Non il suo copione

Non era il suo copione

Hai visto? Ha mandato linvito. Di carta, in busta, con caratteri dorati. Come se fosse un grande evento mondano, e non… Giulia non finì la frase. Appoggiò la busta sul tavolo tra due tazze e si avvicinò alla finestra.

Paola guardava la busta. Spessa, color panna, i contorni decorati. Dentro, lo sapeva ancora prima di aprirla, ci sarebbe stato qualcosa tipo con gioia annunciamo, seguiti dalla data, lindirizzo di un ristorante fuori città e i nomi. Il suo e il suo. Andrea Vittorio Sarti e… Chiara? Paola non ricordava il cognome. Né desiderava saperlo.

Aprila, disse Giulia dalla finestra. Oppure buttala. Non cè una terza via.

Paola prese la busta, lasciandola scorrere tra le dita. La carta era pregiata, almeno centoventi grammi, se non di più. Andrea ha sempre amato le cose costose, pensò. E ci teneva che si vedesse.

Perché lha fatto? disse lei. Non chiese, constatò: la domanda era retorica e la risposta la conosceva già.

Perché è uno stupido, rispose Giulia lo stesso.

No. Perché vuole che mi senta piccola. Che capisca che, insomma, lui va avanti, ha una vita nuova, una sposa giovane, una festa. E io posso venire a vedere. Se ci riesco.

Giulia si girò. Era amica di Paola da più di ventanni, da quando lavoravano entrambe nello stesso editore, giovani, rumorose, piene di speranze. Sapeva ascoltare e sapeva tacere.

Cosa pensi di fare?

Paola rimise la busta sul tavolo e seguì con il dito i decori dorati.

Ancora non lo so.

Ed era vero. Tre mesi prima avrebbe detto non ci vado e sarebbe scoppiata a piangere, mentre Giulia le sarebbe stata accanto, accarezzandole la mano. Ma ormai era passato più di un anno e mezzo da quella mattina in cui Andrea, durante la colazione, calmo tra un sorso di caffè e laltro, le aveva comunicato che se ne andava. Aveva conosciuto unaltra donna. Nessuna motivazione personale, semplicemente era successo. Come se avesse cambiato offerta telefonica.

Un anno e mezzo. In quel tempo Paola aveva attraversato fasi difficili, nessuna delle quali meritava nomi dolci. Un periodo in cui non mangiava quasi nulla, poi uno in cui mangiava troppo e si guardava allo specchio con lo stesso sguardo di chi trova in tasca una mela vecchia e ammaccata. Un tempo in cui ordinava ogni cosa nella mente, cercava logiche, si domandava dove avesse sbagliato, se avrebbe potuto evitarlo. Poi, smise di cercare risposte.

Un giorno incontrò Costantino.

Giulia, disse Paola. Penso che ci andrò.

Dove? Al matrimonio?

Sì.

Giulia esitò.

Con chi?

Per la prima volta Paola sorrise. Non un grande sorriso, ma qualcosa che rese Giulia pensierosa.

Ed è questa la parte interessante, replicò Paola.

Paola aveva conosciuto Costantino un anno dopo la rottura con Andrea. Non online, né tramite app, né amici in comune. Laveva incontrato in fila dal notaio, dovera andata a sistemare la quota di casa comprata con Andrea, ai tempi felici. Andrea le aveva lasciato la quota in cambio del suo arrendersi alla villa fuori città. Paola aveva accettato: di quei ricordi non aveva più bisogno.

Cerano sei persone in attesa dal notaio. Costantino era seduto di fronte a lei, sfogliava qualcosa sul telefono, poi alzò gli occhi e chiese:

Da tanto che aspetta?

Unora scarsa, rispose lei.

Allora ci vuole ancora una quarantina di minuti.

Da che lo deduce?

È la terza volta che vengo qui in una settimana. Conosco i loro ritmi.

Paola lo osservò meglio. Sui cinquantasette anni, forse di più. Spalle larghe ma non pesanti, volto segnato più dallimpegno che dalla pigrizia. Capelli brizzolati, taglio ordinato, giacca elegante ma sobria. Uno che non deve dimostrare nulla.

