Laria che entrava dalla finestra spalancata era un misto di freddo pungente, fumo acre di foglie bruciate da remoto e quellumidità triste che a fine ottobre si avvolge negli strati di nebbia, impastando di malinconia le strade di Bologna. Nei sogni le città sembrano tutte Bologna, o forse Modena, o magari Ferrara, con gli stessi portici e i palazzi color ocra, dove la gente si rifugia nelle cucine, scaldandosi davanti ai fornelli, indossando le camicie di flanella più spesse e stringendo tra le mani grandi tazze di caffè nero bollente.
Tutti aspettano la prima neve, come un segno nuovo, alieno, da accogliere come una promessa di sollievo. Da cosa? Forse dalle dita nodose e nere del vecchio platano davanti alla finestra del piccolo appartamento nella via Santo Stefano, appartenente a Mariuccia, o dal raffreddore persistente, dalla muffa nei muri e da quel senso di disagio che ti si appiccica addosso dopo la pioggia autunnale.
Mariuccia, fin da bambina, aveva capito: basta una gelata e svanisce ogni peso. Così le aveva sempre detto sua madre, Anna Maria Battistini.
Tutti si prendono gioco di me, ma so quel che dico! rideva Anna Maria. La pioggia e il freddo sono una condanna. Vai tra la gente, li guardi negli occhi e ci trovi un velo di tristezza. Poi scherzi, li prendi in giro, provi ad alleggerire i pensieri, ma niente: “Signora Anna Maria, non si metta a raccontarci storie”. Ma appena cade la neve, risorgono, attraversata la soglia dellautunno, festeggiano segretamente: “Dai, ce la faremo ad arrivare fino a primavera!”.
Anna Maria era medico di famiglia: conosceva tutti per nome, chi era parente di chi, chi conviveva, chi respirava male. Prendete per esempio il signor Dante Marchi, cuore fragile, solo e anziano, vedovo, con una figlia, Teresa, dalla postura sempre rigida, come imbalsamata in un cappotto grigio troppo stretto. Forse perché aveva preso dal padre, quel modo di chiudersi. Quando Teresa andava a trovarlo, sembrava in trincea: attenta, sulle difensive. Anna Maria capiva: non era che Teresa non amasse Dante, anzi, proprio per quello fingeva un’indifferenza calma, per non impazzire di preoccupazione, e così Dante si sentiva meno colpevole.
Teresa, ti ho disturbato ancora, scusami se ti faccio perdere tempo.
Teresa lo guardava con occhi spalancati, cercando Anna Maria.
Non pensate male! Non mi pesa venire qui, voglio bene al babbo! diceva, mentre Anna Maria si lavava le mani in cucina e lei reggeva un asciugamano ruvido, decorato a quadretti.
È che mio marito proprio non va daccordo con lui, bisticciano sempre. Vengo quando il mio lui è a lavoro. E poi
Capisco, Teresa, davvero. Va bene così, dammi un po lasciugamano! Ma guarda che meraviglia il tuo cactus di Natale mamma mia, ha già iniziato a fiorire! Bellissimo
Sì Babbo ci tiene. Era della mamma, temo sempre che sai, è vecchio.
Si guardavano senza parlare troppo, con la consapevolezza che la vecchiaia di una pianta è meno drammatica di quella di un uomo. E poi, come risvegliate da un incanto, andavano in salotto, dove Dante, magro e tremante, aspettava sul divano, avvolto in una camicia a quadri e pantaloni di flanella, con calzini di lana e pantofole.
Non provi a seppellirsi vivo, eh! diceva Anna Maria, con la voce gonfia di una sicurezza che era quasi troppo: Guardi che respira come un ragazzino! Venga, la visito un attimo Ma domani sera mi hanno dato due biglietti per la commedia a teatro, non posso andarci. Vanno bene per lei, Dante, le piace Goldoni?
Dante, cupo fino a poco prima, si illuminava come una vetrata colorata dal sole e cominciava a balbettare ringraziamenti. Anna Maria lo rassicurava, Teresa sollevava le spalle: a casa il marito pretendeva la cena, niente teatri
Teresa, deve portare suo padre un po prima, cè anche una mostra di fotografie, proprio come piacciono a lui: vicoli, piazze, biciclette parcheggiate male.
Ma Teresa temeva litigi in casa: sapeva che la notte, come punizione, il marito lavrebbe schiacciata contro il murolo faceva spesso. Era finita così, Teresa. Anna Maria sapeva: era stato lui a pagare loperazione urgente a Dante, laveva comprata, divenuta la sua metà inseparabile, come un oggetto. E Teresa accettava. Non avrebbe mai trovato quei soldi, non era nessuno lei, povera comera.
