Avanza con coraggio verso il futuro!

Avanza senza paura!

Ma dai, lo capisci anche tu! sbottò Vittorio, alzando la voce. Quel giorno aveva convocato Vera nel suo ufficio. Non laveva invitata, come era consueto tra colleghi fidati; laveva proprio convocata, come si fa con i subordinati. Sai benissimo come stanno le cose! Se non lo faccio, quella finisce per sbranarmi viva, come una mantide religiosa! Non troverai neanche le mie mani, guarda! fece sventolare davanti a sé le mani ben curate, che tremavano sotto il tessuto della camicia. A Vera fece senso, distolse lo sguardo. Sono queste mani che danno forma alla famiglia, Vera! Se Mariella ha deciso, così devessere.

Ma cosa aveva mai creato Vittorio con quelle mani? Al massimo aveva contato soldi. Per il resto, lasciava fare agli altri. Non tagliava nemmeno la legna nella sua villa in collina, si diceva che fosse un lavoro da plebei! Arrivava il camion con il carico stipato di tronchi, due robusti omoni li sistemavano in bellordine e lui, con fare da gran signore, passava il denaro inumidendo il dito per sfogliare le banconote.

Anche accendere il camino non era affare suo: ci pensava la madre, la signora Evelina, donna accogliente e piena di calore, che a Vera era sempre piaciuta. A casa di Evelina era tutto ordinato, profumato di pulito, come se si aspettasse che la dolce Vera facesse visita per una tazza di tè.

Evelina non beveva caffè, eppure adorava laroma che le ricordava una lontana, breve storia damore, chissà se francese o inglese. Luomo forse cera più col caffè che con lamore; faceva sempre scappare la moka e Evelina rideva ancora a pensarci.

Quellaroma la riportava indietro, nei bei tempi, quando tutto sembrava facile e gioioso.

Evelina preparava una caffettiera piccolissima, serviva il caffè agli ospiti se qualcuno lo desiderava e si godeva il profumo che invadeva la cucina grande. Quando era sola, versava una tazzina di caffè solo per laria e si sedeva a bere il suo tè, sgranocchiando piccoli pasticcini.

Evelina chissà come sta? Vera non la chiamava da tempo, se nera quasi dimenticata.

…Mettiti nei miei panni, Vera! Che fai, te ne freghi? Vittorio intanto perdeva la pazienza. Parlava sempre a voce troppo alta, gesticolando, quando si rendeva conto di star dicendo sciocchezze.

Nei tuoi panni? Ma quali panni, Vittorio? Lennesima signorina che ti è riuscita a portare allaltare? Ricordami il luogo, che lo dimentico sempre Vera abbozzò un sorriso ironico.

Un matrimonio civile in villa, come voleva Mariella, lo sai bene! Perché mi fai domande stupide? ora Vittorio era fuori controllo. Comunque, domani Mariella viene da voi, la metterai al corrente di tutto. Tra una settimana, terminata la burocrazia, le passerai le consegne. Ti assicuro una buona liquidazione. Basta, è tutto, puoi andare, Vera.

Parlava con una certa superiorità, come a voler rimarcare chi comandava. E chi se ne importa se lei aveva trasformato quella casa di cultura da un rudere qualunque in un centro di eccellenza? Non era sua proprietaria: solo una dipendente.

Qui abbiamo standard molto alti per listruzione, la tua Mariella non mi sembra allaltezza disse Vera, smorzando presto il cipiglio: non aveva bisogno di altre rughe.

Lo so, che vuoi insinuare? Basta darmi del tu. Non mi hai mai voluto dare confidenza, se lo avessi fatto ora non saremmo qui a discutere! Mia moglie si è comprata un qualche diploma da qualche parte, ha fatto dei corsi, fidati, va tutto bene. Ora vuole realizzarsi. Nostro figlio ormai è grande, non serve più la mamma sempre presente, quindi Mariella ora esige anche una carriera presentabile.

Ah, certo! Vera sembrava divertita, anche se nella tasca, tra le dita, stringeva ancora più forte il piccolo sassolino, il suo talismano. Più la situazione la feriva, più scivolavano veloci i polpastrelli su quelle superfici, come un rosario. Vittorio, ma allora perché non le hai trovato qualcosa di più serio? Questo centro non è troppo piccolo per le sue ambizioni? Mandala pure a dirigere il Conservatorio di Milano, o che so, il Teatro alla Scala! Ma temo che lì il suo corso non basti

Basta così, Vera Antonella, sei libera. Ho detto tutto. Domani Mariella passerà da te verso le undici. Prepara tutto: carte, schede, documenti, insomma loccorrente per il passaggio di consegne.