Parlarono per quei quaranta minuti, cosa inattesa per Paola. Ormai con gli sconosciuti era cauta, pesava ogni parola, si aspettava sempre il peggio. Con Costantino no. Era naturale.

Costantino si occupava di ciò che lui stesso definiva ristrutturazione di aziende. Comprava società in difficoltà, rimetteva a posto le cose, le rivendeva o le manteneva nel suo portafoglio. Ne parlava senza vanto, come di un mestiere che gli piaceva. Paola gli chiese se era un lavoro difficile. Lui rispose che non era più difficile di qualunque altra cosa fatta con attenzione.

E lei di cosa si occupa? domandò.

Sono editor. In una piccola casa editrice. Letteratura per ragazzi.

Un bel lavoro.

Come fa a dirlo?

Perché i bambini sono lettori sinceri. Non puoi vendere loro qualcosa che non gli piace.

Paola fu daccordo.

Uscirono insieme dal notaio in una mattina dottobre, le foglie giallo oro ma ancora sugli alberi, quellaria autunnale che invita a camminare e pensare. Costantino propose un caffè. Paola stava per rifiutare da un po aveva preso a negarsi tutto ciò che poteva far bene, perché il bene a lungo andare delude ma poi disse sì.

Sedettero in un bar piccolo sui Navigli, davanti a due caffè. Paola trovò strano, non spiacevole, solo strano, potersi sentire così a proprio agio.

Si rividero ancora, poi ancora. A dicembre gli incontri divennero regolari. Paola non li chiamava più coincidenze.

Giulia osservava tutto questo con approvazione muta, insolita per lei.

È normale? chiese una volta Giulia.

È normale, rispose Paola.

È molto, disse Giulia.

E davvero lo era. Dopo Andrea, il termine normale aveva per Paola un sapore nuovo. Andrea era affascinante, intelligente, abile a impressionare, generoso nei gesti plateali, ma normale non lo era mai stato. Una persona normale non lascia una compagna durante la colazione. Una persona normale non invia un invito di nozze allex moglie con lintenzione chiara di ferirla.

Paola aveva vissuto con Andrea per diciotto anni. Mai sposati ufficialmente: lui aveva sempre rimandato, dicendo a che servono le carte, siamo già insieme. Ora il motivo era chiaro.

Non avevano avuto figli, argomento che Paola non trattava nemmeno con Giulia. Semplicemente era andata così; allinizio ci aveva pensato, poi aveva smesso, vivendo senza rimpianti. Ma il giorno che Andrea se ne andò, quella mancanza si era fatta sentire di nuovo, stava lì accanto a lei, silenziosa. Paola laveva scacciata via così comera arrivata, distogliendo lo sguardo.

Costantino sapeva di Andrea. Paola gli raccontò tutto senza drammi, solo come un fatto della sua vita. Lui ascoltò senza interrompere, senza consolare. Quando lei finì, disse:

Diciotto anni sono tanti.

Sì.

E adesso, cosa provi per lui?

Ci pensò davvero.

Niente di particolare. A volte mi sorprende averci messo così tanto a vedere.

Vedere cosa?

Che, per lui, la cosa più importante era essere primo. Non nella vita, nel lavoro, ma negli occhi degli altri. Un bisogno infantile dessere notato. Non lha mai davvero superato. Io lo prendevo per altro.

Costantino annuì. Non aggiunse nulla di più.

Paola apprezzava più di ogni cosa la sua capacità di non dire il superfluo.

Linvito rimase tre giorni sul tavolo. Paola lo scrutava spesso, poi lo aprì. Dentro cera davvero quello che immaginava: scritte belle, carta pesante, data fra un mese e mezzo. Ristorante Il Giardino dei Tigli, fuori Milano, indirizzo, richiesta di confermare la presenza.

Prese il telefono e chiamò Costantino.

Pronto, disse lui.

Sei occupato?

