La vera arte: autentica creatività italiana

**Larte vera**

La voce che nella tranquilla Pian di Meleto sarebbe arrivato un artista, uno vero, con cavalletto, colori e tele, addirittura dal Circolo delle Belle Arti di Roma, a impressionare dal vero, la portò il guardiano, zio Corrado.

Sedette con calma sulla panca vicino la casa del sindaco, appoggiò il suo vecchio fucile sempre al fianco, tirò fuori la pipa, lanciò un’occhiata ai paesani sdraiati o seduti sul prato, emise un grugnito e scacciò qualche zanzara testarda.

Tutti lo osservavano in silenzio, nessuno lo incalzava. Guai a parlare mentre Corrado farcisce la pipa: se facesse cadere il tabacco sui pantaloni, allora silenzio per unorae chi si permette a contraddirlo?

Ma che siete, muti? spiattellò lui, dopo qualche sbuffo di fumo. Ci mise la sua solita pausa teatrale, poi parve cedere. È arrivato. Dalla capitale. Lhanno sistemato a casa di Paolina Andreoli.

Poi tacque, fissando il fiume argenteo che serpeggiava fino allorizzonte, come se lì sparisse sottoterra.

Ma chi è? Zio Corrado, che mestiere fa? Non sarà mica un medico? domandò cauta la signora Antonina Galletti. Che un massaggino alla schiena farebbe comodo

No, no… Le punture d’api ti servirebbero, però. È un pittore, Corrado sputò per terra, si stropicciò il naso, starnutì.

Paesani in coro: «Salute!»

Ma che vuol dire pittore? domandò ingenuamente Annunziata, la nipote vivace e abbronzata di Antonina, sedici anni appena compiuti.

Insomma Corrado sospirò e fumò ancora. Come quelli che stanno in galleria: pittori. Se vuoi vedere le loro opere, devi pagare il biglietto, capito?

Davvero? Ma allora è un vero artista?! Annunziata portò le mani al mento, con gli occhi scintillanti. Magari mi dipinge anche a me, e poi attaccano il mio ritratto in Municipio! Oppure almeno nello studio…

Ma figurati se ha voglia di dipingere proprio te! borbottò Corrado, quello sarà venuto a fare il ritratto al sindaco, che credi. O magari a me si risistemò gli scarponi ben lucidi.

E perché te e non Annunziata? Non piangere, Annunziata bella! intervenne la nonna affettuosa.

Ma perché nei suoi quadri ci vogliono tipi tosti! Gente che conta. A-n-n-u-n-z-i-a-t-a, tu in una fogliolina ci stai! Invece il sindaco Corrado allargò le braccia come ad abbracciare il mondo, quello sì che è massiccio. Lui finirà nel quadro, altroché! Io magari di guardia, va bene lo stesso.

Il paese, un po stanchino dopo la giornata nei campi, scottato dal sole ma ancora energico, iniziò a mormorare. Annunziata si mise a piangere forte; Antonina le carezzava la spalla e baciava i suoi ricci scuri, ripetendo che lei era la più bella, e che certo un quadro non le serviva a nulla.

E proprio allora apparve LUI. Con pantaloni chiari di lino, camicia lasca dalle maniche larghe e sandali con i calzini, un cappello di paglia sulla testa: alto, magro come un palo, il forestiero attraversò lentamente il prato, fece uno strano inchino. Occhi curiosi lo seguivano, cercando di capire come si muove, come si veste, che pensanon capita mica ogni giorno, uno da Roma.

Buonasera, posso unirmi a voi? disse con voce roca e si sedette accanto a Corrado, togliendosi il cappello. Ma si vede che non sopportava lodore di tabacco, perché si distanziò leggermente.

Le hanno dato una buona stanza? chiese Corrado. Da Paolina, spazio abbonda.

Che? Ah! Sì rispose dubbioso il pittore, ma i suoi occhi passavano tra la gente, visibilmente perplessi. Hanno dato la mansarda. Cè luce e nessuno mi disturba, va bene così.

Le hanno offerto qualcosa da mangiare? Vuole venire da noi? Proprio oggi ho sfornato le ciambelle! Annunziata porta il latte fresco, vero Annunziata?

La ragazza annuì e fissò il pittore con adorazione; lui, però, sembrava non vederla.

Sono sazio, grazie. Non sono di bocca buona e massaggiò il ventre asciutto.

E il suo nome, signore? finalmente trovò voce Pietro, il trattorista biondo e muscoloso. Magari lo dipinge anche a lui: sulla Trebbia, in canottiera bianca col vessillo rosso, viso illuminato dal sole!