Lui si voltò verso la finestra, scostando bruscamente la tenda. Fuori la notte era punteggiata di luci colorate. In cielo passava un aereo con la spia rossa. Si perse dietro una nube, Vittorio rimase a fissare il vuoto aspettando che ricomparisse, ma inutilmente.

Nello specchio vide Vera voltarsi, dirigersi alla porta con passaggi decisi. Bene, pensò, meglio così, poteva almeno evitare di gridare. Tanto, alla fine tutte le donne urlano, certe anche piangere. E questo Vittorio proprio non lo sopportava: quelle lacrime femminili lo agitavano, gli lasciavano una sgradevole scia di sudore lungo la schiena. Aveva quasi paura delle lacrime delle donne.

No, Vera non pianse. Non le riusciva più. Aveva esaurito le lacrime in gioventù, allindomani della morte della mamma, poi del papà. Quando, ricevuto il suo primo stipendio, aveva sperato di comprarsi degli stivali invernali, ma invece si era ritrovata derubata e abbandonata. Rimasta lì, sfinita sulla terra umida, coperta da un primo magro strato di neve, con il polso dolorante e il vestito sgualcito. Non ci riusciva ad alzarsi. Si trascinò, stringendo la mascella, fino alla panchina più vicina.

La gente le passava accanto scuotendo la testa: Quante barbone ormai! Vai a casa, vergogna!

Vera non pianse, fissava amareggiata il suolo, stringendo il suo sassolino nella mano buona: tutto il dolore finiva lì. Solo poco dopo sarebbe riuscita a rialzarsi.

Fu la compagna di stanza, Giulia, a riportarla a casa. Tornava dal teatro e la riconobbe a terra, rabbrividendo.

Vera, cosa è successo? Su, forza, sollevati!

Rientrarono a fatica. Per fortuna il braccio si rimise.

Gli stivali, Vera se li comprò più tardi, quando iniziò come segretaria alla casa di cultura, su raccomandazione di Giulia. La direttrice, Ornella Romano, donna imponente e coperta danelli, la osservò da sopra il bocchino:

Sai scrivere a macchina? Hai dimestichezza coi documenti?

Vera annuì.

La casa di cultura era su due piani, scale strette e corridoi lunghi, stanze minuscole dalle pareti scolorite, i tavoli quasi incastrati uno sullaltro, e sui muri fotografie e quadri di maestri andati. Sembrava fatta per dei folletti o per tempi di maggiore modestia.

Persino i ragazzi più grandi la trovavano bassa. Ma sempre interessante.

In due anni dal suo arrivo, il numero di corsi aumentò a dismisura grazie a lei. Vera convinse molte amiche a unirsi: chi sapeva dipingere, chi lavorare a maglia, chi fare pizzi. Persino una pianista e due fisarmonicisti.

Piazzarono un pesante pianoforte accanto allufficio della direttrice, e presto la sala venne invasa da bambine con fiocchetti neri e le loro mamme e nonne, a cantare, suonare e infastidire Ornella.

E che altro dovremmo fare? sospirava Vera. Almeno così i bambini non stanno per strada!

Ornella annuiva, complice.

Ne è passata di acqua sotto ai ponti. Ornella se nè andata con il suo collier, e il suo ritratto campeggia ancora allingresso ogni settimana Vera lascia un mazzo di fiori freschi.

A fianco al vecchio edificio della casa di cultura, con un gesto magnanimo di Vittorio Sementi, novello filantropo, era sorta una modernissima struttura di vetro e murales colorati, con ampie sale per danza e persino corsi di informatica. Vera lo aveva conosciuto in una riunione per la ripartizione del budget.

Dove corri? fece Vittorio, bloccandola solo per ammirarne le gambe snelle e la figura elegante.

A te forse non importa quanti fondi ti danno, ma per me è fondamentale rispose Vera con decisione.

Vittorio chiamava la casa di cultura una caritas, la derideva, ma alla fine i soldi li diede proprio a Vera.

Un inverno la invitò nella villa di campagna per rivedere i conti. Vera era restia, ma lui insistette.

Perché proprio la nostra casa di cultura, se la disprezzi tanto? chiese Vera, seria.