Così così. Tutto bene?

Ho ricevuto linvito a un matrimonio. Il mio ex si sposa. Voglio andare. Vieni con me?

La pausa fu breve.

Raccontami.

Paola raccontò della busta, dei fregi dorati, di come non fosse accoglienza ma tuttaltro. Costantino ascoltò.

Ho capito, disse infine. Quando sarà?

Tra un mese e mezzo. Il ventitré.

Va bene. Ci sarò. Ma sappi che per quella data potrei avere una novità interessante, che darà un tono particolare alla serata.

Che novità?

Ancora presto per parlarne. Ma te lo dirò.

Paola non insistette. Aveva ormai imparato che Costantino parlava solo a tempo debito; inutili tentativi anticiparli.

La notizia arrivò dopo due settimane.

Erano a cena a casa di Paola, di fronte a un piatto di pollo e verdure preparato da Costantino, meglio di come lei stessa avrebbe saputo fare. Dopo aver versato il tè e essersi seduto, disse:

Ricordi lazienda Alisud?

Sì, qualcosa con la logistica, vero?

Trasporti e logistica. Ho concluso lacquisto la settimana scorsa.

Complimenti, disse Paola. È un buon affare?

Niente male. Ci sono problemi di personale, ma sto già rivedendo la struttura. Centoventi dipendenti, e tra questi ce nè uno che conosci.

Paola posò la tazza.

Chi?

Sarti Andrea Vittorio. Da tre anni direttore commerciale.

Il silenzio era tale che si sentiva una macchina passare fuori.

Lo sapevi? sussurrò Paola.

No, lho scoperto dopo, studiando le risorse umane. E allora mi è tornato in mente il tuo racconto. Cognome, nome, età: tutto tornava.

Paola lo fissò. Lui la osservava con calma.

E ora?

Nulla. È la mia azienda. Sono mie le decisioni. Ma dovevi saperlo. Perché ti riguarda.

In che senso?

Costantino fece spallucce.

Almeno perché andremo insieme al matrimonio. Lui saprà chi sono. E poi scoprirà che sono il suo datore di lavoro. Bisogna che tu sia consapevole di questa situazione.

Paola si alzò, andò alla finestra. Fuori, la sera e la luce dei lampioni su una Milano di fine autunno.

Hai mai pensato, disse senza voltarsi, che la vita a volte si sistema da sola, senza che noi ci mettiamo mano?

Sì, rispose Costantino. Non ho mai capito se sia un bene o un male.

E adesso?

Dipende da cosa scegli di farne, di questa informazione.

Paola si girò.

E cosa devo decidere?

Nulla. È un fatto. Lavora per me. Il futuro dipende da come saprà lavorare. Il resto spetta a te.

Paola ci pensò.

Lavora bene?

Dai primi dati sì. Sa trattare coi clienti, sa vendere. È un direttore commerciale di razza.

Quindi non lo licenzi?

Se fa bene il suo lavoro, perché mai?

Paola annuì. Lentamente, come se prendesse una decisione in quel momento.

Bene, disse. Andiamo solo al matrimonio.

Sì, solo al matrimonio, convenne Costantino.

Stettero in silenzio. Poi Paola tornò al tavolo, prese la tazza ormai tiepida.

Sei mai stato sposato? chiese lei. Lo sapeva già, glielo aveva raccontato, ma voleva risentirselo dire.

Sì, tanto tempo fa. Dodici anni, separazione tranquilla, abbiamo una figlia a Firenze, con lex moglie siamo in buoni rapporti. Adulti.

Adulti, ripeté Paola. Vale molto questo.

I quarantacinque giorni trascorsero come sempre. Paola lavorava, leggeva manoscritti, discuteva con gli autori su come rendere credibile il dialogo tra una bambina e la nonna. Vedeva Costantino due o tre volte la settimana. Pensava ad Andrea, ma non come prima. Prima il pensiero era una spina, ora un ricordo sbiadito di un sogno già finito.

Giulia la chiamò una settimana prima del matrimonio.

Allora, vai davvero?

