Oh, come sei burbero, Vittorio Battiato! E non cè da meravigliarsi che in paese ti chiamino Il Lupo Solitario! Se uno ti strappa un sorriso è un miracolo. Solo a guardarti, ti passano i brividi. Ti hanno ghiacciato il cuore o cosa? La vita ti fa così schifo?
Pellegrina bisbigliava ancora, ma io ormai non lascoltavo più. Presi la spesa dal bancone dellunico alimentari di San Bartolomeo, annuii appena e mi avvii verso luscita.
Tua Elena è tornata qualche giorno fa da sua madre. Ha portato il ragazzino. Hai sentito, Vittorio? E se fosse davvero tuo figlio? Glielo vuoi lasciare crescere senza padre? Ti assomiglia pure, accidenti!
Quelle parole mi raggiunsero proprio sulla soglia e per poco non inciampai nel gradino basso. Non mi voltai nemmeno. A che scopo? Non ci si giustifica mai abbastanza. E non sono tipo da lavare i panni sporchi in piazza. Tutti pensano di sapere tutto di tutti e quello che non sanno, se lo inventano. Spiegare? E a chi? Sono affari miei e di Elena. La gente non ci deve mettere il becco dentro.
Il sole, incredibilmente caldo per essere primavera, mi accarezzava il volto obbligandomi a strizzare gli occhi. Mentre li chiudevo, la mia faccia tornava impassibile come una maschera siciliana. Procedetti a passi pesanti, quando una voce squillante mi riportò alla realtà:
Attento!
Un ragazzetto mi sgusciò davanti, afferrando due cuccioli che si becchettavano sui gradini.
Non li schiacci, la prego!
Aveva il naso allinsù, occhi scuri, palpebre pesanti, orecchie sporgenti come le mie. Era davvero simile a me. Forse non sbagliavano, le comari. Sapevo però che non era mio figlio. Di famiglia, certo, ma non abbastanza vicino.
Ne vuole uno? Guardi che zampone! Sembra un lupetto! Farà il guardiano!
Feci appena cenno di no e continuai per la strada più breve, deviando per il vicolo dei Santi. Lì, mi appoggiai allo steccato degli Smiraglia cercando aria, incapace di respirare davvero.
Perché, Dio mio? Perché Elena è ritornata con quel ragazzino che avrebbe potuto essere mio figlio, se le cose fossero andate diversamente? O forse il suo Orazio lha lasciata?
I pensieri mi schiacciavano senza tregua, il cuore batteva irregolare, come sette anni prima. Tutto ricordava, il maledetto cuore! Non lo si comanda. E bisognerebbe.
Luisa Smiraglia sbatté il cancelletto, sollevò le sopracciglia sorpresa, e corse verso di me:
Vito! Tutto bene? Dai, vieni con me! Chiamo Ivo?
Le sue mani calde sfiorarono le mie spalle. Aprii gli occhi.
Lascia stare, Luisa. Passerà. Solo un attimo.
Si vede che stai male! Dai, appoggiati a me! Su! Passo dopo passo, pianino. Così. Bravuomo! Ma che pesante che sei, caspita! Non devi scoppiare così! E chi risponde poi per te? Io che sono la tua dottoressa? E niente storie! Ora ti misuro la pressione e una punturina ce la facciamo, così sembri un cetriolino appena colto! Andiamo.
Le gambe rispondevano poco, ma Luisa era forte. Quasi trascinandomi, mi fece entrare in casa, richiuse con il piede e chiamò:
Ivo! Vieni!
Da lì ricordo poco. Mi ripresi su un divano, sentivo una pressione sul petto che quasi mi toglieva il respiro, pensai a un infarto. Ma vidi la gatta grigia, distesa al mio fianco, che leccava i suoi gattini sparsi sul mio torace, e mi riebbi.
Micia nostra non sbaglia persona! Se ha portato qui i suoi piccoli, sei persona buona, Vittorio. disse Luisa, posando via i quaderni delle figlie e venendo a controllarmi. Ecco, ora sei quasi fresco. La pressione si è stabilizzata. Non farmi preoccupare così più! Se ti prende qualcosa, lambulanza da qua non arriva, lo sai.
Che ho ormai da curare, Luisa? Solo Zora e Polcano. Questi sono i miei affari.
Che bella vacca Zora! Ha bisogno di uno come te, non puoi lasciarla sola. Se ti viene male, non la sistema nessuno!
Notai che le tende erano tirate e la luce accesa.
