Non gliela do, questa casa
4 ottobre, venerdì
Mi sono fermata davanti alla porta, il coraggio mi mancava per citofonare, ma alla fine lho fatto lo stesso, due squilli, abbastanza da segnalarmi ma non da sembrare insistente. Ha aperto subito, la signora Valentina, senza quei minuti di attesa che un tempo concedeva. Era già lì, le braccia distese a toccare entrambi gli stipiti come a sbarrarmi la via.
Cosa ci fai qui?
Il tono era duro, asciutto. Il suo viso, coriaceo, paonazzo sulle guance e spento negli occhi, mi colpì. Quante ne aveva viste quellappartamento di Milano, tra la stazione Centrale e via Padova quante storie avevano attraversato queste stanze?
Buonasera, signora Valentina.
Ho chiesto: che ci fai qui?
Avrei voluto rispondere, subito, ma le parole mi si impigliavano in bocca. Ho abbassato lo sguardo sul tappetino allingresso, ancora quello blu con il bordo bianco che comprai io al mercato alcuni anni fa. Disfatto dal tempo ma ancora lì.
Posso entrare?
La pausa è durata uneternità. Alla fine, senza dire niente, lei si scostò lasciandomi passare, poi si girò senza guardarmi e si diresse in cucina. Forse poteva sembrare una specie di invito.
Quando richiusi la porta mi avvolse quellodore che conoscevo a memoria, e che però ora avvertivo diverso. Una volta sentivo lodore di fumo del cappotto di Gigi, appeso proprio lì al gancio di sinistra; ora cera solo una vestaglia pesante e un berretto di lana consumato.
In cucina lei già trafficava con il bollitore, senza alcuna intenzione di offrirmi davvero un tè: sentivo che aveva bisogno, semplicemente, di tenere le mani occupate.
Ho visto la luce, passando dissi. Stavo rincasando.
Alle dieci di sera?
Hanno ritardato il pullman. Sono rimasta in attesa alla fermata.
Posò il bollitore e si voltò. Mi guardò come si guarda qualcuno a cui non si crede più ma che si lascia ancora avvicinare, nella speranza che succeda qualcosa di diverso, chissà.
Su, togliti il cappotto fece lei. Visto che sei entrata.
Appesi il cappotto al gancio sinistro, sotto la cuffia. Poi, dopo un istante di esitazione, lo spostai a destra, quasi a chiedere silenziosamente il permesso.
Ci sedemmo luna di fronte allaltra, al tavolo. Lei versò il tè, senza chiedere, senza un gesto che fosse dinvito; scivolò verso di me una tazza, non domandò se volevo zucchero. Fra noi solo i movimenti automatici di chi ospita per abitudine, perché il corpo ricorda gesti che la mente vorrebbe rifiutare.
Come sta? domandai.
Bene. O come sempre. Lei stringeva la tazza fra le mani nodose, segnate dal tempo, e la strinse troppo forte per una risposta da come sempre.
Vorrei parlare mormorai.
Di cosa?
Di varie cose
Delle carte?
Esitai. Non solo.
Lei bevve un piccolo sorso. Appoggiò la tazza con un tonfo secco che poteva essere niente o moltissimo.
Peggio per te, ne parli col notaio. Ti ho già detto quello che penso.
Lo so.
Allora perché insistere?
Non era una vera domanda. Non risposi, afferrai la mia tazza e provai a bere: il tè era troppo caldo, la posai subito.
Fuori la pioggerella autunnale si piegava sotto il lampione che ciondolava avanti e indietro, proiettando ombre mutevoli sul davanzale.
Conoscevo quella cucina meglio delle mie tasche. Nel cassetto a sinistra cerano stringhe per i sacchetti e pile scariche che Gigi non si decideva mai di buttare perché magari cè ancora un po di energia dentro. Sotto il lavello cera sempre il secchio, ma solo quando la tubatura perdeva, e succedeva ogni ottobre. Dietro il frigo cera una fessura dove una moneta era scivolata anni fa: io e Gigi e Andrea ci mettemmo mezzora a tentare di recuperarla con una riga, e ridemmo come matti.
Andrea. Tre mesi.
Ti ho portato una marmellata dissi allimprovviso. Di susine gialle. È nella borsa allingresso. Non so se lhai vista.
Lei guardò nella direzione dellanticamera, poi tornò con lo sguardo al tavolo.
Lho vista.
Ti è sempre piaciuta quella.
Mi piaceva. Pausa. Mi piace.