Vado.

Con Costantino?

Sì.

Paola, disse Giulia con cautela. Perché ci vai? Lo sai tu stessa?

Sì.

E quindi?

Paola ci pensò. Se lera chiesto più volte, dando risposte diverse ogni volta. Voglio vedere con i miei occhi, Voglio chiudere il cerchio, o più onestamente: Voglio che lui veda me. Poi, ancora più onesta, aveva capito che erano tutte vere. E che andava bene così.

Perché quellinvito non era mandato con buoni sentimenti, disse a Giulia. Avrei potuto ignorarlo, e sarebbe stata una risposta. Ma voglio andare. Essere lì. Non perché mi serva davvero, ma perché posso. Perché sto bene. Un anno e mezzo fa non stavo così. Ora sì. E che lui lo veda. Non per lui. Per me.

Giulia fece una pausa.

Va bene. Solo scegli un vestito giusto.

Mi vesto sempre bene.

Paola. Dai, lo sai cosa intendo. Non bene. Solo in modo che lui capisca cosa ha perso.

Paola rise, rideva per davvero.

Lo terrò a mente.

Ci mise molto a decidere il vestito. Non perché non ne avesse, ma voleva scegliere bene. Alla fine optò per un blu notte, taglio semplice, tessuto che teneva la forma. Niente volant, niente lustrini. Solo un buon colore e un bel taglio. Si sistemò i capelli da sola, che da qualche tempo tingeva meno, avendo scoperto che largento le donava. Non a tutte, a lei sì.

Si guardò allo specchio unora prima di uscire.

La donna nello specchio aveva cinquantatre anni, non quaranta o sessanta. Cinquantatre. Era una donna che sapeva chi era e non si crucciava più di questo.

Paola decise che andava bene.

Costantino arrivò puntuale. Sempre stato così. Quando aprì la porta, la guardò e disse soltanto:

Molto bene.

Né sei splendida, né sei magnifica. Solo molto bene. Paola apprezzò la misura.

In macchina parlarono poco. Costantino guidava, lei guardava fuori. Dicembre vero, neve sulle aiuole, lampioni accesi. Quaranta minuti per arrivare al ristorante.

Sei nervosa? chiese lui.

Un po. Non è piacevole?

È normale. Da quanto non lo vedi?

Dal febbraio scorso. Ci siamo incrociati dal notaio per la casa. Era con lei. Con Chiara. Lei lo aspettava allingresso, con un piumino rosa.

Costantino annuì.

È bella, aggiunse Paola calma. Giovane. Sui trentanni. Capelli lunghi, chiari. Quel tipo di bellezza che si dimentica presto, ma che nel momento lascia il segno.

E allora che hai provato?

Mi ha dato fastidio. Non perché fosse bella, ma perché lui la guardava come se fosse una prova. Una prova prima di tutto per se stesso.

Di cosa?

Di essere ancora giovane, di potercela fare. Che la sua vita continua, non si è fermato. Paola si interruppe. Mi ha fatto pena. Peggio che arrabbiarsi.

Costantino la guardò un istante.

È passata la pietà?

Da un pezzo.

Bene.

Bene, ripeté lei.

Il Giardino dei Tigli, il nome diceva tutto. Grande edificio di legno tra le betulle, luci soffuse, neve sui rami, auto nel parcheggio. Paola osservò tutto dal finestrino, pensando che il gusto era buono: forse era stata scelta da Chiara. Andrea in fatto di gusto era prevedibile: o sfarzoso, o scelto da altri.

Dentro faceva caldo, profumo di aghi di pino e dolci. Sala decorata in bianco e verde, candele ai tavoli, rami freschi nei vasi. Una quarantina di invitati, forse più. Paola notò alcuni volti noti, residui della vita comune con Andrea. Qualcuno la riconobbe, qualcuno la osservò con curiosità.

Gli sposi non erano ancora usciti.

Paola prese un bicchiere dacqua da un vassoio. Costantino le stava accanto, tranquillo come sempre, come se fossero a una riunione di lavoro. O sapeva semplicemente mantenere sempre la stessa presenza: anche questa era una dote.