Ma davvero non ci arrivi? si irritò Vittorio. Per te, sciocca! rispose infine, prima di entrare in casa.

Li accolse Evelina in uno scialle di lana e gonna trapuntata.

Finalmente, Vitto! Che succede, non hai avvisato? Mi fai sempre stare in pensiero!

Niente, mamma! sbraitò Vittorio. Accogli lospite. Vera Romanelli, la direttrice della caritas dove ho cacciato un capitale!

Ma non capisco, hai speso tutto per questa bella signora? chiese Evelina sorridendo. Vieni, cara, fa freddo, entra! Di mio figlio non fidarti troppo, eh.

La donna capì tutto con uno sguardo. Non era una amante, non una delle tante.

Dopo cena, mentre Evelina parlava di ricordi e Vera aiutava a stendere il bucato in giardino, Vera si perse nei ricordi della madre anche lei stendeva le lenzuola nella corte, e da allora, il sassolino regalatole dal papà quel giorno di tanti anni prima, le era di consolazione nei momenti difficili.

Poi le due donne si sedettero, condivisero tè e biscotti, come piace fare nelle famiglie unite.

Ma quando la vedeva in città, in abiti eleganti, Evelina diventava tutta unaltra persona: dignitosa, orgogliosa, sorridente. Vera sorrideva a sua volta: così si sente la vera famiglia, pensava.

Quando scese la sera, Vera si infilò il cappotto e aiutò a finire le faccende. Ma Vittorio non comparve mai a cena, chiuso al telefono nei suoi affari.

La neve impedì a Vera di tornare e dovette fermarsi a dormire. La sistemarono in una stanzetta calda, con la coperta nel baule, pronta in caso di freddo.

Quella notte, Vittorio si presentò ubriaco in camera sua, travestendo le intenzioni da confidenza. Vera reagì decisa, lui finì dolorante in un angolo.

Era chiaro che da quel momento, i rapporti sarebbero cambiati. Vittorio comprò la casa di cultura, lo scopo era solo quello di avere tutto sotto controllo, Vera compresa.

Lei invece credeva davvero di essere solo la direttrice, senza rendersi conto di essere solo una pedina.

Invece, per Vittorio era una questione personale: lei lo aveva rifiutato, e questa ferita la portava sempre con sé, anche dopo che aveva incontrato Mariella, donna tutta curve e poca sostanza, che bevendo un caffè al rum, pensava già a come rinnovare la villa e non cucinava mai.

Vittorio, svegliati! Quella è uno squalo! cercò di avvertirlo Evelina il giorno del matrimonio.

Lasciami stare mamma, so io cosa devo fare! chiuse la porta sbattendo.

Vittorio chiamò Vera.

Scusa, non posso parlare. Sono allaeroporto con mio marito, devo salutarlo! urlò Vera nel microfono.

Vittorio abbassò il telefono. Un marito? Allaeroporto? Gli veniva da strapparsi i capelli dalla rabbia

Mariella si stabilì a Milano, mise al mondo una figlia che portava sempre con sé agli appuntamenti da buona madre.

Anche Vera divenne madre. Di un maschietto.

Vittorio fantasticava: se Vera fosse stata sua moglie? Ma lei era tutta dedita al suo centro e al figlio Nicolò, poco importava a lei se lui fosse felice o meno.

Ogni tanto Vera faceva visita a Evelina, e in quei momenti anche la suocera la sognava come nuora

Il giorno dopo, puntualissima, Mariella si presentò, esibendo la sua pelliccia e un sorrisetto.

Buongiorno! disse a Vera, notando con piacere che aveva gli occhi gonfi, come se avesse pianto.

Buon giorno, Mariella. Ecco tutto pronto Vera le mostrò i documenti.

Ma figurati se sto a leggere tutte ste carte! Quanti paganti abbiamo? E quanti sono convinti che mio marito faccia beneficenza? domandò Mariella, stappando una bottiglia dacqua.

Fa beneficenza, o no? si irrigidì Vera.

Non esageriamo! rise Mariella. Hai un figlio, si sa già: leva, poi magari un corso e via, alla fabbrica. Io invece penso in grande: una figlia, un marito che la adora, e io punto in alto! Risparmiamo anche per la vecchiaia.

I nostri sono contratti, non puoi cambiarli a tuo piacere! intervenne Vera.