Federico Timoteo Savini, rispose distratto il pittore, fissando la gente distesa nella paglia, scuotendo la testa deluso.

Che succede, signor Savini? Corrado arrotolò una nuova sigaretta. Il fumo smuoveva bene le zanzare, ma quelle bastarde non mollavano.

Macché No! Niente! E Savini balzò in piedi, sfiorando Annunziata che si scansò. Scusate. Vado.

E si allontanò, sventolandosi col cappello.

E questo? Non ha scelto nessuno mormorò Pietro perplesso.

Pensa. Quelli grandi pensano tanto, spiegò Corrado, ruotando il dito alla tempia. Vivono in scatola, loro.

Ma che ne sai tu? borbottò Pietro.

Zio Corrado sa tutto! difese Annunziata. E poi non sei mica solo te il bello nel paese!

La ragazza fece la linguaccia a Pietro che, sbuffando, si allontanòperché Annunziata gli sta sempre intorno? Una cicogna, ecco! E poi lui, Pietro, non ha mica bisogno di lei!

Quella notte il paese dormì male: chi pensava al pittore, chi si preoccupava di non fare brutta figura con lospite illustre!

Ma Federico Timoteo dormì come un sasso, meglio di quanto si ricordasse. Aveva fatto bene a rompere con tutto, a voltare pagina. Là, a Pian di Meleto, tutto era vivido: il campo di grano, le mele negli orti, le cagnette che abbaiavano e quella gente! Sì, forse, proprio la gente qui era adatta

Con quel pensiero, si rigirò, sbuffò e sprofondò nel sonno.

Invece Paolina Andreoli non chiuse occhio: tesa, si chiedeva cosa combinasse lo strano artista nella sua mansarda. E se in piena notte chiedesse tè, o da mangiare? Avrebbe servito tutto lei, basta non farsi cogliere impreparata…

Poi pensò che sarebbe bello se Federico restasse, magari si fermava per sempre, e lei lo avrebbe accudito

Scacciò bruscamente quel pensieroche sciocchezze! Tanto poi, cosa vuoi ingrassare che già è magro come unacciuga?!

Solo la mattina presto si assopì; e mentre i primi galli cantavano, già si buttava tra fornelli a cucinare la polenta nel tegame di ghisa.

Signor Savini! Dove va? lo rincorse, sentendo i suoi passi in corridoio, ma lui era già fuori, cavalletto in spalla, brontolando, e non si curò neppure di richiudere la porta.

E la polenta? Fredda resterà sussurrò Paolina, scuotendo la testa. Maledetta me, dovevo almeno fargli il pane da portare via

Federico vagabondò a lungo fuori paese, si fermava qui e là, ma niente gli andava.

Bella la natura, ma non basta! borbottava, tormentandosi la barbetta.

Un capretto di nome Pasqualino, legato a un palo sullerba, lo imitava. Poco distante, Annunziata raccoglieva qualcosa nel prato: la stessa che la sera prima lo aveva fissato come una creatura uscita dalla favola.

Che cerchi? le chiese serio luomo.

Eh? Che cosa? Annunziata si confuse, si fece rossa e rassettò la gonna. Collanina Si è rotta, raccolgo i grani.

Federico appoggiò borse e cavalletto; tintinnarono pennelli e oli, la cinghia cadde sulle margherite.

Vieni, ti aiuto. Dove sono questi grani magici? Cercava anche lui col palmo sulla terra, e quando ne trovava uno, gridava: «Tana! Presa la streghetta!»

Annunziata si ritrasse allinizio, impaurita, poi prese i grani rossi dalle mani del pittore.

Mi dipingerà? domandò, arrossendo per il coraggio.

Te? piegò le labbra Savini.

Sì! Mi disegni, la prego! Resterà per sempre, è bellissimo! Se vuole, la pago col latte Tutte le mattine, lo porto io! Lavoro in stalla, posso farlo Allora? Mi dipinge?

Federico alzò le spalle, pensieroso. Un ritratto? Proprio lei In fondo bisogna pur cominciare. È giovane, i giovani li comprano sempre, hanno negli occhi la vita

Va bene. Domattina. Otto in punto. Basta! afferrò il cavalletto e la sacca e, senza voltarsi, si allontanò. Annunziata rimase col filo di perle rosse in pugno, stupita da quanto era stata abile. In fondo voleva che il capretto Pasqualino desse una testata al pittore e leicoraggiosalo avrebbe salvato. Invece, è andata persino meglio!

