Ieri, oggi, domani
Giulio, ma dai, ci sono altri asili, cosa ti inventi! Mia madre non è la soluzione migliore per Caterina! Anna guardò severamente la figlia, seduta per terra a mordicchiarsi una matita. Negli asili ci sono educatrici preparate, persone moderne, aggiornate, con studi fatti, e invece la mamma
Smettila, Anna. A Cate non serve lasilo, guardala! Solo malanni ci ha portato finora. Con la nonna starà bene!
Ma tu non conosci mia madre come la conosco io. È difficile conviverci, ormai è anziana, ha le sue abitudini che proprio non centrano più con la nostra vita
Sembri parlare di una donna delle caverne. Tua madre è normalissima! Su, chiamala e dille che Cate starà da lei
Anna fece una smorfia, poi iniziò a digitare il numero della madre.
Così Caterina si ritrovò immersa, con tutte le sue attenzioni e stranezze, nella vita di nonna Lucia Maria, donna di rigide regole, impasto di credenze e superstizioni, tradizioni e abitudini, una energia incredibile e una fede incrollabile nel fatto che un domani migliore è sempre dietro langolo.
Anna aveva sempre trovato complicato il rapporto con la madre, forse erano i pianeti a non combinarsi, o i segni zodiacali, i caratteri troppo diversi, forse non riusciva a vedere qualcosa che la madre aveva da dare. Probabilmente era proprio per questo che col tempo aveva tagliato quasi del tutto i ponti. Ma Caterina era stata più attenta
Mettiti le calzamaglie!
Ma nonna! sbuffa Caterina, incontrando lo sguardo sulle calzamaglie a righe, fatte dalla stessa nonna ai ferri, con un elastico bianco sporgente allaltezza dellombelico. Pungono, non voglio! Mi grattano!
Lucia Maria si drizza, aggiustandosi la fascia dei suoi pantaloni imbottiti, di lana spessa, su una vita ormai un po ingrassata che Caterina adorava abbracciare con le sue lunghe braccia magre. Sospira e inizia a spiegare che prendersi un raffreddore è un attimo il dito si alza minaccioso e poi cade giù, come a voler tagliare di netto ogni tentativo di opposizione Un attimo! ripete la nonna, sillabando poi: E poi guarire ci metti una vita.
Poi si ferma, distratta dalla verifica mentale di cosa abbia preso: termos, panini, fazzoletto, un maglione di ricambio per Cate. Caterina la osserva con attenzione, infilandosi silenziosamente nei suoi scarponcini.
Dai, ascolta la nonna! sbotta Lucia infilando nel sacco un paio di guanti di scorta. Che ti costa?!
Ora toccava a Caterina sospirare, sedersi di nuovo per terra nellingresso e tirare le calzamaglie sulle gambe magroline.
Allimprovviso un urlo: la bambina salta su, ingarbugliandosi nei pantaloni e scattando di lato.
Cosa cè ora?! Anche Lucia Maria si tira in piedi, portandosi la mano al cuore.
Un ragno! Nonna, cè un ragno! Bleah, lo schiaccio! Caterina solleva il piede ma la nonna la blocca.
Non toccarlo, è il ragnetto di casa, da San Giovanni con me, porta fortuna! Come là, viviamo qua, uguale
Piccolo, più minuscolo di una lenticchia, con gambe lunghe e fini, il ragno sgattaiolò sotto la vecchia panca delle scarpe, nascondendo un po di felicità casalinga tra la polvere.
È andato a nascondersi nella polvere, sussurrò delusa Caterina, accucciandosi e sbirciando tra le fessure.
Quale polvere? Ho dato una bella pulita ieri, guarda che dici
Piccata, la nonna si voltò dallaltra parte, annodando la sciarpa lunga e stretta.
Su, prenditi il berretto, i guanti, forza che la signora Tamara ci aspetta!
La bambina trasse un sospiro, si vestì rapidamente e fu la prima ad uscire sul pianerottolo col sacchetto dei pattini.
Dammi qua, te li metto nello zaino! ordinò la nonna.
