. Io devo lavorare! Siamo qui per questo! Ma non riesco. Niente va Si sciolse, si distaccò da lei, si accostò alla finestra. Vai Vale. Non dovevi neppure venire, solo che

Quando si voltò, Valentina era sparita. Non cera più a infastidirlo con le coccole e le dita leggere. Andata…

Dopo unora e mezza di tormento, Federico cancellò tutto, chiuse i libri bestemmiando. Che afa! Che aria pesante!

Spalancò la finestra: entrò una grossa ape cicciona, ronzava spazientita, si schiantò sulla fronte di Federico.

Dai, vai fuori! È aperto! Ma ci arrivi?! Federico cercava di scacciarla, quella se ne fregava: si era piazzata sul portatile, passeggiava. Finalmente volò fuori, una macchia nera contro il cielo azzurrissimo.

Dalla finestra, Federico osservò il giardino sommerso dallerba, certo: da tagliare…

E là, sulla strada, vedeva Valentina. Dove va? Ah, giusto, lha quasi cacciata lui. Pensò di chiamarla, ma si fermò: mica si può urlare nel paesino!

Dopo unaltra ventina di minuti, decise di andare in tettoia a vedere la falciatrice. Aprì. Odore di muffa, vernice e petrolio. La lampadina era fulminata, usò il cellulare come torcia.

Il cono di luce riflette dal vetro di uno specchio, abbagliandolo di colpo. Federico li richiude subito, ma poi si guarda intorno.

Scaffali pieni di barattoli, cassette di attrezzi, fili arrotolati, sacchi di fertilizzante. La falciatrice cè. Sadocco aveva detto: Fa le bizze? Vediamo un po… Ma come ciò aiuta la tesi, non si sa

Per mezzora, Federico si azzuffò con la macchina brontolando, inondato di sudore e punti rossi delle zanzare. Cercava la moglie, nulla.

Tutta colpa sua. Lha mandata via; e lei, poverina, aveva pure preparato la zuppa, le polpette Non si fa.

Maledizione! sbottò, quando la falciatrice singolfò fumando, moribonda.

Da dietro la siepe, un vicino infilava il naso tra i rami.

Salve! salutò pudicamente Federico.

Eh, buongiorno. Allora, lei è lo studente? domandò il tipo, uno con faccia vissuta, berretto e maglietta a righe, fa cenno verso casa.

In che senso?

Studi pure lei, vero? specifica il signor Gianni. Io sono Gianni, zio Gianni per lei.

Federico Andreini. Federico. Scrivo, sì…

Santo cielo, che testardi questi scienziati! esclamò zio Gianni. Sempre a scrivere le tesi, e la vita non la vedete. E la falciatrice non va? Eh passi. scosse la testa.

Eh, il motore mormorò Federico colpevole: bruciare la macchina del professore non era il massimo.

Guardi che forse Sadocco ha ancora la vecchia falce. Quella vera! Suo padre e il nonno tagliavano tutto a mano, ai tempi delle mucche e dei campi! Dia unocchiata!

Zio Gianni indicò la tettoia e scomparve nelle fronde.

Federico esitò, morse il labbro. La falce, eh? Era una vita che non ci metteva mano…

Rovistò, e sì, cera, in piedi come una sentinella. Lama avvolta in carta oliata.

Federico la prese, provò limpugnatura.

E dimprovviso fu di nuovo bambino, in una giornata bollente di luglio, il sole inondava tutto di calore, lui in mezzo al prato, tra lerba alta, le cicale e le farfalle in aria.

Davanti a lui, il padre: abbronzato, muscoloso, sudato. Ogni movimento era perfetto, la falce tagliava di netto, il profumo dellerba fresco e secco insieme.

Papà, posso provare io? chiede Federico.

Il padre si gira, luccicante.

Sei sicuro? Stai attento alle gambe… Così, piano, regolare, niente fretta. Imparerai. Le mani ricorderanno!

E lo aiutava, gli insegnava, poi si allontanava a fumare e guardare con orgoglio il figlio.

Federico veniva in campagna solo ogni tanto, quando la madre era via per lavoro. I genitori divorziati, lui con la mamma, il padre da solo. Ma a Federico mancava, e ogni incontro era festa.

Il padre sapeva di sigarette, fuoco di legna, un po di benzina… e solitudine.

Sto andando bene, papà? chiede Federico.

Altroché! Vedi attento davanti a te… sorrideva il padre. Ormai non aveva più voglia di fumare. Federico era così bravo, tutto suo padre. Sperava solo che tutto, nella vita, per lui andasse bene…

Federico Andreini sbatté le palpebre. Quel campo, le betulle al vento, il latte fresco della nonna… tutto svanito. Cose che non tornano.

Controllò la lama, si tolse la maglietta, la appese al ribes: ora sì, libero! Come insegnava il papà…

Le braccia ricordavano alla perfezione: la lama falciava netto, lerba era verde scuro sotto e secca sopra, il profumo intenso.