Poi vide Andrea.

Entrò con Chiara da una porta laterale. Chiara era in abito bianco corto, maniche di pizzo, capelli raccolti, volto emozionato ma felice. Paola la osservò: trentanni al massimo, forse meno. Sembrava felice. Ed era suo diritto esserlo.

Andrea indossava un completo scuro, camicia bianca. Un po ingrassato, probabilmente aveva viaggiato, forse al mare. Era in forma. Ha sempre saputo farsi vedere bene, bisognava riconoscerlo.

Notò Paola dopo qualche istante. Paola vide il suo sguardo attraversare la sala, poi fermarsi su di lei. Un cambiamento minimo nei tratti. Forse laveva aspettata, forse no. Forse laveva invitata senza credere che venisse.

Paola lo salutò con un cenno rispettoso, niente sorriso.

Lui rispose allo stesso modo.

Nel frattempo Costantino parlava con qualcuno, un conoscente daffari. Paola ascoltava a metà, pensava che fosse simbolico: anche lì, tra le persone giuste, Costantino era a suo agio.

Cenarono a un tavolo laterale. Cerimonia semplice, pacata. Paola osservava. Andrea guardava spesso nella loro direzione, ma più verso Costantino che verso lei. Era chiaro: cercava di capire, di valutare la situazione, lo diceva il modo in cui piegava la testa, la fronte lievemente aggrottata.

Chiara si godeva la serata. Rideva, chiacchierava, stringeva la mano di Andrea. Paola pensava che, fra dieci anni, forse capirà delle cose su di lui. O forse no. Non tutti lo capiscono.

Andrea si avvicinò a un certo punto, solo.

Paola, disse. Mi fa piacere che tu sia venuta.

Cera qualcosa di strano nella voce. Non gioia, ma un misto tra soddisfazione e smarrimento.

Auguri, rispose lei.

Costantino, vero? Andrea accennò verso di lui, che era poco lontano.

Sì.

Lo presenti?

Perché?

Andrea sorrise con la solita espressione che lei un tempo trovava charmant.

Mi incuriosisce. Sembra una persona seria.

Lo è.

Di cosa si occupa?

Lavora, disse Paola calma.

Andrea tacque un secondo. Capì che insistere era inutile.

Ti vedo bene, disse lui.

Lo so.

Non per arroganza, solo per onestà. Paola vide che il suo sguardo cambiò un poco. Era abituato che Paola accogliesse i complimenti con modestia timida. Quella abitudine non cera più.

Costantino tornò. Andrea si voltò verso di lui.

Buonasera, disse Andrea. Andrea Sarti. Lo sposo, oggi, aggiunse ridendo.

Lo so, rispose Costantino con semplicità. Costantino Rinaldi. Auguri.

Vi conoscete da molto?

Poco più di un anno.

Capisco. Andrea indugiò. E di cosa si occupa, se si può sapere?

Dirigo alcune aziende.

In che settore?

Diversi. Lultima acquisizione, proprio il mese scorso, logistica dei trasporti. Alisud.

La pausa che seguì fu breve, tre secondi. Paola registrò ogni istante.

Vedeva la faccia di Andrea farsi tesa, poi nuovamente sorridente, ma ormai il sorriso era una maschera.

Sul serio? chiese, la voce quasi neutra.

Sul serio, confermò Costantino.

Curiosa coincidenza.

Succede, disse Costantino. Nessuna ironia.

Andrea guardò Paola. Lei lo fissava, senza trionfo, senza espressione. Come si guarda una persona che si è conosciuta bene, ora un semplice conoscente del passato.

Bene, disse Andrea. Piacere di conoscerla.

Il piacere è mio, rispose Costantino.

Andrea se ne andò. Paola lo seguì con lo sguardo. Andò da Chiara senza voltarsi. Bravo. Sapeva tenersi.

Hai notato? sussurrò Costantino.

Sì.

E quindi?