No, nonna, lascio fare a te, pesa troppo
Ed eccole in autobus, pressate tra la gente, nonna seduta con lo zaino sulle ginocchia, Caterina in piedi a rosicchiare la punta della treccia. Gente che saliva e scendeva, spintava, e Caterina non vedeva lora: lì davanti a lei il pattinodromo, e nella busta i pattini nuovi, bianchi, con i lacci e la pelliccia calda. La nonna aveva regalato a una vicina i vecchi Fiocchi di Neve, portato la bambina in negozio e richiesto a gran voce:
Per noi solo i migliori, deve volare!
E tutti i risparmi della pensione, custoditi sul libretto postale, svanirono via in un allegro tintinnio di centesimi euro.
Molto tempo dopo, da adulta, Caterina si sarebbe fatta largo tra la folla per portare la figlia a vedere Carolina Kostner, stendendo per farsi fare lautografo quei pattini della nonna, col cuoio ancora segnato dal tempo
Prossima fermata: Pattinodromo, risuonò la voce metallica.
Cate, siamo arrivate! si ridestò di botto nonna Lucia, che quasi si era appisolata nel caldo dellautobus. Su, avanti, facciamoci largo!
Caterina si fa strada, dietro la nonna che si scusa a ogni passo, e le porte si aprono lasciando entrare aria fresca e profumata di inverno.
Ed ecco Caterina, che toglie la giacca, calza il cappellino blu col bordo giallo, sorride e si mette a cacciare i fiocchi di neve con la bocca.
Nonna! Tolgo le calzamaglie!
Assolutamente no! ribatte la nonna, battendo i piedi nei suoi stivali con le galosce e aiutando la nipote ad allacciare i pattini. La benedicevelocemente con un segno di croce e la manda sul ghiaccio.
E su quella pista! Si incrociano a tutta velocità gli atleti, girano in cerchio i pattinatori, adulti e bambini si tengono per mano, passando lentamente in mezzo agli altri. Il cielo si riflette sulla superficie cristallina, fiocchi di neve brillano al sole, il vento spinge e sussurra tra le urla gioiose delle lame.
Caterina sfreccia con le amiche, lallenatrice, la signora Tamara, sorveglia tutti con occhio vigile.
Molti anni prima, Lucia portava Anna, la sua stessa figlia, dalla signora Tamara, allora giovane e energica.
Una ragazza deve praticare uno sport elegante, sentenziava Lucia Maria, battendo il tavolo con le dita forti e segnando punti esclamativi alle frasi Una ragazza deve sapersi portare!
Anna faticava a trovare piacere nello sport: la madre la trascinava, il freddo le congelava le dita nei pattini, la pista brulicava di gente, urti e giacche colorate, guance fiammeggianti. Lei amava rifugiarsi in un angolo, raccogliendo carte di caramelle lucidissime per ligiene, o guardare la città dalle finestre, sentendosi protetta e distante dal brusio quotidiano.
Ma Lucia pensava diversamente: un bambino deve muoversi!
Che sei lì come un sacco di patate?! Vai, gioca in cortile, tira la palla, monta almeno un puzzle!
Non riusciva a decifrare la figlia, non la sentiva propria. Ma Caterina era unaltra storia: con lei Lucia aveva trovato un pezzo mancante, unanima affine, un tassello che completava il mosaico
La nonna, col bavero tirato su e le falde del cappotto strette, quasi pattina accanto a Caterina, si accovaccia a vedere il salto, alza il piede come per girare, ondeggia le spalle pronta alla piroetta. E il respiro si fa ora affannoso, ora calmo.
Caterina volteggia incontrollata, ogni tanto lancia sguardi alla nonna: vede come gira il compasso, come sembra leggera, sospinta dal vento, con le manine strette al petto e il labiale a contare i giri
Caterina! la nonna la chiama a gran voce, ma la bambina legge soltanto il movimento delle labbra. Vieni qui, vediamo se sei sudata!
Caterina frena vicino al bordo, spruzzando scintille argentate col pattino.
Sei zuppa! E sicuramente hai fame! Dai, metti la giacca, bevi il tè e prendi i panini!