Via tutti i pensieri: tesi, scadenze, Sadocco che brontola, insicurezze, dubbi, autocritiche tutto sparito. Solo il dolore dei muscoli, la campana lontana, il treno che passava, la cinciarella che trillava nel melo, e il sole in discesa

Federico desiderava solo che Valentina lo guardasse lavorare, ammirasse i suoi muscoli e la sua destrezza. E che poi gli portasse il latte nella lattiera, gli togliesse uno stelo derba dalla schiena e

Federico arrossì dalle proprie fantasie e diede ancora più lena.

Si fermò solo arrivato al recinto, guardò contento il campo ripulito e trasalì: Valentina era seduta sui gradini della veranda. Tutto come desiderava: arrivò portando una tazza di latte offerto dai vicini e aspettò che bevesse. Poi si avvinghiò al suo collo e lo baciò ridendo, per quei baffi di latte che gli erano rimasti. Lei sapeva di ribes e mele, le labbra dolci, rosse, bellissime

Federico si riprese solo due giorni dopo, in piena notte, e sgattaiolò via dal letto senza svegliare Valentina. Portatile alla mano, iniziò a scrivere come un forsennato, correggeva, riscriveva, controllava libri e appunti: annuiva felice.

Ma nel suo studio mancava un libro: quello delle poesie, che aveva preso la sera dellarrivo, per una merenda in veranda.

Le falene battevano sulle lampadine fuori, le cicale strepitavano, un gufo chiamava da lontano, dai vicini gracchiava la radio, e Federico, seduto sui gradini, Valentina accanto avvolta in una sciarpa con la testa sulla sua spalla, leggeva versi damore. E lì tutto il resto non contava più: la falciatrice guasta, i capitoli ancora da finire o Sadocco che aspettava. In quel momento si scriveva un altro capitolo dellamore di Federico, quello vero, a due, tenero e caldo come le labbra di Valentina.

Federico capì perché Sadocco tenesse le poesie nello studio: senza un po di poesia, neanche i grandi cervelli arrivano a nulla

Quando tornò da Sadocco, Federico aveva la carnagione arrossata e le mani piene di calli, ma unespressione felicissima.

Hai fatto fatica? chiese bonario Michele.

Fatica sana rispose Federico in stile gladiatore.

Hai scritto? e mentre restituiva le chiavi, Sadocco alzava un sopracciglio interrogativo.

Sì. Glielho mandata ieri… tentennò Federico.

Non mi è arrivata fingeva serietà Sadocco, poi sorrise. Scherzo! Letta. Su due punti non sono daccordo, ma dettagli. Bravo! Hai visto cosa fa laria buona?! Eri di un verde che parevi un basilico avvizzito… Ricordati, Federico: i nostri scritti hanno senso solo se riusciamo anche a vivere, davvero. Se non hai tempo per la vita, per la moglie, neanche la migliore tesi serve. Ne so qualcosa. Altro che un mese! Ci ho messo due anni e quasi perdevo tutto, pure la moglie. Recintai uno spazio, lo chiamavo studio, ma quando mi ritrovai solo… Solo allora ho capito. Anchio sono andato in campagna, la falce da mattina a sera, poi tornò anche mia moglie e… Il resto puoi immaginarlo.

Sua moglie, Maria Egidia, ama Pascoli? chiese timido Federico.

Lei ama me lo stoppò Sadocco. Su, fai le correzioni che ti ho segnato e settimana prossima ripassiamo tutto. Vai pure.

Federico si alzò, si sedette di nuovo, impacciato.

Che cè? sbuffò con una sorsata di tè Michele.

Ho bruciato la sua falciatrice. Allinizio andava, poi

Ma stava lì a prender polvere da cinque anni! Non pensarci su! lo liquidò Sadocco. Vai, Federico, ho da parlare con mia moglie. Grazie per il prato. Io da solo col cavolo che ci riuscivo…

Federico uscì, sentì Michele chiacchierare con la moglie, intravide una risata casalinga, quasi ringiovanito.

Menomale che il professore lo aveva mandato via, fuori da quellincubo, a rimettersi in sesto. Questo vuol dire essere un vero uomo di scienza! O, meglio ancora, una brava persona

Eh, Vale, lamore! Nessuno mai lo capirà, sta forza. Chimica, biologia, spiegazioni… niente vale. Esiste e basta. E senza, tutto il resto? È solo corri, corri… sentenziò Federico quella sera, quando Valentina tornò dal lavoro e si sedettero a cena.

Valentina annuì. Sì, correre… Ma lamore è come la lucina che illumina tutto: se cè, è festa. Senza, anche il mondo diventa noioso. E ognuno la sua, di amore, se la tiene: non si scambia, e se la perdi, guai!

Grazie per lattenzione, cari lettori.

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