Paola prese il bicchiere. Era solo limonata: non beveva altrui feste.

Niente, disse. Ed è la risposta giusta.

Restarono ancora unora. Poi Paola disse che potevano andare. Salutò solo chi voleva salutare. Di sfuggita vide Andrea che li osservava uscire. Lei non si voltò.

In macchina faceva caldo. Fuori neve, luci rare sullautostrada. Costantino taceva. Paola anche. Poi disse:

Sai a cosa penso adesso?

A cosa?

Un anno e mezzo fa, avendo ricevuto quellinvito, mi sarei sentita piccola. È proprio ciò che lui voleva. Che restassi ferma mentre lui andava.

E ora?

Ora penso che non sono rimasta ferma. Ho solo camminato in unaltra direzione. E lì, alla fine, era più interessante.

Costantino sorrise. Una delle sue rare mezze risate.

E che farai di questa consapevolezza?

Nulla, disse Paola. Sapere basta.

Restarono in silenzio. I lampioni scorrevano uno dietro laltro. Paola pensava alla bozza che doveva correggere, che doveva chiamare Giulia per raccontarle tutto. Pensava che dicembre stava finendo. Pensava che le andava bene, con una persona come Costantino accanto.

E pensò anche ad Andrea. Non con compassione, non con tristezza. Solo un pensiero. Domani Andrea si sarebbe svegliato accanto a Chiara: felice, oppure solo impegnato a sembrarlo. La sera, o qualche giorno dopo, avrebbe iniziato a cercare informazioni su Costantino Rinaldi. Paola lo sapeva. Andrea non lasciava domande sospese, specie sul proprio ruolo.

Avrebbe trovato ciò che cercava. Preciso e chiaro.

Quel che sarebbe venuto dopo, Paola non lo sapeva. Non che le fosse del tutto indifferente, ma il suo ruolo era compiuto. Non per vittoria o sconfitta, ma perché ognuno aveva raccolto ciò che aveva seminato. Andrea aveva mandato linvito; lei era andata.

Il resto, lo avrebbe sistemato Andrea da solo.

Costantino imboccò la sua via. Si fermò.

Vuoi che salgo? chiese lui.

No. Vai pure. Domattina hai una riunione.

Lei annuì. Aprì la porta, poi si fermò.

Costa.

Sì?

Quando lo dirai ad Andrea? Dei cambiamenti in azienda, chi resta, chi no.

Tra un mese, credo. Quando si completa la revisione.

E che deciderai su di lui?

Costantino la fissò tranquillo.

Dipende da come lavora. Solo da quello. Te l’ho detto.

Sì, disse Paola. Volevo esserne sicura.

Ora lo sei?

Sì.

Paola uscì dalla macchina. Nevicava da poco, la neve fresca scricchiolava sotto gli stivali. Salì le scale, si fermò alla porta. Costantino era ancora lì, ad aspettare che lei entrasse: un piccolo gesto, uno dei tanti.

Paola lo salutò con la mano e rientrò.

In casa era silenzio. Si svestì, andò in cucina, mise su il bollitore. Mentre lacqua scaldava, sedeva a guardare il punto dove, tre mesi prima, era rimasta la busta dorata. Ora il tavolo era vuoto. Laveva buttata subito dopo averla letta, intera, senza strappare.

Quando lacqua bollì, Paola si versò il tè.

Il telefono era lì. Scrisse un messaggio a Giulia: Sono stata. Tutto bene. Domani ti racconto.

La risposta arrivò subito: tre punti interrogativi.

Paola sorrise.

Domani, scrisse. Poi ripose il telefono.

Il tè era caldo. Fuori cadeva la neve. Paola sorseggiava, riflettendo su lavoro, manoscritti, sulla tenda sbiadita da cambiare, che a forza di sole aveva perso colore da un lato. Sul fatto che Capodanno fosse vicino: qualcosa avrebbe inventato.

Non pensava ad Andrea. Lui era rimasto là, al Giardino dei Tigli, tra candele e abito bianco. Era la sua storia. Il suo futuro, costruito secondo logiche note solo a lui.