Il sacchetto, lavato e rilavato mille volte (retaggio dei tempi antichi in cui Lucia non buttava via nulla, ma riutilizzava tutto), si apre e sbriciola briciole sulle calzamaglie. Le guance sono accese, la nonna si illumina: tutto va bene
Poi la lunga, stancante, lenta strada verso casa. Di nuovo autobus, di nuovo Lucia con lo zaino sgonfio tra le mani, e Caterina accoccolata addosso alla spalla, a sonnecchiare felice. Le gambe fanno male, attorno la città scorre veloce e lontano, brandelli di ghiaccio vorticano come schegge di vetro
Svegliati, Cate! la nonna le dà una leggera gomitata. Forza, è ora di scendere. La mamma arriva presto, dobbiamo sbrigarci!
Anna era già dietro la porta, le chiavi che giravano tra le dita.
Ma dove siete finite! Sono le otto e non arrivate!
Non arrabbiarti, Annina, lo sai come Caterina adora la pista. E poi
Già. Un bambino, specialmente una bambina, deve muoversi. Fuori ci sono meno quindici, e la bambina respira aria gelata, nonna, non ti spaventi?
E Caterina sentiva che la giornata era finita, che madre e nonna si sarebbero contese ancora per dieci minuti chiedendosi chi lavesse più a cuore, poi la nonna avrebbe convinto Anna a restare a cena, il bollitore avrebbe fischiato allegro, e solo allora Caterina sarebbe tornata a casa, stanca morta.
A domani, nonna!
Buonanotte, Cate! la nonna le bacia la guancia con labbra secche, chiude la porta e resta lì sulla soglia
Il giorno dopo era il turno del riordino dei ripostigli. Lucia svuotava tutto, lei e Caterina setacciavano la montagna. Quello che ormai era marcio si buttava, il resto si teneva (può sempre servire!).
Ecco i vecchi giocattoli di Anna, le canne da pesca, i pantaloni di velluto consumati da generazioni (li terremo per i nipoti, chissà), un baule di riviste che il defunto nonno Salvatore conservava con orgoglio Gambe di tavoli, plafoniere, assi di legno di nessuna particolare utilità, maniglie smontate, tutto veniva custodito con cura, non si sa mai.
Anna odiava quei ripostigli. Sentiva odore di muffa, di vecchio, di stantio. Avrebbe buttato tutto, spazzato via anche quello che un tempo era arrivato in casa come dono necessario.
Nonno Salvatore portava in casa di tutto. Quello che non serviva in appartamento, si portava in campagna, il resto restava a futura memoria
Molti giudicavano questo risparmio un pregio, Anna lo trovava disgustoso.
Caterina invece no. Lei si aggirava, curiosa, nella memoria vissuta della nonna, in ogni oggetto, con lingenuità e la certezza che à nonna tutto ciò servisse davvero.
Altre giornate erano dedicate allo zoo, ai musei darte, a passeggiate sul lungofiume o a disegnare sulle grandi carte lasciate dal nonno, ritraendo la madre natura che ci nutre e ci veste, poveri peccatori.
Si giocava a domino, a tombola con i barilotti numerati, anche a dama. Caterina imparava e si appassionava alla lettura, sorprendendo un giorno il padre con un riassunto di un articolo della Gazzetta dello Sport.
Caterina, chi ti ha insegnato a leggere? Sei così piccola!
È stata la nonna, rispose la bambina, prendendo il biscotto più grande dal vassoio, e ritirandosi in camera a meditare sulla vita.
Destate, quando i fiori attiravano farfalle e tra lerba saltellavano insetti di ogni tipo, entravano in azione i barattoli della nonna, recuperati dal ripostiglio.
Piccole prigioni di vetro si schieravano sul balconcino arrugginito, piene di foglie e ramoscelli dove venivano studiati gli animaletti. Caterina li esaminava con la lente, li descriveva alla nonna, che con lenciclopedia naturalistica dava i verdetti: Cetonia, Formica rossa, Cerambice Caterina etichettava ogni barattolo e organizzava visite guidate per la famiglia.
Anna storceva il naso, Giulio si aggiustava gli occhiali, e la nonna premiava la nipote con una carezza: Che mente acuta, che amore per le creature di Dio!
