Il libro mai finito
Va bene, Giulia, esco! Non venire a salutarmi. Rientro tardi! Preparami per domani la camicia e quei pantaloni blu, mi raccomando! Non dimenticare che bisogna ritirare tutto dalla lavanderia! urlò Leonardo dallingresso, mentre si infilava il trench, si fermava davanti allo specchio scrutando ogni piega, afferrava il cappello e spariva, chiudendo la porta di casa con tanta forza che il vetro della finestra tremò.
Corrente pensò Giulia Maria, chiudendo lacqua e asciugandosi le mani sul grembiule. Si sporse dalla cucina e vide tutto come sempre: il corridoio inondato dal sole, la galleria di fotografie sul muro, la carta da parati a righe celesti, due larghe, due strette, come sul vestitino da bambina di Giulia; il cappottino alla gruccia. E
Giulia strinse gli occhi.
Il pacchetto! Suo marito aveva dimenticato il pacchetto: dentro cerano i panzerotti, i suoi preferiti! Li aveva preparati allalba, impastando con cipollotto, uova, come piace a Leo, apposta per questa giornata: oggi lui dirigeva un sopralluogo fuori città, e non si sa mai dove si trova un boccone caldo
Via il grembiule, unocchiata ai capelli, via di corsa, le braccia attorno al cartoccio morbido e tiepido, come a un bambino. Soltanto, per fortuna, si era ricordata di prendere le chiavi, altrimenti addio! Di corsa giù per le scale, reggendosi alla ringhiera lucida che scendeva avvolgendo lintero palazzo antico Quarto, terzo, secondo piano, sempre più strette.
Giulia avrebbe potuto, come molte donne del quartiere, affacciarsi alla finestra e gridare, ma non stava bene. No, lei quel pacchetto lo avrebbe dato di persona a suo marito: giusto il tempo di salutarlo, sentire sulla guancia il suo bacio secco, annuire sì, sì, vado, e via
Giulia ansimava e, correndo nel cortile, sbatté la porta contro la parete, senza badare alletà e alla fatica. Cercò con lo sguardo il trench grigio asfalto e cappello chiaro.
Leonardo amava i cappotti lunghi mai abbottonati , che il vento facesse volare come ali, e naturalmente i cappelli: ne aveva per ogni stagione. Giulia si occupava della loro pulizia, li spazzolava con cura, qualche volta li comprava nuovi. In sintesi, se ne prendeva cura come di tutto ciò che era Leo.
Il cappello è elegante! ribatteva Leonardo quando il figlio, Francesco, derideva le sue scelte. Ragazzi come voi non capiscono, siete sintetici, finti, troppo di plastica!
Dovera Leo?
Lo vide già mentre usciva dal cancello, inghiottito dalla strada chiassosa e assolata. Se Giulia non si fosse sbrigata, lo avrebbe perso: sarebbe salito sullautobus e via
Partì, salutando con un sorriso le vicine sedute sulle sedie al sole. Quelle annuivano, come felici testimoni del suo amore e della felicità familiare.
Che succede? sbottò zia Carmela alla schiena esile di Giulia.
Il pranzo! Ha dimenticato il pranzo, qui ci sono i panzerotti! urlò Giulia senza rallentare.
Carmela annuì, sorridendo: panzerotti, che bella cosa, e lamore pure, magnifico!
Giulia sgusciò oltre il cancello, pronta a gridare, ma Si bloccò, guardando il marito. Le spalle si abbassarono, il sole si spense come per incanto: attorno a lei parve calare il buio, così denso da toglierle il fiato. Giramento di testa, si appoggiò a un tubo pluviale.
Leo, già alla fermata del tram, teneva per il braccio una ragazza formosa, tutta sorrisi e civetterie. Leonardo la guardava dallalto, rideva con lei. Poi, improvvisamente, lei si scostò sprezzante, Leonardo si chinò implorante, prese la sua mano come per baciarla, ma la ragazza si sfilò, forse gli mollò anche uno schiaffo. Leonardo dritto, irrigidito sembrava arrabbiato, ma subito dopo si rimise a blandirla, le accarezzò la schiena, tirò fuori una caramella porgendola. La ragazza in testa ronzava a Giulia solo una parola, donnaccia accettò, spalancando bocca con aria divertita.