Paola non cercava più di capirle.

Finito il tè, risciacquò la tazza. Spense la luce.

Entrò in camera, si sdraiò. Fuori la neve cadeva ancora, la stanza rischiarata appena dal bianco soffuso.

Pensava al domani. Sarebbe stato un giorno qualunque: manoscritto, telefonata a Giulia, forse una cena con Costantino. Un giorno di dicembre, normale.

Bastava così.

Passarono tre settimane. Un venerdì Giulia chiamò mentre Paola era in redazione.

Hai sentito? disse Giulia senza preamboli.

Cosa?

Andrea ha chiamato Tamara. Ti ricordi Tamara, la grafica nostra degli anni Novanta, poi passata in pubblicità?

Certo. Andrea la conosce da tempo.

Proprio. Lha chiamata per chiedere di Costantino. Tutto: chi era, che persona, come vi siete conosciuti, da quanto state insieme.

Paola tacque.

Tamara gli ha detto qualcosa?

Solo che non sapeva dettagli. Ma dice che Andrea era strano, più silenzioso del solito.

Capisco, disse Paola.

Non ti… dà fastidio?

Paola guardò la finestra. Fuori era grigio, febbraio ormai, ma con ancora la neve.

No, disse. Me lo aspettavo.

E adesso?

Niente. Vado avanti.

Giulia restò in silenzio. Poi disse:

Sai cosè che mi stupisce?

Cosa?

Che tu ci sei davvero passata sopra. Davvero. Ti conosco da ventanni: eri sempre così sensibile, prendevi tutto sul personale. Ora invece… sei diversa.

Non sono diversa, rispose Paola. Sono la stessa, ma so qualcosa di più su me stessa.

Cosa?

Che non ho mai avuto bisogno della sua approvazione. Ho solo pensato di averne bisogno. È diverso.

Giulia tacque ancora.

Paola, disse. Sono felice per te. Felice davvero.

Grazie, disse Paola. Vienimi a trovare la prossima settimana. Faccio la torta di mele.

Con cannella?

Con cannella.

Allora vengo sicuro.

Si salutarono. Paola ripose il telefono, prese il manoscritto sulla scrivania, riaprì dove aveva lasciato un segnalibro. Una scena: una bambina che chiede alla nonna perché i grandi a volte non dicono quello che pensano.

Paola la rilesse, prese la matita.

Scrisse al margine: La nonna deve rispondere semplice. Senza spiegazioni. I bambini sentono quando dici la verità.

Poi aggiunse: Anche i grandi.

Dopo un mese Costantino le disse che aveva concluso la revisione generale in Alisud e preso decisioni sulle risorse. Erano a casa sua, senza particolare motivo.

Sarti rimane, disse. È bravo davvero. Trovare persone così non è facile.

Bene, disse Paola.

Ti dà fastidio?

No. Dovrebbe?

Domando solo.

È la tua azienda, rispose lei. Le decisioni sono tue. Giusto così.

Se invece dicessi che lo licenzio?

Paola lo guardò.

Direi ancora bene. Ma solo se hai deciso per motivi di lavoro. Non voglio che tu agisca per me. Non è quello che voglio.

Costantino la fissò un momento.

Lo so, disse. È per questo che ti racconto sempre tutto.

Paola annuì. Rimasero in silenzio. Marzo fuori, nellaria un profumo che non era più inverno.

Ha chiesto un incontro, aggiunse Costantino.

Andrea?

Sì. Una mail. Vorrebbe conoscermi meglio, parlare del ruolo in azienda. La classica mail di chi ha capito e si vuole assicurare il posto.

Hai risposto?

Certo. Incontro la prossima settimana.

Paola pensò a come Andrea avrebbe vissuto quel colloquio, seduto davanti a Costantino, a sapere che ora lei faceva parte di ciò. Non per volontà, solo così era stato.

Chissà se avrebbe provato la stessa sensazione brusca di quando aveva sentito Andrea dire, durante la colazione, che se ne andava.