Unavventura speciale era anche la visita in chiesa. Nei giorni di festa Lucia sfoderava il vestito migliore, il foulard, ne metteva uno uguale alla nipote e, tra i mugugni di Anna, la conduceva nella chiesa di SantAntonio sulla via Garibaldi. Rossa, con finestre ornate di bianco, la chiesa si spingeva verso il cielo con le sue cupole grigie; le campane, antiche, riecheggiavano per tutto il quartiere, la nonna si segnava, a volte bisbigliava a voce bassa forse pregava per ventanni buoni da vivere e vedere i pronipoti, forse chiedeva perdono, forse pensava allanima del marito, morto da tempo.
Caterina, tutta seria, osservava le icone. Quei volti santi la guardavano nellanima, come a riconoscere i pensieri nascosti.
Le candele tremolavano leggere, sospirando con le preghiere dei fedeli
Dopo queste giornate, Caterina restava silenziosa la sera, seduta sul divano alla finestra, le mani in grembo.
Divenuta adulta, sposata e ormai orfana, Caterina avrebbe abbracciato il marito, chiedendogli tra le lacrime: E se là sopra non ci fosse nessuno? E se la nonna avesse sbagliato?. Il marito lavrebbe stretta, indicando una stella azzurra sul fondo del cielo: Non si può sparire nel nulla, sarebbe troppo banale Nonna Lucia non sbagliava, fidati.
La vita di Caterina, dopo aver lasciato lasilo ed essere diventata la quintessenza della nonna Lucia, si riempì di un senso nuovo, enorme. Anna lavorava, Giulio ancora di più, e Caterina, come una spugna, assorbiva la saggezza dei nonni, copriva la televisione con il centrino la sera che non prenda polvere, custodiva con tenerezza il vecchio mobile che la mamma odiava ma che nessuna sostituiva, parlava ai ragni domestici e recitava favole alle bambole infuse del tono grave della nonna.
Ma linfanzia non dura per sempre. Caterina iniziò la scuola. Tutta la famiglia papà, mamma e la nonna Lucia, in foulard e scarpe addio giovinezza accompagnò la bimba con lo zaino più grande di lei e un mazzo di astri viola dal colore quasi irreale
Della nonna rimase poco nella vita quotidiana. Un po come cancellata da una gomma invisibile.
Anna, lasciami andare io a prenderla! Che le serve stare tutto il giorno a scuola? Lucia cercava pretesti e scuse per continuare a farsi spazio nel nuovo mondo della nipotina.
No, i compiti li fa con la maestra e gioca con gli amici, pensa ai fatti tuoi, mamma
E Lucia obbediva, malinconica, sempre più seduta in cucina, sospirando mentre spolverava la tovaglia germogliando briciole invisibili.
E chi aveva più bisogno di chi? Era la nonna a stare male per lassenza della nipote, o era Caterina a mancare a Lucia? Impossibile dirlo. Di certo, entrambe si spegnevano.
E cosa trova Caterina in tutta questa vecchiume?! sbottava Anna. Questi vecchi stracci ovunque, barattoli, riviste, quei piatti con scritto Comune di Milano! Mia madre ha proprio viziato la bambina!
Il domino non risuonava più sulla tovaglia, la tombola dormiva il sonno dei giusti nel sacchetto, e le pantofole di Caterina aspettavano inutilmente dietro la porta.
Lucia Maria era invecchiata in fretta, come rattrappita. Niente più passo deciso, solo passi strascicati. Non cera più nessuno da convincere a mettersi le calzamaglie o a mangiare il panino, nessuno cui passare il coperchio rovente del termos nessuno
Non amava i dottori, non andava mai dal medico, preferiva le finestre aperte e uno spicchio daglio a pranzo. Alla fine, la pressione la colse di sorpresa, facendole vedere puntini neri e sudor freddo.
In ospedale subito, oggi stesso! i medici si agitarono, comparvero la barella e la flebo Dove sono i parenti? Dovè la figlia?