Anna Maria non giudicava la vita altrui. Anche i suoi biglietti li aveva avuti da Mirella, lamica che lavorava alla biglietteria del teatro comunale; erano destinati alla figlia, Lidia, che adorava quelle recite domenicali. Ma Anna Maria, che aveva fatto? Li aveva regalati a Dante e Teresa!
Il giorno dopo, Mirella telefonò:
Ma che significa? Ti ho procurato i posti migliori! E tua Lidia? Sarà arrabbiata?
Lidia non era solo arrabbiata, protestava apertamente: Per te, mamma, i malati vengono sempre prima di me!
Non era la prima volta. Quando aveva qualcosa da dire, Lidia urlava: Tua maledetta professione! Non ti vergogni? A che serve una figlia, allora?!
Sono venuti? Dante e Teresa? chiese Anna Maria tagliando la discussione alle accuse di Mirella.
Non mi interessa vedere la felicità negli occhi di due sconosciuti, Anna!
Guarda, Mirella, quei biglietti hanno fatto un gran bene. Vieni sabato, portiamo un dolce Anna Maria sospirò.
Mirella aveva la pressione alta come una palla che rimbalza sui pavimenti delle case di periferia. Anna Maria laveva mandata due volte allospedale, accudendola lì come una madre, dandole cucchiai di brodo.
Viveva sola Mirella, figlio emigrato a Torino, marito morto anni prima. Anna Maria era lamica più vicina. Le sue brioches erano sempre le migliori della tavolata.
Non era una donna cattiva, Mirella, ma soffriva per Anna Maria: Si spacca la schiena, non si risparmia
Anna Maria non solo regalava biglietti, ma anche i vestiti sfuggiti a Lidia, medicine, tempo, che affidava alla figlia per consegnare dove serviva. Non a tutti, ovviamente, ma quando poteva
Perché fai così, eh, mamma? Nemmeno un grazie, ti considerano scontata! Oggi i Mantovani ti hanno chiamata, volevano ancora medicine. E io? Io volevo uscire con le amiche, andare al cinema, ma tu mi obblighi a far la crocerossina! Lidia era sempre più arrabbiata. A scuola ho cantato in un concerto, ma tu nemmeno ci sei venuta! Sempre via! Ricordi? Avevi giusto un attimo libero e hai soccorso la signora Scarabelli, quellanziana appiccicosa del condominio degli ufficiali. Una sconosciuta per te, ma a lei hai trovato il tempo. Per me, mai! Maledetta sta tua missione!
Aveva sbattuto la porta con un tonfo così forte che una tavola mal fissata del telaio era crollata sulla caviglia di Anna Maria.
La donna aveva solo sospirato, assaggiando il dolore.
E forse ho ragione sospirò. Me la sono cercata
Una madre inadeguata. Forse troppo impegnata a salvare il mondo, più sicura con chi soffriva. Perché Lidia era in gamba, sana; gli altri avevano bisogno, a loro serviva aiuto. Quando fossero stati tutti bene, allora allora Anna Maria avrebbe preparato biscotti allo zenzero per la figlia, vivendo la sua vita, magari.
Lidia oggi ha ventisette anni, laureata, a vivere ancora con Anna Maria ma quasi mai in casa, troppo impegnata. E poi gli amici, i mille interessi. Anna Maria è sempre la stessa: Passa a lasciare questi farmaci, dai, tu sei giovane!. Lidia, invece, sempre più distante e arrabbiata.
Dante Marchi, ormai esausto, è ancora in vita, Anna Maria va a trovarlo. Teresa si atteggia a vittima, incatenata a un marito che non le vuole bene, bloccata dalla paura della povertà.
Ma oggi la rabbia di Lidia si scioglie in paura. Hanno portato via mamma di corsa, infarto improvviso. È stata proprio Mirella a chiamare, era da Anna Maria per una visita.
Lidia è sbiancata improvvisamente, mentre parlavo con lei lho presa prima che cadesse. Hanno portato tua mamma al SantOrsola, corri!
È colpa vostra! piangeva Lidia, buttando giù il telefono. Corse subito dal capo.
Cosa succede, dottoressa Taddei? chiese il dottor Giovanni Berti, il responsabile, guardando sopra gli occhiali.