Luisa, che ore sono?
Riposa, è tardi. Stanotte dormi qua, non così ti lascio andare. Zora è in stalla, sta bene.
Si stirò, posò lo stetoscopio e abbracciò il marito che passava dalla cucina. Ivo si sedette accanto a me.
Ti senti uno straccio?
Più o meno. Non so cosa mi stia succedendo.
So io. Elena.
Non infierire, Ivo. distolsi lo sguardo ed incrociai i vividi occhi verdi della gatta.
Anche la micia lo sente. rise piano Ivo, accarezzando lanimale Gli animali sono più saggi di noi. Agiscono distinto, col cuore. Te invece ti porti tutto dentro, ma quando crolli? Quanto puoi reggere ancora? Lo so che sei dritto e non chiedi mai aiuto, ma ti vedo, come la gatta. Non vai bene.
E tu, Ivo, di problemi ne hai pochi?
Abbastanza! Ma quando io avevo bisogno, tu non mi hai mai chiesto permesso per aiutarmi. E ora voglio restituirtelo, lasciamelo almeno provare. Per me è più importante che per te.
E come potresti aiutarmi, in questo casino?
Mia nonna diceva che alle volte il male va semplicemente buttato fuori: se trovi qualcuno che ascolta, bene; se no, scavati una buca e urla dentro. Tenersi tutto corrode. Ormai cè una montagna dentro di te.
Che vuoi sapere, Ivo? Me ne vergogno. Come uomo mi pesa. Non si portano allaperto certo queste cose da noi. Hai visto quanto ho amato Elena. Ceri anche tu. Anche dopo la leva, correvo da lei. Era lunica. Eri testimone al comune, ti ricordi?
Ricordo. Solo che nessuno ha mai capito cosa sia successo tra voi. Vivevate bene e puff, lei in città, tu alla masseria. Poi la tua mamma vendeva la mucca, piangeva, ma non spiegava.
Non sapeva nulla. Ho detto che non la amavo più. Per poco non mi hanno rinnegato.
Vittorio, nulla avviene per caso. Perché siete finiti così?
Distolsi lo sguardo. Le lacrime stavano lì, ma gli occhi erano ormai asciutti da quanto avevo pianto nei boschi, urlando il suo nome e poi crollando come un bambino sulla terra ghiacciata. Né perdonare, né vivere senza, riuscivo.
Io non ci credo che lei ti abbia tradito. Non è da Elena.
Presi fiato e lo guardai negli occhi neri del nostro bisnonno.
Li ho visti io, Ivo. Non ci avrei mai creduto se me lo avessero raccontato.
Ivo scosse la testa.
Racconta. Qui gatta ci cova.
Tutto è marcio. Lei diceva che mi amava solo a me, e invece per colpa sua ho perso tutto: moglie, casa, famiglia. Per la nostra stirpe il rispetto è sacro se la donna ci preferisce un altro, che uomo sei?
Piano, calmati. Fammi capire bene.
Ricordi che mesi fa me ne andai per lavoro in città quasi due mesi? Avevamo in mente di aprire la fattoria, fare il formaggio per il centro termale. Solo Elena mi aveva spinto. Lei sapeva tutto dei cavalli. Era stata lei a convincermi ad andare. E mentre io ero via
Si sa che qui nel paese nulla si nasconde. Ma di questo, non si era sentito niente.
Eravamo troppo bravi a nascondere. Nessuno sapeva che Orazio, mio cugino, era in casa nostra. Viveva con noi, con sua madre. Finivamo di costruire la casa, pensavamo alla fattoria, ai figli. Elena desiderava un bambino. Provavamo, ma non veniva. Poi decidemmo: ce lo darà Dio. E Dio ha dato. Solo non a me.
Ho visto il ragazzino. Simpatico. Ivo fece una smorfia. Io continuo a non crederci.
Ma io con questi occhi li ho visti, abbracciati in cucina! Orazio la baciava e lei lasciava fare! gridai, provando a sollevarmi, ma la gatta mi graffiò di rimprovero.
Abbracciai forte i gattini e dissi quasi tra me e me:
Vedi la natura, Ivo? La madre protegge sempre i suoi piccoli. Sapevo quanto Elena volesse diventare madre, ma non ero pronto a vedere un medico. Così se non poteva da me, ci aveva provato altrove
Non suggestionarti. Già così è un pasticcio.
Ho avuto anni per fare due conti. Mentre mi nascondevo nei boschi, anche dal sangue mio.
