Perdonami, figlio mio.
Questo è il racconto di una famiglia che i vicini chiamano problematici, come si sente dire nei cortili antichi di Bologna. La madre, Anna Lombardi, cresce il figlio da sola: il marito ha abbandonato tutto quando il piccolo non aveva nemmeno un anno. Ora Alessandro, suo figlio, ha quattordici anni, lei ne ha trentaquattro, e fa la ragioniera in un piccolo ufficio comunale.
Da un anno la loro esistenza si è trasformata in una lunga notte inquieta, dove tutto si muove a scatti irreali. Fino alla quinta, Alessandro aveva ottimi voti. Poi, le insufficienze sono piovute come grandine a Ferragosto. Era solo un suo desiderio: che Alessandro finisse almeno le scuole medie, prendesse un diploma, un mestiere qualsiasi per un futuro meno grigio.
Le convocazioni a scuola sono divenute come orologi che segnano sempre la stessa ora triste. La professoressa di lettere, che pareva una Madonna severa uscita da un affresco di Giotto, le parlava davanti a una processione di insegnanti decisi a testimoniare le colpe e pigrizie di Alessandro. Anna usciva da quelle stanze con le spalle sempre più curve, svuotata di ogni energia buona. Alessandro ascoltava i rimproveri con occhi scuri e muti, sempre più lontani. Non studiava, non aiutava in casa.
Come ogni sera, rientra e trova la stanza ingombra di libri e vestiti come se dentro si fosse srotolato un piccolo carnevale malinconico nonostante la raccomandazione lasciata al mattino: Quando torni da scuola, sistema la stanza!
Mette il bollitore sul fuoco, ma lo fa con un gesto stanco, meccanico. Inizia a spolverare, e sfiorando la mensola, nota l’assenza dell’unica cosa preziosa: il vaso di cristallo, il regalo delle amiche per il suo compleanno, qualcosa che dalle loro parti si tramandava di madre in figlia come un piccolo miracolo casalingo. Non cè più. Sparito. Se lo sarà portato via? L’avrà venduto?
Pensieri neri la trascinano sempre più a fondo: recentemente aveva visto Alessandro con ragazzini inquietanti, con felpe nere e sguardi sfuggenti. Chi sono, Ale? aveva chiesto. Lui aveva bofonchiato qualcosa, lo sguardo duro come unombra al vespro: Non è affar tuo!
«Una compagnia sbagliata», le sibila il cervello, trasformando ogni rumore in presagio. E se anche lui fuma? O peggio? Sbatte giù per le scale in una corsa febbrile, trova solo strade deserte sotto la luna e una notte profonda che puzza di mistero.
Rientra a casa. Si sente colpevole, colpevole di tutto quanto. Non cè pace, soltanto rimpianti: è stata lei a trasformare la casa in una specie di monastero senza allegria, a svegliarlo ogni giorno con i suoi rimproveri, a rinfacciargli ogni sera la sua delusione. Che madre sono mai stata per te? le scuote dentro come il rintocco delle campane di Sant’Apollonia nei sogni dei vecchi. Piange a lungo, e poi si mette a riordinare scrollando ogni mobile come fosse colpa sua.
Passando dietro al frigorifero, trova una vecchia copia de Il Resto del Carlino. Ne tira un lembo. Un tintinnio di vetri: dentro la carta, i cocci della preziosa cristalleria Lha rotta. Ovvio. Non lha rubata né venduta lha nascosta, spaventato. Oh, che cretina, pensa lei, e questa volta le lacrime che escono sono leggere come pioggia daprile. Aveva paura di tornare a casa, tutto qui. Se la sua rabbia fosse stata fuoco, avrebbe bruciato chiunque! Si mette allora ai fornelli; prepara la tavola con cura insolita, stendendo le tovagliette e sistemando i piatti come se aspettasse ospiti donore.
Alessandro rientra quasi a mezzanotte, la chiave gira adagio, lui rimane sulla porta. Anna accorre: Alessandrino! Dove sei stato così tanto? Ti ho aspettato, stavo per disperarmi. Hai freddo? Gli stringe le mani gelate, gliele scalda tra le sue e lo bacia sulla guancia come nelle favole che si raccontano sotto i portici dinverno. Vai a lavarti, ho preparato il tuo piatto preferito. Lui senza capire va in bagno, tornato la trova in una sala che brilla di ordine raro e profumi dimenticati. Siede piano, sembra aver paura anche della sedia.
Mangia, tesoro, sente dire dalla voce materna, quella vera che aveva dimenticato. Abbozza un gesto, poi resta fermo, capo chino.
Che cè, amore?
Alessandro solleva la testa, la voce un filo sospeso fra sogno e veglia:
Ho rotto il vaso.
Lo so, figlio mio, mormora Anna. Non ha importanza. Tutto, prima o poi, si rompe.
Le lacrime gli precipitano dagli occhi, calde e improvvise; lei lo abbraccia e piange con lui, piano, insieme. Quando Alessandrino ritrova il respiro, Anna gli sussurra:
Perdonami, se ti urlo addosso, se mi arrabbio. È dura per me, lo sai? So che non hai le scarpe firmate come gli altri, nemmeno una felpa nuova. Lavoro tanto, a volte porto i conti a casa. Ma tu, perdonami, non ti sgriderò più.
Cenarono in silenzio, poi ognuno andò nel suo letto, cullati da un silenzio che sembrava azzurro e vasto come la pianura bolognese di notte. Al mattino lui si svegliò solo, senza chiamata; davanti al portone, invece del solito: Guarda che ti tengo docchio!, lei gli diede un bacio sulla guancia: A stasera, amore!
Quella sera, tornando, Anna trovò la casa pulita e in cucina il profumo di patatine fritte: aveva cucinato lui. Da quel giorno si vietò perfino di discutere di scuola o di voti. Se lei tremava al solo pensiero di entrare in quella scuola, quanto doveva temerla lui?
Quando Alessandro le disse che sarebbe andato al liceo, non mostrò i dubbi. Un giorno sbirciò di nascosto il suo diario: nessun voto rosso.
Ma il momento più intenso fu una sera, dopo cena, quando Anna mise in ordine le fatture: Alessandro le si sedette accanto, Ti aiuto io, mamma, disse. Mentre sommavano cifre, sentì che la sua testa si appoggiava sulla sua spalla, come faceva da piccolo prima di addormentarsi nel tepore della cucina. Rimase immobile, sapendo che, almeno in quel sogno denso come miele, aveva ritrovato il suo bambino.





