Si può, ti aspetto?
Il cammino verso la felicità di Giovanni Giovannini e non solo il suo passava sempre attraverso il suo stomaco, martoriato dalla gastrite.
Tutti i giorni, Giovanni Giovannini dirigeva le cose nel suo minuscolo, soffocante ufficio, inadatto a contenere un uomo così corpulento. Ogni mattina si infilava una giacca di lana scura, una camicia candida sempre appena stirata e chi, se non la lavanderia sotto casa a Trastevere, poteva occuparsene? Giovanni era solo. Ogni santo giorno, quindi, guidava, sudava sotto la giacca, sistemava la cintura che gli segava la pancia, tirava il nodo della cravatta, sbuffava, picchiava il tavolo col pugno, sincendiava di rossore, si accarezzava il mento, tormentava una barba immaginaria, firmava scartoffie, telefonava, brontolava al ricevitore, ascoltava, ribatteva, e poi, ingoiando saliva, si piazzava sul tappeto davanti ai “capi” e, di conseguenza, finiva sempre dolorante allaltezza della pancia.
Per riprendersi almeno un po, ogni sei mesi Giovanni si sistemava in ospedale, alla “Santa Annunziata”, per una specie di tagliando, sorbiva intrugli color giallo-topazio, poi ingoiava il sondino affinché i camici bianchi ridessero tra loro e potessero vantarsi di conoscere a memoria la sua mucosa. Poi di nuovo medicine, smorfie, mugugni e sospiri. Steso in corsia, Giovanni seguiva una dieta ferrea e, la sera, col bicchiere di tè in mano, discuteva con gli amici venuti a trovarlo: della vita, dellordine delluniverso, strizzava locchio alle infermiere carine, che arrossivano e voltavano via la testa, respingendo con imbarazzo le tavolette di cioccolato che lui porgeva con nonchalance.
Ma dai, prendete! Non vi piace il dolce? si indignava Giovanni. Non c’è malizia, è che mi piace coccolare le signore.
Le infermiere, vinte dallinsistenza, prendevano infine il cioccolato, e la sera si riunivano nella saletta, sorseggiando tè, parlavano damore e di lui, del povero solitario Giovanni, augurandosi sempre che la vita gli regalasse un sorriso.
Tra queste poche distrazioni, Giovanni si beccava regolarmente litigi con la dottoressa, Nina Tommasini, che puntualmente lo sorprendeva sul terrazzino per una sigaretta.
Ancora qui? Quante volte ho detto che non si fuma qui dentro! minacciava, guardandolo dal basso coi suoi occhi verde-grigi. Domattina chiedo immediatamente le dimissioni. Basta! Finisce qui, capito?
Va bene, dottoressa. Ma anche lei, lho vista, fuma! sbottava Giovanni, Io almeno avrei la decenza di uscire, ma piove! Ha visto che pioggia? Vuole che mi prenda lacqua addosso?
E così, dopo un paio di lunghe boccate, lanciava il mozzicone nella scatola di pelati sul davanzale, piena di resti: un oggetto che pareva lì per caso. Poi si avvolgeva nellenorme accappatoio rosso (regalo della sorella, Zina) e spariva, orgoglioso e goffo, lasciando la dottoressa piccola come un folletto.
Nina Tommasini non cedeva dun passo per farlo passare, così Giovanni si infilava di lato e, per un istante, coglieva quel profumo di pulito, di detersivo aggressivo per camici, e unacqua di colonia leggera e floreale.
Non siamo certo in un Grand Hotel qui, signor Giovannini! sbuffava Nina, minuscola davanti a quel gigante. Domani fuori, chiaro?
E si domandava, in cuor suo, da dove fosse venuta tanta rabbia per quelluomo. Prima di lui aveva pensieri torbidi, stanchi; ora invece cera anche lui: Giovanni Giovannini.