Mi serve un permesso, la mamma è in ospedale recupero dopo, per favore! balbettò. Giovanni Berti ci pensò, si tolse gli occhiali e la fissò. Aveva una stanchezza che aveva la forma della sua ombra, ma
Va bene. Prenda la mia auto, le do il numero del mio autista. Mi raccomando, Taddei!
Ma Lidia scappava già giù per le scale, ignara di auto: ce lavrebbe fatta da sola!
Lautobus non arrivava mai. Alla fine, camminò a piedi, poi corse.
Allingresso dellospedale, la solita coda, pacchi per i pazienti e i parenti fuori. Lidia sopportò con impazienza.
A chi? Reparto? Da quando? un inserviente le prese il documento, trascrisse il nome. Avanti, signorina.
Camminò tra i vialetti larghi, con i sacchi neri delle foglie impilate. Dai finestroni i malati guardavano fuori con occhi slavati. Lidia li fissò a sua volta. Si voltarono altrove.
Allaccettazione, lunghe, lunghissime attese.
Ma quindi?! Oggi lhanno ricoverata, proprio oggi! si scaldava Lidia.
Può darsi che non abbiano ancora trasmesso i dati. Ecco, trovata: è in terapia intensiva. Signorina! Oh cielo!
Lamministratrice, signora Lucia Malavasi, corse verso Lidia, la fece sedere, le porse un bicchiere. Lidia singhiozzava.
Mia mamma ha dato tutta se stessa ai suoi pazienti Perché? Per morire a cinquantanni così?! gridava.
La donna taceva, porgendole ancora lacqua: Lidia la spintonava via.
Posso entrare da lei?
No, amore. Non ora. Parli intanto col medico. Terzo piano. Le scrivo il nome
E mentre allungava il bigliettino, la guardava con uno sguardo che veniva dagli abissi della notte padana:
In questo mestiere è difficile sapere quanto dare e cosa risparmiare per sé. Mio marito, fa il paramedico. Vediamo poco, ma chi arriva da lui è fortunato. Ci ho fatto pace: è la sua natura. Su, coraggio, vada
Lidia salì, contando in silenzio ogni gradinoper scaramanzia, forse. Nel sogno aveva la sensazione che, se sbagliava, sarebbe morto anche il mondo.
Lidia? la chiamò qualcuno. Tremò. Era Teresa Marchila figlia di Dante.
Non ho tempo, la mamma sta male! sibilò. Ma Teresa labbracciò forte.
Calmati. Siediti. Il medico non è ancora arrivato. Dimmi come sei venuta qui, la strada, il viaggio
Iniziò uno strano dialogo scuola e ridondante, come se elencare taxi, semafori e autobus fosse un rito contro il malocchio. Poi Lidia si arrestò e, dun tratto, chiese piano:
E tu? Papà è qui, vero?
Teresa annuì, occhi bassi.
Lidia non osava chiedere come stesse Dante, quanto fosse grave. Sapeva già, senza ascoltare.
Vai tranquilla, Lidia. Tua mamma è buona, guarirà.
Teresa si mise davanti allimmensa finestra con i vetri a mosaico. Dal cielo pioveva una luce improvvisa, un lapillo doro che si spezzava in mille colori sulle mattonelle, poi svanì subito.
Papà amava questospedale, è antico, diverso dagli altri sussurrò. Lui voleva finire qui, dove lavora tua madre
Lidia ebbe paura che quello stesso peso lo portasse la madre ogni giorno. Non poteva reggere, non era umano.
Teresa! un urlo di uomo nel corridoio, come un tuono. Di nuovo qui? A perder tempo con lui? Ti vieto di venire! Tutti quei soldi spesi perché tu
Il marito di Teresa la prese per il braccio, urlando anche più forte nonostante gli infermieri cercassero invano di calmare la furia, finché due portantini lo portarono via con la forza.
Vuole che io abbia un figlio commentò Teresa con una smorfia, piegata. Ma non posso portare a termine una gravidanza.
Con uno così nessuno potrebbe borbottò Lidia. Ma perché lhai sposato?
Per gratitudine. E adesso, vedi, ho paura di restare da sola, non conto nulla.
Si girò verso il vetro, i colori ormai grigi, spenti. Ma un attimo e il sole, come uno starnuto, li illuminò di nuovo, solo per sparire subito.
Papà era felice qui. Tua mamma è speciale: non è questione di medicine, ma del conforto che sa dare.
Solo a loro però rise amaro Lidia. Io e lei, due mondi separati
Se non avesse una famiglia, indurirebbe troppo. Ognuno che si dona ha bisogno di una tana, un posto dove essere fragile. Ogni persona ha bisogno di unaltra persona. Lo diceva sempre papà.