Ma chi vuoi fermare tu? Dai, tanto mio marito ti ha già cacciata. Segui tuo marito, Sacha vero? E lascia stare il centro, che adesso lo trasformo: palestra fitness, abbonamenti, programmi. Fantastico!

Mariella si mise a fissarsi nello specchio e, senza nemmeno guardarla, licenziò Vera: Saresti anche rimasta, se solo Vittorio non ti sognasse la notte! Ciao, Vera!

Lei uscì a testa alta, pur mordendosi il labbro, passando per il vecchio corridoio, dove ancora aleggiava laroma di Ornella.

Bisognava comprare dei fiori, almeno per lultima volta E il concerto di venerdì? E ora chi si occupa dei ragazzi?

Vera non pianse, aveva sempre con sé il sassolino del papà. Anche ora lo strinse forte.

Perdere qualcosa di così importante fa male, ancora di più se lhai costruito con le tue mani, se sei costretta a lasciarlo per colpa delle ambizioni degli altri. Non è giusto.

Si fermò davanti al ritratto di Ornella. Prima sembrava distante, poi lo sguardo si intenerì.

Niente paura, Verina. Dopo ogni fine cè un inizio. Solo chi si arrende finisce per davvero. Finché sei viva, cammina avanti a testa alta. Lo sai che il tuo collier qui lo ammirano tutti? pareva sorridesse Ornella.

Vera si trovò in macchina con Sacha, il marito, che le asciugava le lacrime. Era una sensazione piacevole, dopo tutto, che qualcuno si preoccupasse di te.

Fa niente, va bene così! esclamò Vera. Ricomincio da capo, vero Sacha? Ho già ricevuto altre proposte.

Vero.

E farò vedere a Mariella di che pasta sono fatta, vero?

Certo.

E andrà tutto bene!

Certo!

Ma tu, non mi ami mica davvero!

Ecco, sì… ma dai, Vera, che dici mai! Andiamo al ristorante! rise Sacha.

E perché?

Il nostro Nicolò, quel monello, ha passato gli esami. Guarda qui, mi ha mandato il messaggio.

Sacha amava tutto ciò che era grande, persino la Jeep entrava a malapena nel cortile; il suo corpo lasciava a Vera uno spazio minimo nel letto, ma il suo cuore era grande abbastanza da accogliere tutto lamore del mondo.

Arrivarono al ristorante, incontrarono Nicolò, che finalmente era studente universitario.

Bravo, figliolo! disse Vera fieramente, abbracciandolo.

Ma tutto a posto? chiese lui, ma Vera non rispose, lo strinse più forte. Quando il mondo ti viene portato via e senti crollare tutto, non ti resta che aspettare che torni a splendere il sole

Andiamo! disse Sacha, col viso acceso dallemozione.

Dove? domandò Vera.

Devi venire, questa volta è importante.

Si fermarono davanti a un grande edificio rosa, ex scuola rimodernata, con colonne e busti di letterati allingresso, e violette nei giardini.

Dalla porta uscì Evelina.

Ma che cosè? sussurrò Vera.

È un regalo. Fra poco sarà il tuo compleanno, qui puoi ricominciare da capo. Ho già riunito il personale, lo sponsor è una vecchia conoscenza mia, puoi fidarti. Avanti, Vera, forza!

Niente inaugurazione ufficiale, nessun taglio di nastro Vera entrò, la circondarono volti noti. Non era sola, nessuno laveva tradita.

Siamo tutti con lei, come ai vecchi tempi! Anche i ragazzi stanno passando da noi. Meglio così, no? le sussurrò la prof di pianoforte, Nadia. Mariella ha già licenziato mezzo mondo, ormai il piano terra è un salone estetico!

Vera guardò Sacha. Tu lo sapevi?

Lui fece finta di niente. Era chiaro che mentiva, ma Sacha era grande e buono, incapace di mentire.

Anni dopo si rincontrarono con Vittorio al municipio per una premiazione. Lui trafficava con la cerniera della valigetta, borbottava.

Vera? Sei qui? Dicono che sei tornata in sella. Potevi restare nel tuo cantuccio, se solo mi avessi ascoltato

Vera non ascoltò più. Il suo viaggio era appena ricominciato, i suoi affetti le illuminavano la strada. E il sassolino ora pesava meno: con le persone giuste accanto, nessun crollo era definitivo. E ogni fine può essere un nuovo, coraggioso inizio, se solo hai la forza di andare avanti.

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