Non esagerare! So come si fa a contare. Non torna.
Tua madre, la zia di Orazio, venne nella masseria quando Luisa ha partorito. Mi ha spiegato tutto.
Ma che hai visto, davvero? Sei certo?
Li ho visti! Dico io!
Basta, ora ti calmo io, disse Luisa dalla cucina passando per dare la puntura. Poco dopo maddormentai di pietra.
Ivo chiamò la moglie in disparte.
Hai ascoltato?
Tutto.
Che pensi?
Credo sia il momento di mettere in chiaro la verità. I ragazzi soffrono troppo. Ho visto Elena ieri. Era unombra. Mi duole il cuore per lei e per il piccolo, che non sa di avere un padre.
Prese la giacca e uscì. Ivo rimase sulle scale a pensare, avvolto nel plaid. Quante ne avevano passate: i genitori andati uno dopo laltro, il figlio morto, poi le gemelle arrivate come un miracolo, con Luisa che ancora si sentiva colpevole, lei medico, di non aver capito la malattia del figlio. Erano sopravvissuti solo con coraggio.
Il tempo passava finché, ormai allalba, Luisa tornò. Il volto era una maschera di stanchezza e piangeva come una bambina.
Il figlio è di Vito! Me lo ha confermato la zia Tamara!
Ma come ci sei riuscita?
Non lo so. O sè pentita o ha avuto paura di me. Prima sono andata da Elena, che mi ha raccontato come fu quella sera. Non ha nessuna colpa: era già incinta e non aveva detto nulla per paura, dopo tre aborti! Tenere tutto dentro li ha uccisi. Poi Tamara, piangendo come una fontana, mi ha raccontato il resto. Lei odiava la sorella da decenni, le invidiava lamore, e alla fine, tornata dopo essere rimasta vedova, ha pensato di rovinare la felicità dei parenti con una bugia. Ha sussurrato allorecchio di suo figlio di provarci con Elena, che in stato confusionale ha accolto labbraccio, mentre pensava a nomi per il bambino. Uno scambio di equivoci e sospetti, e si sono distrutti a vicenda!
Tamara cosa dice ora?
Ha confessato tutto e se nè andata dal paese col figlio, mandato via su ordine di tua madre. Le ha dato qualche ceffone e poi, piangendo, è corsa da Elena a scusarsi. Tutta notte così.
Hai fatto bene, Luisa mia!
Era da fare anni fa, Ivo! Sarebbe bastato parlare, invece cera solo il silenzio e la sofferenza. E io ora mi sento così stanca che mi puoi mettere in padella come una frittella.
E a proposito, io avrei fame! Avanzi qualcosa per colazione?
Chissà dove tieni il frigorifero! Guardati piuttosto allo specchio, vai a raderti che sembri una grattugia. Preparo io le frittelle, va, che tra poco si svegliano pure le gemelle e dobbiamo dare forza anche a Vittorio. Oggi lo aspetta un giorno lungo.
Il sole si arrampicava dalla costiera amalfitana, la sua luce dorava le tegole e la polvere del villaggio.
Uscii, ancora tremante, e mi sedetti sugli scalini della casa degli Smiraglia quando una voce mi interruppe.
Sei tu, per caso, mio padre?
Il ragazzino era seduto lì, stringendo il cucciolo di prima.
Guarda che zampe forti! Fa proprio da lupo. Avrò un cane degno, che dici?
Sorrisi, mi sedetti accanto a lui e accarezzai la bestiola sul muso.
Sarà un gran cane, davvero una bella scelta.
Lo guardai negli occhi, così accesi e scuri come i miei. Poggiandogli la mano sulla spalla, dissi piano:
Sì. Sono io, Sergio sono tuo padre.
Bene! Dai, andiamo. La mamma sta facendo colazione e la nonna mi ha promesso che oggi mi porta con sé a vedere i cavalli. Vieni?
In quel momento sentii la morsa che mi aveva chiuso il petto sciogliersi, come una corda spezzata che finalmente lascia respirare. Mi rialzai, presi il cucciolo e risposi a mio figlio:
Vieni, Sergio. Abbiamo tante cose da fare insieme.
Oggi ho imparato che trattenere il dolore non porta che altra solitudine: bisogna parlare, anche a costo delle lacrime, perché dove non arriva la parola, la vita si inceppa. Da soli non si costruisce nulla. Il cuore, per riprendersi, ha bisogno degli altri.