Giulia sentì lo stomaco rivoltarsi. Dio mio! Ecco Leonardo, uomo rispettato, adulto quasi anziano, a vezzeggiare una sciantosa. Era senza pudore!
Il vestitino estivo blu a pois bianchi della donna, la fascia nei capelli, la pettinatura perfetta, i sandali: tutto appariva uno scherno. E Giulia, stretta attorno al cartoccio dei panzerotti, non sapeva più cosa fare di sé, della sua vita
Il tram arrivò, aprì le porte, Leonardo aiutò la signorina a salire, poi sparì. Nel vetro, quando il tram si allontanò, parve a Giulia che quei suoi occhi la inchiodassero: lei improvvisamente si vergognava del suo abito da casa, delle ciabatte consumate, dei panzerotti.
Si voltò di scatto e tornò indietro, passando tra le vicine che si sventolavano in vestagliette variopinte. Quasi urtò la zia Carmela vicino alle aiuole.
Allora i contenitori, Giulia? Non sei arrivata in tempo? chiese Carmela, gettando il mozzicone.
No, non ce lho fatta, rispose Giulia, distratta.
Peccato, uno spreco di cibo! Carmela annuì sicura. Mando mio marito Arturo a prenderli, oggi sei a casa, vero?
Giulia fece un cenno, senza convinzione.
Bravo, così li mangia lui, piacciono tanto ad Arturo e io non ho voglia di stare tra farina e uova, aggiunse la zia, mentre correva via barcollando verso un trattore. Ehy, attento! Via! Mi schiacci i fiori con quella bestia!
Giulia non ascoltava più nulla, solo il rumore ovattato dei suoi passi sui gradini di marmo, le spalle curve, singhiozzi mescolati al cigolio della porta. Tutto, tutto era finito ora. Fine della famiglia, del tepore, della confidenza, fine della fede negli altri Finita la parola marito, la cosa più fondamentale che avesse. Come andare avanti?
Mollò il cartoccio: i panzerotti rotolarono a terra. Il gatto Ettore le si strusciava tra i piedi, chiedendo cibo, ma lei non lo vedeva. Era ancora lì, ferma alla fermata del tram, inebetita.
Non si sa quanto tempo fosse passato quando qualcuno spinse la porta dellappartamento. Ettore scappò via, spaventato.
Era Arturo, il marito di zia Carmela, un uomo massiccio, col naso importante e le guance butterate, i ricci unti e la gola arrossata: uno di quei tipi troppo rozzi per un palazzo raffinato. Però, disse una volta Leonardo, è dei nostri, artista, solo un po fuori di testa.
Pittrice, Giulia sventolava le mani Arturo. Anche direttore di galleria! Gli artisti sono quasi pazzi, altrimenti farebbero altro!
Giulia si asciugò le lacrime, fissando quegli occhi grandi e chiari. Avrebbe anche potuto fare il prete, pensò dun tratto.
Arturo? Lei? balbettò Giulia.
E chi altro? rispose lui, guardandosi addosso. Senti, Carmela diceva che ti sono avanzati dei panzerotti Da noi in cucina stanno facendo lavori, mi tocca mangiare in trattoria Sono stufo.
Si lasciò cadere nel sole filtrato del corridoio, imponente come una montagna, togliendosi le scarpe fradice. Aspetta, tolgo anche i calzini! Bagnati, mi si sono rotti persino, guarda!
Giulia, inconsciamente, portò via le scarpe a stendere al balcone. Lasciale lì, non ti preoccupare!
Ma si asciugano meglio fuori, se no si ammala, sussurrò lei.
Il mio corpo, sono affari miei! ribatté Arturo, scuotendo la testa con malizia.
Arturo era già in cucina a frugare: Giulia! Un tè, dai, bello scuro, col limone! Non lo bevo da una vita, chi me lo fa più buono di te?