In quellerrore, nellalternanza tra passato e presente, cera tutta la verità. Come se nemmeno lei sapesse più in quale tempo si trovasse.
Lo capivo benissimo: anche io a volte parlavo di lui usando il presente, poi mi fermavo di colpo e la pausa diventava così imbarazzante che era quasi meglio il silenzio.
Ho sentito che volevi andare da Tamara, a Padova azzardai.
Volevo. Ma non ci sono ancora andata.
Perché temporeggi?
Sai, agitò una mano indistinta. Le solite cose.
Sapevamo entrambe che non cera nessun impegno. Non voleva lasciare sola la casa. Cera paura di partire e trovarla diversa, di tornare al vuoto. Forse cera pure il timore che Tamara si mettesse a compatirla, e lei non lo sopportava.
Signora Valentina non sono qui per le carte. Giuro.
Giuri? ripeté lei, e non capivo se ci credeva o semplicemente mi restituiva la parola.
So che sei arrabbiata con me.
Non sono arrabbiata.
Daccordo.
Non capisco, e qui la voce le si incrinò, finalmente viva non capisco come fai. Sono sei mesi. Tu hai già superato tutto, sei oltre. E io sono qua.
Non risposi. Nessuna risposta avrebbe avuto senso.
Ti ho vista, proseguì lei. Me lha detto anche Luisa, la vicina. Eri al bar con uno, ad agosto. In via Solferino.
È un collega. Lavoriamo insieme a un progetto.
Un collega, sì.
Sì.
Si alzò, andò alla finestra. Rimase di spalle, immobile.
Andrea ti voleva bene, disse piano. Più di quanto tu credessi.
Lo so.
Non sono sicura.
Strinsi con forza la tazza. Dentro di me qualcosa ondeggiò, come lombra del lampione. Sentivo che, se avessi parlato in quel momento, sarebbe uscito qualcosa di sbagliato. Così tacqui ancora.
Non sto dicendo che sei cattiva, aveva ancora la schiena voltata. Tu sei giovane. Quarantadue anni. Hai la vita davanti. E io ne ho sessantotto, e avevo solo un figlio. Uno solo.
Lo so.
E ora non lho più. E tu vieni qui con la marmellata.
Parole taglienti, ma precise, e sentii inaspettata gratitudine per quella sincerità. Come spiegarlo?
Non so cosa fare di meglio, mi uscirono parole sincere e deboli. Non so stare senza fare, senza dire. Arrivo con la marmellata perché a mani vuote era peggio.
Finalmente tornò a sedersi. Mi fissava a lungo.
Avevi pianto, prima di entrare?
Un po.
Sulle scale?
Sì.
Sul volto di Valentina passò una smorfia quasi invisibile. Si lasciò cadere sulla sedia.
Siamo due sceme, eh.
E fu la prima frase leggera di tutta la sera.
Rimanemmo in silenzio. La pioggia ora era più intensa, rumorosa.
Racconta chiesi del testamento. Cosa cè che ti ha dato fastidio? Non attraverso lavvocato; voglio sentirlo da te.
Mi guardò sorpresa, come se non si aspettasse che qualcuno glielo chiedesse così.
È la casa, spiegò. Era di Andrea, la prendemmo io e suo padre con grandi sacrifici, otto anni. Lui era giovane, volevamo avesse qualcosa di suo. Ci hai vissuto anche tu, non dico che è male. Ma la casa era la sua. E ora, secondo le carte
Ora va a me, completai.
Non eravate sposati.
Ci abbiamo vissuto insieme sei anni.
Lo so. Ma penso avrebbe voluto che io contassi qualcosa. Non che finisse così.
Ha scritto lui il testamento, signora Valentina.
Lo so. Pausa. Forse ha fatto bene, forse no. Allinizio ero furibonda. Ora non più, semplicemente non capisco.
Cosa non capisci?
Perché tenerla, se hai detto alla figlia di Luisa che vuoi forse trasferirti? Perché non la cedi?
La fissai. Lho detto a luglio, in un momento orribile. Non so ancora cosa farò.
E se decidi di venderla, insistette.
Non ho intenzione di venderla.
Se però mi avviseresti tu per prima? Non gli estranei, a me?
Capii che il punto era proprio quello. Non era la casa, non erano i soldi, era il non essere diventate estranee. Voler ancora avere diritto a sapere, a far parte di qualcosa che le ricordava il figlio, attraverso me che ero stata nella sua vita in modo diverso.
Sarebbe a te che lo direi, per prima. Te lo prometto.
Annui. Decisa. Si servì altro tè.
Hai mangiato qualcosa oggi?