La notizia del fatto che Annunziata avrebbe posato trapelò per bocca di zia Antonina, che, gonfia dorgoglio, finse di confidarlo qua e là di nascosto. Era troppo soddisfatta che la sua nipote fosse scelta come una vera modella.

Che scandalo! la rimproverò severa Paolina Andreoli mentre tornava dal negozio, portando al pittore delle gelatine, come richiesto a cena la sera prima. Ma se è ancora una bambina, quella mira già a sposarsi il pittore famoso! Svergognata!

Antonina, sconvolta, deglutì, tossicchiò e, bevendo acqua fresca, replicò:

Se sento ancora una parola su Annunziata, guarda che ti spacco la borsa in testa! Son calma, ma per mia nipote tiro fuori gli artigli, capito? Antonina si strinse gli occhi, sogghignando. Ma tu, Polina, sei proprio svelta! Vuoi mica pigliartelo tu, lartista magro? Guarda che ce lho locchio lungo!

Paolina arrossì, afferrò la spesa e svanì dalle risate delle comari.

«E che ridono! Sono vedova da anni, e Savini sembra un bravuomo, educato, le campagne qui gli godono. E magari resta Anche lui sembra solo. Certo che, se fosse stato sposato, non veniva fino a Pian di Meleto!» pensava fra sé, senza capire che male facesse, poi respinse il pensiero dun colpo.

Annunziata rincasò, mangiò in fretta, innaffiò i cetrioli, controllò se le galline avessero deposto, poi corse a frugare nei vestiti: Savini sicuramente avrebbe voluto un vestito splendido e le perle.

Tamara! Tamara bella! Domattina mi dipinge il pittore, prestami il cappellino tuo, quello di Firenze, va! gridò Annunziata affacciandosi alla finestra.

La ragazza si fermò sul viottolo, la mano a visiera.

Che vuoi?

Il cappellino! Per domani! Per una mattina sola, ti prego!

Tamara si avvicinò.

Mi piacerebbe, Annunziata, ma ieri sera Michele lha rovinato. Ci ha fatto una staccionata e ha fatto male. Si è squarciato tutto. Scusa

Annunziata trattenne il respiro, quasi in lacrime.

Non ci pensare, troverai qualcosa! Stasera aggiustiamo tutto, vedrai! Tamara la rassicurò e proseguì.

Aggiustiamo magari! Questo è sdrucito, quello piccolo, quello troppo largo Laltro è pesante E i capelli? Se non ho il cappello, toccherà stliarli bene Annunziata si mise allo specchio a intrecciare le grosse trecce, poi sfibrata dalla calura si mise a bere la gassosa. Tutto andrà a posto, il nonna e Tamara aiuteranno! confidò al micio disteso al sole. Quello appena sbadigliò.

Paolina Andreoli aveva già comprato la gelatina, cucinato un pranzo da cinque portate, preparato la macedonia e messo la bacinella sotto acqua fresca di pozzo. Rimase in attesa di Savini.

Quando arrivò, segnato dalle punture di zanzara, parve irritato.

Allora, cena? chiese Paolina mentre lui si lavava con cura al lavabo.

«Brutto non è pensò lei . Forse un po grigio, ma uomo è uomo. E ha larte, vuol dire che vede il bello anche se sembra spento. Mah…»

Cena? Va bene brontolò Savini, seduto a tavola senza elogiare nulla.

«Pazienza, sarà stanco, deve ambientarsi domani sorride!» ragionò Paolina. Poi, pensiero rapido, chiese:

Ma la Annunziata lasciatela stare! È troppo nervosa, scappa sempre. Meglio me, magari… E io sto ferma, come vuole! E faremo un quadro bello, garantito! Accetti, signor Savini?

Federico la studiò, dalla testa grossa alle mani forti, le spalle possenti e il petto generoso. Chissà da vicino, magari, con le rughe, il volto deciso… Colore ce nè!

Sì! Sì! Domani si fa! Preparati, domattina allalba. In mezzo alla natura, porti le robe. Niente colazione, io prima del lavoro non mangio! ordinò, andandosene di colpo in mansarda. Scaldate il tè, dopo.

La padrona iniziò a pensare al necessario per un pic-nic: coperta, cestino, qualcosa di sfizioso

A casa di Annunziata e Antonina la luce restò accesa a lungo: Tamara avanti e indietro, la nonna brontolava.

Un atelier in casa, ma ti pare? Annunziata, basterà vestirsi normale!