Sì subito mormorò Giulia, mettendo lacqua su, ma pensava solo a Leonardo, alla scena alla fermata, allaltra donna
No, è solo una coincidenza, saranno colleghi, capita! Tornerà, sii dolce, premurosa
Ma Arturo si imbronciò: Cosa fai, mi dai tè vecchio? Nuovo, voglio, come si deve al tuo ospite! Il vecchio buttalo via!
Ma se lho appena fatto provò a ribattere Giulia, ma sospirò e preparò di nuovo.
Versò il nuovo tè dal profumo di indiano, scuro, intenso e leggermente aspro.
Così va meglio! Ma dammi quella tazza col cobalto e loro, eh? E metti i panzerotti sul vassoio bello! Mentre io mangio, tu mi infili i calzini, ecco qui, dammi che sono bucati. Carmela non li mette a posto Ecco, tu sei così brava, cucili!
Giulia, donna colta, ex insegnante, si ritrovò a infilare lago nel tessuto grezzo dei calzini. Ma mentre faceva per acconsentire, Arturo allimprovviso batté il pugno sul tavolo, la voce grossa:
Ma come ti lasci trattare così? Ma almeno un po di orgoglio! Sei tu la padrona qui, non una ragazzetta! Io ti ricordo diversa, Giulia, regale! Prima incantavi anche gli uccelli! Ora invece, te ne vai in giro con sto pacchetto come una balia, non una moglie! Leo, il cappotto! Leo, la cena! Leo, faccio tutto io!
Giulia si morse le labbra, ma poi sorrise. Lo diceva sempre, proprio così.
Sono una chioccia, sì? Non risponda. Mi piace farmi carico, proteggere è il mio modo di amare, rifletté Giulia.
Ma guarda che così rovini Leo! Noi uomini cerchiamo sfide, non solo attenzioni! Più si soffoca, più si scappa! Francesco è andato via di casa, e ora tu riempi Leo di cure come fosse tuo figlio Le altre donne sono più selvagge: lui con loro si sente ancora giovane…
Giulia non capiva, o non voleva capire. Aveva lasciato la scuola dieci anni prima, solo per curare Leonardo: niente lezioni private, perché quando si ammalò di polmonite, lo disturbavano. Aveva smesso di cantare mentre puliva, di dipingere (non sopportava il linseed oil!), niente radio, quadri e tele in soffitta.
Così ti sei lasciata andare, si disse allo specchio. Manicure? Quando mai. Vestiti nuovi? Per cosa, se non si esce più. Scarpe col tacco? Con quelle vene fai paura, diceva Leo Le ho accantonate anche quelle.
Le amiche non chiamavano quasi mai, il figlio passava una volta al mese, mangiava e se ne andava. Tutto qui. Questa era la fine, forse.
Dai, Giulia! Risorgi! Sei ancora giovane, splendida come una rosa! Riprenditi, altrimenti Leo continuerà così!
E Arturo, finito di mangiare, uscì.
Leonardo rientrò tardi, mezzo ubriaco e un po’ sciupato. Sapeva di profumo e vino.
La conferenza si è prolungata, mollò la borsa allingresso, si piegò per la schiena dolorante, Preparami un po di patate, con un bicchiere di grappa… Giulia, che fai lì?
Non gli prese la borsa, ma gli chiese di spostarsi: doveva posare la sua valigia.
Dove vai? Che succede qui? fece Leonardo, sconvolto alla vista di Giulia elegante, con capelli raccolti e orecchini, abito beige e sandali.
Vado in viaggio per lavoro. Occupati di casa tu, con o senza lacrime, rispose secca Giulia.
E la cena? E la camicia stirata per domattina? chiese Leo.
Giulia si immobilizzò, come per cedere, poi fece un gesto.
Fai da solo. O che venga lei, se ti va tanto bene. Addio, Leonardo. È ora.