Stamattina.
Solo stamattina?! Aprì il frigo senza domande. Ho fatto una minestra di pasta. La vuoi?
Sì, grazie.
Mentre scaldava la pentola, io la osservavo di spalle. Mi chiedevo come saremmo state in unaltra vita amiche, un po più unite, con pomeriggi a chiacchierare in cortile, magari ai mercatini a Lambrate. O forse no, forse saremmo rimaste sempre così, troppo diverse per essere vicine, ma neppure abbastanza per lasciarci scivolare via.
Il brodo era semplice. Carota, cipolla, pasta fine, un po di prezzemolo. Da tutti i giorni, come si fa quando si cucina solo per sé.
Buono, dissi.
Non esagerare.
È vero.
Lei mangiava, senza alzare gli occhi. Poi, a un tratto:
Lui ti cercava in ospedale. Lo sapevi?
Mi fermai. In che senso?
Sei partita in aprile, per quella conferenza. Lui si ricoverò per controlli; voleva sapere quando tornavi. Io non sapevo rispondere. Aspettava ogni giorno che tu tornassi.
Poggiai il cucchiaio piano.
Tornai appena feci in tempo.
Lo so. Non volevo rimproverarti. Dovevo dirtelo. Perché almeno lo sappia anche qualcun altro.
Un gesto onesto, disarmato. Sentii la bocca secca nonostante la minestra. Bevvi tè ormai freddo.
Non mi parlava delle sue paure, sussurrai. Pensavo fosse tranquillo, e che gli facesse bene stare da solo.
Non sopportava la pietà.
Esatto. Mi tolsi il peso dalla coscienza. Pensavo di fare bene.
Magari hai fatto bene. Sparecchiò. O magari no. Chi lo sa, ormai.
Ecco, chi lo sa restò lì a pendere tra noi.
La aiutai a lavare, anche se lei non chiese. Facemmo tutto in silenzio, unordinaria gestualità che per noi due pesava in modo nuovo.
Dopo portò fuoricredenza del biscotti. Quelli semplici, che restano sul fondo del sacchetto.
Luisa dice che dovrei iscrivermi a un corso, raccontò. Al centro anziani fanno acquerello il giovedì.
Ti piacerebbe?
Non lo so. Mi sembra ridicolo, alla mia età.
Perché ridicolo?
Non sono una ragazzina.
Invece è il momento migliore ribattei. Sul serio.
Mi guardò ironica.
Sembri unassistente sociale.
E tu sembri una di centanni.
Sessantotto, non esageriamo.
Ancora un morso al biscotto.
Ho lavorato tutta la vita. Poi cera Giulio. Poi Andrea. Poi la pensione, che dovevano arrivare i nipoti Ma non sono capace a non fare. Dipingere mi sembra tempo buttato.
Forse ti serve imparare a perderti nel nulla.
Facile a dirsi.
Invece parlare è difficile, credimi.
Vuoi venire anche tu al corso?
No però anche io a volte non so come riempire il silenzio di casa. Lavoro, amiche, tutto cè. Poi torno e aspetto che lui entri e dica una delle sue, sciocchezze che mi sistemerebbero il mondo.
Pausa.
Era un maestro di sciocchezze. Si lasciò sfuggire un sorriso, sottovoce.
Sì.
Tipo: Mamma, da piccolo pensavo che talpa voleva dire tavola piccola. Ma dove le trovava certe cose?
A me diceva che elefante in mongolo si dice zaan e che faceva ridere perché suona come vanaglorioso.
Valentina rise di gusto, una risata incredula, improvvisa.
Chissà dove le pescava.
Da piccolo, sempre a leggere.
A cinque anni già coi libri a tavola, non lo staccavi neanche con le cannonate. Sai quante fotografie ho della campagna, io, lui, e il papà che zappava e lui sul gradino a leggere?
Che leggeva a otto anni?
Di capitani. Di mare. Il mare vero non laveva visto fino a sedici anni. Ci arrivammo, guardò e disse: È più piccolo. Nei libri era più grande.
Sorrisi. Avevo sentito una versione simile da Andrea, e mi chiesi quale fosse quella vera o se ormai fosse diventata una leggenda di famiglia.
Mi ha sempre parlato tanto di suo padre dissi. Gli mancava molto.
Giulio, Giulio Lazzari, era morto sei anni prima, appena prima che incontrassi Andrea. Non si erano mai conosciuti.
Sì. Gli mancava.
E tu?
Ogni giorno. Quasi serena. Ormai sono abituata, però mi manca. Non sono due cose che si escludono.