Anna arrivò di sera. A casa della madre fu colpita dal solito odore, dalla carta da parati striata come il pigiama, dai quadri donati dal vicino, dalla tazza dinfanzia, col disegno dellelefantino, pulita, calda, sul vetro della credenza, e dalla pianta di dicembre già fiorita, quasi avesse paura di non farcela
Nei disegni sparsi di Caterina riecheggiava il passato storti, coloratissimi, con macchie e sbavature per educazione artistica. Quando era successo tutto questo? Quando Caterina si era fatta posto nella vita della nonna, senza chiedere il permesso, senza spartirsi col resto della famiglia?
Per un certo periodo Caterina aveva riempito talmente la vita della nonna che era stato inevitabile quellassorbimento reciproco. Anna nemmeno se nera accorta
Provò una fitta di gelosia, ma poi si sciolse nella tenerezza.
Nonna, figlia e nipote erano un tuttuno, frammenti della stessa grande sfera che rotolava per il mondo raccogliendo tutti con sé. Anna era caduta fuori per un po, ma ora si sentiva come se la sfera fosse tornata a prenderla. Ora non avrebbe più lasciato la mano della madre
Lucia Maria dormiva sempre di più, voltata verso il muro.
Nonna Lucia! Caterina la raggiunse in ospedale con il permesso del primario. Dai, che fai?! Fuori ha nevicato, dobbiamo comprare i nuovi pattini, e io ho preso un dieci in lettura. Mi hai insegnato bene!
Ma certo! Mi alzo presto, mi dimettono tra poco, proprio per le vacanze usciamo insieme sui pattini! Ma tua mamma dirà sì?
Lucia lanciò unocchiata ansiosa alla figlia sulla porta. Lei annuì soltanto. Impossibile fermare due calamite lanciate luna verso laltra dal destino. Impossibile
Caterina girava ancora sul ghiaccio, strappando faville dalle lame, e Lucia Maria, accennando una piroetta col vecchio stivale, contava i giri.
Vai da record! gridava Anna, guarda un po cosa sta combinando la tua!
E Anna osservava. Ma guardava solo la madre. E le sembrava che anche lei, giovane, con lo scialle a fiori, stesse lì dietro le balaustre, a cercare lo sguardo della figlia ancora ragazzina.
Il mondo tutto girava, disegnando un cerchio che abbracciava Anna, Caterina e la vecchia Lucia Maria. E, guarda un po, cera anche un piccolo bimbo paffuto, con pantaloni di velluto, che inizia a roteare, e la nonna Lucia contava: uno, due, tre
Dio aveva esaudito la sua preghiera: aveva fatto in tempo a vedere anche il pronipoteIn quel momento, fu come se il ghiaccio sotto i pattini si trasformasse in specchio: Anna vide il riflesso della madre bambina, i contorni della sua infanzia, il filo invisibile che legava quel trio di donne. Capì quanto di Lucia aveva in sé e quanto avrebbe lasciato in Caterina. Furono secondi, forse ma bastarono: Anna sorrise attraverso le lacrime, prese la mano della madre, che dentro il cappotto ancora fremeva di inquietudine, e la strinse anche per Caterina, che brillava sul ghiaccio come una pietra rara.
Fuori, la sera scivolava sulle strade già imbiancate, e sulla soglia del pattinodromo, tra il profumo di vin brulé e voci lontane, le tre si abbracciarono. Una carezza ruvida, una stretta forte, e un bacio lieve e dentro quella stretta, Anna sentì sgretolarsi la distanza, riempirsi il vuoto.
Poi la pista si riempì di musica. Con un gesto infantile, Caterina prese la mano alla nonna e la tirò sul ghiaccio. Anna le seguì, traballando, ridendo più forte di quanto ricordasse negli ultimi anni. Cinque, sei giri, abbracciate, inciampando insieme, tra le luci che danzavano come lucciole sospese nellaria.
Le mani strette, il respiro caldo nella sera, a ognuna parve impossibile temere il domani. Quel cerchio perfetto, sul ghiaccio e nella vita, sarebbe rimasto lì, segreto, inciso per sempre sotto i loro passi.
E nessuna tempesta, poi, riuscì mai a cancellarlo.