Voleva aggiungere qualcosa, ma si ritrasse in silenzio, occhi lucidi, mentre qualcun altro passava dietro le vetrate. Lidia capì che il vecchio Dante era spirato.
Poi tutto fu confuso: il colloquio col medico, il ritorno a casa, anche Teresa svanita dalla scena onirica. Il sogno la riportava nella cucina di casa, a notte fonda, davanti alla finestra spalancata, una montagna di mozziconi nella ciotola. La mamma aveva cominciato a fumare, per davvero.
Devo sistemare! Se mamma torna e trova questo disastro pensò Lidia, ma non si muoveva di un millimetro. Il suo corpo era una statua. Copriti, chiudi la finestra? No. Non oggi.
Se la mamma come vivrà Lidia? Impossibile da immaginare. Mamma sapeva esultare per niente, trasformare tutto in bellezza. Lei era il contrario, sempre cupa, sempre sulle difensive.
Mamma, ti prego non andare! Lo so che hai pensato sempre agli altri, ma abbi pietà di me Io non sono pronta!
Non voleva piangere Lidia, troppo infantile, eppure le lacrime cadevano, senza trucco, senza scena, solo acqua salata e calda su un volto accartocciato.
Squillò il telefono. Lidia, senza pensare, rispose.
Lidia? Sono io, Giovanni, il suo capo, scusi lora Come sta sua madre, posso fare qualcosa?
Lidia tacque, smise di singhiozzare.
Dottor Berti? Siete ancora in ufficio?
No, sono a casa non riesco a dormire, pensavo a voi. È dura, lo so. Vuole che passi?
Lo disse con la naturalezza di un vecchio amico. Ne fu quasi sollevata.
Tutte le sue amiche, le conoscenti, dormivano: nessuno avrebbe risposto.
Stregarono insieme il bollitore, lui le preparò il tè col miele e limone, come per lenire un mal di gola che però era dell’anima. Poi Giovanni chiuse la finestra, controllò il riscaldamento.
Deve dormire. Lo so che si opporrà, ma domani serviranno tutte le sue forze. Cosa vede fuori? Buio?
Giovanni era alto, vestiva sempre jeans e sembrava avere ali di cicogna al posto delle gambe. Non fumava, pasticciava con le matite, destate in bici fino allufficio, linverno portava tutti a respirare aria pulita fuori città e a Natale, vestito da Befana, distribuiva regali con la barba finta tirata e la fronte madida di sudore. Insomma, uno che piaceva a tutteLidia compresa.
Buio, sì ripeté Lidia.
E invece no! rise Giovanni. Guarda fuori! Sta nevicando. Domani si scioglierà, resterà solo la fanghiglia. Ma ora, dai che meraviglia, vero?
Si avvicinò. Anche Lidia guardò: i fiocchi cancellavano il mondo. Mamma diceva sempre che la neve rimette tutto a posto, copre, sbianca. Forse è proprio così.
La mattina appresso, Lidia fu svegliata dal telefono. Giovanni era sparito; era sola in casa.
Pronto, dottoressa Taddei? disse una voce di donna che sapeva di corridoi e paura. Lidia sentì il gelo che aveva già provato a sette anni, quando comunicarono la morte del padre.
Sono io.
Sua madre si è ripresa, venga pure, le do la lista delle cose da portare
Lidia ascoltava, annotava, piangeva senza nascondersi. E la neve continuava a scendere, senza sciogliersi, senza fine, una coperta bianca, come la possibilità di ricominciare. Presto, vi avrebbero lasciato mille impronte di passi, destini, speranze.
Solo Dante Marchi non ne avrebbe lasciate. Ma ora sorrideva alla sua Teresa, da una finestra lassù. E Teresa, in estate, avrebbe avuto un figlio. Quando finalmente lasciò il marito, Nicolò la lasciò andare senza opporre resistenza. E si perse chissà dove, sbattuto dai venti di Roma o Milano. Mai saprà che quel bambino era identico a nonno Dante.
Anna Maria accogliendo tra le braccia il bimbo, gli avrebbe strizzato locchio. Un essere umano in più, una gioia in più! E Lidia si preparava alle nozze con Giovanni, una festa grande nella famiglia. Anna Maria ancora ci pensava incredula: Chissà, magari lui saprà dare a Lidia il calore che io non ho saputo?.
Hai ragione, Teresa: alluomo, serve un altro uomo. Serve una persona, sempre.