Forse sì. Forse no.

Gli dirai che stai con me? chiese.

Se domanda, dirò. Sennò: per che farlo apposta?

Giusto, assentì Paola.

Prese un libro portato dal lavoro, lo aprì. Costantino versò altro té. Rimasero così, ciascuno assorto, un silenzio sereno: un risultato, non si ha col primo venuto.

Paola leggeva. O forse faceva finta: pensava alle storie che non seguono mai il copione previsto. A quanto cambiano i rapporti dopo i cinquanta: senza ansie, né bisogno di dimostrare. Due persone, ciascuno con la propria storia, che scelgono di stare insieme. Non per paura della solitudine o per abitudine. Per altri motivi, spesso inspiegabili.

Pensava alla saggezza femminile che non dipende dagli anni, ma dallesperienza rielaborata. A quanto bisogna davvero toccare il fondo per superare un dolore. Non basta far finta. Ci vollero diciotto mesi per Paola. A qualcuno serve di più, a qualcuno meno. Limportante è che succeda.

Girò pagina senza finire il paragrafo.

Costa, disse.

Dimmi.

Pensi che lui abbia capito comè andata? Che non era nulla di voluto, e insieme nulla di casuale?

Costantino ci pensò.

È una persona intelligente. Gli intelligenti ci arrivano.

E come la vivrà?

È un suo problema.

Paola annuì. Tornò al libro.

Sai, disse, quando mandò quellinvito, pensavo fosse rivolto a me, che dicesse qualcosa su di me. Invece era solo su di lui. Tutto parlava solo di lui.

Sì, disse Costantino.

I rapporti sono misteriosi, proseguì lei. Pensi di conoscere una persona dopo diciotto anni, invece capisci solo ciò che vuole mostrarti.

Vale per tutti.

Sì. Anchio mostravo solo quello che volevo.

Ora è diverso?

Sì. Non so se meglio, ma diverso.

Costantino non aggiunse altro. Paola si immerse davvero nella lettura.

La primavera arrivò a fine marzo, come sempre. La neve svanì a macchie, al sole subito fango, allombra ancora bianco. Paola camminava lungo il Naviglio, quello stesso dove per la prima volta aveva preso un caffè con Costantino. Lo notò, ma non si fermò.

Il telefono suonò. Numero sconosciuto. Si fermò, rispose.

Pronto?

Paola… sono Andrea.

Non si sorprese. Forse se lo aspettava.

Sì.

Puoi parlare?

Sì, poco però.

Volevo… Una pausa. Cercava le parole, insolito per lui, che parlava sempre con sicurezza. Non pensavo… insomma, che saresti venuta. Che… ma non importa.

Allora perché chiami?

Paola. Unaltra pausa. Come stai?

Guardò la strada. Asfalto bagnato, primi passanti senza cappello, i piccioni davanti a una pasticceria.

Bene, disse. Tu?

Così così.

Sono contenta per te.

Silenzio.

Paola, disse lui. Tu sapevi? Prima? Della società, di Rinaldi.

Lho saputo poco prima del matrimonio.

E sei venuta lo stesso.

Sì.

Ancora silenzio. Lei attese.

È stato… di nuovo unesitazione, sincero.

Sì. Sincero.

Daccordo, disse lui. Daccordo. Ti auguro di stare bene.

Anche a te.

Paola mise via il telefono. Restò ferma un attimo. Poi riprese a camminare. I piccioni si mossero e tornarono subito davanti alla vetrina. Era una primavera precoce, ma reale.

Paola arrivò in fondo alla via, poi ancora avanti, verso l’editore, verso il suo venerdì di sempre, verso manoscritti e correzioni, discussioni con autori sullimportanza delle parole vive. Camminava pensando che era un buon lavoro. Era fortunata ad averlo. Che in fondo, qualcosa nella vita si sistema davvero da solo, anche se lo si capisce dopo.

Il telefono taceva in tasca.

Da qualche parte, dietro i palazzi, splendeva un sole di primavera, ancora pallido ma già reale.

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