Su, forza, lasciami passare! Ho delle terapie! Ti prego, fammi andare, grande strega! brontolava lui, a volte pestandole per sbaglio il piede dentro la pantofola celeste. Scusi
Nulla. Presto finisco le terapie, anche per lei! sibilava tra i denti lei e, girando sui tacchi, spariva. Poi, quando il reparto si acquietava nellattesa per il budino serale, anche Nina, a sua volta, si rifugiava là fuori sul balcone umido. Avrebbe potuto scendere, ma sotto cera davvero una pioggia romana torrenziale…
Devo cambiare aria, ricominciare da capo sospirava fuma fumando nella nebbia. Che credete, non ci riesco? Bugia, posso farcela. Sarò felice, alla faccia loro!.. mugugnava ai medici sul poster davanti, tutti in cuffietta di tela, sembravano cuochi. Si sedeva sullo sgabello arrugginito, apparentemente scaraventato fin lì da un demone del sottoscala, e ripassava nella mente tutti i suoi pazienti: la signora Egidia, il povero volpino Volpi, pure lui mal ridotto E Niki, sempre in pronto soccorso.
Nina decideva di restare un anno ancora. O due. Fino allultimo paziente. O finché Gianna la sorella non fosse tornata. E i pazienti non finivano mai; venivano, si dimettevano, la salutavano per strada, la ringraziavano, o al contrario tiravano dritto, col capo basso. Più spesso erano i famigliari, che avevano sperato nel miracolo, ma invano.
Nina non serbava rancore. Era abituata; non era una caramella, Ninetta, per essere amata da tutti. Nondimeno, le dispiaceva…
Fumata lultima sigaretta e sistemata la pettinatura capelli cortissimi, biondo-cenere, con una punta più lunga da un lato, unassimmetria da artista Nina rientrava nel corridoio, si specchiava nel piccolo specchio in una cornice di ferro, piazzato lì perché le infermiere potessero, ovviamente, ritoccare il trucco con la scusa dei pazienti. Scrutava i lineamenti sottili, gli occhi espressivi, le zigomi belli Valorizzava la femminilità o la faceva sembrare un ragazzino? Spesso indossava camicie di flanella a quadri, jeans, chiodo in pelle, sneakers, e immancabile berrettino nero a maglia fina.
Comprati un cappellino nuovo; ne fanno di bellissimi! diceva la signora Tania Bevilacqua, la guardarobiera, buona come una nonna delle fiabe Altrimenti sembri una della banda Bassotti!
No, zia Tania. Quello era di Gianna, ribatteva secca e ripiegava il berretto nella giacca.
Ma così non si asciuga! Mettilo sul ripiano la signora Tania lo stendeva con amore e tornava ai suoi cruciverba, ce ne aveva una scatola piena, per settimane intere…
…Finito il turno, Nina si rimetteva il berretto, chiudeva la giacca con il vecchio gesto ormai automatico.
Nina, vuoi un passaggio? domandava, ancora una volta, il dottor Denis Pavani, palese Casanova del luogo, sfiorandole le spalle.
Piantala, Pavani, vado da sola. Lì ti aspetta la nuova di radiologia, portala tu. Ciao Oleg, a domani! Faceva un cenno e, zainetto in spalla, usciva di corsa verso la fermata.
Doveva assolutamente rincasare prima delle dieci. Aveva cambiato la serratura, Gianna non aveva più la chiave, si sarebbe seduta fuori ad aspettare, offesa, e sarebbe sparita di nuovo, e Nina non avrebbe mai saputo che Gianna era passata da casa loro. Non lavrebbe mai saputo
Nina corse, infilò le bretelle dello zaino, affondò in una pozzanghera, le sneakers e i calzini fradici, i piedi gelati.
Mannaggia imprecò tra sé, guardando il bus che scompariva in fondo alla via. Si avviò a piedi, infilò in tasca la tessera ATAC nel portafoglio verde mela con un gatto buffo, regalo di Gianna. Glielo aveva comprato per la Festa della Donna, in edicola, avvolto in carta colorata, col fiocco. Tenerissimo ricordo…
Ancora da solo, Denis? sorrideva ironica la signora Tania. Vedi che Nina non te la porti a casa, trovati qualcuna di più semplice da gestire.