Hai ragione.
Seguì un breve silenzio.
Raccontami di lui da bambino chiesi. Ne so poco. Non ama ricordare linfanzia, diceva.
Mi guardò. Perché vuoi saperlo?
Perché cè ancora chi può raccontarmelo.
Forse sono stata dura, ma è la verità.
Lei non rispose. Poi andò in camera, armeggiò nel vecchio armadio, tornò con una scatola di cartone.
Robe sue. Ne ho distribuite molte, questa è rimasta.
Dentro: quaderni, giocattolini, disegni. Presi una delle quadernone, aprii: scrittura tremolante, grossa: Andrea Lazzari, 2° elementare.
Madonna sussurrai.
Appunto. Dico così io pure ogni volta.
Sfogliammo insieme. Valentina raccontava, io ascoltavo: di quando a sei anni si era ostinato a imparare la verticale e poi girò con il bernoccolo sulla fronte una settimana; del gatto portato a casa, che il padre non voleva e poi prese in braccio, ma che dopo due anni sparì e Andrea disse che aveva scelto di vivere da solo; di quando, a quattordici anni, dichiarò che avrebbe fatto il programmatore perché così poteva lavorare in ciabatte.
E poi lo ha fatto davvero.
Ha mantenuto la parola.
Era quasi mezzanotte quando realizzai lorario.
Devo andare. Fra poco passa lultimo 91.
Resta qui, disse lei, rapida, quasi senza accorgersene. Faccio il letto in salotto.
Grazie, ma non vorrei disturbare.
Disturbi nessuno.
La guardai, fingeva indifferenza ma traspariva che in qualche modo le facesse piacere.
Allora resto. Grazie.
Mentre lei preparava, io lavavo le tazze. Guardavo la finestra: dentro la cucina illuminata di giallo, il mio riflesso; fuori la notte e il silenzio. Tre mesi fa non avrei mai immaginato questa sera, questa minestra, questi quaderni, quest’accomodati.
Pensai a quanto non si sistemano con le carte le relazioni dopo una perdita. Serve solo tempo. Venire, sedersi, magari col conforto di una marmellata, e lasciare che piano qualcosaltro prenda forma.
Non sapevo se sarebbe successo, ma qualcosa quella sera era cambiato.
La stanza era quella dove avevo dormito altre notti, quando venivamo da Valentina insieme ad Andrea. Il divano era quello, un po sciupato da un lato, la coperta a quadri che lei chiamava marrone ma era più terra dombra. Mi stesi, guardai il soffitto.
Sulla mensola, tra i libri scoloriti di Giulio Il Gattopardo, Il Maestro e Margherita, qualche saggio di storia , spuntava un volumetto sottile, diverso dagli altri. Mi alzai a leggere: Lettere da nessun luogo, autore sconosciuto. Lho sfogliato: in prima pagina, la scritta di Andrea, la sua calligrafia obliqua: A mamma, buon compleanno. Leggi piano. Ti voglio bene.
Richiusi il libro. Lo rimisi a posto. Restai a fissarlo nel buio.
Sentivo Valentina girare in casa, lo scricchiolio delle assi, il rubinetto che si apriva piano. La vita che riprende, in piccolo, nonostante tutto.
Colazione, mattino. Lei già in cucina, preparava il porridge di avena. Mi ha fatta sedere, mi ha messo la ciotola davanti senza domandare nulla. Bicchiere di succo darancia quello non me laspettavo. Era uno di quei lunedì milanesi, tutto grigio, rami quasi spogli.
A che ora lavori? chiese.
Alle dieci. Ho tempo.
Sì, da qui sei vicina. Vai in metro?
Sì.
Terza fermata, mi ricordo.
Davvero si ricorda? chiesi, sorpresa.
Me lo diceva Andrea.
La minestra davena era salata, non dolce, con burro come la preparava mia madre, da piccola. Un sapore ritrovato.
Voglio farti vedere una cosa, disse Valentina mentre sparecchiavamo. Portò un vecchio plico. Questo me lha scritto dalluniversità, durante la leva. Sono lettere sue; tieni, così lo leggi. Non è tuo, eh, solo leggilo.
Tre pagine, fitte, la grafia minuta di Andrea. Raccontava del campo di addestramento, della nebbia la mattina dietro i prefabbricati, di un pioppo stanco che resisteva agli anni. Scriveva che avrebbe voluto i panzerotti di sua madre e il silenzio della sua stanza.
Un Andrea diverso. Più giovane. Più tenero.
Posso copiarla, o scattare una foto? Solo per me.
