Valentina stava andando di fretta verso il lavoro, quando una nebbia color lavanda avvolse il portone di casa sua e allimprovviso ricordò di aver dimenticato il cellulare sul comodino. Tornò indietro rapida, entrò nel vecchio ascensore del palazzo di via Etruria, ma appena raggiunto lottavo piano la cabina si bloccò, cigolando come una vecchia fisarmonica. Valentina si sentiva sospesa, come in una bolla di tempo, e aspettò che qualcuno la liberasse.
Fu allora che, attraverso le pareti sottili dalluminio, iniziò a sentire le voci. Era suo marito, Gregorio, che parlava piano con una donna dal profumo di gelsomino.
Amore mio Lucia, sussurrava Gregorio. Non vedo lora di rivederti ancora, quando saremo finalmente insieme.
Stasera, rispose lei con la voce vellutata. Dopo le dieci, aspetto te nella mia cucina blu.
E tuo marito? Stasera di nuovo in turno di notte?
Sì, tutta la settimana sparirà dopo le nove e mezza e non tornerà prima dellalba. Ma attento, potrebbe tornare prima. Dobbiamo fare in fretta.
Gregorio tamburellava nervoso sulle porte dellascensore: Perché non funziona questo affare? Che traffico di ascensore!
Le loro voci si attardarono come gabbiani, mentre discutevano di piccoli segreti. Gregorio ringraziava Lucia per la felicità nascosta in angoli di giornate rubate, il cuore chiuso nelle tasche dei cappotti, parole dolci come cannoli.
Valentina dapprima pensava di sognare. Quante voci si rincorrono nei corridoi, rifletteva. Ma quando Lucia disse: Gregorio…, e più tardi fece il nome di Valentina, capì che la tradiva con la vicina del quarantesimo appartamento, proprio lì sullottavo piano. Un sussurro di amarezza si diffuse nella cabina.
Ah, quindi è così! si ripeteva Valentina nello specchio appannato. Vive comodo tu, eh Gregorio? Ora so dove voli la sera per prendere una boccata daria. Altro che aria, è profumo di gelsomino! Questa passeggiata te la ricorderai per tutta la vita…
Arrivarono i tecnici con le chiavi argentate e, come in un lampo, Valentina fu libera. Un piano pervase la sua mente come la rugiada che filtra alla finestra al mattino.
Quella sera, poco prima delle dieci, Gregorio indossò il suo miglior soprabito e cercò la scusa di sempre.
Vale, esco unoretta a prendere un po daria.
Ma piove, Gregorio! rispose Valentina.
Piove? Prenderò lombrello. Devo camminare, capisci per il cuore, e agitò il bastone da passeggio come uno scettro.
Meglio il balcone allora.
Il balcone è piccolo, servono passi veri. Torno tra unora, promesso.
Gregorio però tornò subito, incespicando sulle scale sotto la pioggia sottile. Suonò alla porta; Valentina aprì ma solo con la catena.
E lombrello? Dove il cappotto? Perché sei scalzo?
Mi hanno fermato dei ragazzi, mi hanno portato via tutto. Che sfortuna
Le tue cose sono vicino al cassonetto, disse Valentina senza muovere un muscolo, Saluta Lucia da parte mia.
Quale Lucia?
Quella dellottavo piano, la Regina del gelsomino.
Senza una parola Gregorio raggiunse il corridoio. Rimise i vestiti dalla valigia e, come unombra, uscì dal portone.
Scoprì allora che il suo telefono era rimasto a casa dellamante. Decise di tornare a chiedere il telefono a Valentina, ma lascensore magico lo risucchiò ancora: blackout in tutto il palazzo, luci che tremolavano come candele in tempesta.
Questa volta rimase intrappolato proprio allottavo piano, come Valentina poche ore prima.
La mattina, quando tornarono la luce e la ragione, Valentina era già a lavoro, le chiavi della casa erano rimaste nel sogno di quella notte.
Gregorio, sconfitto e traballante, decise di scendere a piedi. Fu allora che incontrò Lucia, anche lei con una valigia rossa in mano, che aspettava lascensore come se aspettasse il destino.
Hai il mio telefono? chiese sottovoce Gregorio.
Sì, e anche le tue cose, mormorò Lucia, tremante.
Salirono insieme sullascensore che profumava ancora di sogno e di pioggia. Ma alluscita, i taxi come pesci volanti li portarono ognuno in una direzione diversa, lasciando il quartiere romano sveglio e pensieroso sotto la luna doro.