Sempre a ficcare il naso nelle mie cose, eh? borbottava Denis. E se fossi innamorato sul serio? Eh? E comunque
Cercava di infilarsi la manica della giacca, ma la dannata spalla gli rimaneva bloccata dalla nevralgia.
Accidenti! sbottò nello stesso momento in cui Nina perdeva il bus. Tutti impiccioni!
Non urlare. Sei nuovo, ma Nina è qui da una vita. Da quando cera Gianna con lei. Voi uomini non la capite, Nina nostra! Dai, Denis, su la manica. Ecco! Sistemava il bavero, batteva sulle spalle. Vai va, notte. Sempre senza vita privata!
Denis ci provava, magari avrebbe beccato Nina alla fermata Macché, troppo tardi. Meglio puntare Galla
La signora Tania, diversamente dai colleghi, non aveva fretta di tornare. Poi, in saletta del personale, si ritrovava con Tamara e Livia, di turno. Lacqua del bollitore cantava, i termos di tè e gli avanzi della cena, qualche sbadiglio, occhiate allorologio.
Buon appetito, ragazze! un saluto e, senza pausa, la signora Tania riprendeva il discorso. Eh, Denis gira intorno a Nina finché non rovina la giacca. Si è pure rasato perché a lei non piacciono i barbuti: ora sembra un ragazzetto! Pure una tavoletta di cioccolata le ha regalato, ma niente da fare, troppo orgogliosa. Sarebbero proprio stati una bella coppia…
Livia, chiuso il suo contenitore, mise le tazze in tavola, pensò che tanto Nina, barbuti o no, erano tutti uguali per lei. Non viveva più, aspettava e basta. Se non trafficava con i pazienti o le carte, controllava il telefono e chiamava chissà chi, forse casa, si rabbuiava, fumava, discuteva Con chi, già? Ah, con Giovannini Proprio bravo quello, sempre a civettare con le giovani da par suo, si comporta a casa propria solo perché paga la stanza privata. E stressa Nina. Poi cè il mistero della sorella, la povera Gianna
Io dico che lui viene qui per Nina, sentenziò Tamara, stringendo la tazza bollente.
Ma dai! scartò lidea la signora Tania.
Io sento queste cose sussurrò Tamara, la testa che le scoppia per il mal di testa.
Eh, Nina è bella, intelligente, un medico capace, che non ci si innamori Ma lei, niente, non si lascia andare. Dovrebbe lasciar stare, cambiare aria, non aspettare più. Come mia nonna, che in guerra aspettava il marito scomparso: non un luogo, una tomba Tutta la vita a aspettare, poteva amare di nuovo. Ma Gianna, Gianna ha tagliato il passo a tutte.
Un colpo di tosse dal corridoio, il silenzio. Tamara si sporge, nessuno. Chiude la porta.
E la sorella? Io stavo in maternità, non so bene
Eh, Nina è venuta qui con Gianna, quando sono morti i genitori. Gianna aveva almeno dieci anni di meno. Arrivate, Nina si è sistemata allospedale, hanno trovato casa, Gianna veniva spesso. Strana ragazza, nervosa Vi ricordate? chiese la signora Tania, rollando il formaggio sulla lingua.
Le infermiere annuirono. Gianna, la copia della sorella, però coi capelli viola e il piercing al naso, difficile da dimenticare!
Poi tu, Tamara, sei andata in maternità. E Gianna, anziché iscriversi alluniversità, è sparita. Capitava già che fuggisse; Nina la cercava ovunque, dal quartiere Testaccio alla stazione Termini. Un giorno la trovò la polizia, la riconobbe uno che si era curato qui. Non denunciarono, ma cera qualcosa di grave. Andò pure dallo psicologo; dissero quasi che finisse in manicomio e lei rideva Poi, un giorno, dissolta. Cercata in tutta Roma, volantini, telefonate, nulla. Da allora, Nina si è fermata con la vita.