Lei esitò.
Portala a casa, decise. Non mi serve più.
Ma è tua!
No, Marina. Era la prima volta che mi chiamava per nome. Portala tu.
Conservai la lettera. Sentivo ci sarebbero state parole da aggiungere, ma nessuna sarebbe stata abbastanza.
Sparecchiavamo in silenzio, questa volta con un senso diverso. Non solo due vite a fianco, ma qualcosa di leggermente più accordato.
Vai poi davvero da Tamara, dissi. La casa resta. Lei ti aspetta, secondo me.
Mi ha chiamato settimana scorsa, ha detto che la trascuravo.
Vedi di andare.
Vedremo.
Signora Valentina.
Vedremo, ti ho detto.
Appesi lo strofinaccio.
Io posso passare ogni tanto mi azzardai. Non sempre. Se le fa piacere.
Lei chiuse il rubinetto, si strinse nello strofinaccio, a lungo.
Vieni, concluse. Faccio la minestra.
Con la pasta corta?
Vuoi che la faccia col grano saraceno?
Pastina va bene.
Allora patto fatto.
Mi vestii. Lei mi accompagnò alla porta. Presi cappotto e borsa, mi voltai:
Grazie dellospitalità.
Su, va che fai tardi a lavoro.
Sulla soglia:
Quel libro che ti ha regalato Andrea lo ha letto?
Ho iniziato. Pausa. Leggo piano.
Cera scritto leggi piano.
Ho visto. Mi conosceva.
Annuii. Uscii.
Arrivederci!
Arrivederci, rispose lei.
Fuori il portoncino odorava di umido e vernice. La lampadina del pianerottolo tremolava ma non si spegneva. Scendevo le scale piano.
Era sempre lo stesso ottobre milanese, la gente si affrettava al lavoro, una macchina gridava in fondo, i piccioni camminavano decisi sui ciottoli. Tutto identico, eppure ora altro.
Camminando verso la linea rossa pensavo che la riconciliazione non avviene in un attimo. Non è una stretta di mano definitiva, ma forse è questo: una minestra, dei quaderni, una notte su un divano che non è il tuo, una lettera nella borsa.
Non sapevo come sarebbe andata avanti. Non sapevo chi saremmo diventate, io e Valentina: né suocera e nuora, né solo conoscenti, né amiche. Qualcosa che restava in piedi grazie a una memoria comune e alla consapevolezza di aver amato la stessa persona.
In borsa cera quella lettera. Decisi che lavrei letta a casa, la sera.
Presi il metrò, salii, scesi dopo quattro fermate. Durante il tragitto, scrissi un messaggio semplice: Arrivata. Grazie per la colazione.
Mi rispose venti minuti dopo, quando ero ormai in ufficio a cambiarmi per la riunione.
Prego. La marmellata lho messa in dispensa.
Lessi. Sistemai il cellulare. Tolsi il cappotto.
Qualcuno rideva in corridoio, a caso. Dietro la finestra si vedeva una striscia di cielo chiaro, quasi bianco. Magari si sarebbe aperto, verso sera. Forse no. Ottobre, mese imprevedibile.
Mi sono incamminata per la riunione.
Il venerdì sera, tre giorni dopo, mi chiamò Valentina. Ero ai fornelli, il risotto quasi pronto, presi la telefonata al terzo squillo.
Domattina parto per Padova, da Tamara.
Bene.
Resto dieci giorni.
Sono contenta.
Un attimo di esitazione.
Ti va bene che ti abbia chiamato?
Certo, lo apprezzo.
Ecco ascolta. Là nella stanza dove hai dormito, cè quella raccolta. La prendi, la prossima volta che vieni. Era roba di Andrea, ora spetta a lui.
Restai col cucchiaio in mano, il risotto quasi pronto da spegnere.
Grazie. Lo farò.
Bene. Vado a preparare la valigia.
Buon viaggio.
Grazie.
Rimanemmo mute qualche secondo, una pausa che vuol dire tutto e niente. Lessenziale.
Arrivederci.
Arrivederci.
Abbassai il fuoco, posai il cucchiaio. Guardai fuori: lampioni ormai accesi, la città immersa nella sera.
Da qualche parte, a Padova, cera Tamara che aspettava e magari già pensava a cosa cucinare. Da qualche parte, su una mensola sconosciuta, stava una confettura di susine gialle portata da me. Da qualche parte, una frase scritta nel momento sbagliato ma proprio perciò perfetta.
Presi il cucchiaio e mischiai il risotto.