Ma no, nonna! Se devo posare, almeno farlo in gran stile! tagliò corto Tamara, con le spille tra i denti. Non muoverti, prendiamo le misure…

Sistemarono, allargarono, inamidavano, crollarono a letto esauste

Paolina Andreoli si alzò allalba, si sciacquò tre volte con acqua gelata, preparata nel secchio apposta, fece un impacco per sembrare fresca, sgusciò un uovo, lo mandò giù col tè dolce. Digiuna non avrebbe mai tenuto.

La mattina era umida di rugiada, la campagna nascosta nella nebbia, e già Savini e Paolina camminavano verso il posto.

Il pittore aveva scelto il giorno prima: là, luce e scenografia perfette.

Andava avanti, Paolina lo seguiva agghindata, con gli orecchini, la vestaglia fiorita, la mantella.

Ma dove mi trascini, Federico? Di lì è più bello! lo chiamava, cercando confidenza. Poi qualcosa le entrò nella scarpa e si fermò.

Tocca qui. E smettila col cesto, lho detto che non mangio! Perché ti togli le scarpe? Forza, muoviti! ringhiò Savini.

Paolina non si offese. Gli artisti fanno così, hanno le teste tra le nuvole…

Subito dietro Annunziata, i capelli raccolti, vestito elegante, la collana di perle di nonna, in mano un foulard. Sulle sue orme Antonina, con ombrellino e borsa piena di crostate e thermos dacqua.

Nonna, non serve, faccio da sola!

Zitta! Zitti questi cittadini, seducono e via! Vengo io, punto. Cammina e stai composta! tagliò corto Antonina.

Eccoli: Annunziata estatica, Antonina dietro, poi Pietro.

Aveva sentito tutto da Corrado e voleva vedere, o forse controllare. Un po geloso lo era, anche se mai lavrebbe ammesso.

Paolina arrancava tra forasacchi e ghiaia, dietro Savini che rimbombava con gli oli nella scatola.

Ecco qui, pronte! proclamò lui, posando lattrezzatura.

Lo disse come se Paolina dovesse spogliarsi in mezzo al viottolo.

Ma siamo nei pressi della stalla! Qua è brutto! protestò lei, schivando una crottina di cavallo.

È qui. scattò secco Savini. Poi più serio: Si veste così ogni giorno lei? Vuole imbrogliarmi? Io dipingo il vero: sporco, polvere, questi sterchi puntò il dito verso terra, Paolina si ritrasse. Lei, ieri, era in maglione bucato e ciabatte, mica queste scarpe! Io voglio rappresentare la verità, mostrare la gente vera, senza fronzoli! Qui la gente è ruvida, terra-terra è questo che vogliono! Basta menzogne! e tolse la mantella a fiori.

Il mento di Paolina tremava, la cesta con la merenda cadde nella polvere, latte rovesciato, uova sode e gelatine zuccherate sparse per terra.

Che odore il nostro paese profuma di miele, di fieno e di fiume. In primavera odora di lillà e a fine estate di mele. Cosa ci racconta lei? sussurrò, ma Savini la ficcò nella polvere, calpestando la terra asciutta per sporcare lorlo del vestito.

Meglio sporco. Così è realistico, appena tornata dal lavoro, esausta. Ottimo. E la cesta, facciamo vedere che è caduta, che non ha da mangiare… Più naturale! correva intorno alla modella con occhi spiritati Peggio ancora, ci vuole una bandana rotta! Colore!

Iniziò a tirare qui e là, stropicciare, spingere la cesta.

Paolina dapprima stava per scoppiare in lacrime, ma poi, vedendo Annunziata impaurita, spinse via il pittore, si impettì.

Annunziata si abbracciò da sola, quasi proteggendo il vestito, si allontanò e si rifugiò dietro Pietro che si fece avanti:

Giù le mani! Lei non capisce nulla! urlò Paolina Andreoli. Gente vera, paesaggio speciale! Lei non sa vedere la bellezza, pittore fallito! Non dipinga nessuno, per piacere! Non sa cosa sono emozione e gratitudine, e io a comprarle la gelatina! Guardi lei come si vede: buttato via, stropicciato dagli anni. Nemmeno la moglie la voleva! Non farà fortuna mai, se vede solo il grigiore nella gente. Impari almeno a rispettare. E ora, lasci la mansarda, ha capito?! Annunziata, quanto sei bella! Antonina, hai sentito? Pietro, aiutami a svuotare la sua roba dalla mansarda, subito!

Pietro si fece largo a spalle larghe.