Certi figli sono così Pensa a sé stesso, la famiglia è nulla. Anche da mio vicino, il figlio spariva sempre. Da piccolo in giro coi ladruncoli, ora chissà dovè, a volte telefona per chiedere soldi, sarà lui? Boh, li mandano comunque Nina dovrebbe andarsene.
Appunto! Non ci riesce, però. Ha cambiato la serratura, ora Gianna non può entrare, e lei ogni sera corre a casa come una pazza per non perderla. Avrebbe potuto vivere vicino allospedale, riniziare magari lontano, ma non riesce
Silenzio, le carte delle caramelle frusciano ancora.
Se può, si sente responsabile della sorella, davanti ai genitori. Povera dice Tamara, ancora un colpo di tosse nel corridoio. Una porta si sbatte. Tacquero tutte.
Giovanni Giovannini si stese sul letto, le mani dietro la testa, fissando il soffitto.
È come spillare una farfalla con un ago. Lei dovrebbe volare, giovane comè, vedere il mondo, invece sincatena. Unanima ferma pensava.
Gli tornò alla mente lo sguardo di Nina, il taglio corto e aggressivo dei capelli, la figura minuta da adolescente, le ginocchia che facevano capolino sotto i jeans stretti, le mani fredde sullo stomaco Giovanni la studiò in ogni dettaglio. Fascino? No, era altro; voleva proteggerla, salvarla, senza sapere da cosa.
Troppo fumo, davvero troppo! concluse.
Giovanni non dormì quasi tutta la notte, si rigirò a lungo. Si vergognava di come laveva trattata sul balcone, dei suoi rimproveri, del suo atteggiarsi arrogante. Male. Tutto molto male.
Eppure era abituato così. Essere in cima, offrire cioccolata, pretendere rispetto.
Ma anche, pensava, con i privati bisogna mantenere la distanza: lui era una specie di elite, e Nina sempre a premere la pancia con quelle mani gelide.
Si alzò, cercò le ciabatte con i piedi lunghi e magri, si infilò in corridoio.
Qualcuno ansimava nella stanza accanto. Giovanni ascoltò, poi socchiuse la porta: nulla si vedeva tranne buio e un odore stantio.
Disturbo posso? O meglio di no? farfugliò.
Entrò comunque, qualcuno gemeva forte. Forse serviva aiuto.
Serve un dottore? Accendo la luce Apro la finestra? mormorò incerto.
Di solito, nella vita, erano sempre gli altri a prendersi cura di lui: il cuscino, il tè, la coperta, la giacca, il taxi.
Dopo la morte dei genitori aveva dimenticato cosa significasse aver cura di qualcuno. Persino con le donne che passavano per casa: sempre il padrone, le altre al servizio
Prese il bicchiere, vuoto. Uscì, riempì dacqua, tornò. Il vecchio si era messo seduto, disfatto.
Ecco. Vuole il medico? Si lamenta forte
No, meglio lasciar dormire le infermiere. Basta Ma grazie. Se ne vada pure. Mi scusi. Lo stomaco, sa, un tormento. Quante ne ho fatte da giovane! Era bello essere giovani… Sorrise, mesto.
Tutti a quelletà se la godono, replicò Giovanni, pensieroso, e ripensò agli anni Novanta a Roma, alle strade di notte. Un brivido lo attraversò. Apro, cè unaria pesante qui.
Faccia pure. Ma non è vero che tutti la spassano. Non sempre
Gemiti, il vecchio si piega su sé stesso, sembra un bambino nel grembo. Questa sofferenza, Giovanni non laveva mai sentita.
Chiamo qualcuno. Non si può sentire tanto dolore. Giovanni si lanciò verso il corridoio.