Sparì leggera, indugiando solo un attimo con la valigia scomoda. Poi i suoi tacchi echeggiavano giù per la scala, un taxi sbuffò nel cortile, e il suo abito frusciò nellombra. Tutto tacque.
Leonardo balzò sulla tromba delle scale, gridò, ma si bloccò per una trafittura lancinante alla schiena, le lacrime agli occhi.
Giugiugiulia… rantolò.
Dove sei, Giulia? Ora servirebbe un massaggio, la pomata, la coperta calda, il tuo abbraccio
…Fausta? Sei tu? supplicò poi al telefono. Sì, lo so che non dovrei chiamare, ma Fa male la schiena, Fausta! E ho fame! Non riesco ad alzarmi Ma noi non siamo estranei Cosa?!
Il telefono grugnì qualcosa sul chiamare i medici ad un altro numero, poi i bip frenetici. Fausta non sarebbe venuta, né a curarlo, né a stirargli la camicia. Troppo orgogliosa. Lei non era Giulia. Proprio no. Che incubo.
Arrancò in cucina, vide i panzerotti freddi sul piatto, gemette. Ecco, altro che incubo. Una catastrofe. Tutto per sua mano!
Giulia tornò il giorno dopo con un medico e dei fiori. Aveva comprato le rose per sé e le infilava nella cristalleria. Profumava di unessenza sottile e un po di sigaretta: sì, ora fumava, se proprio si agitava.
Aspetti, dottore, non ancora, fermò la mano con la siringa.
Leo piagnucolava, ancora piegato dal dolore.
Che cè? chiese il medico.
Un minuto. Leonardo, che le avevi promesso? Quella ragazza non ti guarda gratis, sei troppo vecchio per lei, disse Giulia, curvandosi sulla sua fronte madida.
Non sono vecchio! Sono ancora in forze
La pensione, concluse il medico. Che le hai promesso? Parla o vado via!
Un posto in ufficio. E il titolo. Ma non le darò niente, niente! Ho sbagliato tutto, Giulia, tu sei tutto per me! Perdona! Perdona, ti prego!
Avrà tutto quel che hai promesso. Gli uomini mantengono la parola. E tu, Leo, lascia il posto. Non so, troverai altro! E sappi che da settimana prossima torno a lavorare. Il ferro da stiro è in credenza. Le camicie in lavanderia. Non ti va bene? Divorziamo. Capito?
Leo annuì, madido di sudore e disperato. Il dolore alla schiena era insopportabile, Giulia spietata, il medico complice, Arturo che sbirciava dalluscio, con zia Carmela probabilmente pronta a testimoniare umiliazioni
Ho capito fate fate quello che volete devastatori mugolò, ansimando.
Giulia annuì e il medico si mise al lavoro…
Fausta era al settimo cielo, volava come una farfalla. Aveva avuto la promozione e il titolo, tutto grazie a quel vecchio ingenuo di Leonardo.
Non lo vedeva più, non ricambiava i saluti, perché ormai non serviva. Sua moglie aveva chiarito che poteva perdere tutto in un attimo quindi se ne sarebbe cercato un altro.
Leonardo lasciò il suo impiego. Tutti stupiti per la scelta dalla posizione tanto agiata. Lui taceva, solo una volta mormorò di una promessa, senza spiegare a chi né perché.
Per salutare organizzò un rinfresco, si presentò con Giulia, decorata di gioielli, la fece ballare il tango e la guardò mai così aveva guardato Fausta, mai. Perché? Che aveva, Giulia?
Aveva tutto: era laria stessa che lui respirava. E finché cera quellaria non ci si accorgeva di nulla. Solo poi, nel vuoto, ne capì il valore. Non era la schiena o il calore di lei: Giulia era ancora quel libro mai finito, misteriosa, salata e dolce come una fragola di giugno al sole, come la prima che aveva dato alla sua giovane sposa in riva al mare. E quel libro non lo finirai mai, non girerai mai lultima pagina. E che così resti, per sempre!
Fausta? Lei non era allaltezza. O forse non trovò il suo lettore. La vita darà le sue risposte.