Che fate?! I miei effetti! Nessuno li tocchi! Ma vi pare? Dovè il sindaco? gridava Savini inseguendo Pietro.

Poi, sconfitto, raccolse la valigia, tolse i calzini stesi al sole, fece una smorfia ed esitò.

Nessuno lo accoglie mai, nemmeno la moglie: le aveva solo detto che era vecchia col trucco come senza. Sincero, no? E leisubito fuori di casa.

La sera stessa lasciò Pian di Meleto; Corrado lo portò alla stazione, salutò, chiese scusa. Ma Savini rimase muto.

Un anno dopo, visitando la mostra al Palazzo delle Esposizioni, da normale spettatore col biglietto, Federico Timoteo notò, con sorpresa, un quadro: lì cerano Paolina Andreoli, Annunziata, Antonina. E anche Pietro, Corrado, tutti, nel prato, vestiti a festa, felici, sorridenti; Annunziata in abito celeste, Pietro elegante, Corrado con la giacca buona.

Che bella gente! sussurrò alle sue spalle un uomo elegante coi grossi anelli. Gente vera, fatica e gioia, sono belli. Chi è lartista, Miki, vai a vedere! Voglio il quadro per il ristorante.

Federico si voltò. Luomo era seguito da un tipo lucido, il classico braccio destro, che corse via ad informarsi.

Federico si riscosse, si avvicinò:

Signor Nicola, permetta: sono un artista agli inizi. Potrei farle un ritratto!

Il ricco lo squadrò.

Troppo tardi per iniziare. Di statue con la mia faccia ne ho già tre. Ritratto? No, grazie. E si allontanò dietro al suo uomo.

Federico rincasò, fissò mesto il suo appartamento malandato con tappezzeria scrostata e pavimento vecchio, versò il tè e lo buttò nel lavandino, poi chiamò al telefono:

Signora Ines Antonelli? Mi diceva che in asilo serve dipingere la parete? Un elefante, un pappagallo e una scimmietta? Accetto. Quando posso iniziare?

Gli risposero. Lui annuì. Forse agli elefanti e alle scimmie non darà fastidio se li dipinge come sono?

Gli animali non protestarono. Solo che la direttrice lo fece ridipingere da capo, ordinando sorrisi e sguardi allegri. Federico obbedì. Cosa farci, se nessuno capisce larte veraNel pomeriggio, quando le pareti dellasilo erano ormai concluse e i bambini rientravano per vedere quella giungla di colori, Federico si accoccolò per terra, sporcandosi i pantaloni con un po di gesso blu. Da una finestra entrava un fascio di sole, che cadeva proprio sulla coda arrotolata della scimmietta.

I piccoli presero a ridere, a saltellare, indicandosi le bestiole buffe col muso tondo e la proboscide allinsù. Una manina si posò sulla sua spalla: era una bimba con le trecce spettinate, gli occhi grandi proprio come Annunziata quando cercava i grani di perla nellerba del paese.

Maestro, è bellissima la scimmietta! gridò.

Un altro lo abbracciò, imitando con le nocche il barrito dellelefante, e una terza si mise accanto a lui, guardandolo seria:

Quando fai il ritratto a noi? domandò.

Per un attimo Federico balbettò. Poi prese il cappello di paglia, impolverato, e rise piano come non faceva da tempo.

Subito, rispose, cercando fogli e matite tra le tasche. Ma attenti: serve la verità. Ridere, piangere, far le facce più buffe che vi vengono. Così la gente vera resta per sempre, sapete?

Fu un coro di «Sì!», unallegria contagiosa. Uno fece la linguaccia, una si mise in posa con le mani ai fianchi, un altro strizzò gli occhi per sembrare un leone. E Federico, pennello alla mano, cominciò, piano, mentre fuori scendeva la sera.

Così, tra muri colorati e voci leggere, Federico trovò la sua armonia: non la gloria né il grande quadro, ma il riflesso di vera gioia negli occhi dei bambiniun successo silenzioso, senza biglietti da staccare, senza dipinti a galleria. Al paese, forse, ogni tanto pensava, sorridendo: chissà cosa dice ora zio Corrado, se le galline di Antonina covano ancora

Nel frattempo, Pian di Meleto viveva le sue stagioni come sempre, ma sulle pareti di quellasilo romano restò un arcobaleno di animali e bambini veri, tutti insieme a ridere. E se un giorno Annunziata fosse passata di lì, avrebbe riconosciuto la sua risata incollata per sempre tra lazzurro e il verde.

Solo larte, quella vera, è la felicità semplice e condivisa che nessuno può cacciare via.

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