Stanza privata rise il vecchio. Mio figlio mi ha messo qui per non disturbare gli altri. Ha raschiato euro, mi ha lasciato solo. Vivrai da re, papà, disse Michele, Torno tra due settimane quando ti dimettono. Aspetto che torni.
Ingrato, quel tuo Michele! sussurrò Giovanni, come dicendo a sé stesso. Perché anche lui era stato così, una volta.
Lasciamo stare. Ai giovani la vita, a noi il riposo. Non si può sorreggere sempre gli altri. Bisogna anche vivere per sé. Tu lo hai fatto? Bravo, hai fatto bene, sorrise il vecchio. Ma Nina? Non è rimasta? Corre a casa, aspetta Gianna… Povera ragazza…
Lasciamo perdere. Ora chiamo qualcuno per te. temeva che il vecchio morisse lì, davanti ai suoi occhi. Che paura!
Cercò in corridoio, trovò Tamara, linfermiera, addormentata sulla panca.
Cosa cè, che succede? sussultò al tocco di Giovanni.
Il mio vicino di stanza, sta male
Grazie. Rientri, ora ci penso! e corse via nel buio.
Anche il medico arrivò di corsa. Giovanni non riuscì a capire nulla…
Restò solo, guardò Roma dalle finestre: mille luci e nebbia. Un senso di vuoto angosciante. Avrebbe voluto un tè caldo e una focaccia dolce alla cannella. La nonna, dopotutto, lo coccolava sempre così da bambino, sul tavolino della microcucina, Piccolo mio, fame? Con tutta questa astronomia che fate! E ora… gli portava panino caldo e la grande tazza col cavallo. Se le meritava, allora: studiava le stelle, ci voleva energia, diceva la nonna.
Desiderava tornare lì, in quella cucina dal tavolo appiccicoso, il vaso di ciclamini, i mestoli appesi e la stampa della barca bianca su mare turchese. La nonna adorava quella barca stampata
Giovanni si addormentò solo allalba. Dormì male. Dal muro venivano rumori soffocati.
La mattina, pulivano già la stanza del vicino.
E il mio vicino? Quel signore di ieri notte? domandò Giovanni a Tamara, stanca. Lei solo scrollò le spalle. Giovanni intuì e un brivido gli salì lungo la schiena. Era successo lì, nella notte. E lui, Giovanni, era lultimo con cui il vecchio aveva parlato… Brutto non fare in tempo. E il biglietto della vita è sempre solo andata, seppur in vagoni diversi…
Stava tornando nella sua stanza, quando si scontrò con Nina Tommasini.
Lei, piccina come una statuina, lo salutò piangendo, stringendosi nelle braccia.
Dovevo passare a salutarlo, ieri. Invece avevo fretta Dovevo essere a casa prima delle dieci, capisce? Avrei dovuto… A volte chi aspetta, ci resta solo
Singhiozzava, minuscola, i capelli corti spettinati come una ragazzina. Giovanni sentì il cuore stringersi; avrebbe voluto abbracciarla, tenerla stretta, accarezzarla, dirle parole buone. Offrirle un tè e una brioche calda.
Non era arrabbiato. Ha detto che devi vivere la tua vita… disse piano Giovanni, allungando una mano, ma si fermò.
Nina alzò gli occhi enormi su di lui, gli sbavava il mascara. Poi si girò di colpo, spingendo via Pavani che faceva la guardia, e scappò fuori. Cercò le sigarette, uscì allaria, inspirò, ma non trovava laccendino. E imprecò.
Fu allora che una mano le porse un fiammifero.
Giovanni.
Era lì, con lo sguardo burbero, pronto a prendersi una sgridata ma non si mosse.
Nina accese, tirò una boccata, il viso scavato. Infine, sbottò:
Non puoi stare qui! In corsia! Lho detto cento volte: questo balcone è per il personale! Cosa dobbiamo fare, mettere le grate?
Non ti sto toccando. Ho solo acceso il fuoco. E posso stare qui, ribatté Giovanni, calmo.
Ah sì? E con quale diritto?
Il vostro regolamento, firmato dallavvocato: è vietato solo dove sono i cartelli. E qui, non ce ne sono. Quindi, lasciami lo spazio anchio.
La spinse dolcemente col gomito, si appoggiò alla ringhiera, aprì laccappatoio. Sotto, il pigiama a righe.
Guarda, ha nevicato! Come ha fatto a fare così in fretta? Che bello Quel pupazzo in fondo alla panchina sembra quasi vero… borbottava Giovanni, per distrarre la dottoressa, e Nina lo ascoltava, lo scrutava dal basso allinsù. La sigaretta si spense.
Lo conoscevo da quando da quando Gianna se nè andata. Nicola Andreotti era in pensione, suonava il violino al parco. sussurrò lei.
Il violino? Quel vecchio? si stupì Giovanni, e le offrì la sua sigaretta, lei rifiutò.
Sì, incredibile, vero? Sempre su quella panchina, con cappotto e cappello ci teneva! Quella era la sua firma
E una sciarpa rossa? O era più da sax, che da violino
Sciarpa, certo, di lana grezza, pizzicava. A Gianna sarebbe piaciuta Ora se nè andato anche lui. Ora resto io.
Stava per aggiungere altro, ma Pavani irruppe, chiamando Nina: era tempo di giro visite.
Paziente fuori luogo! sussultò Denis, ma Ninetta lo trascinò via, lasciando Giovanni solo sul balcone di fronte al pupazzo che si scioglieva. Si accasciava, si liquefaceva pian piano.
Poi qualcuno chiuse a chiave la porta-finestra, e Giovanni, col suo accappatoio rosso e il pigiama, rimase dallaltra parte.
Fino a che qualcuno lo cercassePer lunghi minuti nessuno sembrò accorgersi di quelluomo enorme, scalzo sullasfalto del terrazzino, con la neve che cominciava a mischiare la pioggia. Giovanni strinse il pugno, batté piano sulla ringhiera ghiacciata, e si lasciò andare a un sorriso malinconico.
La città laggiù si svegliava piena di promesse e errori, ma per un attimo tutto parve fermo: il pupazzo mezzo sciolto, la sciarpa rubina dimenticata su una panchina, il rumore dei passi e un profumo lieve di talco e colonia.
Dietro il vetro opaco, Nina tornò per un istante, unombra sottile sullo stipite che lo guardava forse indecisa se aprire, o se finalmente lasciare fuori quel gigante invadente.
Giovanni sollevò la mano in un saluto, poi si appoggiò stanco al muro. Per la prima volta, lasciò che il peso della solitudine cadesse a terra con la neve. Il cuore si sentiva quasi vuoto, ma anche più leggero, come liberato.
Dal fondo del corridoio arrivava il suono di un violino tremolante, le note incerte di chi ci prova dopo anni: forse Tamara, forse Nina, forse il mondo intero ricominciava a imparare la sua melodia. Si sentiva il chiacchiericcio delle infermiere, un tintinnio di tazze: la vita che riprendeva, anche senza chi si è perso per strada.
Giovanni sorrise ancora, colpito di colpo da una nuova fame non solo allo stomaco, ma fame di vedere, di esserci, di trovare un posto accanto agli altri. Pensò alla nonna, alla cucina tiepida, al pane e alle stelle. Pensò a Nina, che forse, domani, avrebbe chiuso un po meno forte la porta, o avrebbe lasciato il fiammifero sul davanzale, in segno di pace.
In quel momento lo comprese: si può aspettare per sempre qualcosa che non tornerà, o si può restare, finalmente, e guardare oltre il proprio dolore. E mentre fuori il pupazzo scompariva tra pioggia e luce, Giovanni, finalmente, sentì che poteva restare. Anche solo, ma presente, come una piccola promessa dinverno a chi, un giorno, vorrà aprire.




